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La carneficina di Hitler dopo il fallito attentato di von Stauffenberg


A 75 anni dal mancato esito dell’Operazione Valchiria, che doveva uccidere il Führer. L’attentato del 20 luglio 1944 (noto con il nome in codice di Operazione Valchiria) fu il tentativo organizzato da alcuni politici e militari tedeschi della Wehrmacht e attuato dal von Stauffenberg, di assassinare  Adolf Hiter :  ebbe luogo all’interno della Wolfsshanze, il quartier generale del Führer. Lo scopo dell’attentato era quello di eliminare Adolf Hitler e, attraverso un  colpo di Stato, instaurare un nuovo governo che avesse il compito di negoziare una pace separata con gli Alleati, allo scopo di evitare la disfatta militare e l’invasione della Germania. L’attentato fu pianificato sfruttando la possibilità che offriva il piano Valchiria, ossia la mobilitazione della milizia territoriale in caso di colpo di Stato o insurrezione interna, opportunamente modificato dal colonnello von Stauffenberg. L’esplosione dell’ordigno uccise tre ufficiali e uno stenografo, tuttavia il  Fuhrer  subì solo ferite più o meno lievi.

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Il fallimento del colpo di Stato portò all’arresto di circa 5 000 persone, molte delle quali giustiziate o internate nei lager e di questa carneficina  ancora oggi non si conosce l’esatta dimensione. Già la notte tra il 20 e il 21 luglio, Claus venne “giustiziato”, le sue ceneri disperse nelle fogne di Berlino. Ma, oggi, le giovani reclute delle forze armate di Germania, in tributo a Stauffenberg e ai coraggiosi che vollero opporsi, vengono fatte giurare, proprio il 20 luglio, nella sede centrale del ministero della Difesa tedesco.

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/la-carneficina-di-hitler-dopo-il-fallito-attentato

https://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_a_Hitler_del_20_luglio_1944

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Viaggio nella Luna.


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La Nasa è arrivata sulla Luna nel 1969, con l’Apollo 11, ma nel cinema il primo viaggio è del 1902: non verso la Luna, ma nella Luna (popolata di Lunatici, oltretutto).

Le Voyage dans la Lune, di Georges Méliès, è un film del 1902: una decina di minuti, è da molti considerato il primo, vero film della storia del cinema perché racconta una storia, anziché proporre allo spettatore riprese di situazioni reali (panorami, spettacoli di illusionismo, l’arrivo del treno alla stazione…), come si era fatto negli anni precedenti, a partire dalla prima proiezione dei fratelli Lumière, il 28 dicembre 1895, La sortie des usines Lumière, che proponeva un’unica inquadratura fissa sugli operai in uscita dalla fabbrica dei Lumière.

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La storia di Voyage dans la Lune è molto liberamente ispirata al romanzo di Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, del 1865, il cui titolo originale è De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, che è come dire viaggio diretto in 97 ore e 20 minuti: poco più di un giorno in più di quanto ha impiegato cento anni dopo l’Apollo 11.

L’adattamento cinematografico tradisce la trama del romanzo: mostra gli intrepidi esploratori che colpiscono una classica “luna di formaggio”, penetrano nei tunnel della Luna, ovviamente, i Lunatici.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/curiosita/viaggio-nella-luna

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Il cambiamento climatico ci porterà indietro alla Preistoria


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Circa 50 milioni di anni fa, agli inizi dell’Eocene, quando ancora l’Uomo non aveva fatto la sua comparsa sulla Terra, il clima era molto più caldo e umido di quanto non sia ai giorni nostri, e le regioni artiche erano coperte non di ghiaccio, ma di fitte e paludose foreste. Insomma, clima e paesaggi di un lontano passato che però, secondo un team di ricercatori americani, potrebbero rappresentare anche il nostro prossimo futuro!

Gli scienziati infatti hanno confrontato le più credibili simulazioni del clima futuro con le ricostruzioni delle condizioni climatiche del passato, andando a cercare eventuali analogie. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato condotto utilizzando le simulazioni di alcuni dei principali modelli climatici che hanno contribuito anche al più recente rapporto del IPCC.

Le elaborazioni al computer sono state condotte considerando due differenti scenari di sviluppo socio-economico: uno più pessimista, che descrive una situazione in cui le emissioni di gas serra continueranno ad aumentare, senza alcuna sorta di contenimento, e uno relativamente più ottimista, in cui invece si ipotizza già nell’immediato futuro un rallentamento nell’utilizzo di combustibili fossili e, nella seconda parte del secolo, una graduale riduzione delle emissioni.

Ebbene, i risultati di queste simulazioni suggeriscono che entro 10-20 anni in molte regioni del Pianeta le condizioni climatiche saranno paragonabili a quelle che si osservavano nel Medio Pliocene, circa 3 milioni di anni fa: quindi un clima caratterizzato, rispetto a oggi, da temperature medie planetarie dai 2 ai 3,8 gradi più alte. In particolare le nuove eccezionali condizioni climatiche verrebbero raggiunte entro il 2030 nel caso dello scenario più pessimista, e appena 10 anni più tardi, nel 2040, nell’ipotesi di una parziale mitigazione delle emissioni.

Clamorosi poi i risultati delle proiezioni su tempi più lunghi. Nell’ipotesi in cui non vengano adottate efficaci misure di mitigazione, i cambiamenti climatici risulterebbero letteralmente sconvolgenti: entro il 2100 infatti in alcune aree del Pianeta l’orologio climatico tornerebbe indietro all’ultima fase dell’Eocene, e per il 2200 quasi tutta la Terra scivolerebbe indietro di circa 50 milioni di anni, con condizioni climatiche non molto differenti da quelle in cui hanno vissuto gli ultimi dinosauri!.

Il brusco ritorno al clima preistorico avverrebbe prima nelle aree più interne dei continenti, per poi estendersi anche alle regioni costiere, e risulterebbe più marcato nelle terre poste alle medie e alte latitudini. Per di più, sempre nell’ipotesi che non venga posto alcun freno alle emissioni di gas serra, entro il 2200 circa il 9% della superficie terrestre potrebbe trovarsi ad affrontare condizioni climatiche rivoluzionarie, mai vissute prima!

 

 

 

https://www.meteogiuliacci.it/clima/il-global-warming-ci-porter%C3%A0-indietro-alla-preistoria?fbclid=IwAR0TMFRyht5rCbmJRDoXFdlpDl8MpyTN-248CFdJQA7iePXGz41O0B23_zw

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Francesco Saverio Borrelli, il magistrato simbolo della lotta alla corruzione.


Francesco Saverio Borrelli, il magistrato il cui nome è legato da sempre al pool di Mani Pulite, è morto oggi nell’hospice Floriani dell’Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato. Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile del 1930, era entrato in magistratura nel 1955 e quasi tutta la sua carriera si è svolta nelle aule del tribunale di Milano, fino a quel suo discorso da procuratore generale della Corte d’Appello, nel 2002, che si concludeva con una parola ripetuta tre volte, un appello per l’indipendenza della magistratura rimasto famoso: “Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave”.

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Alla guida della Procura milanese, esercitata  per undici anni fino al 1999, era stato chiamato nel 1988. Mai avrebbe immaginato, come lui stesso ha più volte ricordato, che quattro anni dopo si sarebbe aperta una delle più decisive stagioni di inchieste sulla corruzione e sui rapporti illeciti politica-affari della storia italiana. Mani Pulite, con l’inchiesta sulla famosa mazzetta incassata da Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, scoppiò nel febbraio del 1992.

Nella storia italiana, anche quando si parla di Borrelli, esiste un prima e c’è un dopo. Sua la firma sotto il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi, o sotto il mandato di comparizione del 1994 a Roma per Silvio Berlusconi, impegnato al G7 di Napoli. Nessuno dimentica il suo appello alla classe politica prima della campagna elettorale del 1993: “Se hanno scheletri nell’armadio li tirino fuori, prima che li troviamo noi. Si candidi solo chi ha le mani pulite”.

 

 

 

 

https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/07/20/news/francesco_saverio_borrelli_milano_mani_pulite_tangentopoli-230778159/

https://www.repubblica.it/politica/2019/07/20/news/morte_francesco_saverio_borrelli-231625326/?ref=drac-2

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La fragilità del voto verde in Italia


   Dopo lo sciopero per il clima del 15 marzo scorso nel quale decine di mi-gliaia di giovani italiani sono scesi in piazza per chiedere più attenzione ai temi ambientali, mi è stato più volte chiesto da parte loro quale sareb-be dovuto essere il passo successivo per essere efficaci. Ho suggerito che, nei pa-esi democratici, l’impegno politico ha sicuramente un ruolo importante: votare chi propone un programma più aderente possibile alla sostenibilità ambientale, o meglio ancora costituire un nuovo partito e farsi votare. Mi è stato risposto quasi sempre: “No, noi vogliamo rimanere fuori dalla politica”. Come dire, chiediamo a quella stessa politica che fino ad ora ha creato i danni climatici di rimediare, ascoltando le nostre richieste, ma senza tentare di cambiare in prima persona la situazione. Poi ecco i risultati delle elezioni europee del 26 maggio 2019: i Verdi secondo partito in Germania, con la fascia di giovani da 18-24 anni che assegna loro il 27 per cento di preferenze. Seconda forza politica anche in Finlandia, terza in Francia. Quarta al Parlamento Europeo, con 74 seggi. E in Italia? Siamo al 2,3 per cento, irrilevante, non supera nemmeno lo sbar-ramento del 4 per cento. Poco più di seicentomila preferenze. Dove sono finiti i nostri giovani preoccupati per il loro futuro? In larga parte sono rimasti a casa, visto che la fascia 18-24 anni ha sofferto del 47 per cento di astensioni, contro il 36 per cento degli elettori tra 45 e 54 anni, quelli più attivi. E l’altra metà che si è presentata ai seggi non ha votato in modo significativamente diverso dagli altri: 2,9 per cento di preferenze al partito verde. Questo vuol dire che i nostri giovani elettori hanno fondamentalmente copiato i loro genitori, rispecchiando scelte conservatrici. Hanno perso l’opportunità di dare un segnale indipen-dente e in controtendenza, adeguato ai tempi e agli allarmi scientifici, come invece hanno fatto i loro colleghi del nord Europa. Il corpo elettorale italiano vede poco meno di quattro milioni di aventi diritto al voto tra 18 e 24 anni, che diventano circa 7 milioni se ci spingiamo fino a 3o anni. È questa la fascia d’età che più dovrebbe essere interessata ai problemi che i cambiamenti climatici e il degrado ambientale riverseranno su di loro nei prossimi decenni. A giudicare dal voto ambientalista, ne ha consapevolezza meno di uno su dieci. Questi dati mostrano due problemi. Il primo è la bassa alfabetizzazione ambientale dei giovani italiani: mancano formazione e informazione, la scuola è indietro nell’offerta didattica sui temi ambientali e meno ancora è possibile costruirsi un’opinione corretta basandosi sulla caotica diffusione di notizie nei media. Il secondo problema è la scarsa fiducia e rappresentatività del partito verde italiano, che certo non ha brillato per proposte, sensibilizzazione cultu-rale e militanza tra i giovani, i quali forse l’hanno visto per la prima volta solo come un simbolo lontano e astratto stampato sulla scheda elettorale. Ora però la lezione è arrivata: se si vuole contare qualcosa nelle scelte strategiche del proprio futuro, bisogna farle valere, e la democrazia offre a tutti come primo strumento, relativamente semplice da impiegare, una matita.

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“Il mensile dei soci NOVA-Coop – n°6 LUGLIO-AGOSTO 2019” :  La “Rubrica di LUCA MERCALLI”

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Zucchero italiano: è allarme rosso


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Per lo zucchero italiano (quel poco che è rimasto) è nuovamente allarme rosso. A lanciare l’avvertimento è stata Coldiretti che ha spiegato: «Oltre 4 pacchi di zucchero su 5 arrivano già dall’estero». E non solo, perché accanto all’invasione di zucchero straniero c’è il concreto rischio che “la produzione made in Italy venga azzerata – viene sempre spiegato dai coltivatori diretti –, dalla concorrenza sottocosto dei Paesi del Mercosur che nell’ambito dell’accordo di libero scambio con l’Unione Europea hanno ottenuto maggiori concessioni con il dazio zero sul contingente di 180mila tonnellate». Insomma, ciò che fino a qualche anno fa era uno dei comparti d’eccellenza dell’agroalimentare nazionale, è ormai ridotto al lumicino anche se vale ancora migliaia di posti di lavoro. . L’allarme di Coldiretti arriva a poche ore dall’incontro del Consiglio Agricoltura della Unione europea che si terrà domani a Bruxelles. Occorrono provvedimenti  decisivi per scongiurare che lo zucchero diventi davvero amaro. Senza provvedimenti, fra l’altro, il comparto in Italia rischia ancora di più: occorre non dimenticare che già oggi il più importante e storico marchio del settore – l’Eridania –, è da tempo in mano francese. Oltre a questo, i consumi languono e sono minacciati dal possibile aumento dell’Iva che rischia di riguardare anche i beni di prima necessità come, appunto, lo zucchero che oggi ha un’imposizione del 10%. Lo zucchero sta diventando sempre più amaro per tutti.

 

 

 

https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/zuccheroitaliano-e-allarmerosso

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Quello che sta accadendo al Pianeta è colpa dell’uomo: lettera aperta di oltre 200 scienziati ed intellettuali.


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È urgente e fondamentale affrontare e risolvere il problema dei cambiamenti climatici. Chiediamo che l’Italia segua l’esempio di molti paesi Europei, e decida di agire sui processi produttivi ed il trasporto, trasformando l’economia in modo da raggiungere il traguardo di ‘zero emissioni nette di gas serra’ entro il 2050.

Tale risultato deve essere raggiunto per i seguenti motivi:

  1. Dati osservati provenienti da una pluralità di fonti dicono che il sistema Terra è oggi sottoposto a variazioni climatiche molto marcate che stanno avvenendo su scale di tempo estremamente brevi;
  2. Le osservazioni indicano chiaramente che le concentrazioni di gas serra in atmosfera, quali l’anidride carbonica e il metano, sono in continua crescita, soprattutto a partire dagli anni successivi alla seconda guerra mondiale, in seguito ad un utilizzo sempre più massiccio di combustibili fossili e al crescente diffondersi di alcune pratiche agricole, quali gli allevamenti intensivi;
  3. Le misure dell’aumento dei gas-serra e delle variazioni del clima terrestre confermano ciò che la fisica di base ci dice e quanto i modelli del sistema Terra indicano: le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici a scala globale cui stiamo assistendo;
  4. Migliaia di scienziati che studiano il clima del sistema Terra, la sua evoluzione e le attività umane, concordano sul fatto che ci sia una relazione di causa ed effetto tra l’aumento dei gas serra di origine antropica e l’aumento della temperatura globale terrestre, come confermato dai rapporti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che riassumono i risultati pubblicati dalla comunità scientifica globale;
  5. I modelli numerici del sistema Terra basati sulle leggi della fisica sono gli strumenti più realistici che abbiamo a disposizione per studiare il clima, per analizzare le cause dei cambiamenti climatici osservati e per stimare possibili scenari di clima futuro; questi modelli sono sempre più affidabili grazie all’accrescimento della rete di osservazioni utilizzate per validare la loro qualità, al miglioramento della nostra conoscenza dei fenomeni che influenzano il clima e alla disponibilità di risorse computazionali ad alte prestazioni;
  6. L’esistenza di una variabilità climatica di origine naturale non può essere addotta come argomento per negare o sminuire l’esistenza di un riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra; la variabilità naturale si sovrappone a quella di origine antropica, e la comunità scientifica possiede gli strumenti per analizzare entrambe le componenti e studiare le loro interazioni;
  7. Gli scenari futuri “business as usual” (cioè in assenza di politiche di riduzione di emissioni di gas serra) prodotti dai tutti i modelli del sistema Terra scientificamente accreditati, indicano che gli effetti dei cambiamenti climatici su innumerevoli settori della società e sugli ecosistemi naturali sono tali da mettere in pericolo lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo, e quindi il futuro delle prossime generazioni
  8. Devono essere pertanto intraprese misure efficaci e urgenti per limitare le emissioni di gas serra e mantenere il riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici ad esso associati al di sotto del livello di pericolo indicato dall’accordo di Parigi del 2015 (mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli pre-industriali, e perseguire sforzi volti a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C);

Queste conclusioni sono basate su decine di migliaia di studi condotti in tutti i paesi del mondo dagli scienziati più accreditati che lavorano sul tema dei cambiamenti climatici. È sulla base di queste conclusioni che vanno prese decisioni importanti per la lotta ai cambiamenti climatici piuttosto che su documenti, come la lettera datata 17 giugno e firmata da un gruppo formato quasi esclusivamente da non-esperti sulla scienza dei cambiamenti climatici (come comprovato dai loro curricula di pubblicazioni scientifiche in riviste internazionali), in cui è stato messo in discussione con argomentazioni superficiali ed erronee il legame tra il riscaldamento globale dell’era post-industriale e le emissioni di gas serra di origine antropica (‘Petizione sul riscaldamento globale antropico, datata 17 giugno 2019).

Concludiamo riaffermando con forza che il problema dei cambiamenti climatici è estremamente importante ed urgente, per l’Italia come per tutti i paesi del mondo. Politiche tese alla mitigazione e all’adattamento a questi cambiamenti climatici dovrebbero essere una priorità importante del dibattito politico nazionale per assicurare un futuro migliore alle prossime generazioni.

Questa lettera è stata iniziata da Roberto Buizza (Fisico/matematico, Prof. Ordinario di Fisica, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) il 3 luglio 2019, e ad ora (22.51 del 10 luglio 2019) è stata firmata da un Comitato Promotore di 300 persone di scienza e cultura, tra cui moltissimi esperti di fisica del sistema Terra e del clima.

 

 

 

 

 

 

Quello che sta accadendo al Pianeta è colpa dell’uomo: lettera aperta di oltre 200 scienziati ed intellettuali

https://www.santannapisa.it/it/news/no-false-informazioni-sul-clima-piu-di-200-scienziati-e-intellettuali-aderiscono-alla-lettera?fbclid=IwAR33oLJm1SpkLuK1zcVTWAgBsNqUOtboLXpwOf2k6YTnucAHto8vL5PnohI

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Ritrovati due teschi che potrebbero cambiare la storia della nostra specie.


I primi esseri umani moderni hanno lasciato l’Africa prima di quanto si pensasse, raggiungendo l’Europa circa 150.000 anni prima di quanto precedentemente noto: due teschi trovati in Grecia dicono proprio questo, modificando radicalmente quanto finora ritenuto come assodato sulla storia della nostra specie.Il team di ricerca ha applicato approcci innovativi, incluse ricostruzioni virtuali delle parti danneggiate dei crani. Ha condotto inoltre numerosi confronti con diversi fossili umani e ha utilizzato un metodo di datazione radiometrica estremamente preciso.

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Questi risultati dimostrano dunque che almeno due gruppi di persone vivevano nel Pleistocene medio in quella che oggi è la Grecia meridionale: una prima popolazione di Homo sapiens e, successivamente, un gruppo di uomini Neanderthal  che si sono mescolati agli altri ominidi.  Quindi i primi umani sono migrati dall’Africa molto prima di quanto sempre pensato, mostrando 150.000 anni in più dei  più antichi esemplari umani moderni conosciuti in Europa fino ad ora.La grotta di Apidima fu scavata negli anni ’70 e ’80 dal Museo di Antropologia dell’Università di Atene. Fondato nel 1886, il museo è uno dei primi del suo genere in Europa e ha svolto un ruolo importante, non solo nella ricerca ma anche nell’informazione del grande pubblico.

 

 

 

 

Ritrovati due teschi che potrebbero cambiare la storia della nostra specie

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In ricordo di Giorgio Nebbia, “l’ecologista giusto”


«Siamo alle soglie del XXII secolo; ci lasciamo alle spalle un secolo di grandi rivoluzionarie transizioni, un mondo a lungo violento, dominato dal potere economico e finanziario, sostenuto da eserciti sempre più potenti e devastanti. L’umanità è stata più volte, nel secolo passato, alle soglie di conflitti fra paesi e popoli che avrebbero potuto spazzare via la vita umana e vasti territori della biosfera. Vittima della paura e del sospetto, è stata esposta ad eventi meteorologici estremi che si sono manifestati con tempeste, alluvioni, siccità. Con fatica è stato realizzato un mondo in cui le unità comunitarie sono state costruite sulla base dell’affinità fra popoli, in cui città diffuse nel territorio sono integrate con attività agricole, in cui l’agricoltura è stata di nuovo riconosciuta come la fonte primaria di lavoro, di cibo e di materie prime, un mondo di popoli solidali e indipendenti, in cui la circolazione di beni e di persone non è più dominata dal denaro, ma dal diritto di ciascuna persona ad una vita dignitosa e decente». 

Giorgio Nebbia

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«Il verde, unica fonte, mossa dal Sole, della vita»: in un articolo su l’ Extraterrestre di fine 2018, Giorgio Nebbia (morto il 3 luglio scorso) dava un andamento poetico a una constatazione scientifica. Nello stesso periodo, a proposito delle miniere insanguinate, scriveva: «Agli africani il dolore e la fatica del lavoro».Un tema, quello della violenza umana e ambientale nei processi di produzione scambio e consumo, che egli sviluppò nel testo La violenza delle merci (Ecoistituto del Veneto,1999). Contro un capitalismo sanguinoso e insostenibile, imperialistico e bellicoso, iniquo e distruttivo, l’ecologia poteva essere uno strumento di conoscenza «utile a diffondere la solidarietà internazionale».

Alla fine degli anni settanta  è fra i pochi scienziati antinuclearisti alla conferenza nazionale sulla sicurezza nucleare, a Venezia. Aiuta a strutturare il movimento contro una forma di energia che «non è né economica, né pulita, né sicura». E quanto alle armi nucleari, il suo impegno era sfociato di recente nella proposta di un gruppo di scienziati per lo studio di un mega programma di messa in sicurezza e neutralizzazione dell’arsenale mondiale. Si sarebbe creato lavoro; del resto per Nebbia era imprescindibile trovare alternative occupazionali – oltre alla riduzione dell’orario.

 

 

 

 

https://www.teleambiente.it/giorgio_nebbia_in_ricordo_ecologista_giusto/

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Il riscaldamento globale aumenterà la sete di energia


 Entro la metà del secolo, la domanda globale di energia potrebbe aumentare dell’11-27 per cento in caso di aumento contenuto delle temperature, del 25-58 per cento in caso di riscaldamento elevato (l’entità riscaldamento globale è stata calcolata considerando il numero di giorni con temperature maggiori di 27,5 °C). I maggiori aumenti dovrebbero registrarsi nelle aree tropicali, nell’Europa meridionale, in Cina e negli Stati Uniti, soprattutto per la domanda di elettricità necessaria a raffreddare gli ambienti nel settore industriale e dei servizi (perciò fabbriche, uffici e altri luoghi di lavoro).

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In linea generale, le nostre società si adegueranno al cambio delle temperature aumentando il raffreddamento degli ambienti durante le stagioni calde e diminuendo il riscaldamento durante le stagioni fredde. Questi cambiamenti nel condizionamento degli spazi avranno un impatto diretto sui sistemi energetici, dal momento che le imprese e le famiglie richiederanno meno gas naturale e petrolio per via delle minori esigenze di riscaldamento, e più energia elettrica per soddisfare le maggiori esigenze di raffrescamento degli ambienti. Occorrerà capire come produrre il surplus di elettricità richiesto, per non alimentare una spirale senza fine (aumento delle temperature-maggiori consumi-aumento delle emissioni-aumento delle temperature…).

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/energia/il-global-warming-aumentera-la-sete-di-energia

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Street Art, la ‘Deposizione della verità’ di Sirante su Cucchi.


La vicenda di Stefano Cucchi protagonista dell’ultima opera di street art firmata da Sirante apparsa oggi a Roma, a Torpignattara, in via Natale Palli: “Dopo il lungo calvario giudiziario e il depistaggio da parte dello Stato, giungiamo finalmente alla deposizione della verità”.

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http://www.ansa.it/sito/photogallery/primopiano/2019/07/11/street-art-la-deposizione-della-verita-di-sirante-su-cucchi_44c33916-0b23-4cc3-8623-42ea0fdbfbc7.html?fbclid=IwAR24TGtRjus3Zju5rDxakb-eGhOmjZFFvroqIcnAFAR1I3CCC4gAeLnljhk

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La pubblicità ci rende più tristi


Per ventisette anni quattro economisti hanno indagato attraverso dei questionari la soddisfazione per la propria vita di 900mila cittadini di ventisette Paesi europei. Quindi hanno incrociato quei dati con quelli sugli investimenti pubblicitari.Ne è emersa  la conferma di un sospetto che negli studi di economia e sociologia aleggiava da più di un secolo, anche se poche ricerche lo supportavano: la pubblicità ci rende più tristi. Il livello di investimenti pubblicitari in un Paese, infatti, ha una correlazione negativa con la soddisfazione dei suoi abitanti.

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I risultati scientifici si fermano qui. I ricercatori ammettono di non essere in grado di definire il “meccanismo causale” tra l’aumento deglla pubblicità e il calo della soddisfazione. Anche su questo argomento, però, le ricerche vanno avanti da tempo. Negli anni ’70 l’economista americano Richard Easterlin aveva dimostrato che le società non diventano più felici con l’aumento della ricchezza media. Anzi, superato un certo livello di benessere, la felicità tende piuttosto a diminuire.

È un’evidenza fin banale: gli individui hanno preferenze relativistiche, cioè misurano la loro felicità in base a quella di chi è attorno a loro. L’aumento del benessere personale non migliora la soddisfazione se non c’è un miglioramento rispetto alle condizioni degli altri. In questo senso la pubblicità è potente: può avere l’effetto positivo di aiutare le persone a fare scelte di consumo più consapevoli, ma anche quello negativo di stimolare desideri non realizzabili e quindi generare insoddisfazione. I risultati di questa ricerca spingono a pensare che, in un bilancio complessivo, gli effetti negativi superano quelli positivi.

 

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/effetti-pubblicita-soddisfazione-vita

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La cintura di alghe che attraversa l’Atlantico per 9000 km


Una coperta di alghe disseminata sulla superficie delle acque tropicali dell’Atlantico, dalle coste occidentali africane fino alle spiagge caraibiche: gli esperti l’hanno chiamata Grande cintura di Sargassi dell’Atlantico. Dal 2011 è diventata una presenza fissa – e sempre più ingombrante – nell’oceano. Il sargasso  è un genere di alga di colore marrone o verde scuro tenuta a galla da vescicole di gas simili a piccoli acini d’uva. Secondo gli scienziati dell’Università della Florida meridionale, che hanno studiato da satellite la sua distribuzione nel corso di due decenni, prima del 2011 la sua presenza nell’Atlantico equatoriale e nelle acque caraibiche era contenuta. Ma da quell’anno in poi, l’alga si è diffusa a macchia d’olio grazie a massicci eventi di fioritura, i più imponenti mai osservati.

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A giugno 2018, all’apice della sua estensione, la cintura comprendeva 22 milioni di tonnellate di alghe disseminate su una porzione di mare lunga 9000 km, e si tratta di stime conservative, perché la risoluzione degli strumenti (1 km) non permette di rilevare gli aggregati più piccoli.Normalmente queste distese di alghe sono un rifugio per la fauna marina e contribuiscono a ossigenare gli oceani attraverso la fotosintesi. Ma la crescita esagerata, soprattutto nelle regioni costiere, può ostacolare il movimento e la capacità di respirare degli animali, perché impedisce di risalire in superficie. In più, quando si depositano sulle spiagge, formando uno strato che arriva al ginocchio, i sargassi marciscono in una distesa maleodorante capace di compromettere qualunque attività, dal turismo alla pesca.  La “cintura” non ha origine nel Mare dei Sargassi (una distesa d’acqua dove queste alghe sono particolarmente diffuse ma che si trova più a nord, tra le Grandi Antille e le Azzorre): piuttosto, è frutto dello sviluppo abnorme di macchie di sargassi che si formano naturalmente nelle acque tropicali. Queste distese locali risulterebbero ora ingigantite per due fenomeni, in particolare: l’immissione di acque ricche di nutrienti dal Rio delle Amazzoni e le correnti oceaniche profonde in risalita al largo dell’Africa occidentale. Le cause sono da ricercare nell’aumento della deforestazione e nell”utilizzo di fertilizzanti nelle regioni amazzoniche potrebbero aver contribuito al fenomeno, che sembra anche favorito dalle temperature moderate e dalla presenza di “semi” di fioriture precedenti: in pratica è più facile assistere a un nuovo boom di alghe, se ce ne è stato uno anche l’anno precedente. I cambiamenti climatici potrebbero inoltre influire sulla portata della risalita di acque fredde e ricche di nutrienti al largo dell’Africa, attraverso alterazioni nella piovosità o nella portata dei venti. Ma sono ancora molti gli aspetti non chiari: se c’è una sovrabbondanza di fertilizzanti, perché allora le altre alghe non crescono in modo anomalo? Questo nuovo tipo di sargasso è diverso, dal punto di vista genetico? Che ruolo ha il rialzo della temperatura superficiale oceanica, e perché questo improvviso squilibrio ecologico?

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/cintura-di-alghe-sargassi-attraversa-oceano-atlantico-per-9000-km

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SecchielloStop: l’iniziativa per educare i bambini al rispetto degli animali marini


Nel 2016 il Lions Club di Diano Marina ha lanciato la campagna #SecchielloStop, per sensibilizzare i genitori sull’importanza di insegnare ai propri figli a non raccogliere nei secchielli gli animali marini.
Raccogliere granchi, paguri e piccoli molluschi non è una forma di divertimento: è una piccola grande mancanza di rispetto verso il mare e le sue creature, che perderanno inevitabilmente la vita. I bambini non lo sanno, ma noi grandi sì: abbiamo il dovere di spiegare che, giocando, rischiano di uccidere i piccoli abitanti del mare e di proporre qualcuna delle tante alternative (giocare con la sabbia è la più semplice e spontanea).

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Tutti, quando eravamo piccoli abbiamo preso un granchio con il retino oppure staccato una patella dal suo scoglio o sotterrato una medusa pensando fosse stata proprio quella ad averci punto. Lo abbiamo fatto noi e ora lo facciamo fare ai nostri figli, pensando che sia divertente per loro e che, soprattutto, non abbia conseguenze sull’ambiente. Invece ci sbagliamo; questo nostro comportamento ha conseguenze molto gravi ed è principalmente una questione di numeri. Proviamo a fare qualche esempio. Patella ferruginea è un mollusco, a oggi il principale invertebrato marino a rischio di estinzione e per questo uno dei più protetti dalla legislazione comunitaria e internazionale. La sua sfortuna è stata quella di essere la più grande patella del Mediterraneo, con un diametro che può arrivare fino a 8 cm e per questo raccolta indiscriminata a scopo alimentare, collezionistico o come esca per la pesca. Il prelievo degli individui più grandi, che sono femmine adulte sulla cui conchiglia di frequente vivono i piccoli (che quindi vengono uccisi con la raccolta della madre), ha aggravato drammaticamente i risultati negativi di una raccolta eccessiva e incontrollata. Ma gli esempi sono molti altri: dal dattero di mare ai cavallucci marini, tutti animali un tempo comuni e oggi a rischio di estinzione perché commestibili o semplicemente perché belli da collezionare. Il problema sta quindi nei numeri: se tutti i bambini e i ragazzi e gli adulti, che ogni estate trascorrono le vacanze lungo le coste italiane, prendessero anche solo un piccolo animale al giorno, centinaia di migliaia di esemplari verrebbero uccisi per niente, solo per poter far trascorrere mezz’ora di gioco ai nostri figli e di relax a noi. Prendere un granchio o una stella marina (quando si trovano) e metterli nel secchiello equivale a una loro morte certa.

 

 

 

 

SecchielloStop: l’iniziativa per educare i bambini al rispetto degli animali marini

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8 LUGLIO: GIORNATA MONDIALE DEL MEDITERRANEO


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Il Mediterraneo da culla della civiltà si è trasformato in cimitero più grande d’Europa. Crocevia di culture, teatro di scambi, cornice dove sono germogliate le idee, oggi è diventato piuttosto una barriera che divide e separa quando non ultima destinazione per quanti cercano condizioni di vita più dignitose lontani dalla loro terra. 

Dall’inizio dell’anno tra i migranti sono 628 le vittime di cui il Mediterraneo ha restituito un corpo o una traccia: cifre dietro le quali ci sono vite spezzate. Il Mediterraneo inghiotte illusioni e storie di persone che avrebbero potuto avere un destino diverso, se solo avessero avuto l’opportunità di scrivere un altro finale, senza neppure dover lasciare il loro Paese, il loro affetti e le loro radici.

La maggior parte dei migranti sbarcati in Italia proviene dai Paesi dell’Africa settentrionale e subsahariana: la Tunisia innanzitutto, seguita da Nigeria, Guinea, Costa d’Avorio, Senegal, Mali, Eritrea e Sudan.

L’8 luglio, Giornata internazionale del Mar Mediterraneo, è l’occasione per accendere i riflettori sui problemi geopolitici dell’area mediterranea e onorare la memoria di tutti i caduti del nostro mare: i migranti, ma anche i pescatori, i marinai e tutte le persone che nel mare avevano riposto fiducia per inseguire una speranza o un sogno. 

Una giornata della memoria che però vuole anche essere il pretesto per ragionare su un futuro diverso per chi è costretto a partireLa Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo nasce nel 2014 grazie alla collaborazione di Earth Day Italia, ANCIS-LINK, ASC-CONI e con l’apporto fondamentale della Marina Militare Italiana e si celebra l’8 luglio di ogni anno. Il significato profondo di questa Giornata è legato all’ ambiente e allo sfruttamento scellerato delle risorse naturali come occasione di disuguaglianza e discriminazione. C’è lo sfruttamento malsano delle risorse del pianeta da parte di una minoranza di persone a scapito dei più deboli. Si fa credere che il problema siano i migranti e l’emigrazione e non, purtroppo, la causa che l’hanno prodotti.

La Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo diventi una giornata di riflessione

 

 

 

 

https://news.missionidonbosco.org/8-luglio-giornata-mondiale-del-mediterraneo

http://www.unosguardoalcielo.com/8-luglio-giornata-internazionale-del-mar-mediterraneo/

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ITALIA, SUICIDI TRA LE FORZE DELL’ORDINE: NEL 2019 GIÀ IL DOPPIO RISPETTO AL 2018


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Sono già 21 i suicidi nel solo 2019 degli appartenenti alle Forze dell’ordine. La media è già più alta rispetto agli anni precedenti, tanto che il dato doppia quello relativo ai suicidi nella  popolazione generale italiana: sono soprattutto poliziotti e agenti penitenziari a togliersi la vita e con la propria pistola di ordinanza nell’88% dei casi.  Ma ci sono a seguire anche carabinieri e subito dopo finanzieri che se non usano la propria scelgono un’arma non “ufficiale” oppure altre modalità  come l’impiccagione, l’avvelenamento, il soffocamento via gas o le lesioni da taglio. Nel 54% dei casi hanno un’età che va dai 45 ai 64 anni, nel 37% sono tra i 25 e i 44 anni. “Il suicidio tra gli appartenenti alle forze dell’ordine ha assunto un tale livello di gravità da indurre il Capo della Polizia a costituire proprio da pochi mesi un Osservatorio Permanente Interforze sul fenomeno suicidiario tra gli appartenenti alle Forze di Polizia. Si tratta di una scelta epocale, una presa di coscienza da parte dello Stato di un grave fenomeno che colpisce ogni anno decine di uomini e le donne in divisa, fenomeno non adeguatamente affrontato. Finora ogni singolo corpo gestiva la questione al proprio interno. Ora l’Osservatorio fra tutti è indubbiamente più di un campanello d’allarme. Il fenomeno è allarmante a livello internazionale, come dicono dati analoghi di Francia e Spagna, ed è reso ancora più grave dalla facilità di accesso alle armi da fuoco. Nelle forze di polizia, contrariamente a quanto avviene nel resto della popolazione, c’è una quasi totale assenza di tentati suicidi: l’arma da fuoco, contrariamente ad altri mezzi, non dà scampo. Occorre monitorare costantemente lo stato psicologico dell’appartenente alle Forze dell’Ordine, mediante una più incisiva azione del Servizio Sanitario, e della figura dello psicologo, che a tutt’oggi, trova ancora scarso accreditamento nei confronti del personale.  Occorrerebbe una rete a anche a livello internazionale e collaborare con le istituzioni europee.

 

 

ITALIA, SUICIDI TRA LE FORZE DELL’ORDINE: NEL 2019 GIà IL DOPPIO RISPETTO AL 2018

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L’odissea dei migranti.


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Nel giorno in cui un centro di detenzione con migliaia di persone, di donne bambini e giovani veniva bombardato in Libia, e i migranti in fuga dal disastro venivano falciati dai colpi dei loro carcerieri, il governo italiano ha rinnovato gli accordi con le milizie colluse con i trafficanti e stanzia per finanziarle 6 milioni di euro.

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Perché le piante non muoiono di cancro?


Se oggi lupi, orsi e cinghiali sono tornati a popolare la Zona di esclusione di Chernobyl,  buona parte delle piante che la abitava non se ne è mai andata – o meglio, è rimasta viva per tutto questo tempo – molte  distese di betulle e di pioppi investite dal fallout nucleare sopravvissero alle radiazioni. E anche nelle zone più pesantemente contaminate, la vegetazione è ricresciuta nell’arco di tre anni.

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Che cosa rende le piante (e non gli animali) così resistenti alle radiazioni? Negli organismi viventi, dosi anche limitate di radioattività possono causare mutazioni nel DNA che alterano la funzionalità cellulare e causano l’insorgenza di lesioni cancerose. Nei corpi rigidamente specializzati come quelli animali, dove ogni organo ha una funzione insostituibile e tutti devono cooperare affinché l’individuo resti in salute, la diffusione di cellule “impazzite” può risultare letale. Le piante si sviluppano in modo più flessibile. Non potendo muoversi, si adattano come possono alle condizioni di luminosità, umidità e temperatura. Anziché avere una struttura ben definita fin dall’inizio, la raggiungono in corso d’opera, allungando lo stelo o le radici sulla scia dei segnali chimici che ricevono dagli altri vegetali. A differenza delle cellule animali, praticamente tutte le cellule delle piante sono in grado di dare origine ad altre cellule di qualunque tipo: è il motivo per cui riusciamo a far crescere una nuova pianta dai “ritagli” di quelle vecchie, e vediamo spuntare radici dove prima c’era un fusto, o una foglia. Per i vegetali è quindi assai più facile rimpiazzare un tessuto morto, a prescindere dal tipo di danno subito. Inoltre, le cellule con mutazioni pericolose non sono libere di proliferare come fanno nel corpo animale, per via delle spesse e rigide pareti interconnesse che circondano le cellule delle piante.

 

 

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/chernobyl-perche-le-piante-non-muoiono-di-cancro

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Le nonne di Chernobyl: le donne che vivono nella zona di alienazione


Sono donne, settantenni o ottantenni, e vedove: è questo il ritratto delle cosiddette “nonne di Chernobyl”, evacuate con le loro famiglie all’indomani del disastro nucleare del 26 aprile 1986 ma tornate a vivere illegalmente nelle loro case a pochi mesi dall’incidente.

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La zona di alienazione è un’area compresa nel raggio di 30 km dal sito dell’ex-centrale nucleare, è in assoluto la più colpita dalle conseguenze del disastro e si estende nel nord dell’Ucraina, a ridosso del confine con la Bielorussia. È una zona delimitata da check-point, in cui è vietata qualsiasi attività, a partire dal consumo di carni animali, frutta e ortaggi, per via dell’altissimo livello di contaminazione.

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Ciò nonostante, a pochissimi mesi di distanza dall’incidente, diverse persone hanno scelto di abbandonare gli alloggi in cui erano state trasferite dallo Stato sovietico e di fare ritorno illegalmente alle loro case, a pochi chilometri dal reattore, sfidando ogni logica. Dopo i primi tentativi di espellerle, le autorità si sono rassegate alla loro presenza e, di tanto in tanto, lasciano passare anche dei beni destinati a loro. Queste donne amano la loro terra, di cui consumano quotidianamente i frutti altamente contaminati, coltivando ortaggi e allevando animali da fattoria, mangiando carni, uova e latte come se l’incidente non si fosse mai verificato. Queste donne conducono una vita semplice e frugale, convivono con le incursioni di bracconieri, sciacalli e animali selvatici, raccolgono bacche e funghi nei boschi e si nascondono nei cespugli se sentono arrivare i soldati. Si fanno visita e si sostengono a vicenda, condividono pasti e passatempi, sfidano insieme la solitudine, il tempo che passa e i malanni.

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La storia delle nonne di Chernobyl è una storia malinconica, che ci parla di solidarietà tra donne, oltre che del legame profondo che unisce l’uomo alla terra: un legame che nulla, neppure il peggiore disastro nucleare di sempre, è riuscito a cancellare.

 

Le nonne di Chernobyl: la storia delle donne che vivono nella zona di alienazione

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Cercate il bello nella vita.


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Secondo Juan Luis Arsuaga, noto paleoantropologo spagnolo, comprendere da dove veniamo può farci apprezzare meglio la nostra esistenza, perché “la vita non è lavorare tutta la settimana e il sabato andare a fare la spesa”. In un’intervista rilasciata a El Pais,  Arsuaga spiega la sua filosofia per vivere al meglio il presente: cercare ciò che c’è di bello nella vita. “Apprezzare la bellezza è una questione di educazione e sensibilità”, ha dichiarato, “Cercate il bello nella vita. C’è molta bellezza intorno a noi. Ci deve essere qualcosa di più qui. E questo qualcosa si chiama cultura: la musica, la poesia, la natura, la bellezza. È ciò che dobbiamo apprezzare e di cui dobbiamo godere, altrimenti questo vivere è una merda”.“Tutti abbiamo bisogno di sapere perché siamo qui, questa domanda, intrinseca nell’essere umano, è la più importante che ognuno di noi si possa porre. Se lo chiederanno anche i bambini che nasceranno tra millenni”.

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-vita-non-e-lavorare-tutta-la-settimana-e-andare-a-fare-la-spesa-il-sabato_it_5d1b53b6e4b07f6ca583eb13?ncid=other_trending_qeesnbnu0l8&utm_campaign=trending

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Paradosso cibo.


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L’obesità e il sovrappeso stanno crescendopiù velocemente della fame e ciò indica l’estrema urgenza di fornire l’accesso a diete più salutari a tutti i cittadini del mondo. È questo l’allarme  lanciato dalla FAO, secondo cui è oramai chiaro un punto: il diritto al cibo ha bisogno di un nuovo approccio che comprenda il diritto a uno stile alimentare sano nella sua totalità.

Pare quindi un dato di fatto: gli sforzi che da anni si portano avanti contro la fame nel mondo hanno cominciato ad eguagliare quelli volti alla prevenzione dell’obesità, un problema che riguarda ogni parte del Pianeta e che ha dato vita a una vera e propria epidemia.

Ad oggi, più di 2 miliardi di adulti dai 18 anni in su sono in sovrappeso e 670 milioni di essi sono obesi. Inoltre, l’aumento dell’obesità tra il 2000 e il 2016 è stato più rapido rispetto a quello del sovrappeso in tutte le fasce di età e quasi 2 miliardi di persone soffrono di carenze di micronutrienti.

Secondo le proiezioni il numero di persone obese nel mondo molto presto supererà il numero di persone che soffre la fame, che al momento è pari a 820 milioni.

Cos’è che ha portato alla pandemia globale di obesità e alla contemporanea carenza di micronutrienti? La rapida urbanizzazione, innanzitutto, ma anche l’elevato consumo di alimenti ultra-lavorati, composti prevalentemente da ingredienti artificiali e ricchi di grassi saturi, zuccheri raffinati, sale e additivi chimici.

 

 

 

 

 

Per la prima volta nel mondo la popolazione obesa supera quella malnutrita

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Umorismo muto.


Il mondo del fumetto dice addio a Guillermo Mordillo Menéndez, fumettista e cartoonist argentino che con il suo umorismo muto ha conquistato l’Europa e non solo. Mordillo aveva 86 anni. I suoi disegni – che appaiono su puzzle, diari e poster– sono caratterizzati da colori vivaci e da uno spiccato umorismo che restituisce ai suoi buffi e pacifici personaggi, animali dagli occhi enormi, elefanti tondeggianti o le onnipresenti giraffe dal collo lunghissimo, che non si esprimono a parole ma attraverso la gestualità e l’espressività del volto.

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Lo stile inconfondibile, quei contorni così rotondi e quei colori accesi, l’ironia senza parole, hanno accompagnato negli anni temi che stavano sempre fuori dalla satira politica. Piuttosto i suoi lavori parlavano di relazioni umane, sesso compreso. Ma anche tanto sport, calcio in particolare. Dalla vignetta al merchandising il passo fu breve: tazze e bicchieri, peluche, biglietti di auguri, puzzle.

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Per decenni i disegni di Mordillo sono entrate anche nelle case degli italiani. El Paìs ricorda che nonostante la lunga carriera Mordillo realizzò solo tre mostre tra la fine degli anni Sessanta e il 1989, ma è chiaro che non è stato importante. Il messaggio universale, trasversale, senza tempo ha fatto entrare Mordillo nei ricordi di milioni di persone.

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Il suo umorismo muto era muto perchè come  raccontava El Paìs che lui stesso aveva riconosciuto che nelle prime sue collaborazioni negli anni Sessanta in Francia, era l’unica maniera per nascondere che non sapeva il francese.

 

 

 

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/30/addio-a-mordillo-il-fumettista-universale-tra-animali-coppie-innamorate-e-umorismo-muto-perche-non-sapeva-il-francese/5292392/

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Ecco come la diga italiana costruita in Etiopia ha annientato gli indigeni


La diga nel sud dell’Etiopia   è stata costruita per fornire elettricità alle città e controllare il flusso di acqua utile ad irrigare i campi agricoli industriali. A che prezzo però? Molto caro, e non stiamo parlando in termini economici ma piuttosto umani ed ambientali.

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Per anni  Survival, movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, (e non solo) ha denunciato i devastanti effetti che avrebbe avuto la costruzione di questa diga Made in Italy in particolare sulle popolazioni locali che dipendono dal fiume. La costruzione, infatti, ha portato alla perdita dei mezzi di sostentamento per le popolazioni indigene della zona e le ha costrette a vivere da sedentarie in fattorie portandole a soffrire fame e conflitti, continuamente alle prese con la violazione dei diritti umani.La diga impedisce la piena del fiume e le esondazioni stagionali grazie alle quali gli indigeni della valle dell’Omo riuscivano a sostenersi, abbeverando il bestiame e coltivando i campi a mais e sorgo. Proprio grazie al fiume, le tribù, riuscivano a sopravvivere al clima ostile e arido della zona.

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I loro metodi di sussistenza, però, parte della loro cultura da secoli, sono stati drammaticamente bloccati dalla costruzione della diga idroelettrica a partire dal 2006, questa infatti controlla il flusso del fiume in modo da irrigare i campi di canna da zucchero. Secondo il rapporto dell’Oakland Institute, sono soprattutto 3 gruppi indigeni ad essere seriamente in pericolo ed emarginati: i Bodi, i Mursi e i Kwegu.

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Il governo aveva promesso di rilasciare periodicamente acqua dalla diga in inondazioni controllate per simulare la naturale espansione del fiume da cui dipendono tutti e tre i gruppi per le loro colture e per le erbe che alimentano il bestiame di Bodi e Mursi e le capre dei Kwegu. Ma la ricerca del team, corroborata da indagini di altre organizzazioni, ha rivelato che le alluvioni controllate non sono mai avvenute.

 

 

Ecco come la diga italiana costruita in Etiopia ha annientato gli indigeni

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Vacanze Anni ’60


Negli anni ’60 non si vivono vere e proprie “smanie per la villeggiatura” di tipo goldoniano: le vacanze al mare in particolare diventano una vera e propria conquista sociale, che permette al semplice impiegato, all’artigiano e al pizzicagnolo, di piantare il proprio ombrellone accanto a quello del noto professionista, del capoufficio, dell’imprenditore; e magari, tra una chiacchiera e l’altra, stringere una specie di amicizia, perché, a contatto con la natura e tutti in costume da bagno, le differenze sociali si assottigliano, si ridiventa più umani.

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La famiglia tipo di quegli anni parte tutta insieme per le vacanze, un po’ perché la patente allora non si prendeva prima dei vent’anni, ma soprattutto perché di auto in una famiglia di medio reddito in genere ne bastava una, e grazie che ci fosse.Carica fino al tetto di valigie legate con gli appositi elastici e coperta di un nailon in caso di pioggia (che ogni tanti kilometri occorre fermarsi a rimboccare perché sbatacchia rumorosamente)la nuova Seicento o Millecento Fiat si immette fiduciosa per una delle tante nuovissime autostrade della penisola.

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Ma poiché la massa dei vacanzieri” si muove quasi tutta il giorno successivoalla chiusura delle grandi fabbriche del nord (e delle poche del sud), all’ingresso del primo casello è già coda di svariati kilometri. In genere non ci si altera più di tanto, l’italiano medio sa che questo è lo scotto da pagare per andare in ferie, e si sente comunque parte di un esercito di privilegiati.E la coda in autostrada è una sorta di “livella” sociale, che accomuna tutti i “cumenda” con la Maserati e gli operai calabresi che ritornano con la famigliola al paese natio. Tutti ad aspettare e pazientare, sbirciando nella macchina del vicino di coda o a prendere d’assalto il Treno del Sole.
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Per lo più ci si accontenta di mete non troppo lontane; per chi cala dal nord industriale va bene la Liguria, una pensioncina o una camera ammobiliata (casomai si dorme in tre nel lettone), se si può invece addirittura un appartamento in affitto. I prezzi sono ancora onesti ed accessibili a tutti, ma ci si deve accontentare magari di  una località deturpata dal cemento di un’edilizia turistica selvaggia, e di un mare (già allora) non troppo pulito.

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Ma a quel tempo non eravamo di certo consapevoli dei problemi dell’ecologia: non conoscevamo neppure la parola.

 

 

 

https://www.nauticareport.it/dettnews.php?idx=6&pg=4186