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La Liechtenstein Initiative mobilita il settore finanziario contro la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani


Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2016 nel mondo più di 40 milioni di uomini, donne e bambini erano moderni schiavi, si tratta di una persona su 185 persone, e si stima che i proventi del solo lavoro forzato generino oltre 150 miliardi all’anno, mentre nel mondo 1,7 miliardi di persone – quelle che ne avrebbero più bisogno – non hanno un adeguato accesso ai servizi finanziari.per questo la Liechtenstein Initiative ha presentato alla recente Assemblea generale dell’Onu il suo rapporto finale e ha lanciato il progetto Finance Against Slavery and Trafficking, curato dall’ United Nations University Centre for Policy Research, che punta ad accelerare ulteriormente l’azione del settore finanziario contro la moderna schiavitù, il che include anche l’attuazione delle linee guida del Blueprint e una collaborazione con le principali banche e fornitori di servizi per fornire servizi finanziari ai sopravvissuti alla moderna schiavitù e alla tratta di esseri umani.

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Certo, fa un po’ effetto leggere che il progetto è finanziato anche dal governo del principato del Liechtenstein e delle sue banche che custodiscono un paradiso fiscale che alimenta l’ineguaglianza nel mondo, dal governo dell’Australia che la nuova schiavitù la alimentata in proprio, costruendo nell’isola di Manus in Papua Nuova Guinea e a Nauru lager dove ha confinato migranti e richiedenti asilo, dal governo britannico del Regno Unito, tempio della speculazione finanziaria e che, come quello olandese, tiene in piedi paradisi fiscali caraibici nei quali vengono lavati i soldi di attività criminali, compresi quelli derivanti dalla schiavitù e dalla tratta.

Comunque, il rapporto delinea 5 obiettivi per rafforzare la risposta del settore finanziario alla schiavitù moderna e al traffico di esseri umani. Ogni obiettivo si basa su una serie di azioni proposte che includono: aumentare le risorse per le indagini finanziarie sulla schiavitù moderna e sulla tratta di esseri umani; sviluppare migliori indicatori del rischio di riciclaggio di denaro e di finanziamento del terrorismo legati alla tratta; promuovere la collaborazione in tutto il settore in materia di due diligence sui diritti umani e mappatura dei rischi sociali; sviluppo di indicazioni dettagliate sulla leva finanziaria; investire nella finanza digitale e sociale, compresa la microfinanza, per servire i più vulnerabili. Il rapporto comprende anche un Implement Toolkit che punta ad aiutare le istituzioni del settore finanziario – dalle banche commerciali e retail fino alle fintech start-ups – ad agire per porre fine alla schiavitù moderna e al traffico di esseri umani.

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/wall-street-e-le-banche-libereranno-40-milioni-di-moderni-schiavi/

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Ferrovia Napoli-Portici: la storia della linea voluta dal Re (ma pagata da un imprenditore straniero).


Sette chilometri e 250 metri. Tanto era lunga la prima ferrovia d’Italia inaugurata 180 anni fa da Ferdinando II di Borbone, Re delle Due Sicilie. Collegava la città di Napoli con l’abitato di Portici, lungo il litorale partenopeo in direzione Sud.

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Il progetto fu affidato all’ingegnere francese Armand Joseph Bayard De La Vingtrie che a proprie spese ed in cambio dei proventi di 99 anni di concessione della linea (poi ridotti ad 80), avrebbe dovuto provvedere alla progettazione e alla costruzione della ferrovia entro 6 anni, tempo limite che comprendeva anche la valutazione e la liquidazione anticipata degli espropri di terreno.

Ad appena 7 anni dalla realizzazione della prima strada ferrata del mondo, la Manchester-Liverpool del pioniere delle locomotive a vapore George Stephenson, i progettisti di Bayard si misero all’opera per progettare una ferrovia che collegasse Napoli con Nocera Inferiore, comprendendo una diramazione per Torre Annunziata e Castellamare di Stabia. Il materiale rotabile fu ordinato ad una ditta inglese, la R.B. Longridge and Company di Northumberland, che fornì due locomotive note a Napoli con il nome del padre del progetto, le “Bayard”. Si trattava di due motrici a vapore molto simili alla prima “Rocket” di Stephenson. La prima locomotiva d’Italia, battezzata opportunamente “Vesuvio“, giunse via mare mentre le carrozze (sia chiuse che aperte) furono prodotte in loco presso i Regi Opifici di Pietrarsa, così come le rotaie in ferro battuto (e non in ghisa) da 25 kg/m. Le locomotive sviluppavano una potenza massima di 65 Cv grazie alla spinta assicurata dai due cilindri esterni. La velocità di esercizio per i tempi era a dir poco strabiliante: 50 Km/h, contro una media dei veicoli a trazione animale di circa 4 Km/h. Il tracciato era praticamente piatto e il raggio di curvatura compreso tra i 1.400 e i 3.000 metri e veniva coperto da stazione a stazione in circa 11 minuti.

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L’ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie concesse a Bayard il prolungamento della linea ben 10 anni dopo l’inaugurazione della Napoli-Portici. Oltre alle esitazioni del Governo di Napoli, le oggettive difficoltà orografiche che l’entroterra della Campania presentava impedirono di poter realizzare in tempi rapidi una strada ferrata che collegasse la capitale alla Puglia e alla Calabria. Le vicende delle ferrovie campane seguirono così inevitabilmente il rapido approssimarsi della fine del Regno borbonico e la ferrovia nata nel 1839 arrivò a stento a Cava dei Tirreni nel 1858. Due anni dopo, Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli viaggiando proprio sulla linea inaugurata vent’anni prima.

La stazione Bayard fu utilizzata fino alla costruzione di Napoli Centrale attivata nel 1867 al fine di unificare le due linee allora ancora separate tra Nord e Sud. Da allora sarà relegata a ruoli secondari. Durante uno dei molti violenti bombardamenti su Napoli del 1943 l’edificio della stazione Bayard fu gravemente danneggiato e di seguito abbandonato. Si trova ancora oggi in stato di rudere a fianco della Stazione Nolana della Circumvesuviana, che passano lungo quei sette chilometri dove 180 anni fa Napoli fu prima tra tutte le città italiane.

 

 

https://www.panorama.it/news/cronaca/napoli-portici-180-anni-ferrovia-italiana-1839/

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Sorridere: elisir di lunga vita, fa bene alla salute e all’umore.


“Fai un atto di gentilezza. Aiuta una persona a sorridere!”. Questo l’invito per la Giornata mondiale del sorriso che si celebra il 4 ottobre. Quando si ride nel nostro organismo avvengono molte reazioni chimiche. Secondo evidenze scientifiche, infatti, sorridere fa rilasciare endorfine che aiutano a gestire l’ansia e stress, aiuta a controllare il dolore, stimola il sistema immunitario, abbassa la pressione sanguigna. E rende anche più attraenti. Insomma aveva ragione Madre Teresa di Calcutta, quando, prima ancora che tutto questo venisse dimostrato, affermava: “Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso”. Gesto di gentilezza che fa bene al cuore e consolida le relazioni, grazie all’azione dei nostri neuroni specchio, il sorriso è anche “contagioso”, come dimostrato dai ricercatori della Università del Wisconsin, in un articolo su Trends in Cognitive Sciences.
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Di conseguenza, chi vuol far sorridere gli altri dovrebbe iniziare a farlo per primo. Nasce proprio per far diventare virale questo messaggio lo Smile Day, che fu celebrato per la prima volta nel 1999 e, a partire da questa data, ogni primo venerdì di ottobre. A volerlo fu Harvey Ball, creatore dello “smile”, della emoticon sorridente che è una delle icone più diffuse al mondo. Da piccola celebrazione nella città natale di Ball si è arrivati, alla World Smile Foundation, che ha come scopo quello di “migliorare il mondo con un sorriso alla volta”. Chiunque può essere un ambasciatore del sorriso (World Smile Day Ambassadors) e aiutare a spargere il messaggio sui social media, in famiglia e tra gli amici. Perché, per citare Charlie Chaplin, “un giorno senza sorriso è un giorno perso”

 

 

 

 

 

http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2019/10/04/aiuta-una-persona-a-sorridere-compie-20-anni-lo-smile-day_6045be90-77c0-4400-b739-29ebe0a811d7.html

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Chi era Karina Garcia Sierra.


Candidata alle prossime elezioni regionali previste per ottobre. Aveva già denunciato di aver ricevuto delle minacce. Karina Garcia Sierra era candidata alle elezioni regionali che si terranno in Colombia il 27 ottobre. Insieme a lei, la notte di domenica 1 settembre, sono state assassinate cinque persone, tra cui sua madre e un altro candidato. Le altre persone non sono ancora state identificate. Il veicolo blindato è stato dato alle fiamme, facendo pensare che le persone a bordo possano aver subito una morte particolarmente cruenta.  Da settimane, denunciano amilici e familiari, Karina Garcia Sierra aveva ricevuto minacce e intimidazioni per il modo in cui portava avanti la sua campagna elettorale, che sembrava spianarle la strada verso il ruolo di sindaco della città colombiana nelle elezioni del 27 ottobre prossimo. 

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Un omicidio che accentua ancor di più il caos in cui versa il paese sudamericano, e in particolare la provincia di Cauca, dove è in corso una guerra fra formazioni dissidenti delle Farc che qualche settimana fa avevano annunciato l’inizio di una nuova fase della lotta armata.

 

 

https://www.open.online/2019/09/03/colombia-uccisa-giovane-candidata-sindaco-il-sospetto-su-narcos-e-farc-dietro-lomicidio/

https://www.italiastarmagazine.it/sudamerica/colombia-candidata-sindaca-bruciata-viva-10809

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Cinque i morti tra le forze dell’ordine nel 2019.


Con i due poliziotti uccisi nella Questura di Trieste sono cinque le vittime tra le forze dell’ordine dall’inizio del 2019. Dal Foggiano al Bergamasco passando per il tragico accoltellamento di un carabiniere a Roma, questi i quattro episodi che hanno scosso l’opinione pubblica:

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Il 13 aprile scorso un carabiniere di 47 anni, Vincenzo De Gennaro, è stato ucciso sulla piazza principale di Cagnano Varano, un paesino del Foggiano, durante un controllo. Un uomo, la cui vettura era stata fermata a un posto di blocco, ha improvvisamente estratto una pistola e ha sparato verso la pattuglia, uccidendo un militare e ferendone un altro in modo non grave. Il 16 giugno 2019 è morto travolto da un’auto l’appuntato scelto Emanuele Anzini, un carabiniere 41enne di origine abruzzese ma che lavorava da venti anni in provincia di Bergamo. Durante il turno di notte di pattugliamento delle strade bergamasche Anzini è stato travolto e ucciso a un posto di controllo a Terno d’Isola da un automobilista risultato positivo all’alcoltest e arrestato. Il 27 luglio a Roma l’uccisione del carabiniere Mario Cerciello Rega, accoltellato a morte dal giovane americano Elder Finnegan Lee nel quartiere residenziale di Prati. Il 4 ottobre I poliziotti uccisi nel corso della sparatoria avvenuta nel pomeriggio all’interno della Questura sono Pierluigi Rotta, agente scelto, 34 anni, originario di Napoli e Matteo De Menego, agente 31enne originario di Velletri (Roma). Un uomo fermato per il furto di uno scooter è riuscito a disarmare un poliziotto e a far fuoco prima di essere a sua volta ferito e arrestato.

 

 

 

 

Cinque i morti tra le forze dell’ordine nel 2019.

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Una drammatica pagina della storia canadese.


Il dramma del genocidio degli indigeni in Canada venne alla luce grazie a un libro pubblicato nel 1922 da Peter Bryce, che raccontò delle violenze subite dagli indiani canadesi. L’ultima residenza scolastica venne però chiusa nel 1996, poco più di vent’anni fa.

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Una vicenda agghiacciante che vede protagonisti 150mila  bambini indigeni sottratti alle loro famiglie e costretti a seguire programmi di rieducazione per conformarsi alla cultura occidentale.

Le residenze furono fondate nel 1883 dal governo canadese, presentate come strutture di integrazione innovative e gestite dalla Chiesa cattolica e da quella anglicana. I bambini, appartenenti alle tribù Inuit, Métis, e Prime Nazioni, venivano tolti ai genitori quando avevano solo quattro anni e sistemati in collegi dove erano obbligati a seguire un programma di istruzione e rieducazione: durante il periodo di studi non gli era permesso parlare la loro lingua e venivano obbligati a conformarsi alla cultura canadese attraverso abusi mentali, fisici e sessuali. Molti dei bambini non hanno mai fatto ritorno a casa e sono morti in circostanze poco chiare. È il caso ad esempio di Charlie Hunter che morì nell’ottobre 1974, pochi giorni dopo il suo 14 ° compleanno, dopo essere caduto nel ghiaccio mentre frequentava la St. Anne’s Residential School di Fort Albany, Ontario.

Oggi finalmente 2800 vittime escono dall’anonimato: i loro nomi sono stati scritti su uno striscione rosso lungo 50 metri e pronunciati uno a uno durante durante l’Orange Shirt Day, cerimonia in onore delle vittime e dei sopravvissuti delle residenze canadesi che si è svolta presso Canadian Museum of History, a Gatineau. I nomi dei bambini sono stati inseriti in un registro permanente che verrà conservato all’interno del museo, perché non si dimentichi la loro terribile storia.

 

 

 

Il Canada rivela i nomi e restituisce dignità a 2800 bambini indigeni uccisi durante i programmi di rieducazione

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Per rispetto di Claudette Colvin, che a 15 anni ci insegnò la dignità.


L’arresto di Rosa Parks, il primo dicembre del 1955, fu il casus belli che portò all’abolizione della segregazione razziale sugli autobus in Alabama. Ma forse non tutti sanno che, prima di lei, un’altra persona decise di ribellarsi e non cedere il suo posto a una persona bianca: il suo nome è Claudette Colvin e a lungo la sua storia non è stata raccontata come avrebbe dovuto.

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Il motivo per cui non fu presa simbolo della lotta contro la segregazione razziale sugli autobus, come accadde pochi mesi dopo con Rosa Parks, è dovuto al fatto che poco dopo l’arresto aveva scoperto di aspettare un figlio. Le dissero che non volevano un’adolescente incinta perché sarebbe stata una cosa troppo controversa e che la gente avrebbe parlato più della  sua gravidanza, invece che boicottare gli autobus.

 

 

 

 

https://www.robadadonne.it/galleria/claudette-colvin-che-a-15-anni-ci-insegno-la-dignita/

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Severn Cullis-Suzuki:27 anni prima di Greta Thunberg, un’altra ragazzina ha parlato ai leader del mondo per chieder loro di salvare il pianeta


 

All’Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992, la 12enne Severn Cullis-Suzuki ha esortato il mondo a salvare il pianeta. Ora, 27 anni dopo, la canadese è una fervente sostenitrice di GretabThunberg, una “potente” forza che sta chiedendo ai leader del mondo di rendere conto delle loro azioni. “Sono solo una bambina e non ho tutte le soluzioni, ma voglio che vi rendiate conto che non le avete neanche voi!”, ha detto Cullis-Suzuki ai capi di stato a Rio, aggiungendo: “Se non sapete come sistemare tutto questo, per favore, smettete di distruggerlo!”. 27 anni dopo, le sue parole sembrano quelle di Greta, la 16enne attivista svedese che alle Nazioni Unite ha accusato i leader mondiali di averle “rubato i sogni e l’infanzia” con le loro “parole vuote” sul clima in nome delle “favole di un’eterna crescita economica”.

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Cullis-Suzuki ha 39 anni e ricorda ancora cosa si prova a stare davanti ai leader mondiali, chiedendo loro di evitare un disastro ecologico: “Quando guardo indietro, penso: Wow, che bel discorso! Non tutti i miei discorsi sono come quello ed è perché ci eravamo esercitati molto. Eravamo pronti”, riporta il Times Colonist. Lei, insieme ad un gruppo di altri 4 giovani attivisti, aveva messo da parte del denaro per poter raggiungere Rio. Per due settimane, hanno cercato di comunicare il loro messaggio ambientale. Cullis-Suzuki ha detto che a Rio sono stati firmati diversi accordi ambientali che per gli standard di oggi sembrerebbero radicali, quindi ha sentito che il mondo stesse davvero ascoltando. “Ma poi siamo entrati in alcuni dei decenni peggiori in termini di degrado ambientale e di disparità di ricchezza e potere. Quindi credo che siamo stati ascoltati, ma la domanda è perché siamo andati nella direzione opposta?”, si chiede Cullis-Suzuki.
Per approfondire http://www.meteoweb.eu/2019/10/severn-cullis-suzuki-fine-fatto-greta-1992/1321532/#BxIMcCcvvcWqylEp.99

 

 

 

Severn Cullis-Suzuki, che fine ha fatto la Greta del 1992?

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La storia delle donne, discriminate, che ci hanno portato sulla Luna.


Margaret Hamilton, la cui storia è stata ripresa più volte dopo che Barack Obama l’ha insignita, nel 2016, della medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, concessa a chi ha contribuito alla sicurezza, agli interessi, alla pace o alla cultura nel Paese.

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La Hamilton, oggi ottantatré enne, è una programmatrice che fu alla guida dell’equipe di scienziati che svilupparono il software di bordo, essenziale per la buona riuscita del programma Apollo: proprio in quegli anni lo sviluppo di software di questo tipo veniva assegnato alle donne perché si riteneva fosse una specializzazione di “minore importanza”. Un lavoro preciso, affidabile e meticoloso, tutt’altro che di minor importanze perché senza di esso, molto probabilmente, nessun uomo sarebbe riuscito a mettere piede sul suolo lunare.

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E le  tre brillanti matematiche, Katherine Johnson, Dorotty Vaughan  e Mary Jackson. La Johnson, che lo scorso agosto ha compiuto 101 anni, calcolò le traiettorie di volo delle capsule spaziali; la Vaughan invece, scomparsa nel 2008 all’età di 98 anni, si occupò della programmazione e dei linguaggi dei primi computer installati alla NACA, nome originario dell’ente di ricerca spaziale americano diventato poi NASA nel 1958.

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E per finire la Jackson, specializzata in ingegneria spaziale e scomparsa nel 2005 all’età di 83 anni, si occupò dei test di volo delle capsule spaziali condotti nelle gallerie del vento.

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-storia-quasi-ignota-delle-donne-che-ci-hanno-portato-sulla-luna_it_5d91fbf5e4b0e9e7605024c1?fbclid=IwAR2qHBtW1vpTwC5EjvVV7TRuQKXhhB8Bd9HAZKT7BmTCYYU25WdAZCMnKUU

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3 OTTOBRE – GIORNATA MONDIALE DELL’HABITAT.


La prima Giornata internazionale dell’habitat è stata istitutita nel 1985 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attraverso la Risoluzione 40/202, ed è stata celebrata per la prima volta nel 1986.

Ogni anno, la Giornata si focalizza su un nuovo tema scelto dalle Nazioni Unite, che è associato a UN-Habitat (United Nations Human Settlements Programme), il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani. La selezione del tema si propone di richiamare   l’attenzione della comunità internazionale sugli obiettivi e la missione  di UN-Habitat nel promuovere le politiche di sviluppo sostenibile e assicurare il diritto di tutti a un’abitazione adeguata.

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La prima Conferenza internazionale delle Nazioni Unite che riconobbe pienamente la sfida posta dall’urbanizzazione si svolse a Vancouver (Canada) nel 1976. La Conferenza, con il nome di Habitat I, portò alla creazione, il 19 dicembre del 1977, del precursore di UN-Habitat: la Commissione delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, un ente intergovernativo e centro delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani (comunemente chiamato “Habitat”), che assunse il ruolo di Secretariato esecutivo della Commissione.

Nel 1996, le Nazioni Unite indissero Habitat II a Instanbul in Turchia, la seconda conferenza sulle città con lo scopo di fare il punto a due decenni di distanza da Habitat I e di stabilire obiettivi innovativi per il nuono millennio. Il documento politico che venne stilato in tale occasione fu denominato “Agenda Habitat”, conteneva più di 100 impegni e 600 raccomandazioni e venne firmato da 171 Paesi Membri.

Dal 1997 al 2002, Habitat, guidato dall’Angeda Habitat e più tardi anche dalla Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite del 2000, subì un forte rinnovamento sulla base della sua consolidata esperienza nell’identificazione delle priorità emergenti per lo sviluppo urbano sostenibile e con il fine di rispondere a tali priorità  attraverso un’appropriata struttura organizzativa.

Il 1 gennaio 2002, con la Risoluzione dell’Assemblea Generale A/56/206, il mandato di Habitat venne rinforzato e il suo stato fu elevato a programma delle Nazioni Unite, dando vita a UN-Habitat, il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani. In quegli anni furono messe a punto raccomandazioni chiave, azioni e nuove strategie con l’obiettivo di raggiungere gli standard di sviluppo urbanistico e delle abitazioni per i 15 anni successivi

 

 

 

 

 

3 OTTOBRE – GIORNATA MONDIALE DELL’HABITAT

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Se non riesci a smettere di perdere tempo, concentrati sui vantaggi della procrastinazione (che potrebbe essere geniale).


Continuate imperterriti a rimandare al domani quello che potreste fare oggi? Ebbene, forse non è poi così atroce questa “cattiva” abitudine, anzi potrebbe essere addirittura geniale.Secondo Adam Grant,  docente di Management alla Wharton, autore del libro ““, la procrastinazione è una caratteristica molto diffusa tra i pensatori più innovativi del Pianeta, inclusi due dei cofondatori di Apple, Steve Jobs e Steve Wozniak. Grant spiega che oggi la procrastinazione è associata alla pigrizia e all’apatia ma nell’antico Egitto la si considerava come un avvertimento: il momento giusto non è ancora arrivato“. Vale a dire che chi procrastina, in fondo a se stesso, sa che quello non è il momento per procedere.

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vantaggi della procrastinazione non finiscono qui, eccone un elenco:

  1. ci permette di avere un quadro d’insieme più completo quando dobbiamo prendere una decisione;
  2. mentre rimandiamo un lavoro, abbiamo più tempo per perfezionarlo e individuare eventuali errori e sviste;
  3. ci permette di non perdere tempo in attività inutili o che semplicemente non fanno per noi;
  4. ci protegge dall’iper-produttività tipica di questi tempi;
  5. stimola e migliora la creatività alternativa;
  6. ci permette di capire cosa davvero fa per noi.

 

 

 

 

Se non riesci a smettere di perdere tempo, concentrati sui vantaggi della procrastinazione (che potrebbe essere geniale)

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Quando i racconti di viaggio scorrevano su carta. 150 anni fa la prima cartolina


Il 1° ottobre 1869 nasce in Austra la Correspondenz-Karte, cartoncino rigido più sottile, leggero ed economico delle lettere, destinata a diventare la testimonial dei piccoli e grandi viaggi per (quasi) un secolo e mezzo. Fino all’era di sms, social e Instagram. Le cartoline, cartoncini color avorio con francobollo e indirizzo e con un testo che non doveva superare le venti parole, precursore come regola dei famosi 140 caratteri che adottò Twitter, iniziarono a circolare in Europa e nel mondo. Il colore fu introdotto a fine del XIX secolo grazie agli svizzeri: il litografo zurighese Hans Jakob Schmid che lavorava per la Orell Füssli inventò il procedimento fotocromatico, che venne premiato con la medaglia d’oro all’Esposizione universale di Parigi del 1900. Al primo lancio nel 1869 seguì subito un successo del mezzo: un milione di copie vendute in un mese. La carta era buon mercato, non c’erano buste, potevano essere acquistate anche nei luoghi di vacanza.
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Inizialmente venivano colorate a mano, poi con i nuovi processi svizzeri prendeva forma il blu acceso dei fiumi, il verde intenso delle montagne, i colori dei paesaggi. Molte cartoline diventarono un oggetto da collezione, un qualcosa che oggi può valere anche migliaia di euro. Nel 1913 in Svizzera furono vendute circa 112 milioni di cartoline. Con la guerra diventarono un contatto fra soldati e famiglie, un bollettino per gli aggiornamenti dal fronte.

 

 

 

 

 

https://www.repubblica.it/viaggi/2019/09/30/news/cartoline_150_anni-237333661/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P17-S1.4-T1

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La povertà in Italia: una gabbia per gli ultimi


I figli del 10% più povero degli italiani avrebbero bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio. Le conseguenze dell’immobilismo che congela le disuguaglianze e accentua la polarizzazione della nostra società sono la mortificazione delle aspirazioni dei giovani e della speranza in un futuro più equo.

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Gli sforzi individuali, la dedizione, il talento sono sempre meno determinanti per il miglioramento delle condizioni di vita rispetto alle condizioni socio-economiche della famiglia d’origine.Lo specchio di una disuguaglianze economica e sociale, che anziché attenuarsi di generazione in generazione, nella migliore delle ipotesi, non si riduce mai”.Le prospettive senza scelte politiche radicali ad esempio per aumentare l’investimento statale nell’istruzione, cronicamente sottofinanziata, non sono rosee.Neppure il lavoro basta più a garantire un livello di vita dignitoso ai più giovani nonostante la ripresa occupazionale. Oltre ai bassi salari, in 10 anni si è avuto un boom di contratti di breve durata e di part time. Nel 2018 circa il 13% degli occupati nelle fasce d’età tra i 16 e i 29 anni era working poor, faceva cioè parte di una famiglia con reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Manca inoltre il lavoro qualificato e l’Italia detiene oggi il triste primato nel G7 per il maggior numero di laureati occupati in mansioni di routine e solo l’anno scorso 1,8 milioni di persone in possesso del titolo di laurea erano impiegati in professioni che richiedono un titolo di studio inferiore.

 

 

 

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/la-poverta-in-italia-una-gabbia-da-cui-e-difficile-uscire

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La Quercia delle Checche candidata a “Tree of the year 2019”


Il nome della Quercia delle Checche, deriva dalla grande quantità di gazze che trovano riparo tra i suoi rami e porta con sé storia e racconti popolari che l’hanno accompagnata lungo i suoi 350 anni di vita. Alta quasi 20 metri, allunga le sue braccia per oltre 25 metri. Tanto tempo fa faceva parte di un intero bosco di querce ed è sopravvissuta al taglio solo per la sua imponente mole. Ha conosciuto ben più di una guerra, e i partigiani l’hanno utilizzata come nascondiglio durante l’occupazione nazi-fascista. Nonostante il crollo di due importanti branche, le cure di volontari, dei tecnici e del Comitato nato per la sua salvaguardia, le hanno permesso di attrarre visitatori da ogni dove e di continuare a offrire riparo agli uccelli come sempre ha fatto.

 

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La quercia vincitrice, non solo sarà eletta “quercia dell’anno per l’Italia” e riceverà il supporto tecnico gratuito da parte del comitato scientifico nazionale ed internazionale di Giant Trees Foundation per la sua salvaguardia, tutela e benessere, ma verrà presentata a livello europeo ed entrerà in gara con gli alberi vincitori dei contest internazionali per l’elezione dell’albero europeo più importante nel 2020.

 

http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/la-quercia-delle-checche-candidata-a-tree-of-the-year-2019/

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Humboldt, l’esploratore e ‘genio romantico’ che aveva anticipato i cambiamenti climatici già due secoli fa


Naturalista, esploratore, geografo, botanico tedesco ma soprattutto lo scienziato pionieristico che per la prima volta, ha osservato, documentato e analizzato i cambiamenti climatici oltre duecento anni fa. Parliamo di Alexander von Humboldt, colui che ha considerato lo stretto legale tra uomo e natura.

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Humboldt, durante una delle sue esplorazioni in America latina, ebbe modo di vedere le conseguenze del colonialismo e avvertì i cambiamenti climatici legati alla spericolata deforestazione e l’innesto di piantagioni. All’epoca, investigava sulle colline inaridite e su molti terreni diventati sterili. Fu poi sul Lago di Valencia, nel nord del Venezuela, dove sviluppò la sua idea che gli umani avessero un impatto negativo sul clima.

Egli rappresenta in sintesi, quello che continua ad accadere ancora oggi, è di fatto uno scienziato ambientale ancor prima che venissero coniate le parole ambiente o ecologia. Ma non solo. Humboldt, già consapevole di quello che sarebbe potuto succedere, all’epoca chiedeva una buona gestione globale delle risorse. Osservava come la costante erosione della copertura arborea avrebbe portato effetti sul riscaldamento globale. Diceva, che le piante sono essenziali per la stabilità climatica e la loro presenza consente di rimuovere le emissioni immesse nell’atmosfera dalle attività umane.

I suoi avvertimenti non furono mai ascoltati e ben presto le cose presero una strada opposta, ovvero quella dello sviluppo massiccio e dello sfruttamento inconsiderato. Oggi i suoi libri sono bestseller mondiali perché di fatto visionari e lungimiranti, non a caso si dice che nel 19esimo secolo Alexander von Humboldt fu la seconda persona più famosa al mondo dopo Napoleone.

 

 

Humboldt, l’esploratore e ‘genio romantico’ che aveva anticipato i cambiamenti climatici già due secoli fa

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Gli europei evadono 2,25 miliardi al giorno. Record pro capite in Danimarca (Italia esclusa)


Quando William Shakespeare raccontava nell’Amleto che c’è del marcio in Danimarca, non alludeva certo all’evasione fiscale. Chissà cosa scriverebbe oggi se scoprisse che la Danimarca tallona l’Italia nella classifica pro capite in Europa dei soldi sottratti al Fisco.

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In valori assoluti l’Italia è al primo posto con 190,9 miliardi evasi ogni anno, mentre al secondo e al terzo posto seguono Germania (125,1 miliardi) e Francia (117, 9 miliardi).

La classifica, però, assume un volto diverso se la media dell’evasione viene calcolata sul numero di abitanti, neonati inclusi. Si scopre allora che la Danimarca tallona l’Italia, seguita dal Belgio (con un’evasione pro capite media di 2.676 euro), Lussemburgo (2.657 euro) e Malta (2.059 euro). Tutti questi Paesi sono sopra la media europea che è di 1.634 euro pro capite. Sotto la media, tra i più virtuosi ci sono la Romania (824 euro) e la Repubblica Ceca (833 euro).

La Danimarca, secondo l’ultimo rapporto della Commissione europea, è il Paese nel quale vige la più alta imposizione fiscale complessiva rispetto al prodotto interno lordo, oltre il 45%.

L’evasione sembra essere uno degli sport preferiti dagli europei. Ogni giorno in Europa vengono sottratti al Fisco 2,25 miliardi di euro, vale a dire 94 milioni all’ora o, se si preferisce, 1, 5 milioni al minuto. Ogni secondo che passa, insomma, i Paesi europei non incassano 26.113 euro.

 

 

 

https://www.ilsole24ore.com/art/gli-europei-evadono-225-miliardi-giorno-record-pro-capite-danimarca-italia-esclusa-ABOyjliB

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Indonesia come Marte, il cielo diventa rosso: colpa degli incendi.


Non siamo su Marte e non c’è alcun foto ritocco. Il cielo della provincia di Jambi, in Indonesia, si colora di rosso. La causa sono gli incendi che stanno colpendo le foreste nella zona sud orientale del Paese.

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Il periodo in cui la foschia rossa si manifesta con maggior frequenza si verifica tra luglio e ottobre, in concomitanza con la stagione secca. In particolare la colorazione rossastra della nebbia è causata da un fenomeno preciso denominato scattering di Rayleigh (dal nome del fisico inglese John Rayleigh) ed è legato ad alcune particelle presenti nel fumo degli incendi.

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Più semplicemente le onde luminose che attraversano l’atmosfera generano una rifrazione della luce. Stesso fenomeno che fa sembrare il cielo azzurro di giorno o rosso al tramonto, dal momento che la luce solare prossima all’orizzonte attraversa uno strato più spesso di atmosfera

 

 

 

 

https://video.repubblica.it/mondo/indonesia-come-marte-il-cielo-diventa-rosso-colpa-degli-incendi/344315/344898?ref=RHRD-BS-I0-C6-P1-S4.6-T1

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Autunno, è tempo di raccolta spirituale.


L’equinozio d’autunno, tradizionalmente, era considerato un periodo dell’anno significativo per via del raccolto. Ma anche oggi è tempo di raccolta degli sforzi, è tempo di bilanci per capire se i propositi fatti a inizio anno stiano dando i loro frutti.

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Spiritualmente parlando, l’autunno rappresenta il momento in cui dobbiamo riconoscere l’abbondanza come stato naturale dell’essere. Le nostre vite attraversano cicli di crescita, raccolto, morte e rinascita così come accade nella natura.

Le stagioni che cambiano sono punti chiave nel ciclo della vita, e in questi passaggi stagionali molte culture antiche percepivano un messaggio più potente per l’umanità. Le culture indigene riconoscevano la saggezza basata sulla terra celebrando il solstizio d’inverno, l’equinozio di primavera, il solstizio d’estate e l’equinozio d’autunno. Fasi di un viaggio spirituale interiore che rifletteva quello naturale.Per celebrare l’equinozio d’autunno, ricordiamo che la Natura in questo periodo ci offre molti suoi frutti nonostante l’addio all’estate, la stagione che per eccellenza ci regala numerosi prodotti. Allo stesso modo, cerchiamo di spostare la nostra coscienza dal senso di mancanza a quello di ricchezza, focalizzandoci su ciò che abbiamo e non su ciò che ci manca. Come? Un aiuto in questo senso potrebbe essere il il diario della gratitudine,  in cui esprimere la nostra riconoscenza nei confronti della vita. Nel caos della vita quotidiana, fatta di traffico, impegni, stress e appuntamenti, concediamo a noi stessi del tempo per  rimanere il silenzio, ascoltando ciò che sta cercando di emergere dentro di noi.

Il significato dell’Equinozio d’autunno per chi percorre un cammino spirituale è il periodo dell’anno in cui attiviamo il nostro nuovo ciclo di crescita. Quando diventiamo silenziosi e riposiamo, stiamo lasciando emergere la nostra visione più ampia.

 

 

 

 

Il significato spirituale dell’equinozio d’autunno nella vita moderna

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Verso un mondo senza uccellini.


Nell’ultimo mezzo secolo il numero di uccelli presente in Europa, Canada e negli Stati Uniti è diminuito di 3 miliardi, con una perdita di esemplari pari al 29%. A mostrare come i cieli del Nord America, ma anche quelli d’Europa  si stiano svuotando sono i risultati di un’analisi pubblicata sulla rivista  Science.

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Gli autori dello studio hanno esaminato i dati relativi a 529 specie di uccelli, pari a oltre il 90% dell’intera popolazione di uccelli della zona. Si aspettavano che nel corso delle ultime decadi fossero diminuite le popolazioni delle specie più rare, ma che tali perdite fossero compensate dall’aumento di esemplari comuni tra cui rientrano passeri, fringuelli, pettirossi e merli, più resistenti rispetto alle specie rare.In realtà il team di ricercatori ha scoperto che tra le 31 specie di uccelli più comuni dal 1970 sono scomparsi 700milioni di adulti, registrando una perdita di esemplari pari al 53%,.

La scomparsa degli uccelli non è un fenomeno esclusivamente americano: nel 2014 anche i ricercatori europei avevano pubblicato dati comparativamente simili.  In quella ricerca iniziata nel 1980 e terminata nel 2010, la popolazione di uccelli europei era stata ridotta di 400 milioni rispetto ai 2000 stimati. Oltre alla gamma temporale inferiore, questo studio era limitato a 144 specie “comuni”, ma la tendenza viene confermata anche dall’ultimo rapporto (con dati fino al 2016) in cui si evidenzia come un terzo delle specie sia in declino.

Le cause della scomparsa di così tanti esemplari a un ritmo scioccante sono diverse. Una tra le principali è sicuramente la perdita di habitat provocata dai cambiamenti climatici e dalle attività umane, che determina una diminuzione di risorse alimentari per gli uccelli. A questo si aggiunge l’uso di pesticidi: i tossicologi hanno infatti sottolineato come la presenza di pesticidi anche a basse dosi possa determinare la perdita di peso dei passeri, ritardando la loro migrazione e diminuendo così le possibilità di sopravvivere e riprodursi.

 

 

Verso un mondo senza uccelli: negli ultimi decenni scomparsa fino alla metà dei volatili più comuni

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Giornata internazionale della pace.


Il 21 settembre si celebra la Giornata internazionale della pace. La pace è il requisito fondamentale per garantire la crescita e il benessere di ogni popolo ed essere umano. Su questo principio si basa la risoluzione 36/67 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha istituito il 30 novembre 1981 la Giornata internazionale della pace. La risoluzione stabiliva che il terzo giovedì di settembre di ogni anno sarebbe stato un giorno di pace e di non violenza per rinunciare all’ostilità, deporre le armi e cessare ogni battaglia interna o esterna. Un giorno di pace nel senso più largo del termine, tra Paesi, all’interno di ogni nazione, tra vicini di casa, colleghi e famigliari.

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Gli stati membri delle Nazioni Unite, le organizzazioni regionali, le organizzazioni non governative e i singoli individui  invitati in questo modo a promuovere gli ideali della pace tra gli Stati e i popoli attraverso tutti i mezzi appropriati e in particolare attraverso l’educazione, lo strumento principale per lo sviluppo e il progresso dell’umanità. Dal 2002, dopo una campagna di Jeremy Gilley e della organizzazione Peace One Day, il 7 settembre del 2001 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 55/282 tramite la quale la Giornata internazionale della Pace è diventata una celebrazione fissa, il 21 settembre di ogni anno, una data da fare entrare bene nella mente e segnare nel calendario di ognuno.

 

 

 

 

 

 

https://www.gqitalia.it/news/article/giornata-internazionale-della-pace-2019-perche-21-settembre-che-senso-ha

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Nel mondo ci sono 227 milioni di migranti internazionali


Secondo le nuove stime pubblicate dal Department of economic and social affairs (Desa) dell’Onu, «Nel 2019, il numero di migranti internazionali nel mondo ha raggiunto i 272 milioni, cioè un aumento di 51 milioni in rapporto al 2010. Attualmente I migranti internazionali rappresentano il 3,5% della popolazione mondiale, contro il 2,8% nel 2000. Stime che si basano sulle statistiche ufficiali nazionali sulla popolazione nata all’estero e ottenute grazie a censimenti, registri della popolazione o sondaggi rappresentativi a livello nazionale.

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Le migrazioni internazionali non sono solo volontarie: quelle forzate continuano ad aumentare. Tra il 2010 e il 2017, nel mondo il numero dei rifugiati e dei richiedenti asilo è aumentato di circa 13 milioni, cioè circa un quarto dell’aumento del numero totale dei migranti internazionali e anche qui il dato è sorprendente: L’Africa del Nord e l’Asia occidentale hanno accolto circa il 46% del numero mondiale dei rifugiati e dei richiedenti asilo, seguiti dall’Africa subsahariana (21%).

E non è nemmeno vero che sono tutti giovani maschi: le donne rappresentano un po’ meno della metà di tutti i migranti internazionali, anche se nel 2019 la percentuale di donne e ragazze è leggermente diminuita, passando dal 49% nel 2000 al 48% di oggi. In Nord America  (52%) e in Europa (51%) le donne migranti superano addirittura gli uomini mentre nell’Africa subsahariana (47%), e nel nord Africa e Asia Occidentale (36%), sono sotto la media mondiale.

Un migrante internazionale su 7, 38 milioni e il 14%, ha meno di 20 anni ma non è l’Europa e l’Italia, come vogliono far credere in molti ad accogliere la più alta percentuale dei giovanissimi migranti: è l’Africa subsahariana con il 27%, seguita dall’America Latina e Caraibi, dall’africa del Nord e Asia Occidentale che sono ciascuna intorno al 22%.

Tre migranti internazionali su 4, 202 milioni e il 74%,  sono in età lavorativa: da 20 a 64 anni. E In Europa, Asia orientale e del Sud-Est e America del Nord i migranti internazionali in età lavorativa superano i due terzi.

L’Onu è impegnata a sostenere la migrazione sicura, attraverso accordi internazionali per salvaguardare i rifugiati e in generale le persone in movimento. Il legame tra migrazione e sviluppo è molto ben consolidato. In generale, il contributo dei migranti sia nei Paesi ospitanti che nei Paesi di origine, include l’invio di rimesse di valore ai Paesi di origine e un importante contributo sociale attraverso la trasmissione di idee.

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/nel-mondo-ci-sono-227-milioni-di-migranti-internazionali/

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Per chi non suona la campanella.


Secondo le ultime stime dell’Institute for statistics (Isu) dell’Unesco, nel 2018 nel mondo erano 258 i milioni di bambini e di adolescenti che non avevano accesso alla scuola, un sesto delle popolazione mondiale tre i 6 e i 17 anni.   Se gli attuali trend proseguono, nel 2030 un bambino su 6 rimarrà non scolarizzato nei cicli primari e secondari, mentre solo 6 giovani su 10 conseguiranno l’insegnamento secondario. Da questi nuovi dati emerge anche lo scarto tra i Paesi ricchi e quelli poveri: In quelli a basso reddito, il 19% dei bambini in età per frequentare le primarie (di età da 6 a 11 anni circa) non sono scolarizzati, contro solo il 2% nei Paesi a reddito elevato. I gap si aprono ancora di più tra gli adolescenti: circa il 61% dell’insieme dei giovani tra i 15 e i 17 anni non sono scolarizzati nei Paesi a basso reddito, contro l’8% nei Paesi a reddito elevato.

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L’Unesco fa notare che, Sebbene le cifre totali sembrino essere diminuite rispetto al 2017, quando 262 milioni di bambini non avevano accesso alla scuola, questa diminuzione è in gran parte dovuta a una modifica del metodo di calcolo di questi indicatori. Come indica un nuovo documento,  i bambini più grandi non vengono considerati fuori dalla scuola, ma frequentano la scuola materna, non la scuola primaria, ma questo non cambia il tasso complessivo dei bambini non scolarizzati.

In precedenza, tutti i bambini in età di scuola primaria (dai 6 agli 11 anni circa) che non erano iscritti all’istruzione primaria o secondaria venivano considerati fuori dalla scuola. Questo includeva i bambini in età scolare che non erano stati iscritti all’istruzione prescolare. Eliminando questo gruppo relativamente piccolo di bambini (principalmente dai Paesi ad alto reddito), il numero totale di bambini non scolarizzati è diminuito di circa 4,6 milioni.

A meno da una settimana dell’Assemblea generale dell’Onu che esaminerà i progressi compiuti negli Obiettivi di sviluppo sostenibile e discuterà dei finanziamenti per raggiungerli, le statistiche dell’Isu. Questo obiettivo resta raggiungibile se vengono fatti nuovi sforzi e vengono raccolti dati più completi e affidabili per tenere traccia dei progressi nell’accesso e nel successo a scuola.

 

 

 

 

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/per-chi-non-suona-la-campanella-unesco-12-milioni-di-bambini-rischiano-di-non-andare-mai-a-scuola/

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Boves Kaputt.


L’eccidio di Boves fu il massacro di civili innocenti compiuto come rappresaglia dall’esercito nazista il 19 settembre 1943.

Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia, è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise.

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Tra il  194 ed il  1944  la città subì una seconda ondata di violenze; in questo caso, l’esercito tedesco attuò dei rastrellamenti nella zona montana di Boves per coprire la propria ritirata ed evitare i “colpi” dei gruppi partigiani presenti in zona. Il paese, soprattutto nelle frazioni montane, viene di nuovo dato alle fiamme; i morti sono 59, tra civili e partigiani.

I famigliari delle vittime e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste della città cuneese. Il generale Peiper, responsabile del primo eccidio, arrestato alla fine della guerra, verrà inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia, in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia, verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio della sua casa, colpita da bombe moltov.

 

 

 

https://www.infoaut.org/storia-di-classe/19-settembre-1943-leccidio-di-boves

https://it.wikipedia.org/wiki/Eccidio_di_Boves

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PALOMBELLA ROSSA/ Moretti e la fine del Pci: il presente non ha più memoria


Era il 15 settembre del 1989, esattamente 30 anni fa, quando usciva nelle sale cinematografiche “Palombella rossa”, film di e con Nanni Moretti.

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Il tema della pellicola è la crisi di un comunista e di tutto il Partito comunista in generale. Il protagonista, Michele Apicella è un politico militante nel Partito comunista e giocatore di una squadra di pallanuoto. Il giorno seguente alla sua partecipazione a una Tribuna Politica, in cui fatica a difendere i principi del suo partito di fronte alle critiche dei giornalisti, mentre è alla guida della sua auto, si distrae per rispondere alle smorfie di alcuni bambini che lo guardano da un’altra automobile e sbanda, riportando un trauma cranico. La conseguenza è un’amnesia che porta Apicella a dimenticare chi è.

Un messaggio forte è nelle parole del sindacalista: se si perde un’identità politica, nasce un movimento conflittuale. “Io so che nella società c’è un potenziale conflittuale enorme che va diretto, perché se non è diretto, o non c’è o si disperde o è clientelismo o è lotta verbale”. E: “Continuiamo in questo eclettismo generico, mentre noi abbiamo bisogno di punti forti; noi non partiamo da zero: abbiamo un patrimonio, abbiamo idee”. Ahinoi, come risuonano attuali “clientelismo” e “lotta verbale”…Due mesi dopo l’uscita di Palombella rossa, nel novembre 1989 crolla il muro di Berlino e con esso anche il Pci. Anche stavolta l’analisi del visionario Moretti aveva anticipato i tempi.

https://www.ilsussidiario.net/news/palombella-rossa-moretti-e-la-fine-del-pci-il-presente-non-ha-piu-memoria/1925206/

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Aids, cala il numero di morti ma la malattia è ancora troppo forte e presente per essere eradicata.


Luci e ombre sul fenomeno Aids nel mondo. Se da un lato l’Onu fa notare che il numero dei morti legate all’Hiv è sceso del 33% rispetto al 2010, con “soltanto” 770mila morti nel 2018, lo stesso rapporto Unaids sottolinea e denuncia che mancano i finanziamenti per la ricerca e che nel mondo solo 3 ammalati su 5 hanno accesso alle terapie antiretrovirali. Nel 2016, gli stati membri dell’Onu hanno concordato l’obiettivo di ridurre le morti per Aids del 50% entro il 2020, portandole a meno di 500mila all’anno. A sei mesi dal termine, siamo molto lontani dall’obiettivo fissato: il numero di morti per Aids nel 2018 (770mila) si è ridotto di poco rispetto agli anni precedenti (800mila nel 2017 e 840mila nel 2016). Il tasso di riduzione della mortalità è stagnante. Gli stati membri dell’Onu hanno anche concordato obiettivi di trattamento 90-90-90, ovvero che il 90% delle persone affette da Hiv sia a conoscenza del proprio stato, che il 90% delle diagnosticate riceva il trattamento antiretrovirale e che nel 90% di quelle sotto trattamento si ottenga la soppressione della carica virale.

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I governi, i ministeri della Salute, le organizzazioni internazionali e i donatori devono aumentare gli sforzi e focalizzarsi sulla riduzione della mortalità tra le persone affette da Hiv, con un’attenzione particolare verso la prevenzione, l’individuazione del virus e la terapia per patologie avanzate legate all’Hiv e Aids. Occorre l’accesso alle cure di base.Centinaia di migliaia di persone continuano a morire a causa dell’Aids ogni anno perché non hanno accesso alle cure di base o perché vivono in Paesi poco considerati, in comunità dimenticate, dove le politiche ignorano le loro condizioni. Prevenire, individuare e curare l’Hiv e l’Aids richiede più attenzione e più finanziamenti, specialmente in contesti generalmente trascurati come l’Africa occidentale e centrale e tra popolazioni dimenticate.

 

 

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/aids-hiv-virus-morti-malati-infezione-51d08e40-393f-4d35-b9f1-eb68b8d6a212.html

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Ynés Mexia, la botanica sbocciata tardi.


Ynés Mexia è stata una botanica dalla doppia cittadinanza, messicana e americana,

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Si è affacciata alla ricerca scientifica solo dopo i 50 anni e a oltre 80 anni dalla morte i botanici stanno ancora catalogando e classificando gli esemplari che ha avuto modo di raccogliere e conservare. Si può solo immaginare cosa avrebbe potuto fare Ynés Mexia se le fosse stato consentito un normale percorso accademico e di ricerca. E ancora di più fa effetto pensare a quanta cura occorre per premere anche un solo fiore tra le pagine di un libro, dopo averlo cercato e scorto, e descritto. La “collezione” di Ynés Mexia conta ben oltre 150mila esemplari, e questa è la cifra di questa ricercatrice, capace di raccogliere e catalogare più esemplari di quanto fatto nientemeno che Darwin. Eppure Ynés Mexia, “nonostante”la sua mente ordinata e catalogatrice, era più simile a una esploratrice. Sia per via delle missioni cui prendeva parte sul territorio per raccogliere esemplari delle sue amate piante, sia per via del coraggio che le fu necessario per seguire per ben 16 anni lezioni di botanica con persone anche di 30 anni più giovane, senza mai conseguire la laurea in Scienze.

La sua carriera di botanica iniziò davvero quando iniziò a fare spedizioni botaniche nel 1925 . In queste spedizioni, lei e il suo team hanno raccolto campioni di piante e tenuto note dettagliate sulle loro osservazioni. Sapeva che la sua esperienza in Messico l’avrebbe aiutata come scienziata sul campo e tornò più volte .

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.ilsussidiario.net/news/ynes-mexia-chi-e-la-botanica-sbocciata-tardi-che-rivaleggia-con-darwin/1926012/

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Sprechi alimentari: gli imballaggi di plastica non risolvono il problema


Lo spreco alimentare rappresenta un grave problema in Europa, dove ogni anno si stima finiscano in spazzatura una media di 180 kg di cibo per persona.La situazione non è diversa nel resto del mondo: a livello globale, oltre un miliardo di alimenti vengono buttati,  pari a circa un terzo di quelli prodotti.Poiché circa un quarto del cibo prodotto viene buttato a causa di alterazioni da microrganismi che ne determinano il deterioramento e poiché la contaminazione del cibo ad opera di microrganismi rappresenta un grave rischio per la salute dei consumatori, il settore delle tecnologie alimentari si occupa di trovare soluzioni efficaci per conservare il cibo meglio e più a lungo.Gli imballaggi in plastica sono spesso descritti come mezzo per evitare gli sprechi alimentari, ma non hanno offerto una soluzione al problema. L’uso di imballaggi in plastica è aumentato parallelamente alla crescita degli sprechi alimentari, con una domanda totale di plastica in Europa che sale a 49 milioni di tonnellate all’anno, di cui il 40% è utilizzato per gli imballaggi.

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Una possibile risposta al fallimento degli imballaggi di plastica nella riduzione degli sprechi alimentari è che, sebbene le confezioni di plastica possano effettivamente mantenere il cibo fresco più a lungo, stimolino anche comportamenti dannosi per l’ambiente, attirando le persone a fare scorta di più alimenti, molti dei quali alla fine vengono sprecati. Considerando il fatto che molti imballaggi sono difficili da riciclare– finendo dunque nelle discarica o abbandonati nell’ambiente – e che il problema è destinato a peggiorare anziché migliorare, occorre trovare soluzioni efficaci al più presto. Non esiste purtroppo un unico soluzione facile e immediato, ma possono essere prese una serie di misure. Si potrebbe partire ad esempio con l’eliminare gli imballaggi quando non servono, ridurre la quantità di imballaggi monouso, rendere le confezioni facilmente riciclabili, trovare alternative alla plastica  e offrire la possibilità ai consumatori di riconsegnare gli imballaggi nel punto vendita per lo smaltimento. Tanti piccoli accorgimenti che potrebbero far diminuire drasticamente l’uso della plastica usata per gli alimenti, senza rischi per i consumatori e migliorando la salute dell’ambiente.

 

 

Sprechi alimentari: gli imballaggi di plastica non risolvono il problema

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