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L’informazione sempre più sotto attacco. Nel 2018 oltre 70 giornalisti uccisi.


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Lo stato della libertà d’espressione segna un trend negativo a livello mondiale da oltre un decennio, ma gli ultimi tre anni sono stati i più critici. Il controllo politico dei media e l’ascesa in varie parti del mondo di politici autoritari, che si presentano come “uomini forti”, hanno accentuato questa dolorosa congiuntura. Il declino della libertà di stampa negli Stati Uniti è “uno dei risvolti più preoccupanti”. Il lavoro dei giornalisti americani è ostacolato da attacchi privati, arresti, persecuzione ai whistleblower e dalla crescente difficoltà ad accedere ad alcune informazioni. Donald Trump è uno di quei leader di Stato (insieme ad Aung San Suu Kyi, Bashar al-Assad e Nicolás Maduro) ad aver capovolto la narrazione sulle “fake news” per poterla utilizzare contro media e giornalisti, additati come nemici dei cittadini.Negli ultimi anni, giornalisti e attivisti per i diritti umani hanno visto indebolirsi anche i sistemi di tutela e difesa da parte delle istituzioni. L’impunità è un fenomeno diffuso che permette il protrarsi di intimidazioni, autocensura e violenza. Le minacce, la sorveglianza, gli attacchi, gli arresti e le uccisioni sono il prezzo da pagare per raccontare la verità. Paesi come Messico, Afghanistan, Siria, Iraq, Pakistan, India, Filippine e Yemen hanno registrato il più alto numero di giornalisti uccisi. Ma gli attacchi a giornalisti e la repressione governativa sono aumentati anche in Cambogia, Burundi, Brasile e Turchia. A riprova della gravità della situazione bisogna sottolineare che l’anno scorso sono stati uccisi oltre a 78 giornalisti anche 312 attivisti difensori dei diritti umani e che 326 giornalisti sono stati incarcerati (nel 97% dei casi si tratta di reporter locali).  Dal 2006 a oggi ci sono stati 3660 casi di minacce a giornalisti nell’esercizio della loro professione in Italia, di cui 133 solo nel 2018. Nella maggior parte dei casi si tratta per lo più di minacce verbali o pubblicate in rete, condotte violente, missive, danneggiamenti e telefonate anonime.

 

 

https://www.valigiablu.it/giornalisti-uccisi-2018/

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La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (10 dicembre 1948)


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Nel 1948, la nuova Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva ormai catturato l’attenzione del mondo. Sotto l’attiva presidenza di Eleanor Roosevelt (vedova del presidente Franklin Roosevelt, paladina lei stessa dei diritti umani e delegata degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite) la Commissione decise di redigere il documento che divenne la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Eleanor Roosevelt, sua ispiratrice, parlò della Dichiarazione come della Magna Carta internazionale dell’intera umanità. Essa fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Nel preambolo e nell’Articolo 1, la Dichiarazione proclama inequivocabilmente i diritti innati di ogni essere umano: “La noncuranza e il disprezzo per i diritti umani hanno prodotto atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità; l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune… Tutti gli esseri umani sono nati liberi e con uguali diritti e dignità.”

Gli stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a lavorare insieme per promuovere gli articoli sui diritti umani che, per la prima volta nella storia, erano stati riuniti e codificati in un documento unico. Di conseguenza, molti di questi diritti, in varie forme, fanno oggi parte delle leggi costituzionali delle nazioni democratiche.

 

https://www.unitiperidirittiumani.it/what-are-human-rights/brief-history/the-united-nations.html

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A quali ulteriori, drammatiche trasformazioni dovremo assistere nei prossimi 25 anni?


Come è cambiata la Terra in 25 anni.

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Il riscaldamento globale è solo uno dei fattori ambientali e politici che contribuiscono all’aumento dei fenomeni migratori. Le informazioni su aumento e riduzione delle terre destinate all’agricoltura, su deforestazione e riforestazione, sulla perdita o il recupero di terreni erbosi o di paludi, sull’aumento delle aree urbane, la diminuzione di fonti d’acqua dolce e l’avanzata dei deserti sono stati raccolti in mappe che mostrano l’impatto di tutti i fenomeni contemporaneamente sul territorio: si comprendono così, da un lato, la velocità delle trasformazioni che imponiamo alla superficie del Pianeta, dall’altro le ragioni che spingono ad abbandonare territori inospitali  e poveri di risorse.

I dati satellitari si prestano a diversi utilizzi. Mostrano per esempio la massiccia perdita di foreste in America centrale e meridionale, in parte (ma non solo) rimpiazzate da terreno riconvertito ad uso agricolo. Un aumento dell’urbanizzazione emerge in Europa e Nord America, mentre nel sudest degli Stati Uniti si nota la consistente perdita di aree paludose.

Nel periodo analizzato, il deserto del Sahara è avanzato per la perdita di terreni erbosi legata all’aumento delle temperature. Le mappe confermano anche la scomparsa del lago d’Aral, in Asia Centrale, un tempo quarto lago più esteso del Pianeta: le sue acque sono state utilizzate a scopi irrigui.Queste trasformazioni impattano in modo diretto sulla possibilità di abitare in un luogo e vivere delle risorse che offre. In questo momento ci sono carovane di persone in marcia verso gli Stati Uniti, molte di loro provengono dal Guatemala e hanno perso porzioni di foresta per l’utilizzo di legname come carburante. È uno degli aspetti della crisi dei rifugiati.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/mappe-come-e-cambiata-la-terra-negli-ultimi-25-anni

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L’amaro futuro degli italiani.


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Diversi e soli: gli italiani di fronte alla sanità. È una convinzione diffusa che il rapporto dei cittadini con il Servizio sanitario sia fortemente differenziato a causa dell’incidenza di una serie di variabili: dalla territorialità dell’offerta alla condizione socio-economica, all’età delle persone. Il difficile accesso alla sanità genera costi aggiuntivi, con la conseguente corsa a comportamenti opportunistici e una crescente sensazione di disuguaglianze e ingiustizie, con la convinzione che ognuno deve pensare a se stesso. Più della metà degli italiani (54,7%) pensa che in Italia le persone non abbiano le stesse opportunità di diagnosi e cure. Lo pensa il 58,3% dei residenti al Nord-Est, il 53,9% al Sud, il 54,1% al Centro e il 53,3% al Nord-Ovest. Addirittura ci sono oltre 39 punti percentuali di differenza nelle quote di soddisfatti tra il Sud e le isole e il Nord-Est, che registra il più alto livello di soddisfazione tra le macroaree territoriali. Emblematici sono i dati sul grado di soddisfazione rispetto al Servizio sanitario della propria Regione: il valore medio nazionale del 62,3% oscilla tra il 77% al Nord-Ovest, il 79,4% al Nord-Est, il 61,8% al Centro e il 40,6% al Sud e nelle isole.

Autoregolazione della salute sì, «fai da te» deregolato no. Nella tutela della salute e nel rapporto con la sanità è sempre più diffuso il principio dell’autoregolazione della salute, nel solco del sapere esperto. Sono 49,4 milioni le persone che soffrono di piccoli disturbi (mal di schiena, mal di testa, ecc.) che condizionano la funzionalità e la qualità della loro vita quotidiana. Il 73,4% degli italiani si è detto convinto che sia possibile curarsi da solo in tali casi (con un incremento del 9,3% rispetto al 2007). Il 56,5% ritiene che sia possibile curarsi autonomamente perché ognuno conosce i propri piccoli disturbi e le risposte adeguate, il 16,9% perché è il modo più rapido. Decisivo è il rapporto con i saperi esperti nell’autoregolazione della salute: nonostante la crescita del web (28%), i principali canali informativi degli italiani rimangono il medico di medicina generale (53,5%), il farmacista (32,2%) e il medico specialista (17,7%). Uno dei terreni su cui maggiormente si esprime l’autoregolazione della salute è quello del ricorso a farmaci da automedicazione: infatti, è la quasi totalità degli italiani a curarsi utilizzando farmaci senza obbligo di ricetta, acquistati liberamente in farmacia. Le conseguenze per la qualità della vita delle persone e per la funzionalità dei lavoratori sono rilevanti. Sono 17,6 milioni gli italiani che l’ultima volta che hanno avuto un piccolo disturbo hanno preso un farmaco da banco: una scelta che si è rivelata decisiva perché hanno potuto continuare a svolgere le attività che altrimenti avrebbero dovuto lasciare. Sono 15,4 milioni i lavoratori che hanno continuato a lavorare grazie all’effetto del farmaci di banco in presenza di piccoli disturbi.

Il valore di coaching e orientamento per l’accesso al welfare. La domanda di coaching nel rapporto con il welfare trova oggi soluzioni nel «fai da te» delle reti di relazione familiare oppure sul mercato. Non basta aumentare il numero e la tipologia di servizi e prestazioni nel welfare, se poi non si creano le condizioni affinché le persone che ne hanno bisogno e diritto li utilizzino realmente. Il 52,7% degli italiani non sa a chi rivolgersi in caso di un problema di welfare. Il 44,9% si è rivolto a familiari e amici che già avevano affrontato il problema, il 27,1% ha fatto ricorso all’aiuto pagato di società specializzate, il 24,8% ha rinunciato a risolvere un problema perché non è riuscito a capire a chi rivolgersi. A fronte del 51,5% di italiani convinti di poter affrontare i problemi da soli, il 48,5% invece non è in grado di affrontare autonomamente le difficoltà.

I territori con poco lavoro e quelli che non lo creano: i rischi per i sistemi di welfare locali. La risposta migliore al disagio resta la creazione di nuovo lavoro vero, sostenibile, con retribuzioni appropriate. In alcune aree territoriali il disagio è più marcato: tra le province il cui tasso di occupazione presenta un divario rilevante rispetto al tasso di occupazione nazionale ci sono Reggio Calabria (-20,4%), Foggia (-19,8%) e Agrigento (-18,2%). Mostrano invece performance positive in termini di crescita dell’occupazione nel periodo 2013-2017 le province di Barletta-Andria-Trani (+4,7%) Siracusa (+2,5%), Enna (+4%), Caltanissetta (+3,4%), Palermo (+2,6%) e Napoli (+1,0%). Sul fronte dell’occupazione giovanile sono presenti dinamiche di restrizione nel periodo 2013-2017 che interessano le province di Bolzano (-2,2%), Sondrio (-2,8%), Cuneo (-2,1%), Brescia (-2,7%) e Verbano-Cusio-Ossola (-1,1%). Di fronte ad una geografia così specifica della creazione o meno di occupazione, anche le risposte di welfare non possono che modularsi sulle peculiarità locali.

L’importanza delle pensioni per il benessere quotidiano delle famiglie. Le pensioni assolvano oggi a funzioni sociali più rilevanti rispetto a quella di pura tutela per la vecchiaia per cui erano storicamente nate. Sarebbe un limite grave non cogliere questa dimensione che si collega strettamente con la vita quotidiana delle famiglie. Sono oltre 16 milioni le persone che percepiscono pensioni in Italia. Il numero è diminuito nell’ultimo anno, visto che le persone che hanno smesso di percepire pensioni sono di più dei nuovi pensionati. Anche i redditi pensionistici sono in contrazione, perché quelli dei nuovi pensionati sono inferiori a quelli dei cessati: 15.000 euro contro 16.700 euro annui. Circa il 50% delle famiglie italiane è formato o ha al suo interno un pensionato, per un totale di 12 milioni di nuclei. I pensionati che vivono soli sono il 27,8%, il 36,2% vive in coppia senza figli, il 18% in coppia con figli, l’8% è un genitore solo. Per il 63,3% delle famiglie i trasferimenti pensionistici sono pari ad oltre tre quarti del proprio reddito, per il 26,4% la pensione costituisce il totale del reddito familiare. Fondamentale è l’apporto delle pensioni nella riduzione del rischio di povertà per le famiglie più vulnerabili: la pensione riduce il rischio di povertà del 12,4% per le famiglie monogenitoriali, del 9,6% per le coppie con figli, del 6,8% per le persone sole, del 2,8% per le coppie senza figli.

 

 

 

 

 

 

http://www.censis.it/7?shadow_comunicato_stampa=121187&fbclid=IwAR1vpP4uY1_gWTaKrFRYA987Hz4tumxF7ZhH4mdwRowPBI0HhEG3qbvxRqc

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Renzi comanda, Minniti si ritira. La scissione del Pd si avvicina


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La giornata delle montagne russe per il Pd finisce in picchiata, con il partito a un passo da una nuova scissione. Marco Minniti ritira la candidatura alle primari. In serata la conferma ufficiale non arriva ma filtra la notizia di una sua arrabbiatura monumentale. E di un’intervista a Repubblica che stamattina darà l’annuncio del fine corsa.

Ma non poteva finire diversamente. Lo si capisce dalla mattina. Quando, dinanzi alle notizie dei quotidiani sul ripensamento di Minniti provocato dal plateale lavorìo scissionista dell’ex segretario, Renzi replica secco: «Come sapete non mi occupo del congresso». Nessuna smentita della prossima fuoriuscita, con l’atteggiamento strafottente di sempre. Del resto Renzi non può negare nulla: in quel momento è a Bruxelles dove incontra, non a nome del Pd, i suoi eurodeputati e tesse la tela delle relazioni: incontra Juncker, gli olandesi Vestager e Timmermans, Moscovici.

Anche Minniti non ha un buon carattere, specie quando capisce di essere stato preso per il naso dall’inizio: ha creduto di utilizzare i voti dei renziani prendendo le distanze da Renzi; ha creduto che i territori erano pronti a raccogliere le firme per la sua candidatura e invece non si muove nessuno. Ha creduto troppe cose platealmente false, per accorgersene sarebbe bastato mettere il naso fuori dal cerchia dei fedelissimi. Adesso, con Renzi che brutalmente scopre le carte, la figuraccia è irrecuperabile.

A chi glielo chiede l’ex ministro oppone una lombosciatalgia come causa del suo stop agli impegni di partito. Ma nel primo pomeriggio convoca alla camera le due «colombe» renziane Lorenzo Guerini e Luca Lotti, che pure hanno fatto di tutto per tenere in piedi la sua candidatura. Ai due consegna un documento da far sottoscrivere a tutti i parlamentari: è un impegno a non uscire dal Pd. La riunione si stoppa, i due devono parlare con Renzi.

A questo punto c’è anche un giallo. L’agenzia Ansa batte l’appuntamento per una conferenza stampa convocata da Minniti alle 18 e 30 per annunciare il ritiro. Minniti si attacca al telefono per smentire, è caccia alla «fonte». Ma ormai siamo su un piano inclinato.

Intanto arriva la risposta da Bruxelles. È un «niet». I due luogotenenti tornano al tavolo. Il sostegno a Minniti è assicurato. Ma nessuno firmerà il documento. E dai renziani ormai filtra l’insofferenza: «La richiesta di firmare un impegno a non uscire dal Pd è offensiva, è chiaramente un pretesto». Minniti capisce di essersi infilato in un tunnel, prova a chiedere la firma di almeno una trentina di renziani, tanto per. Ma il «niet» di Renzi è diventato uno sfottò. «A questo punto la scelta spetta a lui», spiegano. Voleva un braccio di ferro, lo ha perso. All’ex ministro non resta che la ritirata ingloriosa. Lui che si è vantato di trattare con i banditi libici. Lui che si è trovato a faccia a faccia con Gheddafi. Lui che nell’estate del ’17 si è autodirottato l’aereo per tornare a Roma e difendere l’Italia dal rischio di una «rottura democratica». È finito nel sacco di Renzi come una delle sue tante vittime politiche, da Enrico Letta in avanti. In serata Nicola Zingaretti lancia l’allarme: «Basta con questo gioco al massacro, non è il momento di picconare e dividere». Lo spettro di una vittoria su un partito scassato non è certo una buona notizia per lui. L’ultimo sondaggio, lo leggete qui accanto, dà il presidente del Lazio al doppio delle preferenze di Minniti. L’ex ministro vedeva ormai consolidarsi le cifre della sconfitta. Ora bisognerà capire se i suoi voti si riverseranno su Martina. Difficile. I renziani già avvertono: «Sarà un congresso monco». Renzi si è fabbricato l’alibi per uscire dal Pd. Spaccando tutto.

 

 

 

https://ilmanifesto.it/renzi-comanda-minniti-si-ritira-la-scissione-del-pd-si-avvicina/

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Una forma di comunicazione “mista”


Una piccola Babele su un’isola australiana.

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La comunità di Warruwi sull’isola di South Goulburn, un fazzoletto di terra ricoperta di foreste al largo della costa settentrionale australiana, è uno degli ultimi luoghi al mondo in cui convivono, in una stretta porzione di territorio, diverse lingue indigene: addirittura 9, per l’esattezza, su una popolazione di circa 500 abitanti. Una è l’inglese, ma poi ci sono il Mawng, il Bininj Kunwok, lo Yolngu-Matha, il Burarra, lo Ndjébbana e il Na-kara, il Kunbarlang, l’Iwaidja, il creolo dello Stretto di Torres. Come ci si parla, a Warruwi? Non, come ci si potrebbe aspettare, esclusivamente in inglese. E neppure si tratta di un’isola di poliglotti.Gli abitanti del luogo riescono a comprendersi perché ciascuno capisce alcuni o tutti gli altri idiomi, ma continua a rispondere nel proprio: un fenomeno diffuso e noto come multilinguismo recettivo, che a Warruwi trova una delle sue massime espressioni. Molti anglofoni che vivono in zone di confine negli Stati Uniti, per esempio, comprendono lo spagnolo perché vi sono stati esposti, anche se lo parlano poco. E molti immigrati di seconda generazione parlano e scrivono la lingua del Paese in cui vivono, anche se continuano a capire la lingua dei genitori.Anche se il multilinguismo recettivo è diffuso e istituzionalizzato anche altrove (per esempio in Svizzera, dove le lingue ufficiali sono quattro: tedesco, francese, italiano e romancio), la particolarità di Warruwi è che anche la comprensione è considerata una abilità linguistica di tutto rispetto, “da curriculum”, e non una sorta di apprendimento a metà di una lingua che non si sa (o non si può, in questo caso) parlare.

 

https://www.focus.it/cultura/curiosita/una-piccola-babele-lingue-isola-australiana

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La Giornata mondiale contro l’AIDS.


Si celebra ogni anno il 1° dicembre.

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L’emergenza è cambiata negli anni. 30 anni fa le opzioni terapeutiche erano poche e molto costose e quindi l’obiettivo principale era quello di salvare la vita dei malati. Oggi ci sono cure efficaci e accessibili che riescono a cronicizzare la malattia, ma bisogna ancora bloccarne la diffusione. L’informazione e la prevenzione sono fondamentali per ostacolarla:  bisogna proteggersi e fare il test.

Se le persone che non sono consapevoli di avere contratto l’Hiv facessero il test e si curassero, in due anni si avrebbe la riduzione dell’80% delle nuove infezioni.

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La Giornata mondiale contro l’Aids è stata istituita nel 1988 dall’OMS e ha come simbolo un drappo rosso. Dal 1981, questa malattia ha fatto 25 milioni di vittimeed è conosciuta come una delle epidemie più violente di sempre. In tutta Italia, per la giornata del 1 dicembre, saranno organizzati eventi di sensibilizzare, verrà distribuito materiale informativo e verranno messe a disposizione dei cittadini postazioni per fare il test. Inoltre, a Roma la Piramide Cestia – uno dei monumenti più suggestivi della città – verrà illuminata di rosso e saranno proiettato dei messaggi di sensibilizzazione.

 

https://www.105.net/news/tutto-news/254419/il-1-dicembre-si-celebra-la-giornata-mondiale-contro-laids.html

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I contadini uccisi ad Avola.Volevano solo trecento lire in più.


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2 dicembre 1968: l’eccidio di Avola scuote le coscienze.Nel corso di una manifestazione a sostegno della lotta dei braccianti per il rinnovo del contratto, la polizia apre il fuoco e uccide due braccianti, Giuseppe Scibilia, 47 anni, e Angelo Sigona, 25 anni.  Scibilia, soccorso dai suoi compagni, dirà: “Lasciatemi riposare un po’ perché sto soffocando”. Verrà trasportato in ospedale su una 500 ma per lui non ci sarà niente da fare. Oltre ai due morti, si conteranno tra i braccianti 48 feriti, tra cui alcuni gravi.

Milioni di operai, contadini e studenti esprimono la loro protesta in tutto il Paese.Milioni di operai, contadini e studenti esprimono la loro protesta, partecipando in tutto il Paese a  scioperi, cortei e manifestazioni,  in modo possente e unitario; l’imponenza del movimento dimostra quanto profondamente l’eccidio di Avola abbia scosso la coscienza dei lavoratori e abbia rafforzato in loro la determinazione di far cessare per sempre le sanguinose aggressioni e le violenze poliziesche in occasione delle lotte del lavoro. Nel quadro del grande moto popolare che si sviluppa contro l’eccidio,  gli scioperi in tutte le provincie siciliane; la grande giornata di lotta dei braccianti, salariati e coloni proclamata dalla Federbraccianti il 4 dicembre, che fa registrare punte del 90% e 100% e forti manifestazioni, particolarmente in Emilia Romagna, a Rovigo e nel Veneto, in Toscana, in Campania e nei centri agricoli delle Puglie; gli scioperi degli operai milanesi, torinesi – con il significativo 90% registrato alla Fiat, la più alta percentuale dopo il 1951 – e dei grandi complessi di Porto Marghera.

Tutti invocano il disarmo della polizia. La richiesta è avanzata – in una nota comune – anche dalla Fiom e dalla Fim, e da 43 deputati democristiani, fra cui molti esponenti della Cisl. Non solo. Al Senato il Pci, il Psiup, il Psi e gli Indipendenti di Sinistra chiedono, in dichiarazioni congiunte – oltre al disarmo della polizia –, la punizione dei responsabili dell’eccidio, il riconoscimento dei diritti e delle libertà sindacali, una serie di misure collegate alle lotte in corso (superamento delle zone, contratti dei braccianti, pensioni, riforma del collocamento). Messaggi, ordini del giorno, telegrammi di protesta sono approvati e inviati dall’Alleanza nazionale contadini, dalla Federmezzadri, dalla Lega Nazionale cooperative,

 

dalla Confederazione dell’artigianato, e – sempre in casa Cgil –dal sindacato scuola e dalla Federazione artisti.

 

http://www.rassegna.it/articoli/2-dicembre-1968-leccidio-di-avola-scuote-le-coscienze

http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/12/08/volevano-solo-trecento-lire-in-piu/?printpage=undefined

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Mai sazi.


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“Si lamentano degli zingari? Guardateli come vanno in giro a  supplicare l’elemosina di un voto: ma non ci vanno a piedi, hanno autobus che sembrano astronavi, treni, aerei: e guardateli quando si fermano a pranzo o a  cena: sanno mangiare con coltello e forchetta, e con coltello e forchetta si mangeranno i vostri  risparmi. L’Italia  appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini  appartengano all’Italia?”

FABRIZIO DE ANDRE’

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Oscurare il sole


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La temperatura sulla Terra aumenta soprattutto a causa delle emissioni di gas come anidride carbonica e metano dovute alle attività umane. E invece di intervenire sulla causa, arriva ora un’ipotesi che sa dell’assurdo: oscurare il sole con altre sostanze chimiche via aerosol. La discutibile proposta arriva dalle Università di Harvard e Yale.La tecnica consisterebbe nel costruire una sorta di enorme aerosol in grado di portare in atmosfera quantità “utili” di particelle di solfato, che assorbirebbero parte della luce del Sole per limitare l’aumento della temperatura sul nostro pianeta. Sembra assurda ma la proposta non è stata solo “lanciata”, ma valutata con uno studio scientifico a tutti gli effetti, comprensivo di stima dei costi, che si aggirerebbero sui 3 miliardi di euro come investimento iniziale e 2,8 miliardi di euro all’anno circa per la gestione, su un periodo di 15 anni. Soldi che potrebbero essere usati, invece, per dire stop in maniera definitiva alle fonti di energia fossile.Tra l’altro gli stessi scienziati riconoscono i rischi potenziali di questa eventualità: innanzitutto sarebbe necessaria la coordinazione tra più Paesi in entrambi gli emisferi – ammettono – ma soprattutto le tecniche di iniezione di aerosol in atmosfera potrebbero mettere a repentaglio i raccolti, portare alla siccità o causare condizioni meteorologiche estreme.

 

 

 

https://www.greenme.it/informarsi/ambiente/29580-riscaldamento-globale-soluzione-aereosol-sostanze-chimiche

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Unesco, muretti a secco patrimonio dell’Umanità


Inseriti nella lista degli elementi immateriali perché rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. L’Italia aveva presentato la candidatura insieme a Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera. Una tradizione che riguarda tutta la Penisola

secco.jpgL’UNESCO ha iscritto “L’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell’umanità in quanto rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese.  La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione pratica adattata alle particolari condizioni di ogni luogo in cui viene utilizzata.

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I muri a secco svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura. I muri a secco stanno però scomparendo, in primis per la mancanza di manodopera specializzata e perché l’agricoltura meccanizzata li vede come un ostacolo. La perdita dei muretti a secco non significa però soltanto la cancellazione di una testimonianza della nostra storia. La scomparsa o la rarefazione di queste costruzioni incide negativamente sul paesaggio e sull’ambiente.

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Nei muri a secco sopravvive infatti una ricca fauna e flora, essi sono inoltre un importante elemento di diversificazione ecologica e del paesaggio. Questo dell’Unesco  è un riconoscimento ai valori dell’agricoltura  che sono parte integrante del patrimonio culturale dei popoli. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e il nostro saper fare sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura.

 

 

 

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/11/28/news/unesco_muretti_a_secco_patrimonio_dell_umanita_-212865884/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P14-S1.4-T1

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I migranti che sbarcano in Italia sono senza cultura e spesso analfabeti


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https://it.blastingnews.com/cronaca/2017/07/i-migranti-che-sbarcano-in-italia-sono-senza-cultura-e-spesso-analfabeti-001871291.html

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Novecento: il grande affresco storico di Bernardo Bertolucci


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Il film racconta la storia di tre generazioni diverse, che nascono e crescono sotto l’ombra del fascismo italiano prima, e della successiva lotta operaia dopo, attraverso le vicende e la strana amicizia tra due bambini nati lo stesso giorno: Olmo, figlio di padre ignoto e nipote del capocontadino Leo Dalcò, e Alfredo, futuro erede e nipote del ricco proprietario terriero Berlinghieri per cui la stessa famiglia Dalcò lavora. Mezzo secolo di storia italiana si dispiega naturalmente tra le righe della vita privata dei numerosi protagonisti, dall’infanzia di Alfredo e Olmo, alla morte dei vecchio Berlinghieri che lascia tutto in eredità al figlio e al nipote, ormai sposato e divenuto un tiranno nei confronti dei braccianti, proprio quando il fascismo è ormai giunto in quell’Emilia che per vent’anni cercherà di liberarsi dei padroni: ci riuscirà solo nel 1945, quando il film si apre, e quando proprio Olmo, che in giovinezza se ne era andato dalla tenuta Berlinghieri per sfuggire alle guardie fasciste, tornerà per guidare i contadini nella rivolta contro la famiglia del vecchio amico.

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Bertolucci riesce con questo film a riunire un cast internazionali di livello talmente alto che mai nella storia del cinema italiano si è riusciti, a riproporre: Burt Lancaster, Sterling Hayden, Gérard Depardieu, Robert De Niro, Donald Sutherland, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Laura Betti, Francesca Bertini, avevano tutti, probabilmente, già compreso l’importanza di Bertolucci e di questo film da non lasciarsi sfuggire un’occasione del genere.

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E se Novecento sembra per le sue tematiche un film tutto italiano, in realtà ci rendiamo conto che quella di Bertolucci è anche la storia di un riscatto ideologico nei confronti delle ingiustizie sociali di qualsiasi genere, in un alternarsi continuo tra prosa e poesia che rendono questo film dal linguaggio cinematografico di rara ricercatezza, una vera Opera che racchiude in sé Cinema, Filosofia,  Psicoanalisi, Antropologia, Pittura, Musica, in un modo che in Italia, non è stato ancora ripetuto.

 

http://www.anonimacinefili.it/2017/09/10/venezia-74-novecento-il-grande-affresco-storico-di-bernardo-bertolucci/

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Catture accidentali: il mare si sta svuotando.


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Ad essere maggiormente esposti alle catture accidentali sono i pesci cartilaginei, categoria a cui appartengono squali, razze e chimere. Delle 86 specie presenti nei nostri mari, la metà sono a rischio a causa della pesca intensiva di tonni e pesci spada, anch’essi in diminuzione a causa della pressione sugli stock ittici. Le reti a strascico sono la principale causa delle catture accidentali. A questi danni si aggiungono quelli causati dai palangari, lenze lunghe anche decine e metri. Secondo le stime, il 10-15% dei pesci catturati in questo modo sono proprio squali pelagici.A essere danneggiate da questi metodi di cattura sono anche le specie commerciali: molto del pescato risulta essere non idoneo alla vendita perché non conforme agli standard; è il caso di pesci troppo giovani o di quelli danneggiati durante la cattura.  Ogni anno la metà dei pesci pescati non viene commercializzata perché non rispetta i criteri.

 

 

https://rivistanatura.com/catture-accidentali-squali-razze/

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Giornata contro la violenza sulle donne.


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A volere la  Giornata mondiale contro la violenza sulle donne è stata l’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre del 1999. L’intento dell’Onu era quello di sensibilizzare le persone rispetto a questo argomento e dare supporto alle vittime. Ogni anno, a partire dal 2000, in tutto il mondo governi, associazioni e organizzazioni non governative pianificano manifestazioni per ricordare chi ha subito e subisce violenze.

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Quando l’assemblea delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ha scelto questa data in ricordo dell’uccisione delle sorelle Mirabal, avvenuta nel 1960 a Santo Domingo perché si opponevano alla dittatura del regime di Rafael Leónidas Trujillo. In loro memoria, il 25 novembre del 1981 ci fu il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche. Da quel momento in poi, il 25 novembre è stato riconosciuto in larga parte del mondo come data per ricordare e denunciare il maltrattamento fisico e psicologico su donne e bambine. La data è stata poi ripresa anche dall’Onu quando ha approvato la risoluzione 54/134 del 17 dicembre del 1999.In tutto il mondo il 25 novembre è celebrato con l’arancione, tanto che si parla anche di Orange Day.  L’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, lo ha scelto come simbolo di un futuro in cui le donne si saranno liberate della violenza degli uomini. In Italia, però, dove la Giornata si celebra solo dal 2005, spesso all’arancione è preferito il rosso.Soprattutto in Italia, il simbolo della lotta contro la violenza sulle donne sono le scarpe rosse, lasciate abbandonate su tante piazze del nostro Paese per sensibilizzare l’opinione pubblica. Lanciato dall’artista messicana Elina Chauvet attraverso una sua installazione, nominata appunto Zapatos Rojas, è diventato presto uno dei modi più popolari per denunciare i femminicidi. Un’installazione che ha fatto il giro del mondo, toccando alcune delle principali città europee e italiane.

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https://tg24.sky.it/cronaca/approfondimenti/giornata-contro-violenza-donne.html

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Trent’anni sono passati invano


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La Tv delle ragazze e quella lezione che non abbiamo imparato.

Una miscela  di ingredienti semplici, come l’intelligenza, l’educazione, l’irresistibile umorismo come se nulla fosse. Che impasta diritti civili, critiche al potere e satira pungente senza sbavature. Per un prodotto croccante ma alla portata di tutti.

Da quel lontano 1988 e da quella Rai Tre così ben governata, capace di servire in una sequenza micidiale “La Tv delle ragazze”, “Avanzi” e “Tunnel”, si è provato ad andare a memoria buttando le cose a caso qua e là. Solo quando la Dandini è tornata in studio, a distanza di 30 anni con la stessa esilarante potenza di allora, è stato chiaro che non avevamo imparato un accidenti e che tutto questo tempo era passato invano.

Anziché annaffiare nuovi talenti, cercare nuove spalle, creare dal nulla nuove piccole magie da divano rosso, avevamo lasciato a cuocere solo 
le briciole fino a farle bruciacchiare, accontentandoci senza un vero perché.Ma come diceva il maestro Manzi, non 
è mai troppo tardi per cogliere al volo 
la ghiotta (seconda) occasione regalata dalla Tv delle ragazze, in onda su una rete che sta felicemente recuperando il tempo perduto e non ostinarsi a buttare tutto all’aria.

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/2018/11/19/news/la-tv-delle-ragazze-e-quella-lezione-che-non-abbiamo-imparato-1.328726?fbclid=IwAR291-F4yfRJHhNGjYQtxDpLvHxctKzYweXhhfU1Lba4-Su6l0E6EhIZaEM

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Viviamo in tempi difficili per la cultura e per la scienza


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Viviamo una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ma non per questo ancora compresa a fondo. Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci circonda come mai ha fatto in precedenza: non è certo avvenuta grazie a qualche magica alchimia ma è il risultato di anni di ricerche, costate miliardi di euro di investimenti e migliaia di persone coinvolte nello sviluppo. Eppure le tendenze anti-scientifiche sono in costante e continua crescita, paradossalmente veicolate proprio attraverso mezzi che alla scienza e alla ricerca devono tutto, in primis la loro esistenza, dal cellulare ai personal computer.

La deindustrializzazione sistematica dell’Italia è il filo conduttore della storia italiana dagli anni Sessanta in poi, assieme al sempre più marcato disinteresse della grande industria per la ricerca. È ben possibile che i nostri governanti decidano che l’industria e la ricerca italiana debbano avere un posto sempre più secondario e che il Paese debba lentamente scivolare verso il Terzo Mondo: in fondo i brevetti si possono sempre comprare dall’estero e i prodotti ad alta tecnologia si possono importare.

Ecco come i disinvestimenti in ricerca avranno, e stanno avendo, conseguenze economiche effettive quando i brevetti, milionari, dovranno sempre essere acquistati da altri e mai prodotti da noi. Senza contare il costo di formazione delle eccellenze italiane, che poi questi brevetti li vanno a produrre in altre Nazioni, le quali accolgono a braccia aperte i nostri famosi “cervelli in fuga”, costati allo Stato migliaia di euro in istruzione e regalati ad altri Stati a costo zero. Gli scienziati, da soli, non possono nulla, senza una politica autorevole che alimenti e investa nella cultura, a partire dalla disastrosa condizione delle scuole fino ai necessari investimenti in università e ricerca.

Un Paese in declino economico, culturale e sociale – ed ognuno di questi ambiti è strettamente interconnesso con l’altro – che non rispetta e non valorizza le arti che lo hanno reso degno di essere amato, che futuro può avere?

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/alessio-traficante/viviamo-in-tempi-difficili-per-la-cultura-e-per-la-scienza_a_23593376/

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Nella Terra dei fuochi si continua a morire.


Per ripulire il territorio in Campania, è arrivato più di un miliardo. Ma i roghi tossici non si fermano. Tre milioni di persone sono esposte a gravi rischi per la salute. Tecnici e ambientalisti denunciano le varie passerelle dei politiciterra2.JPG

In tre mesi, sono bruciati tre dei cinque impianti regionali convenzionati con il consorzio per il riciclo della plastica. Altri stabilimenti specializzati nel trattamenti degli scarti sono stati colpiti. L’ultimo rogo è accaduto la notte del 24 settembre: a Pastorano ha preso fuoco un enorme piazza di stoccaggio. Per interpretare il fenomeno, si parla del blocco dell’import di 32 tipi di rifiuti da parte della Cina. O di manovre per aumentare il prezzo dello smaltimento in Italia da paesi esteri, quindi per alzare il business attraverso l’emergenza. Di certo si rischia una nuova crisi. Per combatterla l’approccio investigativo deve essere quello che abbiamo per gli altri reati di profitto: Come per il traffico di stupefacenti, non dobbiamo fermarci al singolo pusher ma cercare di ricostruire legami e traffici. Seguendo i profitti. La stessa cosa va fatta per i reati ambientali. Perché anche gli inquinatori inizino a pagare. E non solo i cittadini.

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http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/10/02/news/fine-veleni-mai-1.327470?fbclid=IwAR2GIOrnCO-kV69XUWI1mMLZ5To58tztwWm0DD3qOgDcbZjAjxS6t-xEjuo

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La soia si mangia l’Amazzonia.


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La produzione di soia è la principale responsabile della deforestazione in Amazzonia, insieme con l’espansione dei pascoli per il bestiame allevato, agli incendi,al disboscamento legale e illegale, alla costruzione di strade asfaltate e al degrado causato dai cambiamenti climatici in atto. Il complesso di cause alla base della perdita della foresta è quindi connessa con le proprietà fondiaria, con la criminalità (diretta o tramite riciclaggio di denaro sporco ), con la povertà e la crescita della popolazione”.

Dall’altro c’è la destinazione d’uso del fagiolo dall’alto valore proteico: il Wwf stima che solo il 6 per cento di tutta la produzione globale sia destinato all’alimentazione umana, mentre che il 76 per cento venga utilizzato per quella animale. Pollame, suini, uova che finiscono nei nostri piatti quotidianamente.

La produzione di soia è  stata identificata come una causa fondamentale per la conversione delle foreste, principalmente in Brasile e Bolivia. A questo vanno aggiunti gli impatti esterni della produzione di soia, come l’inquinamento dei corsi d’acqua da prodotti agrochimici e l’erosione del suolo , hanno anche avuto anch’essi un impatto sugli ecosistemi naturali. Per ogni chilo di prodotto animale, si usano dai 150 ai 500 grammi di soia, mentre è proprio l’aumento del consumo di carne in Paesi in via di sviluppo la causa principale dell’aumento costante della produzione. Tra il 1967 e il 2007 la produzione di carne di maiale è aumentata del 294 per cento, quella delle uova del 353 per cento, mentre il pollame è aumentato del 711 per cento.

Produrre soia senza distruggere uno degli scrigni di biodiversità è possibile: da un lato lavorare verso un processo di certificazione della soia che preveda la tutela delle aree agricole e delle popolazioni che lì vivono. Dall’altro si chiede una presa di coscienza da parte dei consumatori: diminuire allora il consumo di carne, latticini e uova in modo tale da tagliare la domanda di mangimi animali, evitare gli sprechi nelle nostre dispense, consumando il necessario e chiedere a gran voce un impegno chiaro da parte delle aziende produttrici.

 

 

 

 

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/perche-la-soia-minaccia-lamazzonia

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LA PASSIONE PER LA LETTURA SI TRASMETTE IN FAMIGLIA


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È  molto più difficile che si cominci a leggere in una famiglia dove nessuno lo fa, dove un papà o una mamma non abbiano avvolto il sonno di un bambino leggendo una storia. E, dopo, ancor di più, è complicatissimo appassionarsi alle parole scritte in case dove non ci sono libri in cui ficcare il naso. Il tema riporta a don Milani, a Mario Lodi, a Tullio De Mauro, alla presa di coscienza del fatto che la povertà non si misura soltanto a casa, a caldo, al minimo sindacale nel portafoglio, ma anche in termini di analfabetismo funzionale di ritorno: la povertà culturale si tramanda e non c’è motivo di pensare che nell’era in cui la Tv è stata sostituita dagli smartphone che nelle case sono assai diffusi  si vada a migliorare. Si calcola, infatti, che nelle case dove i due genitori leggono anche i figli nel 66,9% dei casi vengono contagiati dal virus della lettura. Invece, al contrario, in quelle in cui i genitori non leggono solo 30,8% dei ragazzi si appassiona ai libri.

Dobbiamo, dunque, ritenere che in quel dato stabile da dieci anni almeno secondo cui in una casa ogni dieci in Italia non abita neppure un libro stia una delle chiavi di lettura del problema. Se poi quel dato viene incrociato con un altro di qualche anno fa, diffuso dall’Istat, secondo cui lettori si nasce statisticamente molto di più in case in cui la biblioteca supera i 200 libri, più o meno tre ripiani di un medio scaffale, si capisce che anche in questo campo si educa spesso  – benché non siano impossibili altri percorsi – con l’esempio.

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/la-lettura–un-vizio-di-famiglia.aspx

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Mosaico da record coi disegni dei bambini per dire stop al riscaldamento globale


In Svizzera un enorme collage composto da 125mila disegni e messaggi di bambini da tutto il mondo sui cambiamenti climatici

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L’opera è posta sul ghiacciaio dell’Aletsch ad un’altitudine di 3.400 metri vicino allo Jungfraujoch nelle Alpi svizzere e supera il precedente record mondiale di cartoline giganti. Il mosaico, di 2.500 metri quadrati, è stato posato sulla neve per promuovere un movimento internazionale giovanile per il clima in vista della prossima conferenza globale sul clima (Cop24) in Polonia.

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https://www.avvenire.it/multimedia/pagine/mosaico-bambini-clima-svizzera

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Chi erano gli “scemi di guerra”?


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Ce n’era uno in quasi ogni famiglia. Erano l’eredità (a lungo rimossa) della Prima guerra mondiale: uomini tornati dal fronte sotto shock, con gravi disturbi mentali.

Durante e dopo la Prima Guerra Mondiale  migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali: negli ospedali si trovavano reduci estraniati e muti, che camminavano come automi, con i muscoli irrigiditi. La gente li chiamava ingiustamente “scemi di guerra”.

Le cartelle cliniche parlavano di “tremori irrefrenabili”, di “ipersensibilità al rumore”, di “uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia”, che “camminano con le mani penzoloni e piangono in silenzio” o che “mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra”. La psichiatria del tempo, però, non riconobbe il malessere mentale dei soldati al fronte come malattia cagionata dalla guerra preferendo addebitarne le cause alla scarsa volontà o alla cattiva costituzione o a una certa predisposizione ereditaria del soggetto. La scienza medica, pertanto, non faceva altro che appoggiare la dialettica di legittimazione della guerra patriottica continuando a propagandare l’ideologia della virilità del combattente e, al contempo, liquidando la pazzia dei soldati come forma di fiacchezza fisica se non addirittura di codardia.Il militare, quando “ammalava di testa”, riceveva un primo soccorso nei reparti psichiatrici degli ospedali da campo o in altre strutture poste nelle immediate retrovie. Quando esse risultavano insufficienti per curare l’ammalato, attraverso i cosiddetti treni sanitari, era trasferito in manicomio dove il tempo di permanenza dipendeva dal suo stato e dalla gravità della malattia. Nessun soldato, pertanto, passava direttamente dal fronte al manicomio e, tra l’altro, in esso era destinato solo il paziente era dichiarato pericoloso verso se stesso o verso gli altri. Qui, oltre alle cure farmacologiche, fu molto utilizzata, o meglio somministrata con largo abuso, la terapia elettrica a tutti nota come elettroshock. Questo metodo, che la psichiatria aveva da poco scoperto, pur basandosi su valutazioni scientifiche, era comunque molto cruento. Una scarica di ben 70 volt, difatti, percorreva il corpo dello squilibrato provocandogli una scossa epilettica che lo faceva sussultare e perciò, per evitare che cadesse o si svincolasse, veniva legato alla sedia o su un tavolo con conseguenti fratture ossee. Col tempo, inoltre, la somministrazione continuata di scosse portava a lesioni cerebrali anche irreversibili per cui molti ne ebbero un aggravamento anziché un miglioramento delle proprie condizioni psico-fisiche.

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/chi-erano-gli-scemi-di-guerra

https://culturasalentina.wordpress.com/2015/07/08/la-tragedia-silenziosa-degli-scemi-di-guerra/

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Il seme della tolleranza.


Per avere fede nel mio percorso, non ho bisogno di dimostrare che il percorso di qualcun altro è sbagliato.”

(Paulo Coelho)

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Il 16 novembre si celebra la Giornata mondiale della tolleranza, istituita dall’Onu nel 1996 per ricordare i principi che hanno ispirato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dalle Nazioni Unite il 10 Dicembre 1948.

Tolleranza”, abbiamo, – in un mondo che paradossalmente si fa ogni giorno più “piccolo”, integrato, globalizzato! – poca familiarità con questa parola.La parola che sembra andare per la maggiore è “individualismo”. E quindi intolleranza, quasi “fastidio” per l’altro. Intolleranza verso gli immigrati, intolleranza verso le opposte fazioni politiche, o semplicemente per chi la pensa in maniera diversa. Intolleranza verso gli omosessuali, intolleranza verso gli animali. O tutt’al più: indifferenza. Che a volte fa anche più male.

Così il mondo di oggi, che sembrerebbe così tecnologicamente avanzato, interconnesso, si confronta quotidianamente con i mali atavici, con la guerra, con il terrorismo, con i crimini contro l’umanità, con la pulizia etnica, la discriminazione delle minoranze e dei migranti, e con una serie infinita di altri abusi di esseri umani contro altri esseri umani.

Come sempre la tecnologia, crea la storia dell’uomo e la stessa globalizzazione, avvicinando in maniera rapidissima gli abitanti del mondo, provoca involuzione e maggiori paure. E il consumismo globale, con le minacce alla vita del pianeta che vanno aggravandosi, pare aumentare a dismisura le potenziali tensioni che conducono, alle sotterranee ed ataviche paure, che conducono all’intolleranza.

 

 

 

 

https://www.verdeazzurronotizie.it/accadde-oggi-16-novembre-giornata-mondiale-della-tolleranza/

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