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ARTE E CAMBIAMENTO CLIMATICO: I CAPOLAVORI SCIOLTI DI ALPER DOSTAL.


Con il suo progetto “Hot Art Exhibition” Alper Dostal, artista e multidisciplinary designer viennese, tratta il tema del riscaldamento globale con un certa ironia, ipotizzando i possibili effetti del caldo su opere iconiche di Picasso, Van Gogh, Mondrian e molti altri. Ma dietro all’approccio “leggero” si nascondono tutte le sue preoccupazioni, assolutamente condivisibili, per la salvaguardia del patrimonio culturale (e non solo) in seguito a un rovinoso innalzamento delle temperature.

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E così l’arte digitale di Alper Dostal ci mostra la graduale liquefazione dei capolavori più riconoscibili del mondo dell’arte sui pavimenti dei musei in cui sono conservati.

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Come se fosse improvvisamente mancata l’aria condizionata in una torrida estate figlia del cambiamento climatico.

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Alper Dostal, il designer che scioglie i capolavori dell’arte per mettere in guardia sul riscaldamento globale

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I triangoli del dolore


Primo Levi “L’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”.

Una volta sorpassati i cancelli dei campi di sterminio, i prigionieri erano denudati, rasati a zero. Da lì in poi l’unico abito indossato è una divisa a strisce grigio-azzurre. La zebrata, sempre la stessa, perché non è consentito lavarla. Una casacca e un paio di pantaloni per i maschi, un camicione per le femmine, sono imposti a tutti i prigionieri, inclusi i bambini.Per snellire le pratiche di identificazione cuciti sulle divise ci sono dei triangoli colorati, attribuiti in base alla presunta colpa. Una sorta di folle sistema semiologico di identificazione della persona.

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Agli ebrei sono assegnati due triangoli gialli sovrapposti come a formare la Stella di David. Già nel 1941 l’obbligo di portare la Stella di David con scritta la parola “Jude” (giudeo in tedesco) fu imposto agli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania nazista

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I triangoli rossi identificano i prigionieri politici, composti per la maggior parte da comunisti, socialdemocratici e anarchici, nei cui confronti è stato emesso un mandato di arresto per motivi di sicurezza.

Nel 2002 il Governo tedesco ha chiesto ufficialmente scusa alla comunità gay. Gli omosessuali sono stati a lungo vittime dimenticate del regime nazista, ma numerosi furono internati e uccisi nei campi di concentramento. A distinguerli dagli altri prigionieri era il triangolo rosa, cucito sulla divisa all’altezza del petto. Più di un milione di tedeschi sospettati di “attività omosessuali” sono stati  colpiti di cui almeno 100 mila sono stati arrestati, interrogati e processati, e non meno di 50 mila condannati alla carcerazione.

Indossavano il triangolo nero gli asociali. Le donne che amavano le donne erano, secondo l’ideologia nazista, un pericolo ai valori dello stato. Essere lesbica era considerata un’aggravante rispetto ad altre imputazioni (ebree, ladre, prostitute…). Essere lesbica significava non obbedire al volere dei maschi che pretendevano in ogni caso e in ogni modo di sottomettere la donna.

Il triangolo marrone era il simbolo delle vittime di uno degli olocausti dimenticati della seconda guerra mondiale, il Porajmos (Grande Divoramento) o Samudaripen (Tutti Morti) in lingua romanì, durante il quale persero la vita oltre 500mila persone rom e sinti. In una sola notte, il 2 agosto, 2.897 persone tra uomini, donne e bambini trovarono la morte nel crematorio numero 5, quello più vicino allo Zigeunerlager, il campo per famiglie zingare di Auschwitz-Birkenau.

 Il triangolo viola è destinato ai testimoni di Geova, o Studenti Biblici, come venivano chiamati allora, spesso accusati di essere vicini a ebrei e comunisti. Perseguitati dalla Germania nazista, furono tra i primi ad essere internati nei campi, già dal 1933. Si stima che circa 10mila, su una comunità di 25mila persone, finirono nei campi di concentramento per il rifiuto di giurare fedeltà al Führer e prestare il servizio militare, e 2mila furono uccisi. A molti genitori fu tolta la potestà dei figli, rinchiusi nei centri di rieducazione o affidati a genitori nazisti.

 

 

 

 

 

 

Giornata della Memoria: i triangoli del dolore

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Jan Palach,eroe della resistenza


Al centro di Praga, in Piazza San Venceslao, il 19 gennaio 1969, lo studente cecoslovacco, Jan Palach, si da fuoco come gesto di protesta contro l’occupazione da parte delle truppe sovietiche che hanno stroncato la Primavera di Praga.

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Patriota cecoslovacco, 21 anni non ancora compiuti, divenuto simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese, muore due giorni dopo per le ustioni riportate.

 

 

 

 

https://www.raiplay.it/video/2018/12/Jam-Palach—eroe-della-resistenza–16-gennaio-1969—1cabcc54-96ff-49e7-9a89-5a76978d4a9c.html

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Martin Luther King 91 anni fa nasceva l’eroe che aveva un sogno.


Un eroe dei nostri tempi. Era nato a Atlanta il 15 gennaio 1929. Promotore delle battaglie per i diritti civili della popolazione nera degli Stati Uniti, Martin Luther King è diventato il simbolo della lotta contro la segregazione razziale. Vincitore del premio Nobel per la Pace nel 1964, fu assassinato nel 1968 nel pieno della sua battaglia. Nell’estate del 1963 un corteo di oltre 200.000 persone invase il centro di Washington invocando la legge sui diritti civili. Oltre 80.000 partecipanti erano bianchi e marciavano insieme agli altri cantando black and white together («neri e bianchi insieme»). King fu l’ultimo degli oratori e il suo discorso fu accolto da applausi scroscianti:

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«Io ho un sogno: egli disse – che i miei quattro figli piccoli potranno vivere un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere».

 

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/martin-luther-king_(Enciclopedia-dei-ragazzi)/

https://www.globalist.it/world/2018/04/04/martin-luther-king-91-anni-fa-veniva-nasceva-l-eroe-che-aveva-un-sogno-2022122.html

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Perché il polline ha avuto così tanto successo?


Un insetto intrappolato nell’ambra rivela perché, grazie al polline, i fiori hanno avuto così tanto successo evolutivo.

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Un dubbio che Charles Darwin  si pose 140 anni fa: come mai le angiosperme, ossia le piante che fanno i fiori, hanno avuto un successo evolutivo così rapido e travolgente? La risposta, ovviamente, è negli insetti. L’interesse si è concentrato su un esemplare di Angimordella burmitina (un coleottero della famiglia dei Mordellidae) rimasto intrappolato in una goccia di resina 99 milioni di anni fa, in quello che oggi è il Myanmar. Sulle sue zampe gli scienziati hanno trovato 62 granuli di polline appartenenti a una pianta non meglio identificata; non solo: sulla superficie dei granuli hanno osservato una tripla scanalatura, una struttura perfetta per aderire alle zampe degli insetti e dunque, secondo i ricercatori, un ottimo esempio di coevoluzione. Il fossile, che risale al Cretaceo, è il più antico esempio conosciuto di impollinazione di angiosperme da parte di insetti.

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Charles Darwin era ossessionato dall’esplosione evolutiva delle piante superiori durante il Cretaceo: com’è possibile, si chiedeva, che nel giro di una ventina di milioni di anni le angiosperme siano riuscite a conquistare la Terra a una velocità impressionante? Nel 1879 Darwin definì questa domanda “un abominevole mistero”, e da allora la risposta universalmente accettata è che furono gli insetti ad aiutare le piante nella loro scalata, diffondendo il loro polline in giro per il mondo e ottenendo in cambio una fonte di cibo facile e sicura. Finora, però, mancavano prove fossili a sostegno di questa tesi: i più antichi esempi di impollinazione di angiosperme a nostra disposizione risalivano a 50 milioni di anni fa, ben dopo l’inizio dell’esplosione. Ecco perché il coleottero del Myanmar è così importante: da oggi possiamo ufficialmente spostare indietro di circa 50 milioni di anni l’orologio dell’impollinazione, e confermare che è grazie agli insetti che le piante hanno goduto di così tanto successo.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/natura/perche-il-polline-ha-avuto-cosi-tanto-successo

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Dieci anni dopo il terremoto, tutti hanno dimenticato Haiti.


Il 12 gennaio 2010, un terremoto di magnitudo di 7.0 ha devastato Haiti, uno dei Paesi più poveri al mondo. Oltre 220mila morti, senza contare i feriti e più di un milione e mezzo di sfollati. Una tragedia che ha mobilitato il mondo intero, accorso per prestare i primi soccorsi. Solo una minima parte degli aiuti internazionali, tuttavia, è arrivata ad Haiti. 10 anni dopo il sisma, gli haitiani sono esasperati per la mancanza di lavoro e l’aumento incontrollato dei prezzi. E sull’isola caraibica i disordini sono sempre più violenti.

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Il 2010 è particolarmente orribile per Haiti: dopo il terremoto, scoppia sull’isola un’epidemia di colera. Parte della popolazione crede l’infezione sia partita dal accampamento del Nepal, parte della missione Onu. Di sicuro, le precarie condizioni igieniche dovute al sisma contribuiscono alla diffusione della malattia. Il 20 ottobre di quell’anno, il focolaio di colera è confermato ad Haiti per la prima volta in oltre un secolo. Si ammalano oltre 665mila persone e 8.183 perderanno la vita.

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Dopo dieci anni dal terremoto, a preoccupare Medici senza frontiere, presente sull’isola caraibica dal 1991, è il precario sistema sanitario haitiano. Dieci anni dopo, la maggior parte delle organizzazioni medico-umanitarie ha lasciato il paese e il sistema sanitario di Haiti è ancora una volta sull’orlo del collasso nel mezzo di una crescente crisi politica ed economica.

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Haiti, anche prima del terremoto del 2010, era una delle nazioni più povere al mondo. Il sisma ha distrutto non solo le case e le città haitiane, ma si è portato via anche la speranza di un futuro migliore. Dopo il cataclisma, per gli abitanti dell’isola non c’è stata quella ripresa tanto promessa. Al contrario, gli anni successivi sono stati contrassegnati da continue privazioni e umiliazioni. Come lo scandalo di centinaia di bambini nati da abusi commessi dai Caschi blu dell’Onu nei confronti di giovani donne, in molti casi appena adolescenti. Il sostegno internazionale che il Paese ha ricevuto, o che è stato promesso in seguito al terremoto, è ormai in gran parte esaurito o non si è mai concretizzato.  L’attenzione dei media si è spostata altrove mentre la vita quotidiana per la maggior parte degli haitiani diventa sempre più precaria a causa dell’inflazione galoppante, della mancanza di sviluppo economico e delle continue ondate di violenza.

 

 

 

 

 

https://www.fanpage.it/esteri/dieci-anni-dopo-il-terremoto-tutti-hanno-dimenticato-haiti/

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L’anniversario della nascita di Federico Fellini.


 Federico Fellini, uno dei più grandi registi mai esistiti era nato  il 20 gennaio 1920. Fellini esordisce alla regia con Luci del Varietà, che dirige assieme ad Alberto Lattuada. Proprio da questa pellicola nasce l’interesse per quello che sarà considerato un archè del cinema felliniano, cioè la decadenza e la gloria del mondo d’avanspettacolo. Nonostante il triste e magro esito finanziario del progetto, Fellini non si abbatte e firma la sua prima regia da solista, Lo sceicco bianco, con la proverbiale interpretazione di Alberto Sordi. Più della precedente, questa esperienza cinematografica accende l’animo del regista, e ne fa scaturire la sua vera identità. Realismo magico e onirico si fondono sapientemente in un mix peculiare, estroso, che sfocerà poi in quello che viene definito fantarealismo.Negli anni cinquanta, sulla scia della nuova industrializzazione, nasce un altro capolavoro: I vitelloni.Quest’opera ricalca i ricordi e le rimembranze del Fellini ragazzo, tra le strade di Rimini, così come farà Amarcord vent’anni più tardi.

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Nel 1954 arriva a creare quello che sarà il suo primo successo colossale, La strada. Il film, muovendosi su un percorso di poesia e vita nel dopoguerra, narra la storia d’amore tormentata tra una meravigliosa Giulietta Masina (moglie e musa di Fellini), ed Anthony Queen, strambi artisti di strada.

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Un mondo degli ultimi e degli emarginati quello raccontato dal regista, che si estrinseca anche ne Le notti di Cabiria, dove Fellini vince un Oscar come miglior film straniero. La sua iconicità giunge sicuramente negli anni sessanta, quando vede la luce una delle pellicole più identitarie della storia del cinema: La dolce vita.Premiato con un altro Oscar, il film è stato anche inserito nella rivista inglese Sight & Sound, occupando il 9º posto tra le più belle pellicole mai realizzate.

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Anche Amarcord, l’opera del ricordo, gli permette di incassare un altro Oscar, e di mostrare ancora una volta il disagio dei borghi riminesi, dove il richiamo malinconico e nostalgico del passato viene sapientemente offerto dall’antica esperienza autobiografica dell’autore.

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Seguono lavori e riconoscimenti, fino al 1993, anno in cui il regista porta a casa l’Oscar più importante di tutti, quello alla carriera. Malauguratamente nello stesso anno, precisamente il 31 ottobre, il cineasta riminese ci lascia all’età di 73 anni. Una fine che ha tutto il sapore di un inizio, l’inizio di un mito squisitamente italiano: Federico Fellini. 

 

 

 

 

https://www.italiani.it/anniversario-nascita-federico-fellini/

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l’Epifania nei grandi capolavori della storia dell’arte.


L’episodio dell’Adorazione dei Magi, raccontato nel Vangelo di Matteo, fu uno dei temi più ricorrenti nell’arte a cavallo fra Quattro e Seicento. Questo perché si proponeva come strumento perfetto per inserire episodi legati alla contemporaneità e celebrare il potere e la ricchezza dei committenti: ma il sentimento religioso ispirato dalla manifestazione della divinità del Bambino ha sempre affascinato gli artisti, che in modi diversi hanno tentato di restituire la sacralità di quell’attimo

Masaccio.

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La scena dipinta da Masaccio rispetta ancora i canoni tradizionali, con la scena e i personaggi rappresentati di profilo. La raffigurazione è particolare, in quanto vi si trovano alcuni personaggi vestiti con cappelli alla moda dell’epoca e con lunghi mantelli grigi, che lasciano scoperte le gambe coperte da calzamaglie. Si tratta probabilmente delle figure dei committenti.

Botticelli.

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Sandro Botticelli fu il primo, con la sua “Adorazione dei Magi di Santa Maria Novella” del 1474 a porre la Sacra Famiglia al centro e i Magi alla base di una piramide ideale al cui vertice sta la figura di Maria.

Leonardo da Vinci.

"Adorazione dei Magi" di Leonardo da Vinci, Galleria degli Uffizi

Leonardo riprende questa innovazione, rivoluzionando anche la scena stessa: nella sua Adorazione l’episodio è raffigurato in un momento ben preciso, quello in cui il Bambino, facendo un gesto di benedizione, rivela la sua natura divina quale portatore di Salvezza (Leonardo coglie qui il senso più profondo e sacro del termine “epifania”). Sconvolgimento interiore, sentimento del divino e stupore: Leonardo inserisce per la prima volta una dimensione strettamente simbolica nella rappresentazione della venuta dei Magi.

Albrecht Dürer.

Albrecht Dürer, "Adorazione dei Magi", Galleria degli Uffizi

L’importanza di questo quadro sta soprattutto nell’ armoniosa commistione di elementi italiani e nordici: dopo il suo viaggio a Venezia infatti, la sua pittura si arricchisce di dettagli sontuosi, drappi ricchi e colorati, tipici appunto della grande tradizione italiana dell’epoca.

Domenico il Ghirlandaio.

"Adorazione dei Magi degli Innocenti", il Ghirlandaio, Galleria dello Spedale degli Innocenti

la composizione piramidale dei personaggi, con alla base due dei Magi e con il terzo in piedi sulla sinistra, è un chiaro esempio della novità introdotta da Domenico il Ghirlandaio

Diego Velázquez
"Adorazione dei Magi" di Velasquez (1619), Museo del Prado, Madrid

Il pittore spagnolo dipinse la sua personalissima e intima Adorazione nel 1619, a soli vent’anni. A differenza di altre grandi rappresentazioni della venuta dei Magi alla capanna del Bambino Gesù, che utilizzavano la scena biblica per inscenare un omaggio ai potenti del tempo vestendoli dei panni dei protagonisti, nel quadro di Velasquez non compare alcun personaggio noto: vengono rappresentati, invece, i membri della sua famiglia.

Nella scena compare lo stesso pittore nei panni di Melchiorre, inginocchiato in primo piano. Il volto di Gaspare sarebbe quello di suo suocero Pacheco, mentre quello di Baldassarre quello di un suo servitore. Per dipingere Maria, si racconta che Velasquez abbia fatto posare sua moglie Juana, mentre il Bambino sarebbe sua figlia, appena nata. L’Adorazione dei Magi di Velasquez, conservata presso il Museo del Prado, è famosa per essere diversa dalle altre, per aver rappresentato in modo intimo e familiare una delle scene più famose e ricorrenti dell’epoca.

 

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/da-leonardo-a-durer-l-epifania-nei-grandi-capolavori-della-storia-dell-arte/

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La befana dona anche la speranza


 

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Mi hanno detto, cara Befana,
che tu riempi la calza di lana,
che tutti i bimbi, se stanno buoni,
da te ricevono ricchi doni.
Io buono sempre sono stato
ma un dono mai me lo hai portato.
Anche quest’anno nel calendario
tu passi proprio in perfetto orario,
ma ho paura, poveretto,
che tu viaggi in treno diretto;
un treno che salta tante stazioni
dove ci sono bimbi buoni.
Io questa lettera ti ho mandato
per farti prendere l’accelerato!
Oh cara Befana, prendi un trenino
che fermi a casa di ogni bambino,
che fermi alle case dei poveretti
con tanti doni e tanti confetti.

Gianni Rodari

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Angels Unawares :il messaggio che esiste una componente sacra nello straniero, in termini di rifugiati e migranti.


“Angels Unawares”, realizzata in bronzo a grandezza naturale, raffigura un gruppo di migranti e rifugiati di diversa origine culturale ed etnica, e di diversi periodi storici. Sono raffigurati insieme, spalla a spalla, rannicchiati su una zattera. In questa diversa moltitudine di persone, emergono dal loro interno delle ali d’angelo per suggerire la presenza del sacro. L’ispirazione alla base dell’opera è tratta da un brano della Bibbia:

Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo”

Ebrei 13:2

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A settembre 2019, la grande versione in bronzo è stata installata in Piazza San Pietro a Roma e il bronzo più piccolo è stato installato nella Basilica di San Paolo, a Roma.

 

La Scultura

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Peppino Impastato. Il 5 gennaio avrebbe compiuto 72 anni


Giuseppe (Peppino) Impastato nasce a Cinisi il 5 Gennaio del 1948. I suoi familiari erano mafiosi (il padre fu mandato al Confino durante il periodo fascista), e una sua zia aveva sposato il boss Cesare Manzella.

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Peppino frequenta il liceo classico di Partinico e in quegli anni si avvicina al PSIUP. Con altri giovani fonda “L’idea socialista”, giornale che verrà sequestrato poco dopo.

Nel 1976 fonda il circolo Musica e Cultura, di grande successo all’interno di Cinisi.

Nel 1977 a Terrasini fonda Radio Aut, ricevibile sui 98.8 Mhz a Terrasini e dintorni, trasmessa con un trasmettitore di 40W. Con autofinanziamenti, si procurano antenna, mixer, piatti e piastra.

Dal 1° Maggio, cominciò a mandare in onda, due volte al giorno, alle 20 e alle 23, il “Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso”. Le notizie venivano raccolte dai giornali e in ogni trasmissione erano presenti dalle 30 alle 40 notizie.

Inizialmente il palinsesto non era molto ricco, e quindi si dava molto spazio alla musica.

In seguito, Radio Aut cominciò a fare satira sulla mafia e sui mafiosi con Onda Pazza a Mafiopoli e poi La Stangata.

Nel 1978 si candida alle elezioni comunali con la lista “Democrazia Proletaria”, ma nella notte tra l’8 e il 9 Maggio, viene ucciso e in seguito il suo corpo fu fatto esplodere sui binari di una ferrovia per far pensare ad un attacco suicida.

 

 

 

 

http://www.archivioantimafia.org/bio_impastato.php

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“Il mio secolo bellissimo e triste”Osip Mandel’štam.


Nel dicembre 1938 il mondo perdeva uno dei suoi maggiori poeti, e non lo sapeva. In un lager dell’Estremo oriente sovietico moriva Osip Mandel’štam.

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Della sua memoria, sopravvissuta a stento, siamo debitori alla moglie Nadežda. Nadežda Mandel’štam riuscì a salvare le poesie del marito Osip, morto a causa delle purghe staliniane, mandandone a memoria i versi. Non usò solamente la propria, di memoria, ma anche quella degli altri, trasmettendo ogni poesia a dieci persone per volta. Quando arrivò alla decima poesia, cento persone conoscevano e trasmettevano i versi del marito. E così via. A quel punto, per quanto nascosta e segreta, la poesia di Mandel’štam si era pian piano trasformata in un fiume carsico che attraversava la Russia, per riemergere poi con forza al termine del periodo staliniano. Tra le persone che Nadežda incontrò in questa paziente opera di trasmissione ci fu Joseph Brodsky, futuro premio Nobel.

 

 

http://www.minimaetmoralia.it/wp/tag/osip-mandelstam/

«Nostalgia della cultura mondiale»: le letture di Osip Mandel’štam

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Prima gli italiani; i soldati neri morti per noi nella Seconda guerra mondiale.


Il battaglione Buffalo, tutto composto da afroamericani, era impiegato per le azioni disperate.

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La 92ª divisione di fanteria, conosciuta come Buffalo Soldiers,  combatté durante la  seconda guerra mondiale . Il tenente John R. Fox apparteneva al 366º Reggimento di fanteria quando sacrificò la sua vita per sconfiggere i tedeschi e salvare la vita dei propri compagni. Nel dicembre 1944, Fox faceva parte di una piccola squadra di osservatori che si offrirono volontariamente di avanzare fino al villaggio di  Sommocolonia, nella valle del  fiume Serchio.Le forze americane furono costrette ad abbandonare il villaggio dopo essere stati accerchiate dai tedeschi. Dalla sua posizione al secondo piano di una casa, Fox diresse il fuoco difensivo dell’ artiglieria.

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I tedeschi occupavano le strade e attaccavano in forze, superando abbondantemente in numero il piccolo gruppo di soldati americani. Fox comunicò via radio per aggiustare il tiro dell’artiglieria più vicino alla sua posizione, poi comunicò di sparare ancora più vicino. Il soldato che ricevette l’ordine di Fox rimase impietrito, perché se avesse ottemperato la posizione di Fox sarebbe stata colpita, uccidendo Fox. Quando fu riferita la situazione a Fox egli rispose: “Fire it!” (Fate fuoco!) Questo sacrificio ritardò l’avanzata tedesca, consentendo alle altre unità statunitensi di riorganizzarsi per reagire all’attacco.

Il suo gesto avrebbe aiutato le forze statunitensi, costrette alla temporanea ritirata, ad organizzare un contrattacco per riprendere il controllo del villaggio.

La motivazione ufficiale della Medal of Honor riporta che le truppe americane, dopo il ritorno nel paesino, avrebbero trovato il corpo di Fox in mezzo ai cadaveri di circa cento soldati tedeschi.

 

 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/John_Fox_(militare)

https://rep.repubblica.it/pwa/robinson/2020/01/01/news/prima_gli_italiani_i_soldati_neri_morti_per_noi_nella_seconda_guerra_mondiale-244781561/

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Buon 2020!


“Chiudete i cicli. Non a causa dell’orgoglio, dell’incapacità o dell’ignoranza.
Ma semplicemente perché non fanno più parte della vostra vita.
Chiudete la porta, cambiate musica, pulite la casa, eliminate la povere.
Smettete di essere quello che eravate e cambiate in quello che siete.”
Paulo Coelho

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Mille e non più mille. La mattanza dei morti sul lavoro nel 2019.


Il 2019 – che nel primo semestre, con 482 infortuni mortali sul lavoro conteggiati dall’Inail, ha fatto segnare un record negativo rispetto ai tre anni precedenti – si chiude con 534.314 infortuni denunciati da gennaio a ottobre, dei quali 896 con esito mortale. Dati parziali (per la relazione con i numeri complessivi bisogna aspettare giugno 2020), ma che consentono di delineare l’andamento del fenomeno. Rispetto ai primi dieci mesi – dunque lo stesso lasso di tempo – del 2018, quando si attestavano su 534.074, le denunce di infortunio presentate all’Istituto quest’anno sono state di più, mentre quelle con esito mortale sono state 49 in meno (nel 2018, 945). Flessione “non rassicurante – avvertono dall’Inail – in quanto legata soprattutto agli “incidenti plurimi”, con cui si indicano gli eventi che causano la morte di almeno due lavoratori e possono influenzare l’andamento del fenomeno”. Carta geografica alla mano, nei primi dieci mesi di quest’anno rispetto al medesimo periodo del 2018, le denunce per incidenti mortali risultano diminuite nel Nord-Ovest (da 260 a 232), nel Nord-Est (da 235 a 209) e al Sud (da 203 a 190) ma aumentate al Centro (da 174 a 185) e nelle Isole (da 73 a 80).

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 Cresconole denunce di malattia professionale protocollate dall’Istituto. Da gennaio a ottobre sono state 51.055, 1295 (pari al 2,6%) in più rispetto allo stesso periodo del 2018: quelle dei lavoratori italiani sono passate da 46.541 a 47.502 (+2,1%), quelle dei lavoratori comunitari, da 1.032 a 1.200 (+16,3%), mentre quelle dei lavoratori extracomunitari da 2.187 a 2.352 (+7,5%).

 

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/la-mattanza-dei-morti-sul-lavoro-oltre-1000-nel-2019_it_5e0b10c3c5b6b5a713b36dff?utm_hp_ref=it-homepage

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Entriamo negli anni venti: il secolo diventa adulto.


L’introduzione delle nuove tecnologie, a partire dalla fine del Novecento, ci ha trasformato in incontenibili generatori di dati. Smartphone, tablet, laptop ed ogni altro oggetto hi-tech ci consentono di creare, scambiare, consultare e cercare dati senza limiti o soluzione di continuità. È la maggiore attività degli abitanti del Pianeta: accomuna potenze globali e Paesi emergenti, gli abitanti di New York e di Jackarta, trasforma le professioni e crea opportunità ma pone anche pericoli come attacchi cibernetici, infiltrazioni maligne, bullismo digitale e fake news. Governare i dati è la più impellente sfida del nostro tempo. Per i singoli serve a proteggere i propri diritti, per le comunità a garantire le proprie identità, per le aziende a tutelare i propri brevetti, per gli Stati a mantenere la propria sovranità, per le organizzazioni internazionali a moltiplicare gli scambi ed arginare i conflitti.

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Estendere lo Stato di Diritto allo spazio digitale significa affrontare la sfida del nostro tempo ovvero includere altre dimensioni dell’esistenza umana nello spazio dove i singoli individui sono protetti e possono dunque creare liberamente. Farlo oggi appare talmente difficile da sembrare impossibile perché mancano conoscenze, nozioni, teorie, leggi e regolamenti necessarie all’impresa. Ma tirarsi indietro è proibitivo perché significherebbe consentire allo spazio digitale di trasformarsi in un generatore di anarchia e violenza in dosi tali da mettere a rischio la nostra sicurezza e prosperità. E l’imponenza della sfida non deve intimorirci perché la Storia dell’umanità è disseminata di momenti simili: se avessimo avuto paura dell’immensità dello spazio non saremmo sbarcati sulla Luna, se avessimo temuto la forza degli Oceani non avremmo scoperto il Nuovo Mondo, se avessimo creduto a totem e tabù un’infinità di scoperte scientifiche ed umanistiche non avrebbe allungato e migliorato le nostre vite. Ma ogni volta che un piccolo passo del sapere si è trasformato in un salto per l’umanità è avvenuto per la scelta ed il coraggio di singoli uomini e donne che hanno creduto nella responsabilità personale di innovare per il bene collettivo. Questa è la frontiera sulla quale siamo, all’inizio degli anni Venti del XXI secolo, ed è emozionante attraversarla assieme, cercando attorno a noi chi saranno i protagonisti del passaggio dalla rivoluzione al governo dei dati.

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/opinioni/editoriali/2019/12/31/news/verso-gli-anni-venti-il-nostro-speciale-1.38270997

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Le date che hanno segnato il 2019


25 gennaio 2019

C’è un’ospite speciale al Forum economico Mondiale di Davos. Greta Thunberg interviene con un discorso molto duro nel quale racconta il panico che il mondo dovrebbe provare di fronte ai cambiamenti climatici.Oggi Greta non ha bisogno di presentazioni e il cambiamento climatico è tornato in evidenza in tutte le più importanti agende politiche del mondo.

16 aprile 2019

Alle 18.40, sui ponteggi che circondano la cattedrale di Notre Dame, a Parigi, scoppia un incendio. Alle 19 e 51 crolla la guglia: era alta 45 metri, pesava circa 750 tonnellate ed era stata costruita nel 1860 su progetto di Eugène Viollet-le-Duc.

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24 giugno 2019

L’Italia si prende le Olimpiadi che sono riuscite a mettere insieme tre Regioni, il governo e l’opposizione e festeggia: a Losanna il Cio ha deciso di assegnare all’Italia le Olimpiadi invernali edizione 2026.

28 giugno 2019

9.37, Genova. Una fontana di polvere e cemento cancella i monconi del Ponte Morandi rimasti in piedi dopo il crollo del 14 agosto 2018.

27 giugno 2019

Caso Bibbiano, i carabinieri di Reggio Emilia eseguono una serie di arresti: l’ipotesi su cui poggia la loro indagine è che ci sia un’organizzazione che manipola le testimonianze dei bambini.Così i piccoli vengono sottratti a famiglie in difficoltà per assegnarli dietro pagamento ad amici o conoscenti ritenuti ufficialmente più idonei.

26 luglio 2019

Mario Cerciello Rega, vicebrigadiere dei Carabinieri, viene accoltellato a morte a Roma durante il servizio.In carcere finiscono due ventenni americani, Elder Finningan Lee e Christian Gabriel Natale Hjort, rintracciati in un hotel di lusso a 50 metri dal luogo dell’omicidio. “Non capisco bene l’italiano, non avevo capito che era un carabiniere”, spiegherà Lee.

8 agosto 2019

La sfida di Salvini: il leader della Lega apre la crisi di governo e punta dritto alle elezioni. Pd e Cinque Stelle mettono in piedi un governo, e resistono al rovesciamento dei giochi. Dopo aver vinto in Umbria (28 ottobre), Salvini si dice pronto a replicare in Emilia-Romagna, e non perde occasione per sottolineare i (molti) punti su cui l’intesa del governo inciampa.È la strategia del pitone, soffocare lentamente gli avversari. Il risultato nel 2020.

7 ottobre 2019

Di fronte a Lampedusa, naufraga l’ennesima nave della speranza: 22 superstiti su 52 passeggeri. Di questo naufragio resta una serie di immagini terribili, dodici corpi sul fondale a sessanta metri.Uno ha le braccia protese verso l’alto, un altro è steso sul fondo, una donna sembra ancora abbracciata a un bambino. I numeri dicono poco, questa tragedia non finisce mai.

24 novembre 2019

Un’ondata di maltempo investe il Nordovest e colpisce Liguria e Piemonte. Lungo l’autostrada A6 Torino-Savona crolla un tratto di viadotto a circa un chilometro e mezzo da Savona verso Altare, in direzione Torino. L’ha investito una frana.Sull’A21 Torino-Piacenza si apre una voragine all’altezza di Villafranca d’Asti. Non ci sono vittime, e davvero è tutta fortuna.

 

 

 

 

 

 

 

 

https://lab.gedidigital.it/lastampa/2019/le_date_che_hanno_segnato_il_2019/

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Uno spazzacamino per capodanno


In Austria  è una tradizione molto consolidata regalare, il 31 dicembre, alle persone care degli oggettini portafortuna. Bancarelle e negozi pullulano letteralmente di funghetti, quadrifogli, scale, ferri di cavallo, cilindri, maialini e, appunto, spazzacamini. Se ne trovano di tutte le forme e materiali (e ovviamente prezzi). Come mai proprio lo spazzacamino sia diventato un simbolo portafortuna è incerto. Si pensa che sia legato al fatto che per la sua attività, fosse la prima persona a visitare la casa con l’anno nuovo e a portare i propri auguri. In passato, poi soprattutto con le costruzioni di legno, la sua funzione era importantissima per evitare pericolosi incendi (oltre che per capodanno, in Austria si usava dire che quando si incrocia uno spazzacamino è bene toccargli un bottone).

 

 

 

 

https://siciliavienna.wordpress.com/2011/12/23/uno-spazzacamino-per-capodanno/

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La fucilazione dei fratelli Cervi 28 Dicembre 1943


I sette fratelli Cervi, appartenevano ad una famiglia di sentimenti antifascisti, il cascinale della famiglia Cervi era sicuro per antifascisti e partigiani feriti nonché per i prigionieri stranieri sfuggiti ai nazifascisti. Dotati di forti convincimenti democratici, presero attivamente parte alla Resistenza e presi prigionieri, furono fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943 nel poligono di tiro di Reggio Emilia per rappresaglia.

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L’8 gennaio del 1944, un bombardamento aprì ad Alcide Cervi, il padre dei sette fratelli, una via per fuggire dal carcere di San Tommaso, dove era stato trasferito, per tornare a casa. Nell’ottobre del 1944 la casa della famiglia Cervi viene incendiata. Il 15 novembre dello stesso anno, forse a causa di questa ulteriore dolorosa esperienza, la madre, muore di crepacuore. Solo nell’ottobre del 1945 Alcide Cervi potrà far sì che venga celebrato un funerale solenne per i suoi figli. Nel pomeriggio del 28 ottobre, dopo la manifestazione di affetto dei cittadini emiliani, i feretri dei fratelli sono portati al cimitero di Campegine.

 

 

 

 

https://www.ildeposito.org/eventi/la-fucilazione-dei-fratelli-cervi

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2019 l’anno delle sardine.


 14 novembre al Paladozza viene contrapposta una sorta di manifestazione flash mob di piazza in funzione anti-Lega.Il nome “sardine” nasce dall’idea di stare tutti stretti stretti come sardine in una scatola a dimostrazione che la piazza antileghista è forte e numerosa. Vicini e silenziosi come pesci per abbassare i toni da quella che via Facebook è stata definita “retorica populista”.

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Dato che il Paladozza, dove era in programma la manifestazione della Bergonzoni e di Salvini può contenere 5.570 persone alle sardine sarebbe bastato metterne insieme 6.000 per superare il rivale.

Il tam tam non poteva che partire da Facebook con la creazione dell’evento “Seimila sardine contro Salvini” dove si invitavano i bolognesi ad accorrere numerosi in piazza .

Dopo Bologna è stata la volta di Modena dove gli anti Salvini sono stati 7.000 stretti come sardine in Piazza Grande. Anche in questo caso l’antileghismo era tutto indirizzato a boicottare la candidatura della Borgonzoni alla guida della regione.

Via Facebook digitando “6.000 sardine” compaiono eventi in fieri in mezza Italia: da Firenze a Torino o Rimini. 

 

 

https://www.panorama.it/news/politica/sardine-storia-movimento-nome-lega-salvini/

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Le mamme che girano il Senegal per dire ai giovani quanto è pericoloso il Mediterraneo


Munita di pennarelli colorati, Yayi Bayam Diouf traccia i contorni dell’Europa e dell’Africa sulla lavagna, mentre gli occhi dei bambini seguono attenti i suoi movimenti. «Chi di voi mi sa dire dov’è il Mediterraneo?», chiede. Un bambino alza la mano: «Il Mediterraneo è il posto in cui è seppellito mio padre».
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Diouf è la fondatrice del Collettivo delle donne senegalesi contro l’emigrazione irregolare e sta facendo il giro delle scuole elementari della periferia di Dakar per parlare di emigrazione. «Quel bambino ha ragione», ci dice dopo la sua lezione, «eppure un tempo il Mediterraneo era un ponte tra noi e voi. Ora ci dicono “no, non muovetevi, restate lì”, così per andare in Europa, i ragazzi devono imboccare le vie più pericolose».

Da Thiaroye, cittadina storica senegalese affacciata sul mare alla periferia di Dakar, negli ultimi anni sono partiti centinaia di ragazzi in cerca di fortuna. Sono quasi tutti scomparsi in mare: alcuni di loro sulla rotta per Lampedusa, dopo aver preso la via del deserto fino alla Libia, altri nell’Oceano, a largo delle Canarie. Nel 2005, in piena “crisi delle piroghe”, anche Yayi Bayam Diouf ha perso il suo unico figlio mentre cercava di raggiungere la Spagna. Dopo la tragedia, ha deciso di dedicare la sua vita a informare i ragazzi sui rischi che corrono nel partire. È andata casa per casa a tirare fuori dalle quattro mura le altri madri in lutto e le ha convinte a unirsi, per provare a fermare la strage dei ragazzi. La risposta della comunità all’inizio è stata faticosa. «Alcune donne mi hanno detto di no, perché non avevano l’autorizzazione del marito», dice. Così Diouf per cambiare le cose ha iniziato cambiando sé stessa.

Nata in una comunità di pescatori, Madame non si è più accontentata di raccogliere il pesce che cade dai cesti del pescato sulla spiaggia, come fanno le altre donne. A 57 anni, è diventata la prima pescatrice di Thiaroye-sur-Mer. «Dovevo dimostrare che una donna può fare tutto e guadagnarsi da vivere da sola, non ci sono lavori riservati agli uomini», spiega Diouf. Da allora è salita di molto nella gerarchia sociale, fino a diventare la vice-presidente del Consiglio degli Uomini di Thiaroye. Quando le altre donne hanno visto che essere indipendenti era possibile, hanno creato con lei il Centro di formazione professionale delle donne e dei giovani di Thiaroye.

Quando le ragazze arrivano al Centro, Madame le organizza in unità di lavoro. «Il male va eliminato alla radice», dice convinta, guidandoci nelle stanze di uno scalcinato edificio di due piani, che ospita anche il quartier generale del Collettivo delle donne contro l’emigrazione irregolare.

All’entrata del Centro c’è un patio e a fianco uno sportello, dove due maman prendono appuntamenti al telefono, sfogliano carte e accolgono i ragazzi che vengono a chiedere informazioni su come emigrare regolarmente. Nella stanza accanto, dietro la porta, si apre uno spazio con diversi scaffali. A colorarli ci sono tante saponette in fila, quadrate e tutte rigorosamente “bio”. «Sono fatte con olio di baobab ed essenze di frutta e piante», spiega Madame Diouf. Qui le donne fanno la trasformazione del sapone, altre lo commerciano. Una rampa di scala conduce ai laboratori di sartoria, con macchine Singer e stoffe.

Accanto c’è la cucina, dove attorno a un tavolo ritroviamo otto ragazze con il cappello da chef, tutte intente a impastare e sfornare biscotti. Hanno tra i diciassette e i diciotto anni, ognuna di loro ha una storia di maltrattamenti alle spalle. Tutte sembrano molto fiere delle teglie che hanno sotto gli occhi. «Vogliamo rimanere qui a Thiaroye e aprire una pasticceria», raccontano timidamente, una completando la frase dell’altra. Dopo essersi conosciute al centro di formazione, le ragazze hanno deciso di mettersi insieme per aprire una micro-impresa di produzione e vendita di biscotti. «Stiamo raccogliendo i soldi per questo», dicono.

Il loro laboratorio fa parte di un piano più ampio, che mira a integrare le donne nella vita economica di Thiaroye. Madame Diouf recupera le ragazze andando dalle madri che le tengono chiuse in casa. «Volete che vostra figlia abbia una formazione che l’aiuti a trovare un lavoro?», chiede ogni volta. Al Centro si impara gratis, e lì le maman del Collettivo aiutano le ragazze a organizzarsi per diventare economicamente indipendenti. «Se porta i soldi a casa, la famiglia terrà la figlia con sé più a lungo, non la darà in sposa da ragazzina», spiega Madame. E non la spingerà a rischiare la vita prendendo la via del mare o quella del deserto, fino alla Libia, dove spesso alle ragazze è riservata una sorte perfino peggiore di quella che attende i ragazzi.

Ragazze e ragazzi qui sono al centro di un programma di prevenzione della migrazione irregolare, coordinato da un migrante di ritorno dall’Italia. La sua esperienza aiuta, spiega Madame. «Diciamo ai ragazzi di non prendere rischi inutili, perché adesso come adesso in Italia, come in altri posti in Europa, di lavoro ce n’è poco», spiega in un perfetto italiano Moustafa Gueye. Mediatore del progetto “Ponti”, finanziato da Roma ai tempi del governo Gentiloni, ogni tanto Gueye lavora anche come maestro al Centro.

«Il progetto Ponti ha lanciato un bando di concorso per piccole startup. I candidati sono perlopiù ragazzi dai diciotto ai trent’anni, ma il programma è aperto anche alle donne fino a cinquanta anni e ai migranti di ritorno», spiega Moustafa Gueye. «La prima tappa è stata la formazione per la gestione d’impresa e l’educazione finanziaria. Poi ciascuno di loro ha fatto un business plan, necessario per farsi accettare il progetto. A quel punto arriva il finanziamento e l’accompagnamento della nuova impresa».

Tra gli imprenditori in erba c’è di tutto: avicoltori e apicoltori, sarti e ristoratori. Progetti di questo tipo sono fondamentali, spiega Moustafa Gueye, per chi pensa a partire, ma anche per chi è tornato e non sa se restare. «È difficile rientrare a casa dopo tanto tempo, non ci sono molti sbocchi in Senegal». Lui è tornato tre anni fa, dopo averne passati quindici a Milano. In Italia aveva trovato un buon lavoro in un’azienda di guarnizioni auto, lo avevano raggiunto anche i figli, poi le cose sono andate male. «Dopo la crisi del 2007-2008 abbiamo dovuto chiudere, sono rimasto con tre anni di mobilità e cassa integrazione. Alla fine mi sono detto che a 55 anni passati sarebbe stato difficile trovare un altro lavoro». Moustafa non sarebbe comunque rimasto in Italia per sempre. Come quasi tutti i migranti, ha sempre avuto in testa il ritorno a casa, ma anche per lui è stata dura, fino a quando ha incontrato la signora Diouf.

Moustafa Gueye segue con partecipazione i primi passi delle piccole nuove aziende, senza nascondere la sua preoccupazione: «Sono molto fragili, se non vengono sostenute rischiano di morire sul nascere». Il progetto pilota “Ponti”, con il leitmotiv “creazione di imprese per combattere l’immigrazione irregolare” era stato concepito per essere riprodotto e moltiplicato. Ma non ci sono altri bandi in programmazione. E se si spegne la speranza di farcela a casa, la voglia di riprendere la via per l’Europa torna a salire.

Thiaroye è soprattutto un villaggio di pescatori, ma negli ultimi anni per pescare bene, e guadagnarci, bisogna spingersi sempre più lontano. A volte i pescatori non tornano e vengono inghiottiti dai flutti, a volte si dotano di un motore e si danno al ben più redditizio lavoro del passeur, traghettando uomini e donne all’altro capo dell’Oceano. Madame Diouf è riuscita a farsi ascoltare anche da loro. «Ho contattato i trafficanti, ci ho parlato, e alcuni di loro oggi sono con me nelle campagne di sensibilizzazione», racconta. «Uno sta a Rufisque, un villaggio qui vicino, costruiva lui stesso le piroghe e faceva partire i giovani. Era qui con noi proprio ieri, sta finendo la sua formazione in educazione finanziaria».

La spiaggia di Thiaroye è larga e quasi attaccata a un gruppo di case. Decine di bambini corrono da una parte all’altra. Alcuni giocano a calcio dribblando dei copertoni semi-sepolti dalla sabbia, altri si nascondono nelle grandi piroghe di legno spiaggiate. I ragazzi più grandi stanno seduti in silenzio sulle panchine rivolte verso il mare. Sono isolati uno dall’altro, ognuno raccolto nella sua bolla. Il figlio di Madame Diouf, come tanti altri, è partito da qui. Oggi forse lo avrebbero convinto a restare.

«Non possiamo fermare il mare con le braccia, ma le partenze sono diminuite», dice Madame. «Sulla spiaggia ora ci sono dei comitati di sorveglianza che provano a persuadere i ragazzi a non partire». Non è la polizia, sono piccoli gruppi di anziani, donne, giovani e alcuni vecchi pescatori. «Siamo come in famiglia, parliamo e tutto si risolve all’interno della comunità. Non abbiamo bisogno della polizia».

Ma ci sono ancora madri e padri che finanziano i viaggi, e ragazzi che partono per conto loro, senza ascoltare nessuno, concede Madame Diouf. «Dobbiamo continuare a combattere, è una lotta senza confini e un lavoro molto difficile, perché bisogna sempre parlare e trovare alternative per dimostrare che si può restare qui e lavorare con dignità».

 

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Se non esprimi le tue emozioni rischi di distruggere il tuo sistema immunitario


Le cellule del sistema immunitario rilasciano fluidi chiamati citochine, dei messaggeri che permettono alle cellule di comunicare tra loro, inviando istruzioni per sviluppare più cellule per combattere le infezioni. Ma quando ci sono di mezzo gli ormoni dello stress, questi ultimi inibiscono la produzione di citochine, vanificando la capacità del corpo di combattere le infezioni in modo efficace.

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Se invece gli stati d’animo sono positivi c’è un aumento della risposta immunitaria e anche avere delle buone relazioni sociali, o almeno una persona in cui confidare, aiuta il sistema immunitario e aumenta le aspettative di vita. Diversa la situazione per chi ha un atteggiamento ostile ovvero di aperta aggressività, con frequenti scoppi di rabbia e cinica diffidenza, che subentra quando ci si trattiene per troppo tempo anche a livello emotivo. Queste persone tendono infatti ad avere maggiori probabilità di sviluppare attacchi di cuore, ipertensione, altre malattie cardiovascolari, ictus e cancro.

In definitiva, le emozioni probabilmente influiscono sulla nostra salute molto più di quanto crediamo. Meglio ascoltarle!

 

 

 

Se non esprimi le tue emozioni rischi di distruggere il tuo sistema immunitario