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Il 2019 è stato un anno di fuoco per le foreste.


Mentre ad agosto il mondo prestava grande attenzione ai fuochi che bruciavano nella foresta pluviale amazzonica del Brasile, le immagini satellitari della Nasa mostravano un numero molto maggiore di incendi nel continente africano: la Nasa definì in quei giorni l’Africa il “continente del fuoco”, dove si registrava il 70% dei 10.000 incendi che colpivano tutto il mondo in un giorno medio di agosto.

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Per quanto riguarda  l’Amazzonia dal primo gennaio 2019 al 15 novembre sono stati ben 233.473 gli incendi registrati. A luglio di quest’anno, poi, si è raggiunto un livello record di deforestazione pari a 2.250 chilometri quadrati di foresta persa e agosto è stato individuato come uno dei mesi peggiori degli ultimi 5 anni per il numero di incendi con ben 75.356 focolai. Gli incendi boschivi sono direttamente correlati alla deforestazione e, nonostante il calo del numero di incendi a settembre (inferiore del 20% rispetto al 2018), l’eliminazione delle foreste continua a tassi altissimi. Fino ai primi 19 giorni di settembre, l’area totale dei punti di deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha coperto 7.580 chilometri quadrati, con una crescita significativa del 153% rispetto agli ultimi 10 anni.

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Enorme la perdita di biodiversità registrata anche nella vicina Bolivia: più di due milioni di animali selvatici, tra cui circa 500 giaguari, ma anche puma e lama, sono morti in 2 settimane di incendi che hanno devastato enormi aree delle foreste boliviane, in particolare la savana tropicale Chiquitania nell’est del Paese.

Più di 328.000 ettari – un’area quattro volte e mezzo le dimensioni di Singapore – sono stati inceneriti invece nella sola Indonesia, generando circa 360 milioni di tonnellate di emissioni di anidride carbonica in appena un mese e mezzo (dal primo agosto al 18 settembre) secondo i dati del servizio di monitoraggio dell’atmosfera Copernicus dell’Ue.

Un tempo sulla superficie del pianeta c’erano 6 mila miliardi di alberi e oggi ne rimangono meno di 3mila miliardi. Ogni anno ne perdiamo 15 miliardi, aumentando in questo modo l’effetto dei cambiamenti climatici, riducendo lo spazio vitale per la biodiversità e rendendo più difficile la vita a miliardi di persone

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/il-2019-e-stato-un-anno-di-fuoco-per-le-foreste-solo-in-amazzonia-bruciati-12-milioni-di-ettari/

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Argentina 1976 – 1983. Lo sterminio di una generazione


Solo chi pensa può comprendere che serve un cambiamento nel mondo, pertanto si può affermare che “pensare è un fatto rivoluzionario”. Questo è quello che io dico sempre ai ragazzi quando parlo nelle scuole, perché sono una militante della memoria, dico: riflettete perché queste cose non accadano mai più, non bisogna mai essere indifferenti, mai esere passivi, bisogna guardarsi intorno e non accontentarsi delle informazioni che si ricevono dai media, bisogna stare atttentissimi ai sintomi, che possono apparire anche in piena democrazia  perché, come diceva Primo Levi, quello che è accadutro una volta può accadere di nuovo.

Vera Vigevani Jarach

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Attraverso le testimonianze di Vera Vigevani Jarach e Angela Boitano, che insieme alle altre Madres de Plaza de Mayo, sfidarono la dittatura militare argentina, andata al potere nel marzo del 1976 con un golpe del generale Videla, denunciando all’opinione pubblica mondiale la sparizione dei loro figli, viene ricostruita una delle pagine più vegognose della storia del XX secolo.

Il documentario, realizzato nel 2008 in collaborazione con il Landis, Laboratorio Nazionale per la Didattica della Storia, racconta lo sterminio silenzioso di decine di migliaia di cittadini, in gran parte giovani studenti, compiuto in sette anni dal

dalla dittatura militare. Solo grazie al coraggio di un gruppo di madri cominciò a venire alla luce la terribile verità sui “desaparecidos”.

Jorge Ithurburu, che ha sostenuto le azioni giudiziarie che hanno portato alle sentenze contro i militari responsabili dei crimini, racconta del lungo e difficile percorso portato avanti dai familiari delle vittime per ottenere giustizia

 

http://www.raiscuola.rai.it/articoli-programma-puntate/argentina-1976-1983-lo-sterminio-di-una-generazione/14575/default.aspx

 

 

https://www.raicultura.it/filosofia/articoli/2019/01/Argentina-1976—1983-Lo-sterminio-di-una-Generazione-5e091d10-6b43-4f27-a48b-2f50b7ecb9f1.html?wt_mc=2.social.fb.raicultura_nomedelcontenuto.&wt&fbclid=IwAR39_s1OfcM0vLpNB40ZDnoskxbkwRVqRc8xIsadsqdz9UUAX8Eh3R270zQ

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Una ragazzina di appena 14 anni, Janika Mallo, è stata stuprata e il suo corpo è stato ritrovato con il cranio fracassato nella abitazione della nonna a Città del Capo: secondo quanto scritto, la giovanissima sarebbe stata prima violentata e poi uccisa.

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La brutalità della violenza ha scatenato forti proteste dinanzi alla corte dove si sono presentate due persone accusate dell’omicidio, un 18enne ed un minorenne.

La violenza è avvenuta lo scorso primo di settembre e la stessa famiglia della giovanissima vittima ha riportato i dettagli del ritrovamento del corpo esanime di Janika, trovato con pezzi di cervello fuori dalla scatola cranica nel cortile dell’abitazione della nonna.

Drammatico il racconto della madre riportato dal Daily Star: “L’ultima volta che ho visto mia figlia viva ho discusso con lei e le ho dato uno schiaffo. Non volevo che si recasse presso un evento. L’ultima volta che l’ho sentita invece stava tornando a casa con gli amici, quella è stata l’ultima volta che l’ho sentita”.

In Sudafrica quella della violenza contro le donne è una vera e propria emergenza: all’inizio del mese un’altra studentessa è stata violentata ed uccisa nella capitale.

 

 

 

 

Brutale violenza ai danni di una 14enne, ritrovata senza vita e col cranio fracassato

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L’uomo di Neanderthal poteva sopravvivere: l’estinzione è solo sfortuna. Lo studio


Circa 40.000 anni fa scomparve l’uomo di Neanderthal.La teoria finora consolidata sull’avvicendarsi delle specie umane afferma che gli uomini moderni hanno avuto un ruolo importante nell’estinzione dei Neanderthal: bande di individui Homo Sapiens avrebbero invaso il territorio abitato dai nostri “precedenti” (come Europa e Vicino Oriente), superandoli in astuzia e determinandone quindi la fine. Ma forse abbiamo avuto troppa fretta a darci la colpa, l’estinzione, secondo il recente studio, è avveuta per fattori demografici.

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La popolazione dei Neanderthal era estremamente piccola, comprendendo forse non più di 10.000 individui, e così rimase per tutta la sua esistenza e popolazioni così esigue sono particolarmente vulnerabili: consanguineità, difficoltà nella ricerca del compagno e fluttuazioni casuali (nella mortalità e nella riproduzione).Questo suggerisce che non era necessaria alcuna invasione di un’altra specie affinché sparissero dalla faccia della terra: i Neanderthal potrebbero essere stati semplicemente sfortunati a vivere in piccolo numero.

 

 

 

 

 

L’uomo di Neanderthal poteva sopravvivere: l’estinzione è solo sfortuna. Lo studio

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Esattamente 155 anni fa il massacro di Sand Creek


Esattamente 155 anni fa, il 29 novembre 1864, centinaia di nativi americani persero la vita durante il massacro di Sand Creek, in Colorado.

 

Sand_creek_1985A guidare il reggimento di milizie fu il colonnello americano John Chivington: 700 soldati a cavallo attaccarono a sorpresa un villaggio abitato da circa 600 nativi appartenenti alle tribù Cheyenne e Arapaho uccidendo e mutilando centinaia di persone, soprattutto donne, bambini e anziani.

L’attacco imprevisto avvenne in un contesto di lunghe guerre e scontri tra gli Stati Uniti e i nativi indiani per il controllo delle terre durante la corsa all’oro nel Colorado e fu progettato proprio dopo che alcuni capi delle tribù ottennero accordi con il governo americano che riconosceva ai nativi il controllo su alcune terre

L’episodio fu uno dei più terribili, violenti e sanguinosi avvenuto Stati Uniti e ancora oggi è ricordato come una delle peggiori pagine della storia americana.

Si stima che durante l’attacco persero la vita tra i 137 e 175 nativi, incapaci di difendersi poiché colti alla sprovvista.

Alla fine degli anni ‘90, il senatore del Colorado Nighthorse Campbell, figlio di nativi americani, presentò una proposta per definire con precisione l’area del terribile massacro allo scopo di darne un parco protetto.

La proposta fu accolta e divenne legge: si individuò dunque un territorio di circa 50 chilometri quadrati nella Contea di Kiowa, a sud est di Denver, e al termine delle indagini, il 7 novembre del 2000, nell’area in cui avvenne il massacro venne istituito il Sand Creek Massacre National Historic Site.

Esattamente 155 anni fa centinaia di nativi americani vennero brutalmente uccisi nel massacro di Sand Creek

 

Il massacro del fiume Sand Creek (29-11-1864)

 

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Alla ricerca di Franco Fortini, scrittore dimenticato.


Il 28 novembre 1994 se ne è andata a una delle più importanti voci del nostro tempo, al pari di altri grandi intellettuali come Sartre, Brecht, Pasolini e Barthes. Poeta, saggista, critico letterario, traduttore e insegnante, Franco Fortini ha avuto una grande influenza sulle generazioni e i movimenti del ’68, specialmente tra i giovani. Oggi il suo nome è pressoché dimenticato – ci spiega il regista – così come appaiono tramontati molti degli ideali per cui egli lottò e visse. In un simile momento di disillusione, perdita di identità e memoria storica, in cui valori e diritti civili vengono sistematicamente calpestati, la figura di Fortini risulta simile a quella di un alieno. O di un fantasma.

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“Quando si pronuncia la parola cultura, viene fatto di pensare ai libri e allo studio; perché per i più, infatti, cultura equivale a sistema più o meno organizzato di conoscenze intellettuali. Per altri, e per noi, cultura è invece il modo nel quale gli uomini producono quanto è necessario alla loro esistenza, la particolare maniera, mutevole per il mutare dei mezzi di produzione, con la quale essi entrano in rapporto con gli altri uomini e con le cose. Cultura è la forma nella quale gli uomini, nella loro storia, si sono scambiati i prodotti del lavoro, costruite capanne e cattedrali, scelte le parole dell’amore; è la forma varia nella quale hanno fissato i costumi, i riti, le leggi; nella quale hanno arati i campi, esplorato il mare, condotto gli eserciti, speculato i cieli, composto i poemi. Queste forme noi sappiamo che non soltanto non sono eterne ma che anzi si mutano più o meno visibilmente nel tempo secondo una legge necessaria che l’uomo deve cercare di conoscere per potere efficacemente agire”. Franco Fortini (1945)

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/alla-ricerca-di-franco-fortini-scrittore-dimenticato-al-via-il-crowdfunding-per-il-documentario_it_5ddfa7d0e4b0d50f329d2a7e?fbclid=IwAR2Cq8rVJ7iu4poox3201Ue1crndgvD_J6_c4utKC6oSD-C-eFNaSBAsrhQ

https://www.produzionidalbasso.com/project/franco-fortini-il-documentario/

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Altro che Black friday, oggi torna lo sciopero globale per il clima


Fridays for future: Siamo sull’orlo della crisi climatica, ecco perché  si torna in piazza in 130 paesi in tutto il mondo e in oltre 100 città italiane.

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La data del 29 Novembre è stata scelta perché cade esattamente ad una settimana dalla COP25 (United Nations Climate Change Conference), la conferenza ONU sui cambiamenti climatici che si terrà dal 2 al 13 dicembre a Madrid, in Spagna. Il nostro intento a livello globale è far sì che i leader politici dei vari paesi prendano misure immediate ed efficaci per contrastare la crisi climatica, dopo il sostanziale fallimento degli accordi di Kyoto e di Parigi.

Non vogliamo limitarci a indicare qual è il problema. Ascoltando la voce di migliaia di scienziati che da anni ci avvertono sui rischi che corriamo, dopo lo sciopero di Settembre noi ragazzi e ragazze di #FridaysForFuture abbiamo scritto le nostre richieste per il FU.TU.RO. Tre richieste chiare, brevi, ma rivoluzionarie. Eccole.

1- FUori dal Fossile:

Raggiungimento dello 0 netto di emissioni a livello globale nel 2050 e in Italia nel 2030, per restare entro i +1.5 gradi di aumento medio globale della temperatura.

2- TUtti uniti nessuno escluso:

La transizione energetica debe essere attuata su scala mondiale, utilizzando come faro il principio della giustizia climatica.

3- ROmpiamo il silenzio, diamo voce alla scienza:

Questa riduzione delle emissioni è geofisicamente possibile. La scienza e la tecnologia per questa transizione ci sono. Sappiamo come fare, manca la volontà politica ed economica per farlo.

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/clima/altro-che-black-friday-domani-torna-lo-sciopero-globale-per-il-clima/

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«Stop al consumismo tecnologico»


Ci sono oggetti – come lo smartphone, il tablet, la playstation – che vengono cambiati non appena esce il modello successivo. Anche se fanno ancora il loro dovere. E così, il vecchio telefonino, la fotocamera, la consolle con cui giocavano i bambini, finiscono dimenticati dentro a un cassetto, insieme a caricabatterie, cavi e accessori. E, quando è il momento di fare pulizia, solo nel 20 per cento dei casi questi rifiuti seguono la corretta linea di smaltimento. Il resto prende canali sbagliati, provocando gravi forme di inquinamento. Oggetti e gadget tecnologici che usiamo per brevi periodi della nostra vita, finiranno per contaminare il Pianeta per secoli sotto forma di spazzatura. I costi umani sono già altissimi: la maggior parte di questi rifiuti, prodotti nei Paesi più ricchi, viene inviato in discariche e impianti di trattamento nei Paesi in via di sviluppo, come l’India o la Nigeria, dove la legislazione è più blanda.Stando a un rapporto di Greenpeace, nel mondo, fra il 2007 e il 2017 sono stati prodotti nel mondo 7 miliardi di smartphone.

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Secondo l’agenzia Onu delle telecomunicazioni, la quantità di rifiuti elettronici prodotta a livello globale nel 2016 è stata di 44, 7 milioni di tonnellate: come il peso di 22 milioni di auto. Il dato comprende anche i grossi elettrodomestici.Sebbene il decreto «Uno contro zero» del Ministero dell’Ambiente prevede  che si può consegnare il vecchio cellulare e cose simili nei grandi esercizi commerciali che li vendono, perché siano avviate allo smaltimento. Non importa se non lo si è comprato lì,il 73 per cento degli italiani non lo fa. E’ un dovere dei consumatori portarli nei centri di raccolta. I grandi negozi, per legge, devono ritirarli, anche se non sempre pubblicizzano il servizio. Anche i piccoli negozi lo fanno, ma su base volontaria

 

 

 

 

https://www.corriere.it/buone-notizie/18_novembre_18/inquinamento-smartphone-greenpeace-smaltimento-ambiente-plastica-4e079686-eb30-11e8-a3a7-d3b748828557.shtml

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Abdallah Chatila, un uomo d’affari libanese acquista i cimeli di Hitler e li dona a un’associazione ebraica


Si è conclusa con un gesto a sorpresa la controversa asta dei cimeli di Hitler che nei giorni scorsi a Monaco di Baviera aveva suscitato indignazione e proteste, soprattutto da parte della comunità ebraica internazionale.

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Abdallah Chatila, un uomo d’affari libanese che vive in Svizzera, ha acquistato numerosi oggetti appartenuti al Führer per un totale di 600mila euro. L’uomo ha deciso di acquistare i cimeli perché non finissero «in mani sbagliate» e li ha donati all’istituzione ebraica Keren Hayesod. Per Chatila i cimeli nazisti «dovrebbero essere bruciati», ma «gli storici pensano che debbano essere conservati per la memoria collettiva».

 

 

 

https://www.open.online/2019/11/25/magnate-libanese-acquista-i-cimeli-di-hitler-e-li-dona-a-un-associazione-ebraica/

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Venezia nei quadri di Canaletto e nelle foto di oggi: l’arte svela il collasso di Venezia.


Dal confronto emergono numeri preoccupanti: nel Medioevo il livello del mare in Laguna era più basso di 1 metro e 30 centimetri. I dipinti di Giovanni Antonio Canal (meglio conosciuto come Canaletto) e del nipote Bernardo Bellotto, venivano realizzati utilizzando una camera oscura ottica, un’antesignana della macchina fotografica, capace  di raffigurare la Venezia del ‘700 con estrema precisione.

Le analisi e lo studio dei dipinti mostrano un’accelerazione costante dell’innalzamento del livello del mare relativo – quello che tutti noi percepiamo quando passeggiamo per le calli e i ponti -, con una media registrata dalla seconda metà dell’800 in poi di circa 2,5 mm l’anno, con un contributo di pari portata sia dalla subsidenza che dall’aumento medio del livello dei mari.

A riprova del fatto che Venezia sia affondata di circa 60 centimetri dal XVIII secolo a oggi. E che continuerà ad affondare, con o senza dighe mobili, a causa anche dell’attuale crisi climatica.

 

 

 

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2019/11/24/news/venezia-nei-quadri-di-canaletto-e-nelle-foto-di-oggi-l-arte-svela-il-collasso-di-venezia-1.37989917

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In Italia manca un Piano per la mitigazione del rischio sismico.


Il 46% dell’intero territorio nazionale ricade in area ad elevata pericolosità sismica, in cui sono presenti 6 milioni di edifici e vi abitano più di 22 milioni di persone. Il tema della prevenzione non può essere più rimandato e pertanto dovrebbe essere costantemente al centro dell’agenda politica del Paese.

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Per limitare i danni in caso di terremoti, è necessario soprattutto mettere in campo una serie di azioni finalizzate a ridurre il rischio. Innanzitutto occorre intervenire sul patrimonio edilizio esistente, che spesso risulta vecchio, molto vulnerabile e costruito per la maggior parte in assenza di specifiche norme sismiche, attraverso lavori di adeguamento, miglioramento e rafforzamento degli edifici, al fine di renderli più resistenti in occasione del terremoto. Recentemente è stato introdotto lo strumento del sismabonus per incentivare i lavori strutturali sugli edifici, che consente un rimborso fino all’85% delle somme spese, ma che tuttavia stenta a decollare. Prima di realizzare nuove costruzioni o di adeguare sismicamente quelle esistenti, occorre rispettare la normativa sismica e valutare attentamente la pericolosità sismica del sito sul quale si costruisce il fabbricato, accertando sia la presenza di fenomeni di instabilità (frana, liquefazione, subsidenza, sprofondamento), che di amplificazione sismica. Andrebbe inoltre rilanciato e rafforzato con più fondi, il Piano per la mitigazione del rischio sismico, strumento di prevenzione introdotto nel 2010 e che dopo il 2016 non è stato più finanziato. È necessario infine, far crescere nei cittadini la consapevolezza del rischio a cui sono esposti, attraverso l’informazione, la conoscenza dei piani di protezione civile comunale e dei comportamenti corretti da tenere in caso di emergenza, al fine di determinare una popolazione più resiliente, a partire dalle scuole.

 

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/urbanistica-e-territorio/a-39-anni-dal-terremoto-in-irpinia-dove-il-piano-per-la-mitigazione-del-rischio-sismico/

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23 NOVEMBRE 1980, IL TERREMOTO IN IRPINIA


Tra i terremoti del XX secolo registratosi in Italia è al terzo posto per numero delle vittime dopo quello di Reggio Calabria e Messina, il 28 dicembre 1908, che fece 100.000 morti e dopo quello che colpì Avezzano in Abruzzo il 13 gennaio 1915 che provocò 33.000 morti. Il terremoto del 23 novembre 1980 in Irpinia e Basilicata uccise 2.914 persone.  Fu letteralmente un disastro che tenne l’intero paese con il fiato sospeso per settimane. Le notizie arrivavano con il contagocce così come gli aiuti che tardavano ad arrivare.Il sisma di quella sera colpì realmente 339 comuni, ma per la politica i comuni colpiti dal terremoto furono 687 che è quasi il 9% dell’intero territorio italiano.

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La ricostruzione che seguì la catastrofe fu uno degli esempi peggiori di malversazione e di speculazione. Gli ingenti fondi destinati alla popolazione sinistrata, stanziati negli anni dai governi e in alcuni casi versati da governi esteri finiranno nelle maglie della corruzione locale e della camorra.

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Nel 1989 la Commissione d’inchiesta presieduta da Oscar Luigi Scalfaro calcolerà che in 10 anni furono spesi oltre 50 mila miliardi di lire per l’Irpinia, mentre ancora oggi a distanza di anni sono visibili in alcune zone della Campania le abitazioni provvisorie dei senzatetto divenute in diversi casi serbatoi per la malavita organizzata.

 

 

 

23 novembre 1980, il terremoto in Irpinia

https://www.panorama.it/cultura/irpinia-1980-35-anni-dal-sisma-foto-e-video/

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La nutria in Italia:un immigrato scomodo.


La nutria è originaria del Sud e Centro America, ma dopo la sua introduzione per l’utilizzo in pellicceria, si è rapidamente diffusa anche in diversi paesi d’Europa, tra cui l’Italia. Grazie alla capacità di adattamento, alle potenzialità riproduttive e alla resistenza fisica, pochi esemplari di nutria fuggiti dagli allevamenti o incautamente liberati in natura quando il mercato di queste pellicce entrò in crisi sono stati sufficienti per colonizzare aree di vaste proporzioni, dove si sono insediati con un impatto ambientale non irrilevante.

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A causa della sua voracità che minaccia, oltre alla fauna acquatica, anche colture di barbabietole da zucchero, mais, patate e altre colture, la nutria è diventata in alcune zone un animale davvero scomodo che si tenta, con scarso successo, di eliminare. In Italia si è tentato diverse volte di arginare la diffusione della nutria tramite l’abbattimento ma con risultati infruttuosi. Questo animale gode dello status di specie naturalizzata e quindi, secondo la Legge 157/92, non cacciabile.  Nel 2014 i direttori generali del Ministero della Salute, Silvio Borrello e delle Politiche Agricole, Giuseppe Cacopardi, emanarono una circolare che legalizzava lo sterminio e la tortura delle nutrie, anche all’interno delle aree protette e al di fuori del periodo di caccia. Tuttavia nel febbraio del 2016 tali ordinanze furono revocate perché giudicate illegittime. Sono in corso progetti di controllo di colonie di nutrie tramite la sterilizzazione che potrebbero rappresentare un’alternativa all’abbattimento con armi da fuoco.

 

 

 

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/roditori_la_nutria_un_immigrato_scomodo1

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La barca confiscata alla mafia diventa una biblioteca galleggiante.


Succede a Bari, la barca a vela è diventata una biblioteca galleggiante a disposizione di tutti.Il Ministero della Giustizia ha autorizzato che l’imbarcazione fosse utilizzata per attività sociali di inclusione per minori a rischio devianza, e l’associazione Marcobaleno ha ideato il progetto di trasformazione della barca in una piccola biblioteca.

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C’è voluto un anno di restaurazione, a opera dei tecnici della darsena Mar di Levante, che ha ha impiegato nei lavori dodici ragazzi minorenni sottoposti a misure penali o a carico dei servizi sociali.

 

 

 

https://libreriamo.it/libri/la-barca-confiscata-alla-mafia-diventa-una-biblioteca-galleggiante/

https://www.illibraio.it/biblioteca-galleggiante-1124589/

 

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Invecchiamento: la chiave dell’eterna giovinezza sta nei telomeri, che ora forse sappiamo come preservare.


I telomeri cambiano con il passare del tempo, accorciandosi a ogni divisione cellulare fino a perdere il loro ruolo di “cuscinetto” per impedire alla doppia elica di sfibrarsi. Cercare di potenziarli è da tempo l’obiettivo di molti studi, che però in passato sono sempre intervenuti sul DNA, alterando l’espressione genica. Ora un gruppo di ricercatori del Centro Nazionale di Ricerca Oncologica spagnolo, sembra aver scoperto come estendere i telomeri, e con essi la vita – in salute – dei topi, senza alterazioni genetiche, con una tecnica di coltivazione di cellule staminali embrionali.

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I ricercatori del CNIO stavano lavorando con alcune colture di iPS quando hanno notato che, dopo un certo numero di divisioni, queste acquisivano dei telomeri lunghi il doppio del normale. Incuriositi, sono andati a fondo, scoprendo infine che anche le cellule embrionali pluripotenti in coltura si comportavano allo stesso modo: i risultati sembrano attribuibili all’azione di un particolare enzima, la telomerasi.Ci sono voluti anni di studi prima che il gruppo riuscisse a ottenere, a partire da queste cellule embrionali, topi aventi il 100% delle cellule con telomeri iperestesi. I risultati, stando a quanto affermano i ricercatori, sono “senza precedenti”. I roditori vivono il 13% in più della media e sono più sani.

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/longevita-invecchiamento-eterna-giovinezza

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I dieci falsi miti sui boschi italiani.


Torna puntuale anche quest’anno la festa dell’albero, una giornata sempre più importante vista la situazione in cui versa il nostro pianeta a causa della deforestazione e dell’inquinamento. Un’ottima occasione per ricordare a tutti noi che “Il momento migliore per piantare un albero era 20 anni fa. Il secondo miglior momento è ora”.

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  • I boschi italiani stanno scomparendo
    Falso: i boschi italiani in realtà continuano ad espandersi. Dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi, la loro superficie è addirittura triplicata (attualmente sono 11 milioni di ettari).
  • Bosco significa solo legname
    Falso: il legname è solo uno dei tanti doni che ci fanno i boschi. Alberi e piante proteggono il suolo dall’erosione e dal dissesto idrogeologico, sono importanti ai fini della regolazione del ciclo dell’acqua e fissazione del carbonio, offrono l’habitat per la biodiversità e infine offrono spazi per attività sportive, educative, terapeutiche e ricreative.
  • I boschi italiani sono tutti naturali
    Falso: i boschi italiani in realtà sono anche il risultato dell’azione dell’uomo che li ha modellati nel corso dei secoli. L’88% di queste aree è attualmente antropizzata e di origine semi-naturale.
  • I boschi non vanno toccati
    Falso: una buona gestione dei boschi permette di valorizzarne i prodotti e servizi senza creare alcun danno. La gestione attiva è l’unico mezzo che può aiutare a mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, dell’instabilità idrogeologica, degli incendi, della diffusione di patogeni e di specie invasive.
  • Chi pianta è buono, chi taglia è cattivo
    Falso: tagliare un albero non è di per sé un crimine, se fatto secondo piani di gestione responsabile che prevede che il taglio venga effettuato da operatori specializzati e secondo una pianificazione ben precisa che mira ad imitare le dinamiche naturali del bosco favorendo la rinnovazione naturale delle specie.
  • Più legno e carta vuol dire meno boschi
    Falso: il legno è il materiale di origine biologica, rinnovabile e riciclabile, più importante a disposizione dell’uomo. Possiamo quindi usarlo in maniera sostenibile, ad esempio tagliando le piante seguendo i ritmi naturali di rigenerazione del bosco. Usare legno, tra l’altro, significa spesso evitare di usare plastica o altri materiali inquinanti.
  • I boschi italiani sono di tutti
    Falso: il 63% dei boschi italiani risulta di proprietà privata, individuale o familiare. Il restante 34% dei boschi è invece di proprietà pubblica, molto spesso dei Comuni. Solo il 3% dei boschi italiani non ha proprietario o esso risulta sconosciuto.
  • Il fuoco è nemico dei boschi
    Parzialmente falso: il fuoco ha un suo ruolo negli ecosistemi forestali, in particolare quelli mediterranei. Gli incendi di origine naturale in italia sono però rari, il vero nemico dei boschi è l’abbandono dei terreni e la negligenza dell’uomo che, sommati ai cambiamenti climatici, portano ad un aumento degli incendi e della loro capacità distruttiva.
  • Le nostre foreste non valgono nulla
    Falso: il valore economico prodotto dalle foreste italiane è di 450 euro per ettaro all’anno. Il bosco protegge le nostre case dall’erosione del suolo e dalle alluvioni, ci assicura acqua pulita e produce l’ossigeno che respiriamo.
  • Quindi va tutto bene? Questi dati, purtroppo, non equivalgono a dire che tutto va bene. Come sottolinea FSC Italia, la situazione italiana è lontana dal principio della gestione forestale sostenibile. I boschi ricoprono circa il 40% del territorio italiano (Fonte: RAF Italia) ma ne utilizziamo solo una minima parte. Questa situazione di abbandono è un’occasione mancata di sviluppo che ci porta ad essere tra i principali importatori di legname in Europa e ci espone a rischi sempre maggiori a causa del dissesto idrogeologico e degli incendi.

 

 

 

 

Festa dell’albero: il quiz e i 10 falsi miti da sfatare sui boschi italiani

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Memorie di una che c’era: Marisa Rodano


Una donna nata dopo la prima guerra mondiale in un’Italia piena di speranza di essersi messa alle spalle gli scenari di battaglia e crisi economica. Non fu così, la troviamo protagonista della lotta contro il fascismo durante la seconda guerra mondiale e delle lotte per dare alle donne un nuovo ruolo nell’Italia del XX secolo. Oggi spesso osserva con amarezza il mondo che la circonda. E prova a dare qualche consiglio alle nuove generazioni.

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Compirà 99 anni il prossimo gennaio. Vive a Roma dopo una vita in prima linea nella lotta contro il fascismo e nella politica italiana. Fu arrestata nel maggio del 1943 per attività contro il fascismo, partecipò alla Resistenza tra le file del Movimento dei Cattolici Comunisti e nell’attività dei Gruppi di difesa della donna. Fu tra le fondatrici dell’Unione Donne italiane ed è stata la prima donna italiana eletta vicepresidente della Camera dei Deputati. E’ stata senatrice e parlamentare europea. E’ stata componente della Commissione ad hoc sulla condizione della donne del Parlamento Europeo (1979-1981), presidente e relatrice generale della Commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo sulla “Situazione della donna in Europa” (1981-1984) e vicepresidente della Commissione dei diritti delle donne del Parlamento Europeo (1984-1989).

 

 

 

 

 

https://video.lastampa.it/cronaca/le-grandi-novantenni-le-donne-che-hanno-lottato-contro-il-fascismo-la-storia-di-marisa-rodano/106190/106202?fbclid=IwAR286O2N3WmLZX4mophaNqEzXIm7rg78dDVT_PgUEnxI3V-uyy8w3lqmJRs

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La Luna e il cielo secondo Leonardo


Signora dell’anno 2019 è la Luna: si celebrano i 50 anni della conquista del suo suolo.

La luna fu scrutata da Leonardo da Vinci (1452-1519), altro protagonista del 2019, poiché del genio toscano ricorrono i 500 anni dalla morte.

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Sebbene ai più non sia cosa nota, la Luna occupa un posto di rilievo nelle ricerche del genio toscano, tanto da indurlo addirittura a pensare ad un intero trattato sul nostro satellite naturale, che – in perfetto “stile Leonardo” – non ha però mai visto la luce. Ciò non toglie comunque nulla alla profondità di analisi che Leonardo raggiunge quando si interroga sui fenomeni che coinvolgono la Luna: scrive infatti che “la Luna non è luminosa per sé, ma bene è atta a ricevere la natura della luce a similitudine dello specchio e dell’acqua, o altro corpo lucido” (Manoscritto A., f. 64r) e “[…] non avendo lume proprio, riceve da altri la luce” (Codice Leicester, f. 30r). Leonardo comprende quindi correttamente che la Luna non brilla di luce propria ma è illuminata dal Sole e, spingendo un po’ più avanti la sua acuta osservazione, si rende anche conto di un fenomeno al quale proprio a lui va attribuita la corretta spiegazione scientifica: la luce cinerea. Poco dopo un novilunio, o all’alba nei giorni tra l’ultimo quarto e il novilunio stesso, è facile notare, accanto alla falce luminosa crescente, la restante parte della Luna debolmente illuminata di una luce di tonalità grigio-azzurra: è la cosiddetta “luce cinerea”, il colore della quale richiama appunto quello della cenere. Leonardo si accorge quindi che, proprio perché la Luna non brilla di luce propria, la luce cinerea deve avere origine da un fenomeno di riflessione multipla della luce solare la quale, dopo aver investito la Terra, in piccola parte raggiunge il nostro satellite, per poi essere nuovamente riflessa dalla Luna sulla Terra. Una cosa gli va perdonata, ma si tratta di un’inezia: contrariamente a quanto credeva, gli oceani della Terra non sono la fonte primaria della luce cinerea, ma sono le nuvole.
Osservando la Luna, Leonardo inizia anche ad interrogarsi sulla natura delle macchie scure, quelle zone che oggi chiamiamo “mari”. Il suo acuto ingegno gli fa subito comprendere che non si tratta di “vapori” che si innalzano dalla superficie lunare, poiché – se così fosse – queste macchie dovrebbero cambiare continuamente di aspetto e posizione (Manoscritto F., f. 84r). La sua selvaggia immaginazione, però, lo tenta e lo conduce successivamente sulla via errata: in un appunto racchiuso nel Manoscritto Br. M. (f. 19r), torna sui suoi passi e ipotizza che la diversità delle macchie dipenda da formazioni nuvolose che si elevano dal mare. Leonardo, infatti, arriva a pensare che sulla Luna ci sia l’acqua e, addirittura, che i suoi mari siano solcati da onde.
Nonostante Leonardo non sia stato un astronomo né un ottico professionista, gli sbalorditivi progressi da lui raggiunti nella conoscenza della geometria e dell’ottica, il suo impressionante intuito e l’insaziabile curiosità gli hanno permesso di avvicinarsi incredibilmente alla comprensione scientifica di svariati problemi ed enigmi, la corretta soluzione dei quali sarebbe stata trovata solo secoli dopo.
Ma questo non è certo tutto: ci sono altre folgoranti intuizioni leonardesche in ambito astronomico che vi aspettano, come la spiegazione del colore azzurro del cielo e l’abbozzo addirittura di una proto-teoria eliocentrica. Per chi volesse saperne di più,

 

 

 

 

La Luna e il cielo secondo Leonardo

https://www.avvenire.it/agora/pagine/la-luna-vista-da-leonardo

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Quando i bambini neri venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli in Florida


Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, la pelle di coccodrillo era particolarmente apprezzata negli Stati Uniti dove era molto usata per fabbricare scarpe, borse e cinture. Catturare un alligatore non era però un’attività priva di rischi ed erano molti i casi di cacciatori che perdevano un braccio, una gamba o che riportavano altre ferite durante la caccia.

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In Florida i cacciatori ebbero un’idea raccapricciante: affittare bambini neri da usare come esche vive per i coccodrilli. Sembra incredibile, ma durante la schiavitù e sotto le leggi Jim Crow, abrogate solo nel 1965, negli Stati Uniti gli afroamericani furono brutalizzati e maltrattati in ogni maniera immaginabile.
Gli afroamericani erano infatti considerati come “sub-umani” e rappresentati come creature selvagge e prive di valore.

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Se esisteva un modo per schiavizzare, torturare, opprimere o uccidere una persona dalla pelle nera, questo veniva quasi sicuramente messo in pratica, per quanto brutale fosse.
In questo terribile contesto, tra le tante atrocità commesse dai bianchi contro i neri in quel periodo, ci fu anche quella di utilizzare i bambini per cacciare i coccodrilli.Nell’era più buia della segregazione razziale, i cacciatori noleggiavano i bambini dalle famiglie in cambio di due dollari, per buttarli in acqua allo scopo di attirare i coccodrilli. Dagli articoli di giornale dell’epoca, i sostenitori di questa tremenda iniziativa, dichiaravano che non ci fosse nulla di terribile  nell’utilizzare i bambini come esche, che uscivano dall’acqua solo un po’ bagnati ma divertiti pronti per essererestituiti sani e salvi alle loro madri.Che dire, davvero una pagina buia della storia della Florida e dell’umanità.

Il Jim Crow Museum, in Michigan, raccoglie oggetti legati all’opprimente discriminazione razziale dei neri, tra cui una fotografia dell’epoca in cui sono mostrati nove bambini neri, senza abiti, la cui legenda recita “Alligator Bait”, cioè “esca per coccodrillo”.

 

 

 

Quando i bambini neri venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli in Florida

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Torino 1969, i segni profondi dell’«Autunno caldo»


Che città era questa? I nomi delle strade sono gli stessi, ma tutto il resto non torna: enormi fabbriche, uomini col baracchino vestiti da poveri, cortei di soli uomini lungo le vie del centro… Si fatica a riconoscere – a immaginare – in quelle foto in bianco e nero del 1969 la Torino di oggi. È il deserto lasciato dalle fabbriche, soprattutto, a cambiare gli orizzonti.

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Nel celebrare i 50 anni dell’Autunno caldo c’è un motivo di grande interesse per il presente (e il futuro) di Torino. Se è vero che la storia è quella scritta dai vincitori, chi sta scrivendo questo nostro segmento di storia? I protagonisti di allora non ci sono più o sono profondamente cambiati: il sistema Fiat è scomparso. L’azienda ha persino cambiato nome, conservando una presenza di tipo completamente diverso; e il sindacato di oggi, pur continuando a svolgere un ruolo fondamentale, non è certo il capofila di un «movimento» capace di coniugare innovazione tecnologica e cambiamento sociale (e per altro questi nostri anni sotto il segno della frantumazione e dell’individualismo hanno confinato lontano all’orizzonte i corpi sociali intermedi e stanno rimettendo in discussione tutti i meccanismi della rappresentanza…). Eppure, se non «scriviamo la storia», significa che il nostro presente è divenuto irrilevante… Una ulteriore avvertenza, poi, coinvolge il nostro modo di guardare a quegli anni: interpretare l’Autunno solo in termini di «conflitto» significa dimenticare che le lotte in fabbrica erano anche lotte «per» la fabbrica: per tutelare e migliorare le condizioni di chi alla fabbrica contribuiva col proprio lavoro – con la propria vita.

Le ragioni e i fermenti di quella stagione hanno lasciato segni profondi: l’emergere del sindacato come «forza nuova» in un sistema bloccato; l’inedita (e precaria) alleanza tra lavoratori e studenti; l’attenzione – ed era forse la prima volta – a portare alla luce i problemi del «sociale» (casa, famiglia, scuola, salute…), e non soltanto le retoriche della produzione, del successo economico, del «progresso sicuro» che erano in quegli anni proprie della fabbrica. Se volessimo chiamare queste cose col loro nome, oggi come allora, dovremmo parlare di libertà, giustizia sociale, priorità della persona, qualità della vita: l’attenzione alle persone prima che alle etichette e alle divisione. Il mettersi a servizio dei bisogni fondamentali, piuttosto che puntare solo a incassare un risultato «politico».

Il conflitto, si sa, non era solo in strada o nelle vertenze sindacali. In quella stagione ci sono anche i semi degli «anni di piombo», insinuati tra le lotte degli studenti e il disagio degli operai. È ancora lo stesso autunno, quando il 12 dicembre 1969 esplodono le bombe alla Banca dell’Agricoltura a Milano, in piazza Fontana.

 

 

 

Torino 1969, i segni profondi dell’«Autunno caldo»

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La Scuola Italiana al Museo del Prado


Duecento anni di bellezza e cultura. Duecento anni del Museo del Prado di Madrid. Uno dei musei più ricchi del mondo, ricchi di cultura e bellezza, taglia il traguardo del bicentenario e sembra più fresco che mai. E nel  Museo del Prado c’è anche molta Italia.

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Come in tutti i maggiori musei del mondo, anche al Museo del Prado infatti sono custodite molte opere di artisti italiani. Dal Beato Angelico,  Andrea del Sarto, Antonello da Messina, Giovanni Bellini,  Sandro Botticelli, Annibale Carracci, Correggio, Caravaggio, Artemisia Gentileschi,  Luca Giordano, Daniele Crespi

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Giulio Romano,  Lorenzo Lotto, Andrea Mantegna, Parmigianino, Raffaello Sanzio, Tiziano Vecellio e Paolo Veronese.

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La prima denominazione del museo, Museo Real de Pinturas, venne attribuita il 19 novembre 1819, mettendo in mostra alcune delle migliori opere della Collezione Reale Spagnola, trasferite dai vari siti reali. Il salone ovale (l’attuale Sala di Velázquez), che a quel tempo aveva un balcone da cui si poteva vedere la galleria della scultura del piano sottostante, verrà battezzato, in seguito, in riconoscimento al suo lavoro. In questo periodo il museo conta 3 sale e 311 quadri, tuttavia negli anni successivi si aggiungeranno nuove sale ed opere d’arte, rendendolo indipendente dall’aggregazione con i fondi del polemico Museo de la Trinidad, creato a partire da opere d’arte sequestrate in virtù della Ley de Desamortización di Mendizábal (1836) e fuso con il Prado nel 1974.

 

 

 

 

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_del_Prado

200° anniversario del Museo del Prado: viaggio di immagini alla scoperta dell’arte [GALLERY]

https://www.ilsussidiario.net/news/museo-del-prado-video-200-anni-di-bellezza-e-pazzia/1950830/

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Giornata Internazionale dello Studente: per non dimenticare.


Cos’è successo il 17 Novembre del 1939. 17 Novembre. Una data importante per non dimenticare.

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La Giornata Internazionale dello Studente si celebra ogni anno dal 1941 ed è un modo per commemorare i nove studenti cecoslovacchi che, insieme ai loro professori universitari, sono stai giustiziati senza processo il 17 novembre 1939 in seguito ad una manifestazione anti-nazista. Le proteste pacifiche guidate dagli studenti contro l’occupazione tedesca hanno portato alla chiusura delle università di tutto il Paese  e alla deportazione di 1200 studenti nei campi di concentramento.

La memoria non muore mai

Da allora il 17 Novembre ricorre ciclicamente come data simbolica per ricordare al  mondo i diritti degli studenti.

È un’occasione di mobilitazione studentesca per italiani ed europei, una giornata di manifestazioni, iniziative ed eventi.

 

 

 

 

https://www.atuttatesi.it/news/giornata-internazionale-dello-studente-non-dimenticare/

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80 anni fa nasce l’International Students’ Day: si celebra l’attivismo studentesco


a giornata internazionale degli studenti, che si celebra ogni anno il 17 novembre, nasce proprio dalla necessità sempre viva negli studenti di rivendicare il proprio diritto a studiare e il proprio diritto ad esprimersi. La scelta della data non è però casuale: esattamente 80 anni fa, il 17 novembre 1939 vi fu un tragico eccidio nazista di alcuni studenti e professori che in Cecoslovacchia si erano opposti all’occupazione tedesca e alla seconda guerra mondiale. Infatti, già nelle settimane precedenti in Cecoslovacchia la guerra aveva suscitato diverse manifestazioni di protesta anti-nazista, a cui parteciparono migliaia di studenti.

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Il mese prima dell’eccidio, un studente della Facoltà di Medicina di nome Jan Opletal fu colpito da un’arma da fuoco durante la prima manifestazione a Praga contro l’invasione nazista. Lo studente morì due settimane dopo a causa della ferita. Il 15 novembre, in occasione del suo corteo funebre, parteciparono migliaia di studenti, dando vita ad un’altra manifestazione anti-nazista. La reazione dei tedeschi fu asprissima: vennero chiusi tutti gli istituti di istruzione superiore e 1200 studenti furono arrestati e deportati in campi di concentramento. Due giorni dopo, le autorità naziste giustiziarono senza processo nove persone, tra studenti e professori. Due anni dopo a Londra, nel 1941, il 17 novembre viene dichiarato Giornata internazionale degli studenti dall’International Union of Students. 

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di statistica dell’UNESCO (UIS), circa 263 milioni di bambini, adolescenti e giovani in tutto il mondo(vale a dire uno su cinque  di loro) non hanno accesso all’istruzione. A livello primario, il 9% dei bambini in età di scuola elementare (dai 6 agli 11 anni circa), per un totale di 63 milioni che non frequentano la scuola. Inoltre, 61 milioni di adolescenti in età scolare inferiore (dai 12 ai 14 anni circa) e 139 milioni di giovani in età scolare superiore non sono iscritti a scuola. Questi ultimi, di età compresa tra circa 15 e 17 anni, hanno quattro volte più probabilità di non essere iscritti a scuola rispetto ai bambini in età di scuola elementare. I dati più sconfortanti riguardano ancora una volta l’Africa subsahariana, dove ancora oggi uno su tre bambini, adolescenti e giovani non va a scuola.

 

 

 

 

 

 

80 anni fa nasce l’International Students’ Day: si celebra l’attivismo studentesco

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16 novembre 1940: il giorno in cui il mondo sprofondò nell’orrore.


Uno dei primi grandi muri ad essere costruiti sulle fondamenta della follia antisemita, razzista e xenofoba fu quello del Ghetto di Varsavia, il più grande ghetto nazista, completato e chiuso il 16 novembre del 1940. Ma nonostante la follia nazista sia stata sconfitta, il muro di Berlino abbattuto e siano passati 75 anni, i muri continuano a sorgere e dividerci in qualunque parte del mondo, nella più totale indifferenza. E così permettiamo che Liliana Segre viva sotto scorta.

Il muro del Ghetto di Varsavia fu completamente raso al suolo, insieme a tutto il ghetto, dai nazisti dopo la grande rivolta del ‘43: gli ebrei furono completamente annientati, pochissimi riuscirono a salvarsi.

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Nascono nuovi muri ogni giorno, in qualunque parte del mondo: prima ne parlano, poi ne parlano sempre di più così la gente si abitua, poi li approvano, costruiscono prima un pezzettino, poi un altro e alla fine il Messico è diviso dagli Stati Uniti da un muro di tremila chilometri, e così Israele e la Palestina, Corea del Nord e Corea del Sud, Iraq e Kuwait, Ungheria e Serbia, Grecia e Turchia, Kenya e Somalia, Belfast cattolica e Belfast protestante e via dicendo, 70 barriere in tutto il mondo, di pietra e filo spinato, che sono il disegno di un divario sempre crescente fra poveri e ricchi. Ma sono anche l’esternazione incosciente delle nostre paure, convinti che con i muri si possano tenere lontane la violenza, la povertà, le guerre, certi che continuando a costruire barriere resteremo al sicuro dalle invasioni, dai diversi, dagli altri. Ma come diceva il poeta: “gli altri siamo noi.” E un giorno, neppure tanto lontano, ci ritroveremo al di qua del muro.

 

 

 

 

 

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Il dilemma della giustizia tra pena e diritto


È nota la posizione di Pascal, che possiamo definire pessimista o realista, sulla relazione tra forza e giustizia. In alcuni dei suoi Pensieri, il grande filosofo che volle morire in un ospizio dei poveri sostiene che l’ideale sarebbe che i due poli potessero convivere per il bene dell’uomo. Ma poiché in questo mondo la giustizia non ha possibilità di affermarsi e di utilizzare la forza per questo scopo, è inevitabile che la forza abbia la preponderanza. «La giustizia senza la forza è impotente, la forza senza la giustizia è tirannica», sentenzia il pensatore che inventò la prima macchina calcolatrice, ammettendo alfine con desolazione: «La giustizia è soggetta a discussione, la forza è molto riconosciuta e indiscussa. Così non si è potuto dare la forza alla giustizia perché la forza ha contraddetto la giustizia e ha affermato che solo lei era giusta. E così, non potendo ottenere che ciò che è giusto sia forte, si è fatto sì che ciò che è forte sia giusto».

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Il Seicento era ancora un secolo dell’assolutismo e solo successivamente si è imposta una concezione della giustizia meno disfattista, quella che è arrivata sino a noi con lo Stato di diritto e la moderna democrazia. Eppure anche nel XXI secolo qualcosa non torna quando si parla di colpa, pena, legge, diritto, giustizia. Lo rileva Umberto Curi, professore emerito di Storia della filosofia all’Università di Padova, nel suo ultimo saggio, Il colore dell’inferno, La pena tra vendetta e giustizia (Bollati Borlinghieri) che prende l’avvio da una citazione folgorante di Simone Weil: «A causa dell’assenza di Cristo, la mendicità in senso lato e l’atto penale sono forse le due cose più atroci di questa terra, due cose quasi infernali. Hanno il colore stesso dell’inferno».

Secondo la pensatrice francese che rimase sempre sulla soglia della conversione, nel dare il castigo al colpevole la giustizia si comporta come nel gesto dell’elemosina: presta attenzione allo sventurato «considerandolo un essere umano e non una cosa». Ma non può fare questo se prescinde da un’impostazione religiosa: senza un riferimento a Dio, la prospettiva che si delinea non può che essere infernale.

Si sa che Simone Weil aveva un culto particolare per la civiltà greca, che considerava premessa al cristianesimo, e forse non è un caso che anche Curi nella sua analisi prenda spunto dal mondo della poesia e della tragedia antica, a partire proprio dalla domanda cruciale: che cos’è una pena? Ragionando sull’etimologia, egli chiarisce come il termine poiné (da cui il latino poena, l’italiano e lo spagnolo pena, il francese peine e l’inglese penalty) abbia il significato di “riparare” e “compensare” da una parte, e di “punire” dall’altra. È ciò che viene dato “in compenso” di qualcos’altro e indica la riparazione e il castigo. Non solo, essa riveste un significato sacrale ed è un corrispettivo della colpa commessa solo se provoca sofferenza, in un modo che sia proporzionale fra colpa e pena.

C’è insomma nella logica della pena l’affermarsi di un’espiazione in senso religioso, che sarà via via accentuata dal cristianesimo con il concetto di contrappasso, mirabilmente esemplificato da Dante. Ma cosa succede se una persona viene punita, ma non ha colpa? La vicenda di Edipo in questo senso è paradigmatica: egli paga il fio delle sue azioni senza esserne fino in fondo responsabile. È un eroe tragico che ben raffigura la visione greca dell’uomo e del mondo illustrata da un frammento del giovane Aristotele pervenutoci tramite Giamblico: «Siamo stati costituiti per natura» come se «fossimo tutti destinati a una punizione».

Per i Greci c’è un’infelicità di fondo nella condizione umana che accomuna tutti i mortali e che sarà risolta solo dal cristianesimo che ha reso possibile la redenzione. Come Edipo, anche Oreste si macchia del sangue dei genitori e a differenza del re di Tebe egli è ben consapevole di dare la morte alla madre Clitennestra, ma poiché commette il matricidio per vendicare l’assassinio del padre viene prosciolto al termine del processo che si svolge davanti al tribunale dell’Areopago. In questo senso egli assomiglia più ad Amleto che a Edipo.

Giustamente in un altro passo Curi richiama alla memoria un frammento di Pindaro, considerato il testo fondativo del diritto occidentale: «La legge è re di tutte le cose, mortali e immortali. Essa le guida con la sua mano sovrana e rende giusta la cosa più violenta». Versi che in realtà testimoniano, come avrebbe scritto Pascal, l’irriducibilità totale fra giustizia e diritto. Anzi, l’esistenza stessa del diritto sembra essere prova dell’impossibilità per l’uomo di realizzare la giustizia.

L’incapacità della nostra cultura, giuridica ma non solo, di fare i conti con questi temi fondativi è testimoniata dalla sfasatura evidente fra le risposte insufficienti che vengono date allo statuto della pena e l’attività giurisdizionale, che procede come se tutto fosse già stabilito.

Il modello correzionalista e quello preventivo sono in scacco, in balia di quella che Nietzsche definì l’origine economica e contrattualista della legge e della pena, da ricercarsi nel rapporto fra creditore e debitore e nella promessa della restituzione. Una ricostruzione genealogica che alla fine si basa sul piacere della sofferenza dell’altro, nel momento in cui chi contrae il debito offre come pegno il proprio corpo, la propria donna o la propria libertà e finanche la propria vita.

Un’idea assai materiale e non etica del debito e perciò della colpa e della pena, che certo ha il suo fascino ma che per Curi può essere ribaltata solo da un’altra logica, quella della sovrabbondanza. È la logica del surplus e dell’eccesso contenuta nell’Epistola ai Romani, ove Paolo supera l’economia della corrispondenza proporzionale fra colpa e pena.

Sulla scia di pensatori contemporanei come Jankélévitch, Derrida e Girard, si affaccia la chance del perdono, che talora è stata applicata alla giustizia in anni recenti, come nella Commissione Verità e riconciliazione in Sudafrica o nei processi sul genocidio del Ruanda. In entrambi i casi si è infatti constatato che la sola punizione può alimentare la sete di vendetta. Chance che si ripresenta pure nella formula della cosiddetta “giustizia riparativa”, un modello che coinvolge i colpevoli, le vittime e la comunità intera alla ricerca non solo di una riparazione del danno ma di una soluzione ai conflitti e di una riconciliazione.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/pena-o-diritto-il-dilemma-della-giustizia

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Gli insetti si stanno estinguendo molto più rapidamente di quanto credessimo.


Non è (purtroppo) più una novità che gli insetti di tutto il mondo stiano scomparendo a ritmi preoccupanti. Quello che forse non afferriamo ancora è la reale gravità di questa estinzione di massa: secondo uno studio della Technical University di Monaco di Baviera pubblicato su Nature, negli ultimi dieci anni il numero di specie di insetti in molte aree è diminuito di circa un terzo, sia nelle zone più antropizzate sia – con numeri inquietanti – in quelle selvatiche o protette.

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Lo studio, condotto in Germania ma i cui risultati, secondo gli autori, sono rappresentativi di quello che sta accadendo nel mondo, ha “coinvolto” più di un milione di insetti (circa 2700 specie) catturati in oltre 300 siti in giro per il Paese, e raccolti nel corso di un decennio, tra il 2008 e il 2017. I risultati vedono un drastico calo nella biomassa in tutte le aree studiate (fino al 40% nelle foreste e fino al 66% in praterie e campi coltivati), e soprattutto un crollo della biodiversità: un terzo delle specie che un tempo popolavano i paesaggi tedeschi sono sparite.  I motivi di questa strage? I soliti: i prati vengono tagliati e fertilizzati più volte all’anno per farne pascoli, mentre le foreste vengono sfoltite per ricavarne legname; in questo modo, gli insetti che non sono in grado di percorrere grandi distanze sono a rischio se vivono nei prati, perché non riescono a trovare una nuova casa, e al contrario quelli che hanno bisogno di un areale molto ampio soffrono nelle foreste, che diventano sempre più piccole.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/insetti-estinzione-piu-rapida-previsto

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Le elezioni del 16 novembre 1919. La resa dei conti nel Paese


Le elezioni politiche del novembre del 1919 furono cruciali per vari motivi, erano le prime del dopoguerra, quelle in cui finalmente il popolo italiano avrebbe potuto pronunciare un giudizio sugli eventi trascorsi e sulle forze politiche che si erano aspramente confrontate negli anni precedenti così tragici e traumatici. Inoltre esse consentivano di sperimentare per la prima volta un nuovo sistema proporzionale che avrebbe messo a dura prova le clientele e le spinte trasformistiche, premiando finalmente i grandi partiti di massa, che si erano dati una organizzazione su scala nazionale.L’esito elettorale per i socialisti che raccolsero consensi sia tra i rivoluzionari che tra i riformisti, fu superiore ad ogni aspettativa: un milione e 835.000 voti, essi raddoppiarono i consensi rispetto alle elezioni precedenti e superarono la percentuale del 30%, triplicando il loro numero di deputati ed ottenendo il gruppo parlamentare più numeroso e forte del Parlamento, davanti solo ai Popolari che pur ottennero uno straordinario secondo posto con 1.167.000 voti raccolti soprattutto tra le masse rurali, nelle prima elezioni in cui si presentavano e portando in Parlamento ben 100 deputati.
I gruppi democratico-liberali ottennero, sommandoli tutti, solo 179 seggi in confronto ai 310 delle precedenti elezioni. Gli altri seggi furono distribuiti a radicali, repubblicani, socialriformisti e nazionalisti (soprattutto ex combattenti) tra cui uno sparuto gruppo di fascisti. Ma il paradosso di quella tornata elettorale fu grande, perché il sistema proporzionale che in teoria avrebbe dovuto favorire i grandi partiti di massa, poi, per un suo meccanismo particolare di tutela delle minoranze, limitò notevolmente la sconfitta degli avversari dei socialisti: i liberal-democratici, soprattutto nel Nord, nonostante lì la maggioranza socialista fosse schiacciante e fosse arrivata addirittura al 46,5% dei voti convalidati.

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E i fascisti? Ebbene il blocco fascista nella città che aveva generato i Fasci di Combattimento, raggiunse solo 4657 voti, un risicatissimo risultato che però Mussolini seppe giustificare con la sua proverbiale retorica, dicendo: “La nostra non è una vittoria né una sconfitta, è una affermazione politica…siamo una esigua minoranza in confronto alle masse di cui dispongono gli altri partiti, ma una minoranza con la quale bisogna fare i conti, perché se è debole dal punto di vista quantitativo, è fortissima dal punto di vista qualitativo, e tutti i nostri avversari lo sanno…il nostro movimento politico…non è schedaiolo…giovanissimi come siamo e, in un certo senso desideriamo restare, dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno né sorpresi, né mortificati…La nostra battaglia continua.” In effetti i fascisti non se lo fecero dire due volte di battagliare, con altri metodi però rispetto a quelli “schedaioli”…

Il 17 novembre, infatti, reagendo alla sconfitta e alla schiacciante vittoria socialista, un corteo fascista avanzò minaccioso verso la sede de l’Avanti! in via S. Damiano, fu allora che i fascisti vennero accolti con una bomba che ferì varie persone in maniera piuttosto grave, quindi il loro corteo proseguì verso piazza del Duomo dove un gruppo di socialisti stava tentando di assaltare il comitato dei Fasci di Combattimento nella Galleria Vittorio Emanuele, anche in questo scontro i feriti furono numerosi.
Fu allora che una commissione composta da vari deputati socialisti tra i quali Treves, Turati e Serrati, si recò dal Prefetto chiedendo a gran voce lo scioglimento dei Fasci di Combattimento e della Associazione Arditi d’Italia. Le sedi fasciste furono allora perquisite e furono così sequestrate varie armi e munizioni, lo stesso Mussolini fu arrestato e messo in carcere, suscitando però le proteste dei principali quotidiani moderati: il Secolo e il Corriere della Sera, tanto che Mussolini fu presto scarcerato, allora infatti la mancata denuncia di armi non prevedeva l’arresto ma solo una ammenda pecuniaria. Gli scontri e i disordini però erano solo all’inizio, così come il famigerato “biennio rosso”.

 

 

 

 

Le elezioni del 1919. La resa dei conti nel Paese

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