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Il pessimo affare del turismo senza regole


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Quest’anno il numero dei turisti in Spagna si avvicinerà agli ottanta milioni, con un aumento dell’11 per cento rispetto al 2016. La Catalogna ne ha ospitati quasi il venti per cento. Nel 2015 l’industria turistica rappresentava l’11,1 per cento del Pil e il 12 per cento dell’occupazione. Oggi 2,8 milioni di persone lavorano in questo settore. Il turismo traina l’economia spagnola e il paese è avvantaggiato, perché le altre possibili mete nel Mediterraneo sono diventate più rischiose e perché i cittadini europei spendono sempre più per i viaggi (questo, paradossalmente, non vale per i cittadini spagnoli: il 40 per cento di loro quest’anno infatti non è andato in vacanza).

Si tratta di un turismo a buon mercato, con una spesa media di 129 euro al giorno, molto più bassa rispetto a Francia o Italia. È anche diminuita la permanenza media, che è scesa a 7,9 giorni. Il settore sta passando sempre di più dalle mani dei tour operator e delle grandi catene alberghiere a quelle dei siti internet come Airbnb, che gestiscono pernottamenti non sempre in regola con la complicità di proprietari e inquilini speculatori in rotta con i vicini.

La saturazione è evidente: alle Baleari quest’anno sono attese due milioni di persone, quando i residenti delle isole sono in tutto 1,1 milioni. Una situazione che ha delle ripercussioni sui servizi pubblici (in primo luogo sulla sanità), che non riescono a soddisfare le necessità di questa popolazione stagionale. C’è un rincaro di affitti e prezzi, per la distorsione tra la domanda globale e l’offerta locale. I residenti sono costretti ad abbandonare le loro città e a volte la convivenza civile è messa in crisi dai turisti che esagerano con l’alcol e le droghe.

Questo spiega le reazioni dei cittadini in diverse località di villeggiatura, soprattutto in Catalogna e alle Baleari, i territori più sottoposti a questa pressione incontrollata. Non sono reazioni violente. Il lancio di coriandoli non provoca feriti e nessuno slogan scritto sui muri da persone esasperate si è tradotto in aggressioni. Paragonare questa protesta, come ha fatto il Partito popolare, alla kale borroka (le azioni di guerriglia urbana degli indipendentisti baschi) è un’offesa a chi in passato ha sperimentato sulla sua pelle le violenze dei separatisti dell’Eta.

È eloquente che i popolari, sempre più al centro delle critiche, vedano in qualsiasi protesta un potenziale reato. In realtà, considerando il mondo in cui viviamo, le iniziative simboliche di protesta contro il turismo senza limiti sono servite a risvegliare la coscienza civile e politica, facendo capire che siamo di fronte a un problema serio.

Per molti i disagi sono il prezzo da pagare per un’attività economica che dà da vivere a molte aree del paese. In realtà, i vantaggi sono discutibili. Chi pensa che questo tipo di turismo faccia bene alla Spagna ha un’idea obsoleta dell’economia, in cui contano solo i profitti delle aziende e la creazione di posti di lavoro. Dimentica però il contributo allo sviluppo della ricchezza del paese a lungo termine e non considera i costi non contabilizzati: di bilancio, sociali e ambientali.

Perché la madre dell’aumento della ricchezza è la produttività del lavoro.

Tra il 2000 e il 2014 la produttività spagnola non è cresciuta e oggi aumenta quasi dell’un per cento all’anno, molto meno rispetto ai paesi vicini. Questa situazione è direttamente legata al predominio

di settori a bassa produttività, come il turismo e l’edilizia. La bassa produttività non dipende solo dal tipo di attività (negli Stati Uniti e in Francia, il turismo è più produttivo della media), ma anche dall’abbondanza di lavoratori scarsamente qualificati.

Nei pochi mesi in cui lavorano nel settore turistico, le persone non hanno il tempo di diventare più qualificate e gli imprenditori non hanno interesse a investire nella formazione.

Come denunciano i sindacati, spesso le condizioni di lavoro sono difficili (sovraffollamento, alti ritmi di lavoro, precarietà). I salari sono i peggiori sul mercato del lavoro, mille euro o meno in media. Questa situazione ha conseguenze importanti sul welfare, perché gli stipendi bassi finanziano a malapena la previdenza sociale, mentre i servizi di sanità, istruzione e pensione devono comunque essere garantiti a questi lavoratori e alle loro famiglie.

Più lavoro precario si crea nel settore turistico, più si aggrava la crisi del welfare e meno si contribuisce al miglioramento dell’economia, che è legato alla capacità di consumo della popolazione. Le Baleari, che erano la regione spagnola più ricca, stanno perdendo terreno proprio per questo motivo. Al buon andamento del settore si accompagnano la precarietà e i bassi salari, oltre all’impatto negativo sull’ambiente e sulla qualità della vita dei residenti. Un turismo con più regole,
come propone il governo delle Baleari, sarebbe una benedizione per il nostro paese. Quello attuale
non è sostenibile e fa danni sia dal punto di vista sociale sia da quello economico.

http://www.eddyburg.it/2017/08/il-pessimo-affare-del-turismo-senza.html

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Il Cile ha parzialmente depenalizzato l’aborto.


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In Cile – uno dei paesi più conservatori dell’America Latina in tema di diritti civili – è stata approvata  una legge che in parte depenalizza l’aborto e lo rende praticabile in tre circostanze. Il Cile era uno dei sei paesi del mondo che proibiva l’aborto in qualsiasi caso. La nuova legge è stata approvata sia dalla camera bassa che dalla camera alta. Ora le donne potranno decidere di interrompere la gravidanza in caso di rischio per la loro vita, di difetti congeniti nel feto che portano alla morte e in caso di stupro.

In Cile l’aborto è stato consentito dal 1931 al 1989, quando il governo di Augusto Pinochet  decise di vietarlo, negli anni seguenti tutti i tentativi per cambiare la legge sono falliti a causa dell’influenza della chiesa e delle forze conservatrici.

 

http://www.ilpost.it/2017/08/04/il-cile-ha-parzialmente-depenalizzato-laborto/

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Bolivia, una strada nella foresta


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La Bolivia ha dato il via libera alla costruzione di una strada nel parco Tipnis, un’area amazzonica  dove vivono 14 mila nativi. Un territorio grande come la Giamaica che garantisce la biodiversità del territorio.

Il presidente Evo Morales, governa dal 2006 ed è il primo presidente indigeno del Paese,  ha adottato la nuova legge  che permette di aprire  la strada di 300 chilometri attraverso il Territorio Indigeno di Isiboro Sécure e il Parco Nazionale, noto come Tipnis. La strada dividerà il parco in due e lo strappa alle protezioni vinte nel 2011 quando una marcia nazionale di migliaia di manifestanti si è conclusa in scontri con la polizia e ha costretto il governo a cambiare posizione.

Parlando ai sostenitori della strada nella città amazzonica di Trinidad, Morales ha accusato i paesi sviluppati di spingere “l’ambientalismo coloniale” in Bolivia.

Il leader Fernando Varga sostiene invece che Morales sta accelerando la distruzione della comunità dei nativi. La strada farà aumentare la deforestazione e incentiverà l’arrivo di taglialegna e agricoltori.

Il progetto è molto criticato dalle comunità locali e dagli ambientalisti, secondo cui la strada apre la porta allo sfruttamento di gas e petrolio della zona.

 

 

 

https://www.theguardian.com/environment/2017/aug/15/bolivia-approves-highway-in-amazon-biodiversity-hotspot-as-big-as-jamaica

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BANGLADESH » piogge torrenziali, numerose vittime.


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Anche il Bangladesh, oltre al Nepal e all’India.

Le piogge torrenziali, causate dai monsoni, che in questi giorni hanno colpito duramente l’India e il Nepal, causando numerose vittime, hanno raggiunto anche il Bangladesh.

Le piogge hanno ingrossato i fiumi che sono andati oltre ad un metro sopra il livello di guardia.

Sono morte 27 persone, ma quasi un milione e mezzo sono gli sfollati, che hanno trovato rifugio in accampamenti d’emergenza organizzati dal governo.

In alcune zone in meno di 24 ore sono caduti quasi 260 mm di pioggia

https://www.ilmeteo.it/notizie/bangladesh-piogge-torrenziali-numerose-vittime-video

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È morto Jerry Lewis Aveva 91 anni ed è stato un grande attore, regista e soprattutto comico


 

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Jerry Lewis – comico, attore e regista – è morto a 91 anni a Las Vegas. Variety, a cui la morte di Lewis è stata confermata da un suo agente, ha scritto che Lewis aveva da anni diversi problemi di salute, e aveva già avuto due infarti e un tumore alla prostata. Lewis è noto soprattutto come attore comico, ma è stato anche un apprezzato personaggio televisivo e uno stimato regista, definito dai Cahiers du Cinema – una rivista cinematografica francese, interessata soprattutto al cinema colto e d’autore – il “regista totale”. Lewis è però famoso soprattutto per quello che ha fatto in coppia con Dean Martin.

 

http://www.ilpost.it/2017/08/20/jerry-lewis-morto/

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India-Pakistan, 70 anni dalla partizione tra guerre e massacri.


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Il 15 agosto 1947 i due paesi ottennero l’indipendenza, e da allora si portano dietro un conflitto complesso, violento e difficile da risolvere.

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70 anni di indipendenza dall’ Impero Britannico, ottenuta il 15 agosto del 1947. Con questa indipendenza inizia  uno dei conflitti più lunghi e inconciliabili dell’epoca moderna. Un conflitto diventato, negli ultimi decenni, quello tra due potenze dotate di armi nucleari.

Perché India e Pakistan si odiano? Se si vuole trovare un momento preciso, il conflitto iniziò alla mezzanotte del 14 agosto 1947. Erano anni in cui, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’esausto Impero britannico dovette decidere rapidamente cosa fare del suo vasto impero indiano, la cui popolazione era diventata sempre più irrequieta, politicamente attiva e difficile da controllare. Il Partito del Congresso indiano, guidato dal Mahatma Gandhi, chiedeva la creazione di un grande stato federale che comprendesse tutta l’India, mentre il leader della Lega Musulmana, Muhammad Ali Jinnah, chiedeva che al 30 per cento dei musulmani indiani venisse concessa la creazione di un loro stato indipendente, così da non rischiare di finire oppressi dalla maggioranza indù.

L’ultimo viceré dell’India, Lord Mountbatten, accettò quest’ultima soluzione e divise il subcontinente in tre parti. La gran parte del territorio meridionale, centrale e settentrionale divenne quella che oggi conosciamo come India, mentre le estremità nordoccidentali e nordorientali, separate tra loro da duemila chilometri di India, divennero il Pakistan (la seconda ottenne l’indipendenza negli anni Settanta e divenne il Bangladesh). Quella che passò alla storia come la “Partizione” divenne effettiva alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto del 1947, il giorno in cui entrambi i paesi festeggiano l’indipendenza (il Pakistan festeggia il 14, l’India il 15).

La Partizione fu un momento traumatico per molti indiani. L’India era, ed è tuttora, un mosaico complesso di culture, lingue e religioni differenti. È impossibile separare le une dalle altre disegnando un confine su una mappa. Così, il giorno dopo l’entrata in vigore degli accordi, 15 milioni di persone si misero in marcia verso il paese che rispecchiava di più le loro credenze e origini, oppure furono costretti a farlo con la violenza. Si calcola che un milione di persone morì in quei giorni. India e Pakistan, sin dal primo giorno della loro esistenza, ospitarono uccisioni e violenze. Guerriglie e guerre vere e proprie, scaramucce e attentati tra le forze dei due paesi sarebbero continuate per tutti i 70 anni successivi.

Il primo di questi conflitti iniziò a pochi mesi dalla Partizione, dopo che gli scontri spontanei tra le diverse comunità si trasformarono in una vera guerra quando gli eserciti delle due nazioni si incontrarono nella valle del Kashmir, una zona montuosa che entrambi i paesi rivendicano come propria. Nel 1965 e nel 1971, India e Pakistan si sono scontrati nuovamente in due conflitti aperti, il secondo dei quali portò all’indipendenza del Bangladesh dal resto del Pakistan. Nel corso degli anni Novanta ci fu un nuovo periodo di tensione, ma questa volta senza un vero conflitto di eserciti. Il Pakistan incoraggiò una serie di movimenti di guerriglia in Kashmir, che insieme alla brutale repressione dell’esercito indiano costò più di 40 mila morti. Nel 1999 un nuovo incidente portò a un breve scontro tra i due eserciti, che si concluse con un cessate il fuoco, quello del 2003, che fino ad oggi è stato rispettato. Il Pakistan, però, continua ad aiutare gruppi sovversivi nel territorio indiano e accusa l’India di fare lo stesso. Dagli anni Novanta, quando entrambe le nazioni si sono dotate di armi nucleari e dei missili necessari a trasportarle sui loro bersagli, un eventuale conflitto tra i due paesi potrebbe potenzialmente coinvolgere tutto il mondo.

La questione del Kashmir
Il punto focale del conflitto tra India e Pakistan è la valle del Kashmir, un’area lunga 135 chilometri e larga in media una trentina che si trova nel nordest dell’India, a più di 1.500 metri d’altezza. La storia della valle, a cui l’Economist ha dedicato uno degli articoli del suo speciale, è sempre stata piuttosto travagliata. Nel 1846 gli inglesi sconfissero l’Impero dei Sikh, che dominava l’area, e annetterono gran parte dei suoi territori. La valle del Kashmir e i territori circostanti, un’area particolarmente ricca e fertile, furono invece venduti a una ricca famiglia di nobili indiani, i Dogra. Così nacque lo stato principesco del Jammu e Kashmir, uno dei 500 domini semi-indipendenti attraverso i quali la corona britannica amministrava i territori indiani non direttamente sottoposti al suo dominio.

A differenza di molti altri di questi domini, in cui i signori feudali erano musulmani e la popolazione a loro sottoposta di religione indù, il Kashmir aveva una situazione speculare: era un’area a maggioranza musulmana con un sovrano induista. Quando nel 1947 arrivò il momento di dividere il paese, sia l’India sia il Pakistan rivendicarono il piccolo stato principesco come proprio sulla base di ragioni religiose e culturali. I pakistani per sostenere le loro pretese inviarono sul posto un esercito di volontari; il signore locale rinunciò all’idea di diventare una nazione autonoma, che aveva considerato per breve tempo, e chiese aiuto all’esercito indiano contro l’arrivo dei pakistani. Il conflitto fu breve e alla fine il Pakistan riuscì a ottenere il controllo soltanto di una piccola fetta della regione mentre gran parte della valle e dei suoi abitanti musulmani rimasero sotto il controllo indiano.

Da allora il Pakistan ha continuato a inviare nella regione volontari e a sostenere gruppi indipendentisti, costringendo l’India a mantenere nella regione una consistente guarnigione. Sono stati i sette milioni di abitanti della valle – scrive l’Economist – a pagare il prezzo più alto di questo perenne stato di allerta. Le forze militari indiane hanno compiuto nel corso degli anni migliaia di arresti, perquisizioni e operazioni militari. L’Economist cita un abitante della regione che descrive in termini molto cupi il rapporto degli abitanti con le forze indiane: «Ci trattano come i servitori nella cucina di un bramino, che bisogna picchiare un paio di volte al giorno per tenere in riga». Dalla metà degli anni Ottanta a oggi, guerriglia pakistana e repressione indiana hanno causato più di 40 mila morti.

Eppure, molti abitanti musulmani del Kashmir oramai preferiscono vivere in una democrazia come l’India che passare al Pakistan, un paese molto più instabile che è stato spesso sottoposto a dittature militari. È un dettaglio, questo, che rivela un elemento essenziale di questa storia: e cioè che la questione del Kashmir si è trasformata in una scusa con cui i nazionalisti su entrambi i lati del confine giustificano uno stato di ostilità permanente che serve ai loro fini politici.

Una difficile relazione
La questione del Kashmir è il più visibile dei problemi che hanno tenuto India e Pakistan così divisi e così a lungo, ma non è il solo. La Partizione lasciò all’India i territori più ricchi e fertili, mentre il Pakistan si trovò diviso in due, con quello che poi divenne il Bangladesh separato dal resto della nazione da duemila chilometri che appartenevano all’India. Fin da subito, quindi, il Pakistan cercò alleati forti sullo scenario mondiale. Li trovò negli Stati Uniti, a cui il paese interessava come anello della catena di stati che stavano costruendo per “contenere” l’Unione Sovietica.

Fin dagli anni Cinquanta il Pakistan ricevette armi e finanziamenti dagli Stati Uniti, che aiutarono i generali pakistani a sentirsi sicuri, contribuendo così a formare l’atteggiamento aggressivo adottato nei confronti dell’India. L’esercito pakistano, una forza da sempre molto importante per il paese, merita una parentesi: l’Economistracconta di un modo di dire indiano sulla Partizione, «A noi toccarono i burocrati, a loro i generali». Nel corso dei secoli il Raj, il governo britannico dell’India, reclutò numerosi soldati indiani e li scelse soprattutto tra le cosiddette “razze marziali”, i gruppi etnici ritenuti più adatti alla guerra. Molti di loro erano musulmani o comunque provenivano dalla zona nordoccidentale dell’India. Quindi, quando quella parte del territorio fu assegnata al Pakistan, il paese si ritrovò con una quota sproporzionata dell’originale esercito del Raj. Il primo bilancio del nuovo stato era per tre quarti costituito dalla spesa militare.

Quel livello di spesa non era sostenibile, e seppure negli anni sia diminuito rimane ancora oggi elevato per gli standard di un paese in via di sviluppo come il Pakistan. Per giustificare questo livello di spesa, i militari avevano bisogno di uno scopo. La rivalità con l’India, e la questione del Kashmir in particolare, è diventata la giustificazione che ha permesso ai generali pakistani non solo di mantenere un alto livello di spesa militare, ma di intervenire più volte nella vita del paese, imponendo e rimuovendo governi e, a volte, assumendo direttamente la guida della nazione.

Nel corso degli ultimi anni qualcosa di simile è avvenuto anche in India. Nel 2015 le elezioni sono state vinte a sorpresa dal BJP, un partito nazionalista indiano, guidato dall’attuale primo ministro Narendra Modi. Anche se il BJP non ha una politica esplicitamente ostile al Pakistan, tra i suoi sostenitori ci sono molte organizzazioni di estremisti nazionalisti, ostili ai musulmani che ancora vivono in India e sempre pronti a sospettare intromissioni dei servizi segreti pakistani in qualsiasi evento che accade nel loro paese.

La situazione economica
Una caratteristica essenziale degli scontri militari tra India e Pakistan è che, grazie a maggiori risorse e a una popolazione più numerosa, la prima è sempre riuscita a vincere tutti gli scontri militari che ha intrapreso con il suo vicino. Per questo, il Pakistan ha spesso fatto ricorso a mezzi alternativi per controbattere il suo avversario: dalla guerriglia al terrorismo, passando per l’acquisizione di un arsenale nucleare. Negli ultimi 30 anni, l’India è riuscita a battere il Pakistan anche sul piano economico e questo, per il futuro, potrebbe avere conseguenze destabilizzanti.

L’Economist ricorda che per la prima metà della loro settantennale rivalità, è stato il Pakistan a crescere più rapidamente, in parte perché aveva meno industrie e infrastrutture con cui partire, in parte perché l’India è stata a lungo ingessata da una politica autarchica e dirigista, mentre il Pakistan era più aperto agli scambi internazionali. Nell’ultimo trentennio però questo trend si è invertito ed è stata l’India a superare sistematicamente il Pakistan in termini di risultati economici.

A partire dagli anni Ottanta, una serie di governi indiani ha reso l’economia del paese più flessibile, eliminando arcaiche barriere allo sviluppo economico – e a volte arrivando ad esagerare nel senso opposto. All’inizio degli anni Novanta, l’India produceva due milioni di motociclette all’anno. Oggi ne produce più di venti. Il traffico aereo su rotte domestiche è raddoppiato in dieci anni. Il numero di passeggeri è aumentato del 23 per cento soltanto nel 2016, spingendo le compagnie indiane a ordinare un totale di mille nuovi aerei. Le esportazioni di software e alta tecnologia sono quadruplicate in un decennio, mentre lo scorso febbraio l’agenzia spaziale indiana ha inviato nello spazio 104 satelliti con il lancio di un unico missile, un record mondiale.

Per fronteggiare questa competizione, il Pakistan ha poca scelta se non quella di cercare forti alleati, come fece con gli Stati Uniti negli anni subito successivi alla Partizione. In questo momento il suo alleato più importante, almeno in campo economico, è la Cina. I due paesi in realtà hanno una lunga storia di amicizia, per il semplice motivo che la Cina è da sempre rivale dell’India, con cui condivide un importante e conteso confine. Ultimamente questa amicizia ha reso il Pakistan il destinatario del più grande piano di investimenti esteri mai progettato dalla Cina. Si tratta del progetto a volte soprannominato la “Nuova via della seta”, che dovrebbe servire a portare le merci cinesi dai confini occidentali del paese attraverso tutta l’Asia.

In pratica, il piano prevede un investimento in Pakistan da 60 miliardi di dollari, concentrato soprattutto in infrastrutture come centrali elettriche, strade, tunnel, porti e aeroporti. Alcuni pakistani, però, sono preoccupati dalle dimensioni e dalle conseguenze di questo piano. Il loro timore è che il paese finisca con il cedere una quantità di sovranità eccessiva agli importanti investitori cinesi. Tra le società che si occuperanno dell’investimento ce ne sono alcune famose per gestire intere città, comprese intere divisioni di paramilitari, nella provincia cinese dello Xinjang, dove una minoranza di musulmani, gli uiguri, subisce continue discriminazioni.

Nella valutazione dell’investimento cinese, la preoccupazione religiosa non è secondaria per molti pakistani. Il piano di investimenti parla di resort e casinò da costruire sulla costa del paese, oggi in gran parte poco sfruttata. I conservatori pakistani, molti dei quali osservanti di versioni più o meno radicali dell’Islam, vedono questi investimenti come una strada verso la decadenza morale. Negli ultimi mesi, il governo pakistano si è affrettato a precisare che non ci saranno casinò e che non ha intenzione di concedere il suo territorio sovrano alle società cinesi.

«Non trattenete il fiato»
A 70 anni dall’inizio della loro rivalità, una riconciliazione non è impossibile, conclude l’Economist. I due paesi hanno ancora molto in comune e in passato hanno dimostrato la capacità di raggiungere accordi che hanno portato reciproci benefici, come quelli, particolarmente complessi, che prevedono lo sfruttamento congiunto delle acque del fiume Indo, che si trova al confine tra i due paesi. Ma nell’attesa della definitiva risoluzione dei loro conflitti, il settimanale consiglia di «non trattenere il fiato»: non sarà, infatti, un processo breve.

Tutti gli eventi accaduti negli ultimi anni fanno pensare che le cose continueranno a peggiorare, prima di migliorare. Il grande investimento cinese in Pakistan darà probabilmente al paese la sicurezza necessaria a mantenere la sua postura aggressiva nei confronti dell’India. I militari pakistani continuano ad esercitare un’influenza determinante sulla vita del paese e probabilmente continueranno a utilizzare la carta dell’ostilità indiana per mantenerla. In India, l’ascesa dei partiti nazionalisti al governo centrale e in molti di quelli federali alimenterà una retorica aggressiva identica e speculare. Secondo l’Economist, una soluzione sarà possibile solo quando entrambi saranno riusciti a risolvere i loro problemi interni,cioè quando il Pakistan avrà ridotto il potere del suo esercito e quando l’India riuscirà a mettere ordine nella sua politica interna e ad arginare l’influenza dei partiti populisti e nazionalisti.

 

 

 

http://www.ilpost.it/2017/07/30/conflitto-india-pakistan/

 

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L’assalitore in Finlandia mirava alle donne.


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La polizia finlandese ha confermato che l’attentatore mirava esplicitamente alle donne: le due vittime e sei degli otto feriti sono donne.  Sono morte una signora di 67 anni e una ragazza di 15.

L’aggressione di venerdì pomeriggio a Turku, in Finlandia, è ufficialmente considerata un atto di terrorismo.  Compiuto da un 18enne marocchino armato di coltello che è stato arrestato dopo essere stato colpito da un colpo d’arma da fuoco a un piede

Il giovane è un richiedente asilo giunto nel Paese scandinavo nel 2016 e secondo alcune fonti gli sarebbe stato rifiutato l’asilo.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/attacco-in-finlandia-assalitore-con-il-coltello

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La penna poetica degli Indiani americani


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Toro Seduto, il vincitore di Custer nella battaglia di Little Big Horn (25 giugno 1876), non fu soltanto un guerriero. Lasciò dei versi, era poeta: “Uccello grazioso, sei venuto e hai provato compassione per me/ desideravi che il mio popolo vivesse./ Popolo degli uccelli, io sono vostro fratello”. Ebbe inoltre il dono della profezia.
Geronimo, uno dei più grandi condottieri indiani, un Apache, si arrese con dignità ed eleganza. Nel suo “Discorso di resa” fatto al generale George F. Crook (il testo è giunto a noi), il guerriero si esprime con commovente sincerità. Tra l’altro, le sue parole evocano il sommo testimone: “C’è un solo Dio che ci guarda tutti dall’alto. Siamo tutti figli dello stesso Dio. Dio mi sta ascoltando”.
E anche Capo Giuseppe, dopo che “gli uomini bianchi ingannarono, tiranneggiarono e assassinarono”, nel 1877 condusse la sua gente fuori dall’Oregon in una delle più grandi ritirate militari della storia: 1500 miglia sino al Canada. Anche di lui ci è pervenuto un “Discorso di resa”. E’ permeato di orgoglio e di nobili sentimenti: “Voglio avere tempo di cercare i miei bambini e vedere quanti ne posso trovare. Forse li troverò tutti tra i morti. Ascoltatemi, miei capi, sono stanco. Il mio cuore è triste e malato. Da dove ora si trova il sole, non combatterò più, per sempre”.

Non sono che esempi tra i numerosi possibili. Gli Indiani d’America, che vennero sterminati sistematicamente e spogliati delle loro terre, avevano cultura, elaborati valori etici e morali, oltre a uno spirito guerriero. Anche se una larga produzione di film hollywoodiani li definiva nei dialoghi dei coloni semplicemente (e con disprezzo) “selvaggi”, tali non furono; anzi, da loro possiamo continuamente imparare qualcosa.

Un mondo che sovente è stato banalizzato dalle produzioni cinematografiche o umiliato sbrigativamente per giustificare una conquista spietata. Una vera guerra che debellò popoli il cui valore si può riassumere evocandone l’orgoglio e le tradizioni delle quali furono gli ultimi testimoni. Alce Nero, degli Oglala, che fu uomo di vaste conoscenze mediche e si convertì al cristianesimo, disse nel 1890: “Non è come nasci, ma come muori, che rivela a quale popolo appartieni”. Parole degne di Seneca.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2017-08-17/la-penna-poetica-indiani-americani-132811.shtml?uuid=AE8Zy3DC

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Giostra antica originale dell’800 con cavalli in legno a grandezza naturale


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La sola ed unica giostra veramente originale dell’800 con cavalli e carrozze in legno massiccio intarsiate e decorate a mano dai maestri dell’epoca.

La giostra Antica originale della famiglia Degli Innocenti arriva ai giorni nostri tramandata di generazione in generazione, dal bisnonno al nonno e al padre di Adriano Degli Innocenti che con l’aiuto della famiglia tutta, è riuscito a riportarla ai fasti delle epoche passate. Sì, delle epoche passate purtroppo, per questi gioielli di maestria e bellezza creati da mastri carrai e  della lavorazione del legno da Wiesbaden in Germania, dove si producevano oggetti di  tutti i generi derivanti dalla lavorazione del legno e che, per promuovere tale maestria, si prodigarono in costruzioni di “Caroselli”, questo è il nome originale a carattere Europeo che veniva dato a queste giostre, di cui pochi esemplari sono riusciti a sopravvivere alle mutazioni dei tempi, del divertimento e dell’inesorabile logorio degli agenti corrosivi e atmosferici che purtroppo hanno segnato la fine di questi bellissimi miracoli dell’ingegneria dell’epoca dedicata al divertimento. Una data certa di questa “Giostra Antica” rinvenuta nelle carte della famiglia, è datata 1820, mentre la data probabile della costruzione risale alla fine del ‘700. Questi dati possono essere forniti solo ed esclusivamente agli enti organizzativi che intendano affittare questa “Giostra Antica Originale” in una delle numerose manifestazioni che durante la vita di una città si andranno ad allestire nel periodo natalizio e anche in altro periodo non convenzionale. La storia finora  conosciuta, ci riporta al nonno Guglielmo (7 febbraio 1875), data stampigliata in rilievo sulla campana della giostra nell’anno della nascita dello stesso, e ancora funzionante. La campana serviva a dare il segnale di avvio del giro  ai cavalli posti all’interno del perimetro stretto della giostra, i quali, legati alla pavimentazione con una corda e posti uno diametralmente all’altro, si muovevano lentamente dando inizio al giro in giostra, i cavalli venivano sostituiti a turni di lavoro con altri freschi all’esterno della giostra (aveva già inventato il turnover), le luci si accendevano con l’acetilene, la musica arrivava dall’organo ad aria funzionante con i dischi di cartone e la giostra dava il via al divertimento per grandi e piccoli. Guglielmo Degli Innocenti sposa Elena Amedea Diana dalla quale ebbe 8 figli di cui l’ultimo maschio Cesarino Degli Innocenti, ebbe l’onere e l’onore di ereditarla e “Portarla” avanti nel tempo con la regola di non venderla mai a nessuno e per nessun motivo!!! Tale regola vige tuttora. Cesarino però ad un certo punto della nuova era, dopo la seconda guerra mondiale e più precisamente nel ’59 decide di farla “riposare” dalle fatiche di 200 anni e sostituirla con i più moderni e redditizi autoscontri. A dire il vero tali giostre hanno subìto sì l’arrivo degli autoscontri, declassandosi automaticamente da giostra per adulti e bambini a solo giostra per bambini ma che, con l’avvento delle più moderne giostrine a piatto fisso, che si vedono in  tutti i Luna Park  itineranti e in sede permanente anche in tutti i paesi italiani ed europei, tali giostre a cavalli divennero obsolete ed economicamente deficitarie anche perché le più moderne giostrine (non portando il logico rispetto ai gestori delle giostre a cavalli dell’epoca) iniziarono a montare sulle loro giostre anche i cavalli come figure di sostegno dei bambini, ed inoltre (dulcis in fundo) arrivarono a far vincere un giro omaggio di giostra a chi strappava il codino, cosa che sulla giostra antica originale dei cavalli non era possibile, e da qui iniziarono a chiudere i battenti pian pianino tutti i caroselli d’Italia eccetto qualche sporadico amatore e fra queste eccezioni la famiglia Degli Innocenti che per forza di volontà della mamma Guglielmina Chiari, moglie del Cesarino Degli Innocenti, volle imperiosamente che la giostra rimanesse alla famiglia e per tale scopo nel 1963 fece costruire un capannone per poterla ospitare al sicuro da pioggia e vento. La storia in seguito è quella nota  che si può vedere sul sito ufficiale della Johnny’s Games – www.divertiamo.com  dove per richiesta dei promotori del parco di Gardaland che la vollero per far rivitalizzare tale parco negli anni ’70, ricominciò la sua avventura tra piazze e città di tutta Italia, dove ancora oggi viene richiesta a piena voce e che per assurdo, non verrebbe accettata da quei gestori di giostrine tradizionali con le quali le “giostre antiche originali a cavalli ” non hanno nulla a vedere. Tale giostra si può affittare o noleggiare per tutti gli usi consentiti dalle leggi vigenti, dotata di tutti i documenti necessari per il funzionamento al pubblico pagante e non. L’ultima apparizione avvenuta in quel di Rapallo ( Ge) ha suscitato non poco stupore e interesse, cittadina alla quale voglio fare un ringraziamento speciale dell’ospitalità e della organizzazione adottata nel periodo natalizio 2014, così si creano i presupposti per proiettare le nostre città in uno scenario europeo dove “giostre a cavalli antiche originali”, ruote panoramiche oversize e altre attrazioni vengono allestite sistematicamente duranti tali periodi nei centri più in vista della città (Parigi, Londra, etc.), dando lustro alle stesse e nel contempo riabilitando lo spettacolo viaggiante tutto.

 

https://www.divertiamo.com/giostra-antica-originale-dell800-con-cavalli-legno-grandezza-naturale/

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I numeri delle città che si “mangiano” la campagna. La mappa europea dell’urbanizzazione


Una volta qui era tutta campagna: lo dicono i numeri. Nello specifico, quelli raccolti dalla European Environment Agency. Secondo la quale il 46% dei 639mila ettari di terreno urbanizzato tra il 2006 ed il 2012 era in precedenza utilizzato per le coltivazioni. A cui si aggiunge un 26,7% originariamente destinato al palco. E che invece oggi fanno parte di una città o sono stati sostituiti da una strada.

La EEA è un’agenzia dell’Unione europea che, tra gli altri compiti, si è occupata di portare avanti il progetto Corine. Una sigla che sta per “coordination of information on the environment” e dà il nome ad un progetto che dal 1985 raccoglie dati su diverse tematiche di natura ambientale. Tra questi c’è appunto il consumo di suolo, con misurazioni iniziate nel 1990. Di recente, l’EEA ha reso noti i dati relativi al periodo di rilevazioni compreso tra il 2006 ed il 2012, i più recenti a disposizione. Numeri che Infodata ha utilizzato per costruire questa infografica:

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La mappa consente un raffronto percentuale tra le diverse nazioni europee. Ovvero permette di capire, ad esempio, che l’Irlanda è quella che in percentuale ha consumato più aree a pascolo sul totale del suolo urbanizzato. Nello specifico, più di 2mila ettari, pari all’85% di tutto il territorio consumato tra il 2006 ed il 2012 nel Paese. Spostando il filtro sulle aree coltivate, si vede come sia questa la tipologia che ha maggiormente dovuto cedere il passo a case e strade.

In Liechtenstein il 100% del suolo antropizzato era utilizzato in precedenza per ospitare delle coltivazioni, in Danimarca l’88%, in Slovacchia il 78,3. E l’Italia? Siamo al 76,3%, per una superficie complessiva di oltre 26mila ettari. Questo significa che, ogni quattro metri quadrati di territorio urbanizzato in Italia tra il 2006 ed il 2012, in precedenza tre erano utilizzati per la coltivazione.

Se si prendono in considerazione le foreste, sempre attraverso il filtro presente sulla mappa, si vede come queste siano state la principale fonte di suolo”consumabile” in Scandinavia. Ma anche in Slovenia. Per capire invece meglio come siano andate le cose nel singolo Paese, magari confrontandolo con un altro, si può guardare alla seconda parte dell’infografica.

Qui viene infatti rappresentato l’intero suolo consumato tra il 2006 ed il 2012, suddiviso a seconda di quello che era prima dell’arrivo delle ruspe. Per l’Italia, visualizzata sul lato sinistro, si conferma come la quota maggiore di terreno urbanizzato fosse in origine destinato alle coltivazioni. Altra fetta significativa, anche se di gran lunga meno importante, riguarda le aree a pascolo: nel periodo considerato ne sono stati consumati oltre 5mila ettari l’anno. Quindi foreste, poco meno del 4%, e aree verdi, più del 3%.

Sul lato destro viene visualizzata la Francia. Oltre le Alpi la situazione cambia: se infatti le aree coltivate si confermano come quelle maggiormente sacrificate in nome dell’urbanizzazione, l’incidenza sul totale è maggiore. Si tratta infatti del 43% di suolo consumato nel periodo considerato, percentuale di poco superiore a quella di aree a pascolo trasformate in città. Utilizzando i filtri al di sopra dei grafici è possibile selezionare altri Paesi e scoprire come sono andate le cose nel resto d’Europa.

 

 

 

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/08/18/numeri-delle-citta-si-mangiano-la-campagna-la-mappa-europea-dellurbanizzazione/

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Quando gli schiavi eravamo noi


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Per secoli i cacciatori di schiavi nordafricani hanno seminato terrore in Italia.

Il mercato degli schiavi ad Algeri in un disegno europeo del 1700. I prigionieri europei vengono portati in catene, spogliati, esaminati con cura, talvolta picchiati e poi comprati da mercanti che li rivendevano, da privati, o presi come rematori.

1, 25 MILIONIGli europei deportati in Nord Africa tra il 1500 e il 1800.
Gli africani deportati in America dagli europei
tra il 1451 e il 1870 furono 12 MILIONI

http://www.focus.it/cultura/storia/quando-gli-schiavi-eravamo-noi

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L’hotel più antico del mondo


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Si trova in Giappone ed è il Nishiyama Onsen Keiunkan di Hayakawa, nella prefettura del monte Fuji. Figura al primo posto di due prestigiose classifiche: quella del Guinness dei Primati, come hotel più antico del mondo, e quella, stilata dalla rivista Usa Family Business, come impresa familiare più antica fra quelle ancora oggi operative e rimaste ininterrottamente in attività fin dalla loro fondazione.

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Nato nel 705, il Nishiyama Onsen Keiunkan è in esercizio da ben 1.310 anni: oltre tredici secoli che hanno visto avvicendarsi 52 proprietari. L’hotel sorge su una zona ricca di pittoresche sorgenti di acqua calda nell’area montana di Kyoto: la costruzione della stazione termale, in giapponese onsen, fu avviata con l’aiuto del figlio dell’imperatore regnante per offrire tranquillità e riposo ai visitatori e ai samurai dell’epoca.

 

Oggi per gli ospiti sono disponibili sei differenti tipi di bagni termali, che danno sollievo a molte patologie.

 

L’albergo offre anche un magnifico panorama sulle valli circostanti e sul fiume Minobu, che scorre proprio lì dietro.

 

http://www.focus.it/cultura/curiosita/dove-si-trova-lhotel-piu-antico-del-mondo

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Transiberiana d’Italia compie 120 anni


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– Il 18 settembre 1897 nasceva la linea ferroviaria Isernia-Sulmona, oggi più conosciuta come ‘Transiberiana d’Italia’. A 120 anni da quell’evento l’associazione culturale ‘Le rotaie’ di Isernia, in collaborazione con la Fondazione Fs, organizza domenica 17 settembre un viaggio sul treno storico. Si parte da Isernia alle 9 con arrivo a Roccaraso (L’Aquila) dove sarà allestita una mostra fotografica con immagini inedite e d’archivio. Alle 13, il primo momento clou: in stazione arriverà da Sulmona (L’Aquila) una locomotiva a vapore con i partecipanti che potranno assistere alle operazioni di manovra e manutenzione. Altro appuntamento alle 15:30 con la storica ‘Littorina’ d’epoca (Al 556) che per decenni è stata tra le protagoniste della tratta ferroviaria Sulmona-Isernia prima dell’avvento delle automotrici. Il rientro a Isernia è previsto alle 20. (ANSA).

 

 

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http://www.ansa.it/molise/notizie/2017/08/04/transiberiana-ditalia-compie-120-anni_662b2883-ff94-4b5c-a630-b82940fac639.html

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Elvis Presley, dieci giorni di celebrazioni a 40 anni dalla morte


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Graceland si prepara a celebrare il Re. A quarant’anni dalla morte, avvenuta la sera del 16 agosto 1977, sono ancora milioni i fan di tutte le età che ogni anno alimentano il pellegrinaggio verso i luoghi in cui è vissuto. Prima fra tutti la dimora a Memphis, in Tennessee, da lui acquistata nel 1957 e dove è sepolto. Per l’occasione Graceland ospita una serie di eventi dedicati al Re del rock’n’roll. Dieci giorni di raduni, feste a tema, gare di beneficenza, aste, concerti e dibattiti nella maestosa tenuta, con lo scopo di scoprire o riscoprire storie che hanno riguardato la vita di Presley. Il 15 agosto una veglia con candele accompagnerà i fan, che potranno camminare dai cancelli della villa fino alla sua tomba. Il giorno successivo, invece, data ufficiale della sua morte, si terrà un memoriale, mentre l’evento clou sarà un concerto con orchestra sinfonica che riproporrà i suoi maggiori successi. Sul palco anche un grande schermo che proietterà di continuo immagini di Elvis ‘the Pelvis’, così chiamato per i suoi movimenti oscillatori e rotatori del bacino.

 

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http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2017/08/15/foto/elvis-172905722/1/#23

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Diossina fumante. Discariche in fiamme dalla Sicilia alla Lombardia


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L’evento che probabilmente segna l’apertura della stagione delle discariche in fiamme (e soprattutto fumo) arriva il 5 maggio, a Pomezia (Roma). Brucia uno stabilimento di stoccaggio e smaltimento di rifiuti, con un grande boato e poi alcune esplosioni. Una gran nube nera aleggerà alla fine su ventuno comuni. Neanche tre settimane e il 24 maggio una discarica abusiva (sotto sequestro) alla periferia di Foggia va in fiamme. Il fuoco è stato appiccato. Nel giro di pochi minuti la colonna di fumo denso e scuro si vedrà da quasi tutto il capoluogo dauno. Saltiamo alcuni giorni e il 4 giugno a finire in cenere tocca a macchinari e parte dell’impianto di trattamento dei rifiuti a Casale Bussi (Viterbo). Neanche a dirlo, si alza una nuvola nera, tossica, generata dalla combustione proprio dei rifiuti stoccati.

Il 13 giugno a Ercolano si aprono le danze infuocate nelle discariche della Terra dei fuochi. L’incendio nell’ex “Cava Fiengo” è spaventoso, fiamme e fumi si scorgono a chilometri di distanza. Due giorni appena e il 15 giugno a Calvi Risorta (Caserta) brucia l’ex area Pozzi (sotto sequestro), famosa da tempo per aver ingoiato ogni tipo di rifiuto tossico e perché con due milioni di metri cubi di rifiuti è la più grande discarica abusiva d’Europa. Adesso il fuoco va a raffica: nel giro di una settimana viene incendiata l’ex Cava Monti a Ercolano, viene incendiata la discarica a Villa Di Briano, dove i rifiuti sono seppelliti fino a quindici metri di profondità. Poi le fiamme mandano in fumo (tossico) parecchie ecoballe a Taverna del Re (Giugliano).

E ormai si danza dappertutto. Il 19 giugno a Rende (Cosenza) vengono inceneriti i quarantadue ettari della vecchia discarica di Sant’Agostino (sequestrata qualche giorno dopo), la Procura indaga sull’incendio e sulla discarica, la sequestra e nemmeno venti goiorni dopo, il 4 luglio, viene nuovamente incendiata. Passa meno di una settimana e il 24 giugno i Vigili del fuoco devono intervenire per domare un incendio nella discarica di Spiritu Santu (Olbia). Quarantott’ore e il 27 giugno a bruciare è la discarica Cannicci a Civitella Paganico (Grosseto). L’Asl vieta di «consumare frutta e verdura raccolte nelle aree in prossimità dell’incendio o che potrebbero essere interessate dalla ricaduta di sostanze potenzialmente nocive se non preventivamente sottoposte ad un accurato lavaggio e non far pascolare animali ad uso zootecnico». Le fiamme hanno riguardato settantatremila metri quadrati di rifiuti urbani: «Un disastro per l’ambiente», annota il sindaco di Civitella, Alessandra Biondi.

Il 2 luglio dura diverse ore l’incendio alla discarica in via Romea a Ravenna. Ancora, il 4 luglio le fiamme attaccano la discarica di Cava dei modicani (Ragusa). Il 7 luglio a Senago (Milano) prende fuoco un deposito per la raccolta e lo stoccaggio di rifiuti, le fiamme bruciano capannoni che contengono plastica e legno, il fumo si vede a chilometri di distanza. E di disastro ambientale si parla il 12 luglio anche per l’incendio nel sito di stoccaggio dei rifiuti dell’“Ilside”, a Bellona (Caserta). Il fumo nero viaggia fino a Caserta e Aversa.

Arriviamo al 14 luglio, a Gioia Tauro (Reggio Calabria): una cinquantina di persone nel quartiere Ciambra vengono evacuate, per un incendio arrivato fino alla vicina discarica. Si replica anche ieri (13 agosto), di nuovo fuoco, di nuovo fra i rifiuti. Di nuovo nel capoluogo lombardo, poi: il 26 luglio ad Arese (Milano) un’altissima colonna di fumo nero sale in cielo ed è visibile anche a Milano e provincia: brucia un impianto di raccolta, lavorazione e riciclaggio di rifiuti ferrosi. Due giorni prima, il 24 luglio a Bruzzano (Milano), era andato a fuoco un capannone utilizzato per lo smaltimento di rifiuti. Il 30 luglio ad Alcamo (Trapani) un incendio attacca un deposito per la raccolta differenziata, anche qui si sprigiona una nuvola di fumo che copre la città e si vede anche dall’autostrada Palermo-Mazara del Vallo.

Siamo ad agosto. Il 1 vede un grande incendio in contrada Carrani a Montefalcione (Avellino). Le fiamme partono dal bosco, ma poi la situazione più critica s’innesca quando coinvolgono una vecchia discarica comunale, dismessa e interrata, di rifiuti urbani. Nelle notte del 2 agosto, a Rosignano Marittimo (Livorno), i vigili del fuoco intervengono alla discarica di Scapigliato per un
incendio che avvoltge nelle fiamme un locale dov’erano rifiuti in attesa di essere analizzati. Cinque giorni dopo a Brescello (Reggio Emilia), il 7 agosto, s’incendia l’isola ecologica di via Finghé e va in fumo lana di roccia, polistirolo, bruciano fanghi di rettifica e rifiuti misti da cantiere. Sempre il 7 agosto, ma a Venezia, un incendio divampa nella stiva di una chiatta oltre mille metri cubi di rifiuti. Due autopompe lagunari riescono poi a controllare il rogo.

E siamo a ieri, 12 agosto. A Imola un fumo scurissimo si alza dalla discarica “Tre Monti” che brucia, intervengono Vigili del fuoco, Arpa, Asl. E alla fine dell’estate manca ancora più di un mese…

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/fuochi-tossici

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Nella trappola del debito.


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Un raccolto andato a male. Una malattia improvvisa. Un prestito che non si riesce a restituire. Un affitto impossibile da fronteggiare. Basta poco, a volte un nonnulla. Si contrae un debito che non si riesce a estinguere e che, anzi, cresce sempre più. E si sprofonda, così, in un tunnel dal quale uscire è spesso impossibile. O dal quale si evade solo con la morte. Una vita in ostaggio, in balia di prepotenze, soprusi, abusi, violenze. Vessati, maltrattati, addirittura rinchiusi in campi sorvegliati da uomini armati. Una vita da “schiavi per debito” che non risparmia ma, anzi, si accanisce sulle fette più vulnerabili della popolazione pachistana: le minoranze (cristiane e indù), i profughi (soprattutto afghani), le donne, i bambini. E che arriva persino a tramandarsi: un debito non saldato si trasmette inesorabilmente da padre a figlio, condannando allo stesso destino di miseria e sofferenza. Un fenomeno, quello degli “schiavi per debito”, massiccio, che restituisce il volto oscuro, atavico, resistente al cambiamento del Pakistan. E che coinvolge un “esercito” sterminato di persone. L’entità del fenomeno sfugge alle statistiche ufficiali. Si teme che questa forma di schiavitù assoggetti qualcosa come 2,3 milioni di persone, su una popolazione complessiva di 191 milioni.

Eppure, sulla carta, il lavoro forzato non dovrebbe neanche esistere. È vietato dalla Costituzione. È stato abolito dal Bonded Labor System, nel 1992. Di fatto però la legislazione non ha scalfito un sistema – quello dei proprietari terrieri da una parte e dell’organizzazione tribale dall’altra – che si regge proprio sullo sfruttamento della manodopera, sulla sistematica violazione dei diritti dei lavoratori. E che coinvolge due settori chiave dell’economia pachistana, vale a dire l’agricoltura e la produzione di mattoni nelle fornaci.

I dati “catturano” l’importanza dei due settori. L’agricoltura oggi rappresenta circa il 25 per cento della ricchezza nazionale, garantisce il 65 delle esportazioni e impiega il 45 per cento dell’intera forza lavoro del Paese. Altrettanto significativo è il contributo dell’industria dei mattoni che rappresenta il 3 per cento del Pil pachistano. Secondo stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sull’intero territorio nazionale pachistano sono disseminate tra le 8mila e le 10mila fornaci e vi lavorano circa 1,5 milioni di persone. Nella sola provincia del Punjab, la più popolosa e la seconda più vasta del Paese, ce ne sono 5mila mentre in quella del Khyber Pakhtunkhwa se ne contano circa 400: vi trovano impiego più di mezzo milione di uomini, donne e minori. Il meccanismo sui cui si basa il “lavoro a debito” è semplice, quanto terribile e inesorabile. I lavoratori usufruiscono di prestiti o anticipi.

Dovrebbero essere uno strumento di sopravvivenza, si trasforma ben presto in un cappio che si stringe sempre più. Pagare il debito richiede in media due anni. Ma basta poco – spese impreviste, malattie dei familiari – per non riuscire a ripianarlo. E si finisce stritolati da un meccanismo perverso che incatena a vita. Le storie degli schiavi per debito sono tutte drammaticamente diverse. E tutte drammaticamente uguali: una piccola galleria di orrori quotidiani.

Per vivere Suleman poteva contare su un piccolo campo. La sua era una situazione non certo di privilegio, ma dignitosa. È bastato però un raccolto andato a male per frantumarla. Come tanti, Suleman non ha avuto possibilità di accedere a una forma di credito. L’unica risorsa su cui poteva disporre era la forza delle sue braccia. E la sua ostinazione. Suleman ha contratto un debito. Che non ha potuto ripagare. Da allora non si è più liberato.

Altrettanto drammatica la storia di Saif. A sconvolgere la sua vita la malattia improvvisa della sorella. «I suoi reni – ha raccontato – non funzionavano. Abbiamo cercato di racimolare i soldi necessari per farla curare. Abbiamo venduto il nostro bestiame. Poi abbiamo venduto la nostra proprietà. Poi abbiamo venduto tutto quello che ci restava. Ho contratto un debito di 5mila rupie con il proprietario di una fornace. Pensavo di lavorarci per un periodo limitato di tempo. Quando gli ho detto che volevo partire, il proprietario mi ha risposto: “Hai vissuto in casa mia, hai mangiato il mio cibo. Ora mi devi 11mila rupie. Se le hai, puoi andare. Altrimenti devi tornare al lavoro”». Il dramma di Saif non si ferma qui: «Sono tornato dopo alcuni giorni e mi ha detto che avevo un debito di 30mila rupie. E la cosa è andata avanti ancora e ancora. Ora devo 350mila rupie. E non ho nessuna possibilità di rigare questo debito».
Salima, otto anni, è una dei tanti minori costretti ogni giorno ad affastellare mattoni di argilla, uno in fila all’altro. Tutto il giorno mescola acqua, fango e sabbia: è una “pathera”, una “mattonaia”. A fine giornata il bottino è irrisorio: mille mattoni, due-trecento rupie, qualcosa come 4 euro. Come tutti i bambini ridotti alla schiavitù, è esposta a rischi altissimi. Infortuni. La cecità. La morte. Eppure per Salima oggi una speranza c’è. Un segno che l’intero sistema che intrappola gli “schiavi per debito” può essere combattuto, scalfito. E sconfitto.

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/pakistan-campagna-contro-schiavi-cristiani-e-indu

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La lunga storia dell’obbligo scolastico


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L’istruzione obbligatoria in Italia, oltre la quinta elementare, è storia molto recente. Un Paese scolarizzato troppo tardi. Forse questa è la causa di tutti i nostri problemi: mancanza di istruzione.

La storia dell’obbligo scolastico e della sua crescita è lunga ed è resa ancor più lunga dai pregiudizi, che sembrano ripetersi ogni volta che si arriva a una nuova tappa.

Coscrizione scolastica” così era chiamato l’obbligo scolastico nel dibattito che nella seconda metà del secolo XIX, allora come ora, infiammava l’opinione pubblica (che al tempo era un po’ più ridotta di adesso, limitata a classi ricche e intellettuali e a una parte del ceto medio, vista l’ampia diffusione dell’analfabetismo) ogni qualvolta si parlava di aumentarlo e financo di istituirlo. L’istituzione era avvenuta nel 1859 e prevedeva l’obbligo fino alla seconda in una scuola elementare che allora era solo di quattro anni. Il primo innalzamento lo si ebbe nel 1877 col governo della Sinistra storica: da due a tre anni, con sanzioni per i non ottemperanti (prima non c’erano e quindi l’obbligo oltre che più basso era pro-forma). Ma anche su un obiettivo così basso ci fu che pensava che la scuola dovesse essere inaccessibile per le classi popolari se è vero che ci furono venti voti contrari alla Camera. Il Ministro era allora Coppino il quale fece anche altri due atti degni di rilievo: l’innalzamento del percorso elementare da quattro a cinque anni e la sottrazione delle scuole tecniche al Ministero dell’agricoltura e dell’industria e la loro assegnazione all’Istruzione (alla quale saranno nuovamente tolte da Gentile nel 1923, come si vede, anche in questo caso la storia si ripete e riguarda, mutatis mutandis, sempre un certo tipo di scuole!).

Ancora più virulenta fu la polemica quando si trattò di portare l’obbligo scolastico alla quinta elementare, cosa che avvenne con Orlando nel 1904, il quale anzi stabilì come limite di età i 12 anni con l’istituzione della sesta classe per le moltitudini che non proseguivano gli studi ( ma, essendo le bocciature a quei tempi alte nelle elementari, la massa si fermava, quando andava bene, alla quinta).

In molti casi però l’attuazione di questa norma non avvenne o avvenne solo dopo il 1910 quando l’istruzione elementare divenne statale: molti comuni infatti, soprattutto nel Meridione, non erano in grado di istituire scuole quinquennali.

L’obbligo a 14 anni fu istituito ufficialmente da Gentile nel 1923. Fu fatto per aderire ad una convenzione internazionale di alcuni anni prima, ma di fatto anche questa volta rimase lettera morta per la stragrande maggioranza delle ragazze e dei ragazzi italiani fino al 1962-63 quando fu avviata la riforma della scuola media. E questo nonostante che dal 1948 anche un articolo della Costituzione della Repubblica imponesse un obbligo di frequenza scolastica di almeno otto anni.

La cosa è talmente vera che probabilmente se si chiedesse a tutti gli italiani quando è stato istituito l’obbligo scolastico a 14 anni la maggioranza risponderebbe nel 1963 con la scuola media unica.

In realtà, molti se lo ricorderanno,in quel periodo vigeva per il percorso post elementare un rigido doppio canale (ancora la storia si ripete!): da un lato la scuola media, ginnasio dimezzato, con prosecuzione agli studi superiori e dall’altro l’avviamento professionale (tecnico, commerciale, agricolo)indirizzato al lavoro. Per una eventuale prosecuzione dall’avviamento all’ITIS occorreva un esame di ammissione, quindi non si può proprio dire che l’avviamento fosse un canale tecnico: era, come sempre,la gronda di scarico degli alunni più poveri e più deboli verso il lavoro. Mentre, perché non ci fossero dubbi, a quel ginnasio dimezzato che era scuola media (con tre annualità di latino e solo due di lingua straniera, senza scienze e senza tecnica) si accedeva dopo un esame di ammissione alla fine della quinta elementare, molto rigido e selettivo.

Insomma tra ginnasi dimezzati, selezioni di ammissione e centralità del latino, si può dire che nella nostra storia le nostre classi dirigenti non solo non hanno mai saputo costruire una scuola seria per il popolo, ma neppure una per i ceti medi.

Sta di fatto che, quando nel 1960 si abolì l’esame di ammissione alla scuola mediae si cominciò a discutere di riforma di quest’ultima, la licenza media era appannaggiotre italiani su dieci. E non si creda che la scelta di avviarsi su questa strada fosse un fulmine a ciel sereno: dieci anni prima la licenza media era appannaggio di appena due italiani su dieci, ma dal 1958 si assisteva ad una pressione impetuosa alle porte della scuola media, che grosso modo nel 1963, anno di attuazione della riforma, avrebbe portato i licenziati tra i nati del 1949 al 45% . In tre anni praticamente un incremento del 15%, il doppio di quello dei sette anni precedenti: effetto del boom economico e anche di quello delle nascite!

La classe dei nati del 1952, la prima che usufruì della riforma, si licenziò tuttavia appena al 61,82%, alla faccia dell’obbligo scolastico fino a 14 anni, ma con un altro grosso balzo di quasi il 17% in tre anni. Poi la crescita dei licenziati della scuola media si stabilizzò fino ai nati tra il 1956 e il 1959 che frequentarono la scuola media tra il 1967 e il 1973, anni topici, come si può vedere. Ci fu allora su quelle tre coorti di età una crescita di più del 21%.

Ma si era ancora appena all’83% dei licenziati sui nati nel 1959. Per arrivare al 100% di licenziati bisogna infatti arrivare, con gradualità, molto più avanti: alla classe dei nati nel 1976 che ottennero la licenza per lo più nel 1990 e qualcuno anche dopo a causa delle ripetenze o conseguendola nei corsi per adulti, nel frattempo istituiti.

Ci fu dunque una lunga dispersione nel percorso della scuola media unica, e questo è uno degli argomenti che ancora si usa contro quel percorso ed anche contro un eventuale percorso unico o unitario per l’innalzamento dell’obbligo a 16 anni. Ma gli errori furono corretti aggiustando il tiro con le riforme del 1975 del 1977. C’era molta selezione all’inizio che allontanava i ragazzi: tutti ricordiamo la lezione di Don Milani, ma la scelta di Don Milani non era la sopravvivenza dell’avviamento, e la lezione fu quella di inserire le sue metodologie nella scuola di Stato non quella di costruire 10 100 1.000 corpi separati per gli alunni più deboli (molti ricordano la tentazione segregante delle classi differenziali). Prima ancora delle riforme del 1975-77 ci furono cambiamenti nell’atteggiamento degli insegnanti: il balzo in avanti delle licenze medie nel periodo 1967-1973 non è dovuto probabilmente solo a una minor dispersione ma anche ad una minor selezione. E poi ci furono microinterventi assai significativi: nei primi anni settanta l’istituzione dei doposcuola statali (libere attività complementari e studio sussidiario), le prime esperienze di scuola integrata (parallele al tempo pieno nella scuola elementare), le 150 ore per gli adulti che dovevano recuperare la “loro dispersione” e infine, ma siamo già al 1984, il tempo prolungato.

Tutto ciò non ci sarebbe stato se non ci fosse stato il coraggio di fare quella scelta della scuola media unica nel 1962, se ci fosse stata una via di fuga su cui scaricare le contraddizioni, se si fosse mantenuto il secondo canale dell’avviamento professionale, che allora si volevanell’obbligo a 14 anni con le stesse argomentazioni che oggi sentiamo in bocca ai fautori del doppio canale nell’obbligo a 16 anni.

Con l’obbligo scolastico oltre i 14 anni, a 16 o a 18, lo stesso coraggio stenta a vedersi.

Berlinguer lo portò timidamente a 15 (è rimasta comunque finora la scelta più avanzata, il che è tutto dire!) e fino a 18 introdusse un obbligo non scolastico ma formativo.

La Moratti retrocesse l’obbligo scolastico a 14 anni, lo sostituì con un diritto-dovere dove ci stava dentro la formazione professionale ed anche l’apprendistato puramente lavorativo ed questo lo stabilì fino a 18 anni, ma in prima applicazione fino a 16 e forse in seconda a 17 .

Fioroni parla di obbligo di istruzione a 16 anni (dimenticando che “istruzione” è parola giuridicamente più forte e precisata di “scuola”, altrimenti perché sarebbe Ministro della Pubblica Istruzione?) ma vi comprende dentro anche la formazione professionale (che non dipende dal Ministero della Pubblica Istruzione) e a tal fine stiracchia i concetti di “unico” e “unitario” finora applicati ai bienni per applicarli all’obbligo.

Insomma oggi che il 98% dei licenziati della scuola media prosegue nelle superiori e che oltre il 70% arriva al diploma è più difficile parlare di obbligo scolastico e di percorsi unitari di quando nel 1960 si parlava di scuola media unica con appena il 30% che arrivava a terminare la scuola media. E i “politicanti” di allora, niente più che compiacenti democristiani con qualche socialista di complemento, confrontati alle titubanze dei nostri, che pure si riempiono sempre la bocca di riformismo, ci sembrano dei giganti pronti a sfidare il futuro.

Se per realizzare nei fatti l’obbligo scolastico a 14 anni ci sono voluti 67 anni dalla proclamazione ufficiale, 28 dall’approvazione della riforma della scuola media e 24 dalla prima generazione che ne ha usufruitoquanti ce ne vorranno con questi chiari di luna per realizzare un autentico obbligo scolastico, privo di ambiguità, a 16 o a 18 anni?

 

http://www.flcgil.it/scuola/la-lunga-storia-dell-obbligo-scolastico.flc

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I muri «mentali» infiniti


12 agosto - I muri «mentali» infinitiA metà del ventesimo secolo i muri erano meno di cinque. Mentre nel 1990, quando venne abbattuto il muro di Berlino le recinzioni in giro per il mondo erano una quindicina. Vent’anni dopo il loro numero era praticamente triplicato arrivando a superare la quarantina. Di questi almeno 20-25 sono stati edificati nell’ultimo decennio con un sensibile aumento dopo gli attentati dell’11 settembre.

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Dai prodotti di scarto del legno, nasce la Cellulosa Nanocristallina


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Il futuro della tecnologia potrebbe essere negli alberi. La cellulosa nanocristallina (NCC) un materiale ricavato dalla pasta di legno trasparente, atossico, economico, elastico e resistente, che potrebbe sostituire plastica e metalli  in diversi ambiti, dalla produzione di componenti per auto o computer all’abbigliamento tecnico. Non c’è bisogno di abbattere alberi, la NCC si ottiene anche da scarti come trucioli o rami secchi.

 

https://alchimag.net/materiali/dai-prodotti-di-scarto-nella-lavorazione-del-legno-nasce-la-cellulosa-nanocristallina/

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Gisella Venditti e Guido Petrocchi.


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Gisella Venditti e Guido Petrocchi, amici di vecchia data. Quante cose ho imparato da loro. Due persone  straordinarie, non meritavano una fine così brutta. E’ ingiusto.

Insieme hanno combattuto, insieme hanno  vissuto il vero amore l’un per l’altra e insieme se ne sono andati, uniti per sempre.

Portatori di numerose campagne a difesa dei diritti umani e  di un’economia sostenibile.

L’ultimo impegno di Gisella era stato sulla sicurezza stradale. In Abruzzo e nel Lazio c’è urgenza di intervenire sulla sicurezza della A24 ed A25: ben tre terremoti 2009, 2016 e 2017, nonché altri eventi calamitosi hanno reso ancor più irrinunciabile l’intervento. Distrugge il pensiero, che su quel tratto della A24 Gisella e Guido hanno trovato la morte. I lavori di messa in sicurezza inizieranno solo nel 2021.

Giovanna Nicolella.

Per ricordarli (una piccola parte del loro impegno):

 http://www.flagoftheplanetearth.org/ContentView.aspx?Lang=it-IT&Cid=1124&Nid=10353&AspxAutoDetectCookieSupport=1
 
http://nuoviorizzonti-cmadama.blogspot.it/2012/11/piana-di-campaegli-lappello-di-gisella.html

 

http://subynews.blogspot.it/2010/07/cervara-di-roma-incendio-campaegli-si.html

 

http://www.romatoday.it/cronaca/incidente-stradale/morti-guido-petrocchi-gisella-venditti.html

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Il paese in cui i giovani sono in via d’estinzione


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La provincia che ha la più bassa percentuale di abitanti dai 18 ai 30 anni in Italia è Ferrara. Il comune che detiene il record negativo si chiama Lagosanto. Lo specchio dell’Italia che invecchia, che non investe sui ragazzi, che li lascia scappare, o diventare “Neet”. Fra politica, chiusura, e declino, la voce di chi resta

 

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/01/news/il-paese-in-cui-i-giovani-sono-in-via-d-estinzione-1.307230

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Guerra all’ultimo assaggio, il Tiramisù è friulano. E il Veneto insorge


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Stuzzica il palato e incuriosisce la faida che da alcuni giorni anima Veneto e Friuli Venezia Giulia, la causa è tutta da gustare perché è in un dessert: il Tiramisù. Lo scorso 29 luglio infatti, il ministero delle Politiche agricole ha approvato un decreto che attribuirebbe la paternità del dolce al Friuli, scatenando l’ira dei veneti che, ormai da decenni, combattono con i vicini per le “ghiotte” origini.

Il nome del dolce fu coniato in dialetto veneto “tiramesù” e poi italianizzato in “tiramisù” per le eccezionali capacità ristoratrici e nutrizionali del dessert. Tale identificazione venne ripresa non solo in Veneto, ma in Italia e nel mondo per proporre il “tiramisù” senza essere mai contestata.

D’altro canto invece, i friulani offrono una versione più folkloristica, secondo cui negli anni ’50 a Tolmezzo (in provincia di Udine) la signora Norma Pielli, che gestiva l’albergo ristorante “Roma”, inventò la ricetta di questo dolce, battezzato Tiramisù da un gruppo di sciatori triestini. Norma Pielli creò il dolce nel 1951 ispirandosi al “Dolce Torino” codificato da Pellegrino Artusi nel suo  ” La Scienza in cucina e l’arte di mangiare bene” del 1891, ma sostituendo al burro il mascarpone, poi diventato l’ingrediente principale.

 

http://www.huffingtonpost.it/2017/08/07/guerra-allultimo-assaggio-il-tiramisu-e-friulano-e-il-veneto_a_23068948/

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Le ragazze rapite da Boko Haram in Nigeria che tornano dai loro aguzzini


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Era il 14 aprile del 2014 quando 223 studentesse di una scuola di Chibok, in Nigeria, vennero sequestrate dai miliziani islamisti di Boko Haram. Che fine hanno fatto, oggi, quelle giovani, per le quali anche l’Occidente si mobilitò sui social grazie all’hashtag #bringbackourgirl? Alcune, una volta liberate, sono tornate dai miliziani che le avevano rapite.  Il nuovo volto della tragedia è quello del plagio e della resa psicologica: segno che la sottomissione è ormai quasi completa, e che sarà difficilissimo vincere quest’ultima battaglia contro gli estremisti islamici che da anni le tengono in pugno.

Tornate nei villaggi in cui sono cresciute, (vittime dei pregiudizi)  non hanno ricevuto  alcun tipo di assistenza psicologica. Anzi i loro vicini le trattano con disprezzo perché sono in molti a pensare che abbiano subito il lavaggio del cervello da Boko Haram. Spesso finiscono dalla padella alla brace, perché a controllare i villaggi sono miliziani che uccidono a caso, la cui brutalità non è da meno rispetto al gruppo di miliziani jihadisti.

 

http://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2016/03/05/le-ragazze-vittime-di-boko-haram-abbiamo-una-colpa-siamo-vive/

http://www.corriere.it/esteri/17_luglio_28/ragazze-rapite-boko-haram-nigeria-che-tornano-loro-aguzzini-067a39f2-736a-11e7-a3f5-e19bfc737a80.shtml

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Fuoco e fiamme sul mondo intero


Il timore è che il presidente Donald Trump possa tentare di rallentare o addirittura bloccare lo studio sul cambiamento climatico che deve essere ancora approvato.  Il presidente ha sempre rifiutato di dire se creda o meno nelle responsabilità umane nel surriscaldamento climatico. 10 agosto - Fuoco e fiamme sul mondo intero

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Il ghiacciaio si scioglie, in Trentino spuntano i resti di un soldato della Prima guerra mondiale


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Il corpo di un soldato italiano della prima guerra mondiale è stato trovato in Trentino a 2.920 metri di quota; il rinvenimento dei resti è una conseguenza del ritiro dei ghiacci causati dal gran caldo dell’estate. Il cadavere è stato intrappolato per cento anni nella zona della del passo della Val di Fumo, uno degli scenari della cosiddetta «guerra bianca» combattuta in alta quota tra l’esercito italiano e quello austro ungarico tra il 1915 e il 1918. Le spoglie del militare sono state riportate a valle con una operazione coordinata tra carabinieri e soprintendenza dei beni archeologici della Provincia di Trento. Nei prossimi giorni verranno analizzati i resti di dare un nome e un cognome al milite ignoto: utili al riguardo potranno rivelarsi le mostrine dell’uniforme (in grado di stabilire il reggimento di appartenenza del soldato» o altri eventuali documenti che il ghiaccio ha conservato per un secolo.

 

http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_04/caldo-record-ghiacciaio-si-scioglie-spuntano-resti-una-coppia-scomparsa-1942-c209b1b4-793e-11e7-9267-909ddec0f3dc-bc_principale.shtml

 

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Caldo record e agli alpaca rimane solo il ciuffo


alpaca

Dieci chili in meno e cambio look per i cinque alpaca che vivono al Parco Natura Viva di Bussolengo: il caldo torrido dei giorni scorsi ha imposto una tosatura straordinaria dei caratteristici camelidi sudamericani, ai quali ora è rimasto solo un gran ciuffo lanoso che copre i loro occhi. Forme definite e un “restyling” notevole rispetto alla loro immagine tipicamente invernale, quando il folto e spesso vello riccioluto è necessario a proteggerli dal clima freddo: alleggeriti di un paio di chili di lana ognuno, al maschio e alle quattro femmine è rimasto solo qualche centimetro di manto necessario a proteggersi dall’escursione notturna. A condurre le operazioni di tosatura il maggior esperto allevatore di alpaca d’Italia che, grazie alla proverbiale pacatezza degli esemplari di questa specie, ha impiegato circa un’ora ognuno.

Miti e non proprio estroversi, dopo la tosatura i cinque sono tornati nel proprio reparto con un aspetto meno goffo e più simpatico di prima, inconsapevoli di portare sul dorso quella che gli Inca chiamavano la “fibra d’oro”: più fine e durevole del cachemere, la lana di alpaca è un tessuto di alto pregio, leggera e anallergica, utilizzata per realizzare molti prodotti. Ma ha un valore in più per la conservazione delle specie a rischio estinzione: l’alpaca è una specie domestica e allevarla, significa ridurre la pressione su altre specie selvatiche che indossano velli preziosissimi, come il guanaco e la vigogna.

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/animali/2017/08/08/caldo-record-e-agli-alpaca-rimane-solo-il-ciuffo_5ebc225f-3342-4c6c-acb3-13e99e04588f.html

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Marcinelle, la tragedia dei «musi neri» italiani


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Sessant’anni fa l’incendio nella miniera belga che causò 262 morti, 136 dei quali immigrati dal nostro Paese. Nel gennaio del 1961, la condanna a sei mesi del direttore dell’impianto, Adolph Calicis, mentre gli altri imputati verranno assolti e la miniera, dichiarata civilmente responsabile, costretta a pagare 25 milioni di lire ai familiari di alcune delle vittime non ancora risarcite.

La situazione si presenta immediatamente nella sua drammaticità, complice lo stato in cui versa la miniera, datata 1830, dotata di due sole vie d’uscita e con strutture interne in legno e quindi infiammabili, ma soprattutto priva da tempo dei necessari interventi di manutenzione. Il Belgio non è nuovo a tragici incidenti minerari, ma Marcinelle rappresenterà uno spartiacque, un dramma che segnerà per sempre la storia del Paese: nelle viscere della terra trovano la morte 262 persone delle 274 presenti quel giorno in miniera, di ben dodici nazionalità diverse, tra cui l’Italia, che con 136 vittime paga il prezzo umano più alto.

L’esperienza di Marcinelle aprirà un dibattito internazionale sulle norme di sicurezza del lavoro minerario mentre si chiude la stagione della grande migrazione italiana verso il nord Europa, e per tutti la tragedia dell’8 agosto 1956 rimane il simbolo del prezzo pagato dall’uomo, soprattutto dagli ultimi, alla miseria del dopoguerra.

http://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/08/02/marcinelle-tragedia-musi-neri-italiani-0d59f432-58be-11e6-b011-ed7749260a21.shtml

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Dustin Hoffman e i suoi 80 anni: “La fortuna di non essere bello”


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Dustin Hoffman compie 80 anni (è nato l’8 agosto 1937 a Los Angeles) proprio quando il film che lo lanciò, Il laureato, compie 50 anni: ne aveva 30 allora Hoffman, ma recitava un personaggio di 20 (Benjamin Braddock), ed è curioso notare che l’attore aveva appena sei anni in meno di Anne Bancroft nei panni della seducente Mrs. Robinson che avrebbe dovuto avere l’età di sua madre, almeno 45. Il suo aspetto da ragazzino – o meglio, da semi elfo d’indefinibile età – consentì a Hoffman varie magie d’attore e spiega anche la sua longevità (non ha mai smesso di lavorare),  e il fatto che nonostante i capelli ormai del tutto bianchi il volto non è poi cambiato tanto. “Ho un vantaggio iniziale” dice Hoffman, che in ogni intervista è sempre scherzoso, allegro, ne fa quasi una missione giocare con i giornalisti, raccontare barzellette osé, ricordare aneddoti che sa provocheranno la risata. “Non ho mai dato molta importanza al mio aspetto fisico non essendo mai stato un adone. Un peso di meno e una grana in meno. I belli si dannano per rimanare tali, e finiscono spesso assai infelici”.

 

http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2017/08/07/news/dustin_hoffman_80_anni-172247583/

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Catastrofi naturali: “Entro la fine del secolo i morti saranno il doppio degli Anni 80”


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Analisi dello European Commission Joint Reseach Centre.

Tra il 1981 e il 2010, hanno perso la vita mediamente tremila cittadini dell’Unione europea ogni anno a causa di disastri meteorologici. E’ quello che gli esperti definiscono «periodo di riferimento», la situazione di partenza dello studio. Rispetto a questo dati iniziale, la tendenza è prevista al rialzo. «Senza l’attuazione di misure di adattamento, questo numero può crescere in modo significativo nei prossimi decenni», avverte l’istituto di ricerca europeo. Si va incontro a morti strutturali per disastri mortali.

 

Le misure di prevenzione contano molto, perché a seconda di ciò che si fa o non si fa le previsioni cambiano. Ad esempio da qui al 2040 le vittime per catastrofi naturali in Europa potrebbe variare da 10.700 a 59.300, a seconda di come si deciderà di agire o non agire. Lo European Commission Joint Reseach Centre preferisce mettere in guardia sul numero medio potenziale di decessi (32.500). Ma in prospettiva la situazione rischia di sfuggire ancor più di mano. Per la fine del secolo (2100), ogni anno in Europa si rischia di contare qualcosa come 152mila vittime da maltempo, ma anche in questo caso si tratta di valori medi. Si potrebbe arrivare a registrare fino a 239.800 morti, secondo lo scenario peggiore.

http://www.lastampa.it/2017/08/07/esteri/catastrofi-naturali-entro-la-fine-del-secolo-i-morti-saranno-il-doppio-degli-anni-cQT4zJGWT7y9EjDnrjxT3M/pagina.html

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Ritrovata in Israele la città degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo


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Archeologi israeliani hanno ritrovata l’antica città di Julias, dove nacquero gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo. Un sito stratificato, con resti bizantini e romani di epoca classica è stato individuato e portato alla luce sulla sponda settentrionale del Lago Tiberiade, nella valle di Bethsaida.

La scoperta che ha convinto gli archeologi di essere in presenza della città citata dagli storici di epoca romana ma mai ritrovata, è stata quella di un complesso di bagni, il che indica che siamo di fronte a una “polis” romana, non un villaggio, una città dotata di servizi pubblici, come ha sottolineato il professor Mordechai Aviam del Kinneret College, citato dal quotidiano Haaretz.

L’esistenza di Julias è citata dallo storico ebreo Josephus Flavius. Venne fondata nel I secolo dopo Cristo dal re Filippo Erode, figlio dell’Erode sterminatore dei bambini alla nascita di Cristo. Il re trasformò il villaggio di pescatori di Bethsaida in una vera città. E i bagni scoperti dimostrato che lo storico aveva ragione.

Julias prese il nome dalla moglie dell’imperatore Tiberio e fu protagonista della grande rivolta contro i romani del 67 dopo Cristo, repressa nel sangue e con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, un altro episodio raccontato in prima persona dallo storico Josephus.

Julias si trova in quello che era il delta del fiume Giordano sulle sponde del lago Tiberiade. Venne probabilmente distrutta, sommersa dal fango trasportato dal fiume e poi riedificata in epoca bizantina, come ha ipotizzato lo studioso Noam Greenbaum dell’Università di Haifa. Gli archeologi sono convinti di aver trovato anche i resti di una basilica bizantina, citata da un vescovo in viaggio in Terra Santa nell’VIII secolo.

I ricercatori hanno anche ritrovato monete dell’epoca dell’imperatore Nerone, che dimostrano come fosse abitata attorno al 65 dopo Cristo. La basilica venne invece edificata nel III o IV secolo dopo Cristo, sulle fondamenta di quella che si pensava fosse la casa di Pietro e Andrea.

http://www.lastampa.it/2017/08/06/esteri/ritrovata-in-israele-la-citt-degli-apostoli-pietro-andrea-e-filippo-Nhu73V9prYsGlHg5cYZxsM/pagina.html

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Cartoline d’Italia: La vacanza inizia in autostrada, tappa fissa nel non-luogo Autogrill


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L’Autogrill è  in un certo senso democratico. Anche chi arriva con una Ferrari deve fare la fila per il bagno. Entra dai tornelli e segue il percorso forzato dove lo sguardo del viaggiatore è conteso dai totem che si stagliano e alternano peluche dimensione umano alle piramidi di Toblerone e alle mega confezioni di Pringles a sette euro e quarantanove. Nel non-luogo Autogrill esistono cose che noi umani fuori dalla rete autostradale non avremmo mai visto, come la scatola di patatine da mezzo chilo e la bottigliona di pop corn. Siamo pur sempre in Italia e così l’itinerario prosegue tra una piccola enoteca, i salami, il parmigiano. Poi, quando manca poco alla cassa, prima dei libri, l’atteso reparto giocattoli, qui dominato dall’essenziale confezione degli “80 pennarelli Super Mega Coloring di Frozen”. In verticale il pacchetto svetterà sulla statura del piccolo consumatore che in macchina inizierà a giocarci, investimento sul buon umore del tragitto rimanente.

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http://www.lastampa.it/2017/08/06/societa/cartoline/cartoline-ditalia-la-vacanza-inizia-in-autostrada-tappa-fissa-nel-nonluogo-autogrill-gwaBoABJlPXl9Y8VAlFS2N/pagina.html

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Politici al mare ieri e oggi. Cinquant’anni di relax, di destra e di sinistra


Arriva l’estate ed è tempo di mare, spiagge, costumi e libertà, smessi gli abiti da ufficio, camicie, cravatte, tailleur e tacchi alti,  i politici – di tutte le stagioni – si rilassano. Anche se in vacanza corrono il rischio di essere immortalati da paparazzi sempre all’erta, per valutare muscoli e pancette.  Delle loro ferie si parla molto. Dalle mete preferite agli accompagnatori, dai look in spiaggia alle passioni sportive, alla impietosa prima “prova costume”.  Ma non è sempre stato così facile immortalare i politici, di governo e di opposizione,  lontani dai Palazzi, forse perché i politici della Prima Repubblica erano più discreti, meno vacanzieri, o semplicemente perché questo gusto un po’ voyeuristico per il loro privato è arrivato solo di recente.

Sappiamo, però, che anche i protagonisti della nostra prima Repubblica si concedevano vacanze, più spesso in montagna come De Gasperi, Gronchi,Andreotti, Pertini e Togliatti, ma anche al mare, come Aldo Moro, che però si presentava in spiaggia in camicia e pantaloni, o Enrico Berlinguer, che si confondeva tra i bagnanti per passare inosservato,  ma portava in valigia i classici del marxismo da leggere sotto l’ombrellone. Ecco, dunque, gli scatti d’epoca delle onorevoli vacanze, e le immagini più recenti.

Aldo Moro sulla spiaggia di Terracina nel 1972.

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Palmiro Togliatti e Nilde Iotti a Courmayeur

togliatti-e-nilde-iotti-a-courmayeurBerlinguer  con Giorgio Napolitano in vacanza all’Isola d’Elba nel 1978.

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Pertini in montagna nella classica posa con pipa in mano.

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Amintore Fanfani in Toscana, 1958

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Bettino Craxi in Tunisia

foto di archivio di bettino craxi

Estate 1991: Berlusconi e amici, tutti insieme sul Barbarossa.

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Gianfranco Fini a Fregene.

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, si gode il suo relax al mare tra bagni e sole, insieme alla sua compagna Elisabetta Tulliani.

Massimo D’Alema polico navigato.

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Umberto Bossi, 1 e 2 il ritorno della canottiera

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Roberto Formigoni  in una delle sue crociere “omaggio”

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Matteo Renzi e famiglia al mare in barca

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http://www.iodonna.it/attualita/in-primo-piano/2015/08/09/politici-al-mare-ieri-e-oggi-montecitorio-on-the-beach/

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Per fermare la violenza sulle donne bisogna educare gli uomini


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La struttura psichica, quella conscia e quella inconscia, si forma all’interno della società di appartenenza: la famiglia, la scuola, la vita sessuale, il lavoro, le passioni, gli ideali, i sogni, tutte le esperienze prendono forma all’interno del tessuto sociale.

Il miglior modo per contrastare la violenza di genere è tutelare il welfare state: per esempio la scuola, dall’asilo nido in poi, può rivelarsi un fattore protettivo rispetto alle patologie famigliari di oggi, e domani può diventare il luogo dove intercettare ragazzi che stanno sviluppando istinti violenti.

Di fronte a una società in cui le famiglie si vanno nuclearizzando, la psicoterapia non può essere solo appannaggio di una classe sociale che se lo può permettere. Questo significa immaginare una società futura dove crescere dei cittadini responsabili e non solo uno stato che, in assenza di una cultura della relazione, cerca come può di proteggere le vittime.

 

https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/08/01/femminicidio-violenza-donne-educare-uomini

 

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Martin Shkreli condannato per frode.


Nel mese di agosto del 2015, la-na-martin-shkreli-drug-hikes-20160204.jpg aveva acquistato i diritti per produrre Daraprim, farmaco utilizzato nel trattamento di pazienti affetti dal virus dell’Hiv. In una notte aveva portato il prezzo da  13 dollari e mezzo a 750 . Il prezzo era aumentato di più del 5000% per decisione del Ceo della start-up americana Turing Pharmaceuticals.

Oggi, Martin Shkreli è stato condannato per frode  finanziaria e associazione a delinquere, dopo un processo durato cinque settimane nel tribunale di Brooklyn.

1442998071_daraprim-em-600x335.jpg Una speculazione  che riguarda la  salute è sempre deplorevole.

 

 

http://www.repubblica.it/esteri/2017/08/04/news/usa_martin_shkreli_big_pharma-172379662/