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Sono quattro i cavalcavia crollati in Italia in meno di due anni


Il crollo del ponte Morandi nel cuore di Genova è il quarto caso che si verifica in Italia in poco meno di due anni. Lo schianto del viadotto genovese è di gran lunga la tragedia più grave delle quattro. Il disastro di Genova riapre la polemica sulla tenuta delle infrastrutture viabilistiche del Paese e, più in generale, sulla sicurezza della rete dei trasporti.

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Lecco, 28 ottobre 2016. Il primo schianto si verifica lungo la statale 36 Milano-Lecco, in Brianza, tra i Comuni di Cesana Brianza e Annone (Lecco).  Sotto accusa finisce il trasporto eccezionale: il ponte brianzolo cede di colpo sotto il peso del mezzo proprio quando il Tir, che trasporta bobine di metallo, si trova esattamente nella parte centrale del manufatto. Ora si è in attesa della ricostruzione.

Osimo, 9 marzo 2017 Due morti e due feriti, il 9 marzo 2017 per il crollo del cavalcavia sull’autostrada A14 tra Ancona Sud-Osimo e Loreto. L’autostrada era stata ampliata e si stava lavorando sul cavalcavia. La Procura di Ancona apre un’inchiesta per omicidio colposo plurimo. Il nuovo cavalcavia sulla A14, ricostruito, è stato infine riaperto al traffico nello scorso mese di giugno ma senza tagli del nastro, nel rispetto della memoria delle vittime.

Fossano, 18 aprile 2017 A Fossano, Cuneo, cede all’ improvviso il ponte della tangenziale (Anas), finendo su un’auto dei Carabinieri: i militari riescono ad allontanarsi in tempo rimanendo illesi. Tre le inchieste aperte: Anas, ministero Infrastrutture e Procura di Cuneo. Il lavoro è stato realizzato da Itinera (Gavio) 27 anni fa. La stessa mattina del 18 aprile l’Anas aveva condotto un’ispezione di routine, non rilevando criticità. Al momento le cause del crollo del ponte di Fossano non sono ancora state chiarite.

 

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-08-14/ponte-morandi-sono-quattro-cavalcavia-crollati-italia-meno-due-anni-143342.shtml?uuid=AE7gQ5aF

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Un dolce ricordo di Claudio Lolli.


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Claudio Lolli, il cantautore di rabbia per eccellenza. Si, era un cantautore di rabbia, Claudio, di tutta la rabbia dolce ed emozionale che era uscita fuori dai giovani negli anni ’70. Veniva dall’Osteria delle Dame, a Bologna, ma non c’era  nessuna scuola cantautorale alla quale poterlo avvicinare. nessuno che potesse rappresentarlo. Claudio Lolli era lui, era unico, era dolcemente contro.  Uno chansonnier come non ne esistevano in Italia. Con i cantautori che andavano per la maggiore non c’entrava nulla. Ne’ con De Gregori o Venditti, tantomeno con Rino Gaetano o Stefano Rosso, anche se in qualche modo i temi che questi ultimi toccavano erano abbastanza rispondenti ai suoi.

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La sua carriera, non certo sfolgorante come altri cantautori più commerciali, si può dire, scesi senza fatica a compromesso. I suoi album non hanno successo di massa , ma non per questo sottovalutati dalla critica e dal pubblico che lo segue, e suonati da strepitosi musicisti.

 

https://www.huffingtonpost.it/carlo-molinari/un-dolce-ricordo-di-e-per-claudio-lolli_a_23504490/?utm_hp_ref=it-homepage

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Così finì la Primavera di Praga.


La primavera di Praga finì in un caldo giorno d’agosto di 50 anni fa.  La sera del 20 i carri armati sovietici e dei Paesi satelliti (tranne la Romania) nella capitale ceca  posero termine alle speranze giovanili e alle illusioni del Sessantotto: era l’amara conclusione di un sogno di mezz’estate durato troppo poco.

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Tutto cominciò, nel gennaio ’68, quando Dubcek salì al potere e portò aria fresca in Cecoslovacchia: se a Budapest, dodici anni prima, il vento riformista sfociò subito nella rivoluzione ungherese, a Praga il primo segretario del Partito Comunista, assieme all’economista Ota Sik e a pochi altri, cercò di accelerare in modo soft il processo di destalinizzazione che nelle Repubblica cecoslovacca stava progredendo più lentamente rispetto ad altri Paesi del Patto di Varsavia. Le riforme di quello che Dubcek chiamò «socialismo dal volto umano», da una certa democratizzazione a un parziale decentramento dell’economia, da una maggior libertà di movimento a minori censure per i giornali, non intendevano mettere in discussione la fedeltà a Mosca, ma non furono condivise dall’Urss di Breznev che non poteva rischiare una defezione cecoslovacca nel periodo più caldo della «guerra fredda» con l’Occidente. Il Cremlino dette così il via alla «normalizzazione» e in quella notte di mezzo secolo fa circa settemila tra carri armati e veicoli corazzati del Patto di Varsavia entrarono nella capitale: il dado era tratto e Dubcek finì come manovale in un’azienda forestale.

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http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cos-fin-primavera-praga-1565937.html

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Quel massacro dimenticato degli operai italiani nelle saline francesi


Sporchi, “tristi, straccioni”. Così i giornali dell’epoca definivano gli immigrati piemontesi e toscani che ogni anno venivano impiegati a cottimo per raccogliere il sale in Camargue. Fino a quando, il 17 agosto del 1893, al grido di “Viva l’anarchia, morte agli italiani”, una folla di francesi non li inseguì per cacciarli. Perché “rubavano lavoro”. Ne uccisero dieci, e ferirono centinaia

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Come se non bastasse, il governo francese pretese che nel calcolo degli indennizzi alle famiglie delle vittime venisse considerato il principio di reciprocità, dal momento che gli italiani erano scesi in piazza attaccando i palazzi francesi delle grandi città della penisola. Il danno per la morte dei lavoratori fu equiparato a quello di qualche vetrina distrutta. La reazione italiana? Una certa Italia si lavò le mani. Crispi cavalcò l’ondata nazionalistica che scosse il paese appena giunsero le prime notizie, poi una volta giunto al potere, lasciò perdere.

Una grande contraddizione che a distanza di oltre un secolo esiste ancora : la concorrenza tra i lavoratori di diversi paesi. Anzi, con la globalizzazione è dieci volte più forte. Se dieci italiani sono morti a Aigues-Mortes, quanti sono i migranti uccisi oggi dallo sfruttamento del lavoro? L’eccidio di Aigues-Mortes ci ricorda come l’integrazione dell’immigrazione italiana nel tessuto sociale francese, contrariamente all’immagine che spesso ne ha, sia stata tutt’altro che indolore e come la xenofobia che ha colpito le successive ondate migratorie non sia nata dal nulla.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/08/16/news/quel-massacro-dimenticato-degli-operai-italiani-nelle-saline-francesi-1.280367

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L’insegnamento utile dei Romani riguardo i ponti


Secondo una lista stilata nel 1995 da Vittorio Galliazzo i ponti romani conosciuti sono circa 900, sparsi in tutte provincie di quello che una volta era l’Impero: dalla Libia alla Germania, dall’Iraq al Portogallo. In effetti, molte di queste strutture sono ancora integre e in uso, basti pensare, solo in Italia, ai noti Ponte Milvio, Ponte Fabricio e Ponte S. Angelo a Roma, al Ponte di Tiberio a Rimini, al Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli.

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Allievi degli Etruschi, i Romani fecero dell’ars pontificia un’arte sacra, tanto che il più alto grado sacerdotale era quello del Pontifex Maximus, magistrato che si occupava, appunto della costruzione dei ponti. La carica fu poi traslata metaforicamente nella Chiesa cattolica con l’attribuzione al vescovo di Roma della funzione mistica di tramite fra l’uomo e Dio.

Il segreto della longevità.  I ponti romani erano edificati con materiali non deperibili come la pietra invece del calcestruzzo. Non vi era metallo nelle loro strutture portanti al contrario del nostro cemento armato che, possiamo dire, “porta la morte dentro”. La cosiddetta carbonatazione del cemento, ovvero la reazione chimica provocata dal contatto con l’anidride carbonica, provoca fessurazioni all’interno della struttura nelle quali penetra l’acqua piovana. Così, il ferro già provato dalla fatica meccanica cui è sottoposto, si arrugginisce e, oltre a perdere le sue proprietà di resistenza e resilienza, si rigonfia e in certi casi spacca il cemento. Vi è poi il fenomeno della corrosione galvanica: le cosiddette “correnti parassite” che si propagano per l’armatura metallica erodono elettroliticamente il ferro, tanto che oggi si parla di “Protezione catodica” per ridurre gli effetti del fenomeno tramite alcuni dispositivi elettrici. Tutto questo non avveniva nei ponti romani che tra l’altro, si avvalevano di un’architettura fondata sull’arco e non sull’architrave, come la nostra. In tal modo, le costruzioni romane lavoravano sempre per compressione, e mai per trazione.

 

 

http://www.lastampa.it/2018/08/16/cultura/linsegnamento-utile-dei-romani-riguardo-i-ponti-MeCYsrH41lFD11ikP0XHMI/pagina.html

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L’origine della specie umana: molto più variegata di quanto si credesse


Le barriere naturali e geografiche hanno promosso lo sviluppo di sub-popolazioni umane autonome, che hanno sviluppato adattamenti e caratteristiche proprie, e che in tempi diversi si sono mischiate tra loro.

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La sbiadita fotografia dell’evoluzione umana a partire da una singola e ben sviluppata popolazione ancestrale, localizzata in un’unica area dell’Africa, è un ricordo del passato. Le nostre radici sarebbero più simili a un mosaico: proveniamo da molteplici e variegate sub-popolazioni umane sparse per l’intero continente africano, diverse nei tratti e in qualche segmento di DNA, che sono avanzate e si sono ritirate, scomparse o divise da barriere geografiche a lungo invalicabili, vissute per lunghi periodi in modo autonomo e parallelo. Per nostra fortuna, e per la ricchezza del nostro DNA, queste comunità umane ebbero modo in incontrarsi, mescolarsi, scambiare utensili e tecnologie, in luoghi e tempi differenti e a più riprese, nell’arco della storia umana.

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/origine-della-specie-umana-molto-piu-variegata-di-quanto-si-credesse

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Monsanto: un’indagine fotografica.


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Per cinque anni il fotografo franco-venezuelano Mathieu Asselin ha documentato le attività della Mosanto, la multinazionale statunitense specializzata in biotecnologie agrarie. Viaggiando tra il Vietnam e gli Stati Uniti, Asselin ha realizzato un’indagine che ricostruisce la storia del gigante dei pesticidi e delle sementi ogm attraverso ritratti, foto di paesaggio, still life e materiali d’archivio.

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La mostra è anche un modo per riflettere su come la nuova fotografia documentaria stia diventando un’alternativa alla comunicazione di massa che siamo abituati a fruire. Il percorso espositivo è stato organizzato per raccontare l’evoluzione del lavoro di Asselin che sin dall’inizio è stato pensato per diventare un libro.

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https://www.internazionale.it/foto/2017/11/03/monsanto-mathieu-asselin

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PORTA DEL SANGUE A GUARDIA PIEMONTESE.


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Il turista curioso è sicuramente attratto dal nome e dalla posizione di Guardia Piemontese. Al paese si arriva percorrendo la superstrada che parte dalle Terme Luigiane. Guardia appare subito come un presepe con case basse di pietra e viuzze strette. La prima impressione arrivando, è di fare un tuffo in pieno Medioevo. Scesi dall’auto, l’impressione si rafforza: una vecchia porta di pietra con la scritta “Porta del sangue” e un’altra scritta “Piazza dei Valdesi“. Le antiche e tormentate vicende di queste case passano per questi nomi. Il paese ebbe origine nel XII secolo da una colonia di profughi di religione valdese che lasciarono la Val d’Angrogna, in provincia di Torino, per sfuggire all’inquisizione. Dopo lo scoppio della Riforma protestante, anche i Valdesi di Calabria cominciarono a predicare liberamente. A Guardia predicava Gianluigi Pascal, arrivato da Cuneo. Ma ben presto si scatenò la repressione. Pascal fu arso vivo a Roma nel 1560 a Castel Sant’Angelo. L’anno dopo Guardia fu distrutta. Molti furono impiccati, altri arsi vivi, compresi vecchi, bambini e donne. I cadaveri di 200 persone vennero squartati e appesi a dei pali piantati lungo la strada per 36 miglia. In undici giorni furono uccise 2.000 persone e 1.600 finirono sui monti vicini. Il sangue corse a rivoli per il paese trovando sbocco nella porta grande, che da allora si chiama “Porta del sangue“.

 

http://www.prolocodiamante.it/escursioni/porta-del-sangue

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Jean-Michel Basquiat: a 30 anni dalla morte


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Sono passati trent’anni esatti dalla morte di Jean-Michel Basquiat. Il 12 agosto 1988 l’artista fu trovato morto, per overdose di eroina. Non aveva ancora compiuto gli anni, che il 22 dicembre sarebbero stati 28.
Pochi anni di carriera sono stati più che sufficienti per entrare nella leggenda e influenzare molti artisti dopo di lui.

A New York, Basquiat è nato (nel 1960) e cresciuto e vi ha respirato fin da piccolo la passione per l’arte, dalle visite ai musei, agli istituti per giovani artisti, fino alla strada, quella che ha siglato la sua di arte, la Street Art/ Writing Art per antonomasia.

La vita di Jean-Michel Basquiat può essere considerata una perfetta parabola che racconta la New York degli anni Ottanta. La sua storia si incrocia con quella di una città in fermento, che non dormiva mai, dove soldi, droga e divertimento scorrevano a fiumi e nessuno aveva tempo per fermarsi a pensare su dove si stesse andando.

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Il successo di Basquiat è stato fulmineo, fugace ed esplosivo, come tutto ciò che accadeva in quegli anni folli, in cui i prezzi delle opere d’arte sembravano crescere all’infinito, “pompati” da critici e galleristi che li vendevano a yuppies straricchi che consideravano l’arte un fruttuoso investimento.

Tutto ciò ha fatto sì che Basquiat nel giro di pochi anni ottenesse una celebrità e una ricchezza impensabili per un ragazzo come lui, ma in cambio Jean-Michel ha ceduto sé stesso, per una fame di vita che alla fine lo ha divorato.

 

Non solo fu un artista straordinario ma si inserì prepotentemente nel mondo dell’arte che fino ad allora era riservato alle persone bianche

https://www.gqitalia.it/lifestyle/eventi/2018/08/10/jean-michel-basquiat-30-anni-dalla-morte-un-documentario-speciale/

Jean-Michel Basquiat: breve biografia e opere principali in 10 punti

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1933: Hitler non vinse le elezioni grazie al carisma.


Secondo un recente studio non fu grazie ai suoi discorsi, impregnati di bufale e propaganda, che il futuro Führer andò al potere.

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Il suo sguardo magnetico e la sua voce erano in grado di incantare ed emozionare le folle come pochi altri. Eppure, a quanto pare, non furono i suoi discorsi a fargli vincere le elezioni. Piuttosto un clima, uno stato d’animo di generale frustrazione che serpeggiava nel popolo tedesco e un desiderio di riscatto dopo l’esito della Prima Guerra Mondiale e la Grande Depressione. Un malumore che nessun altro partito seppe intercettare in modo altrettanto efficace.

Come è proseguita la storia lo sappiamo. Il Führer  nel 1933 andò al potere. Da quel momento in poi in Germania tutto cambiò: Hitler, grazie anche all’abile macchina di propaganda del ministro Goebbels, prese il controllo delle istituzioni statali, dei media e di molte organizzazioni sociali. A quel punto l’effetto della propaganda – discorsi di Hitler inclusi – divenne decisamente maggiore. E soprattutto privo di qualsiasi contraddittorio.

 

https://www.focus.it/cultura/storia/1933-hitler-non-vinse-le-elezioni-grazie-al-carisma

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Il decennale della morte di Solženicyn, il premio Nobel che rivelò i gulag al mondo


Il 2018 è il suo anno. Dieci dalla morte e cento dalla nascita.Il centenario della  nascita (e decennale della morte) dello scrittore russo sarà un’eccellente occasione per verificarne vigenza ed attualità di idee, studiarle, rivisitarle, sottometterle a dibattito e discussione, con particolare  attenzione alla sua visione “profetica” del mondo ed alla vigenza della  sua predicazione sulla “autolimitazione” come mezzo per correggere eccessi d’ogni tipo. Il politologo statunitense Daniel J. Mahoney, premio Raymond Aron 1999, afferma che Solženicyn non confonde progresso morale con sviluppo tecnologico, e che “deve essere letto alla luce delle tradizioni letterarie ed intellettuali russe ed alla luce di un pensiero politico che ha avuto inizio con  Platone ed Aristotele ed è proseguito fino a Montesquieu, Burke e Tocqueville”. Per la sua esperienza e la profonda analisi di un secolo che ha sofferto con le ideologie, “il suo messaggio nulla ha perso di attualità per un’umanità che continua a cercare un senso alla vita in società”.

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Solženicyn descrisse magistralmente il terrore umano organizzato ed eseguito alla perfezione nei campi di concentramento bolscevichi, la terribile ansietà dell’essere umano di fronte alla perdita totale d’ogni libertà, anche di riuscire a pensare lucidamente. Ci sono momenti della storia nei quali l’essere umano si comporta in modo particolarmente spregevole. Quando lo fa organizzato in un sistema ben strutturato, come durante il potere bolscevico, sofferenza e terrore diventano quotidiani, “normali”, smisurati, pressoché infiniti. Nessuno ha saputo descriverli e rivelarli al mondo come Solženicyn, che ebbe la sorte di poterli poi raccontare. Senza mai peli sulla lingua.

 

http://www.barbadillo.it/73751-ritratti-il-decennale-della-morte-di-solzenicyn-il-premio-nobel-che-rivelo-i-gulag-al-mondo/

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Luglio 1993: tre bombe, dieci morti e il dubbio che non sia stata solo mafia


Un anno dopo le stragi in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e due mesi dopo la bomba in via dei Georgofili a Firenze (cinque morti, tra cui due bambine), quello del 27 luglio 1993 è il momento più buio della Repubblica.

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Si pensò anche a un tentativo di golpe. Fu questa almeno la sensazione dell’allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi, a capo di un governo tecnico di transizione. Ciampi temeva che stesse per accadere qualcosa di oscuro per la tenuta democratica del Paese. Per Ciampi si poteva concretizzare il pericolo di un colpo di Stato che nasceva dall’eccezionalità di quegli avvenimenti, compresa l’interruzione delle linee telefoniche di Palazzo Chigi nella notte tra il 27 ed il 28 luglio 1993: un evento che mai prima di allora si era verificato, tanto che l’allora presidente del Consiglio non riuscì a comunicare con i suoi collaboratori o con gli apparati di sicurezza. Un black-out che ancora oggi nessuno ha spiegato.

Il giudice per le indagini preliminari di Firenze che aveva archiviato l’indagine sui mandanti esterni alle stragi in cui erano indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri (riaperta nei mesi scorsi dalla procura) ha scritto: «Le indagini svolte hanno consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa nostra agito a seguito di input esterni». Chi diede questi input? E perché? Le sentenze, fondate sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, hanno suggerito una parola chiave: “trattativa”. Questa “trattativa” emerge per la prima volta in una sentenza della corte d’assise di Firenze che ha condannato nel giugno del 1998 i boss, mettendo un punto fermo sull’interpretazione da dare a quella tragica stagione di bombe. I 10 morti e 95 feriti complessivi (e i danni al patrimonio artistico) costituiscono l’altissimo prezzo che il Paese ha dovuto pagare ad una strategia messa in atto dagli “specialisti” di Cosa nostra, ma forse pianificata in ambienti collocati al di sopra del sottoscala dove si riuniva la “cupola” composta da Provenzano, Riina, Bagarella e soci.

Certo è che dopo il 1994 la campagna terrorista di Cosa nostra finisce. Una campagna che la mafia aveva portato avanti nel tentativo di sovvertire l’ordine costituzionale del Paese, come ha detto il pubblico ministero Gabriele Chelazzi nel processo ai responsabili di quegli attentati del ’93.
Resta ancora il dubbio sui veri fini delle azioni, sui veri mandanti. Purtroppo, in molti casi le rivelazioni dei collaboratori di giustizia, le inchieste e i processi hanno chiarito solo in parte i fatti. Un quarto di secolo non è ancora bastato per riempire le caselle ancora vuote e ricostruire la verità che non può essere solo giudiziaria ma anche politica.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/07/16/news/il-buio-oltre-le-stragi-1.324917?ref=HEF_RULLO

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Chi è Ahed ‘la bionda’, fin da bambina spina nel fianco di Israele


E’ uscita di prigione Ahed Tamimi, l’adolescente palestinese diventata un simbolo della protesta dopo il video che la riprende mentre colpisce alcuni soldati israeliani.

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Ahed Tamimi è tutto tranne che un’eroina per caso. Nè una resistente improvvisata. La bionda palestinese diventata icona della  nuova Intifada  è una vecchia (suona strano a dirsi, dato che ha sedici anni) conoscenza delle forze armate israeliane.

L’adolescente ha tutte le carte in regola per diventare il nuovo simbolo della resistenza palestinese all’occupazione israeliana. Da quando, il 6 dicembre, il presidente americano Donald Trump ha riconosciuto Gerusalemme capitale d’Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono attraversate da violente proteste, mentre i Paesi arabo-islamici, sostenuti dalla maggioranza della comunità internazionale, portano avanti una battaglia diplomatica contro quella che viene vista come un’iniziativa che mina gli sforzi per la pace. E lei è stata per giorni in prima linea, fino a quando è stata arrestata il 19 dicembre per aver schiaffeggiato, spintonato e preso a calci due soldati israeliani che si trovavano accanto alla casa di famiglia.

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I due militari, ai quali la giovane aveva intimato di andarsene, non hanno reagito a quella che sembrava più una provocazione che un tentativo di fare del male. L’incidente però è stato ripreso con il telefonino e rilanciato sulla Rete, acquistando grande popolarità. Pochi giorni dopo l’esercito israeliano ha arrestato la ragazza.

La famiglia Tamimi non è nuova alle proteste: Bassem, il padre, è un noto esponente di al-Fatah, il partito del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, e gioca un ruolo importante nelle proteste a Nabi Salih, villaggio 20 km a nord-ovest di Ramallah.

La figlia Ahed non è nuova alle proteste. L’adolescente già nel 2012 era stata ripresa mentre agitava il pugno contro soldati israeliani, guadagnandosi così un incontro con l’allora premier turco, Recep Tayyip Erdogan. Ancora, nel 2015 era stata fotografata mentre mordeva la mano di un militare nel tentativo di impedire l’arresto del fratello. Il 27 dicembre, un tribunale militare israeliano ha esteso fino al 1 gennaio la custodia della ragazza, insieme alla madre Narimam, anche lei arrestata.

 

 

https://www.agi.it/estero/ahed_tamimi-3322849/news/2017-12-29/

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L’uomo è riuscito ad alterare il corso naturale delle stagioni


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Le emissioni legate alle attività antropiche (le nostre) stanno accelerando la fusione dei ghiacci, influenzano le abitudini migratorie degli animali, intensificano il rischio di incendi. E c’è di più: uno studio basato su 40 anni di rilevazioni satellitari fornisce per la prima volta conferma del fatto che gli esseri umani sono riusciti ad alterare il ciclo naturale delle stagioni, e che gli effetti del riscaldamento globale si estendono fino alla troposfera, la regione più bassa dell’atmosfera terrestre (dal suolo a 10-15 km di quota). E’ il primo studio a individuare cambiamenti stagionali nell’atmosfera terrestre dovuti, senza ombra di dubbio, alle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle attività umane.

Quello che i dati mostrano è una marcata evidenza dell’impatto dell’uomo sul clima, non solo sulle temperature medie globali, ma anche sul ciclo stagionale. Le probabilità che la naturale variabilità climatica possa spiegare, da sola, la rilevanza delle variazioni di temperatura registrata in 40 anni di dati satellitari sono circa di cinque su un milione.

In particolare, è emerso che le temperature estive stanno crescendo molto più rapidamente di quelle invernali, e che ciò determina, soprattutto nell’emisfero settentrionale, più intensi “sbalzi” di temperatura tra la “bella” e la “brutta” stagione.

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/antropocene-cambia-il-corso-naturale-delle-stagioni

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Spagnola, la pandemia che cambiò il mondo


Nonostante l’entità del fenomeno, le conseguenze dell’influenza “spagnola” che si diffuse su scala mondiale esattamente un secolo fa sono rimaste a lungo in ombra, offuscate dalla devastazione della Prima guerra mondiale e relegate a un ruolo secondario nei libri di storia.

Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri Paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.

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la pandemia ha di fatto riconfigurato la popolazione umana più radicalmente di qualunque altro evento successivo alla peste nera. Ha influito sul corso della Prima guerra mondiale e, verosimilmente, ha contribuito allo scoppio della Seconda. Ha avvicinato l’India all’indipendenza e il Sudafrica all’apartheid, ha stimolato la crescita dell’assistenza sanitaria nazionale e della medicina alternativa, l’amore per le attività all’aria aperta e la passione per lo sport ed è in parte responsabile dell’ossessione degli artisti del XX secolo per le infinite fragilità del corpo umano.

Oggi sappiamo che il virus responsabile della pandemia era di origine aviaria, proprio come quello che si verificò alcuni anni fa nel sudest asiatico. Gli scienziati sono riusciti a comprenderne le origini ma non a determinare perché ebbe conseguenze così letali.

L’elevato numero di malati che si registrò nelle file dell’esercito tedesco avrebbe accelerato la conclusione della Prima guerra mondiale.

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/spagnola

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L’ITALIA E’ DISSEMINATA DI ORDIGNI INESPLOSI


L’Italia è ancora in guerra ma non lo sa. Gli artificieri – quelli del Genio pionieri dell’Esercito e di altre forze militari – compiono ogni anno circa tremila interventi (una media di oltre otto al giorno) per disinnescare i residuati esplosivi di conflitti armati che hanno coinvolto il nostro territorio sessanta se non ottanta anni fa.
Micidiali “ricordini” che ancora oggi rischiano di provocare feriti, mutilati e persino vittime in un Paese che della produzione di ordigni bellici ha fatto in passato uno dei suoi fiori all’occhiello industriale, ma che attualmente non appare a prima vista fra quelli più esposti al pericolo mine. Eppure solo nel corso della seconda guerra mondiale, Raf e Usaf sganciarono complessivamente sull’Italia un milione di bombe (per un totale di oltre 350 mila tonnellate di esplosivo).

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Molti di quegli ordigni non deflagrarono completamente e una frazione consistente (stimata pari al 10 per cento) non esplose del tutto. Nella migliore delle ipotesi, dunque, almeno una bomba su quattro è ancora da recuperare: qualcosa come 25 mila ordigni sull’intero territorio nazionale. Così è bastata la siccità dell’estate appena trascorsa per moltiplicare i ritrovamenti di residuati inesplosi sulle sponde dei bacini lacustri e sui greti dei fiumi italiani. Ma quasi quotidianamente le cronache riportano gli allerta delle prefetture per operazioni più o meno complesse di disinnesco: in alcuni casi con l’intervento della Protezione civile per l’evacuazione precauzionale anche di centinaia di migliaia di persone.
Quasi una simulazione di guerra, con costi sociali ed economici elevati. SOLO PER citare alcuni degli ultimi ritrovamenti: si va dalla grande bomba al fosforo ripescata a fine agosto dai sub di una società privata nelle acque del porto di Civitavecchia (che stava per esplodere nel magazzino dove era stata stoccata con incredibile leggerezza), alla piccola granata notata da un passante i primi di settembre nel praticello del bar del tennis al Foro Italico di Roma (dove si giocano gli internazionali). «Non ci sono solo gli ordigni non esplosi risalenti alla seconda o addirittura prima guerra mondiale – afferma l’esperto C.C.M. Bonifiche, generale in ausiliaria del Genio che ora ha messo la propria professionalità a disposizione della bonifica umanitaria – ma anche piccoli residuati bellici abbandonati da sconosciuti. È frequente il ritrovamento di bombe a mano.
Quanto alle mine, invece, in Italia non se ne trovano più molte, anche se ogni tanto ne viene individuata qualcuna lungo la “linea gotica”». «LE BOMBE che restano celate nel sottosuolo inesplose per decine e decine di anni – prosegue Termentini – sono in particolare quelle di aereo che per peso e configurazione raggiungono, nei terreni non rocciosi, profondità anche oltre i 5-8 metri. Questi ordigni rimangono attivi ma non costituiscono di fatto un pericolo diretto se non vengono toccati. Per questo esiste una legge che prevede interventi di bonifica in profondità quando si devono realizzare lavori in aree dove potrebbero esserci ordigni non esplosi e si deve procedere ad opere di fondazione o scavi in profondità per la costruzione di ferrovie, ponti, autostrade».
Le aree dell’Italia dove maggiore è la probabilità di imbattersi in ordigni bellici risalenti ai due conflitti mondiali dello scorso secolo sono quelle dove si sono combattute le offensive più significative e quelle che hanno ospitato predisposizioni difensive. Residuati della prima guerra mondiale si possono così trovare sull’altopiano di Asiago e in tutta la fascia pedemontana. Altri luoghi potenzialmente a rischio – soprattutto per le bombe d’aereo – sono le zone oggetto dei duri bombardamenti anglo-americani durante la guerra di Liberazione, come le città, i porti e le grandi arterie stradali utilizzate dalle colonne tedesche in ritirata. E quali sono gli ordigni che è più facile trovare sepolti in Italia? «In linea di massima – risponde Termentini – le bombe di aereo, anche di grandi dimensioni, poi le bombe a mano, le granate di artiglieria e cartucciame vario».

 

 

http://biografiadiunabomba.anvcg.it/litalia-e-disseminata-di-ordigni-inesplosi/

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L’erede di Valletta? No, Valletta era un’altra cosa…


C’era una volta la Fiat e Sergio Marchionne è il manager il cui nome resterà nella storia indissolubilmente legato alla trasfor-mazione del simbolo stesso del capitalismo italiano. Paragonarlo a Vittorio Valletta, il manager che rese grande l’azienda torinese, ha senso non solo e non tanto perché Marchionne ha esercitato un potere assoluto paragonabile a quello del manager di Sanpierdarena ma perché i loro regni rappresentano l’alba e il tramonto dell’industria italiana dell’auto. I due avevano forse anche qualcos’altro in comune. Valletta era figlio di un ufficiale perito nella grande guerra, Marchionne è figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato in Canada dopo la pensione. Entrambi, inoltre, hanno usato a man bassa il pugno di ferro nelle relazioni industriali. Valletta è il manager che inaugurò negli anni ‘ 50 la pratica dei reparti confino per gli operai più sindacalizzati, che procedette con migliaia di licenziamenti e dichiarò guerra con ogni mezzo, molti dei quali sporchi, alla Fiom riuscendo a metterla il sindacato metalmeccanici della Cgil in ginocchio. Marchionne la Fiom era riuscito addirittura a cacciarla dagli stabilimenti Fca, grazie alla norma che consentiva la rappresentanza sindacale solo a quelli che avessero firmato contratti, all’uscita da Confindustria e alla proposta di uno specifico contratto di lavoro. Prendere o lasciare. Poi, nel 2013, si mise di mezzo la Corte costituzionale, dispose il rientro della Fiom ma Marchionne riuscì lo stesso a tenerla adeguatamente confinata.

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Un punto identità e contrapposizione risaltano contemporaneamente. Sia il Professore che Sergio Marchionne hanno risollevato l’azienda da una crisi gravissima. Direttore generale dal 1928, ad dal ‘ 39 Valletta acquisì poteri totali nel 1946, in una fase difficilissima, quando fu eletto per acclamazione presidente. Marchionne, arrivato al vertice quando la Fiat perdeva un paio di milioni d’euro al giorno, aveva concentrato nelle sue mani lo stesso potere assoluto. Entrambi sono riusciti nell’impresa di portare l’azienda fuori dai gorghi. Ma Valletta era davvero convinto che se l’interesse della Fiat era interesse dell’Italia, anche l’interesse del Paese era interesse della Fiat, e agiva di conseguenza. Per Marchionne l’unico interesse a cui guardare è sempre stato solo quello degli azionisti. Sotto la sua gestione i dividendi hanno raggiunto cifre stratosferiche. I dipendenti, in Italia, sono passati da 120mila a 29mila. Stili diversi, o forse solo modelli di capitalismo diversi. I quali del resto si riflettevano nelle retribuzioni. Valletta guadagnava 12 volte più di un suo operaio e Adriano Olivetti trovava la cosa scandalosa. Marchionne guadagnava 2mila volte più di un operaio Fiat, anzi Fca.

 

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/07/24/lerede-valletta-no-valletta-unaltra-cosa/

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