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Contestazione pacifica al G7


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Flashmob degli attivisti di Oxfam, che questa mattina in spiaggia a Giardini Naxos – accanto a Taormina, sede del vertice – hanno portato la loro contestazione pacifica indossando le maschere dei leader del G7, con l’obiettivo di sensibilizzare i grandi del mondo sulla questione migratoria. ANSA/ETTORE FERRARI

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È morto l’astrofisico Giovanni Bignami


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Era noto per il lavoro ventennale che ha portato all’identificazione e alla comprensione di Geminga, la prima stella di neutroni senza emissione radio

La Terra e i suoi gemelli: ogni stella ha almeno un pianeta simile al nostro. (da una relazione dell’astrofisico Giovanni Bignami)

La ricerca dei pianeti intorno ad altre stelle è una della branche più nuove dell’astronomia. Il primo rappresentante della famiglia dei pianeti extrasolari è stato scoperto nel 1995 a opera di due astronomi svizzeri. Si trattava di un pianeta sorprendente: delle dimensioni di Giove, ma vicinissimo alla sua stella (51 Peg). Gli astronomi non sapevano spiegarsi come si fosse potuto formare, ma dovettero farsene una ragione perché negli anni successivi i «Giovi caldi» si moltiplicarono. I numeri crescevano al ritmo di qualche decina di pianeti all’anno, poi il tasso di scoperta è via via aumentato, fino ad arrivare, negli ultimi anni, a una vera e propria esplosione demografica.

Oggi i pianeti extrasolari hanno abbondantemente superato quota 3300. Principale responsabile della recente crescita della popolazione è la missione della Nasa Kepler che, nel 2014, aveva fatto notizia l’annuncio di 800 nuovi pianeti. Era solo l’inizio perché, nel maggio di quest’anno, Kepler (e la Nasa) hanno superato sé stessi buttando sul piatto della bilancia quasi 1300 nuovi candidati pianeti che sono stati validati con metodi statistici. Così il 2016 passerà alla storia come l’anno più ricco di nuovi candidati esopianeti.

Per stanare un così gran numero di pianeti, Kepler usa il metodo dei transiti. Guarda (anzi guardava) per mesi sempre le stesse stelle aspettando che qualcuna avesse una piccola diminuzione di luminosità dovuto al transito di un pianeta. Se avete avuto modo di osservare il transito di Mercurio il 9 maggio scorso, capirete subito che non si tratta di misure facili: sono effetti piccoli e ci vuole una missione nello spazio per non farsi fregare dalle turbolenze della nostra atmosfera. Il successo è stato superiore a tutte le aspettative e Kepler è diventato la sorgente primaria di informazione sulla variegata famiglia degli esopianeti. Da solo ha scoperto tre quarti dei quasi 3300 pianeti noti oggi e ha cambiato le regole del gioco. Grazie a Kepler abbiamo imparato moltissimo sui sistemi planetari extrasolari. Soprattutto, abbiamo anche scoperto che ogni stella ha almeno un pianeta (possibilmente più di uno) e questo ha fatto lievitare l’interesse per la ricerca di pianeti potenzialmente abitabili. Sono quelli simili alla Terra che orbitano nella zona di abitabilità della loro stella, cioè a una distanza tale che l’acqua possa essere liquida in superficie.

Nella nuova infornata di pianeti Kepler ce ne sono 550 di dimensioni non troppo diverse dalla Terra. Non possiamo essere sicuri che siano rocciosi (sappiamo solo le dimensioni e non la massa) ma sappiamo che i pianeti gassosi tendono a essere parecchio più grandi della nostra Terra.

Kepler trova molte superTerre, un modello sconosciuto nel sistema solare, ma non possiamo certo pretendere di avere il monopolio universale dei pianeti. Anzi, guardando i risultati di Kepler ci si rende conto che i pianeti di dimensioni comprese tra Terra e Nettuno sono la maggioranza dei pianeti extrasolari.

Nove di queste superTerre sono nella fascia abitabile delle loro stelline e questo fa balzare a 21 il numero dei pianeti da tenere sotto osservazione perché hanno i parametri giusti e potrebbero essere potenzialmente abitabili, cioè potrebbero ospitare qualche forma di vita. Attenzione che abitabile non significa abitato, e non dimentichiamo mai che sulla Terra la grandissima parte delle forme di vita sono state e sono batteri.

È quindi probabile che la vita extrasolare, se esiste, sia formata da qualche tipo di batteri. Tuttavia, con il lievitare del numero dei pianeti, specialmente di quelli promettenti, diventano sempre più numerosi i sostenitori della «inevitabilità» dello sviluppo di qualche forma di vita in uno (o in molti) dei pianeti che orbitano altre stelle. I numeri sono impressionanti. La nostra galassia ospita qualche centinaio di miliardi di stelle, ognuna delle quali ha uno o più pianeti. Se anche solo una frazione dei pianeti fosse abitabile… senz’altro lo sviluppo di una qualche forma di vita diventerebbe una circostanza inevitabile.

 

 

 

http://www.lastampa.it/2016/08/23/scienza/la-terra-e-i-suoi-gemelli-ogni-stella-ha-almeno-un-pianeta-simile-al-nostro-CAugTnsa1RDPrnzxlQHndP/pagina.html

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Brasile in rivolta: assalto ai palazzi del governo, migliaia di militari schierati


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In migliaia ieri, altrettanti oggi, tutti contro il presidente del Brasile Michel Temer, che ordina all’esercito di proteggere i palazzi del governo: contro di lui una folla inferocita, che lo accusa di non volersi dimettere nonostante sia coinvolto in tre indagini per corruzione (ma anche per bloccare la sua proposta di riforma del mercato del lavoro). Centinaia di persone ieri hanno provato a dare fuoco al ministero dell’agricoltura. A Brasilia sono scesi in piazza 1.300 soldati e 200 marines per provare sbloccare gli oppositori, circa 35mila persone, che hanno cercato di dare alle fiamme altri due palazzi e infranto vetri nell’Esplanadas dos Ministerios. Sono rimaste ferite nelle proteste una trentina di persone.
La proposta di riforma del lavoro prevede l’aumento delle ore di lavoro e la riduzione dei poteri dei sindacati. I ministeri, nelle ultime ore, sono stati evacuati in seguito a gravi atti di vandalismo compiuti da gruppi di manifestanti, con il volto coperto, che son poi entrati in conflitto con la polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni e granate stordenti. Gli agenti sono poi intervenuti per disperdere migliaia di manifestanti che stavano marciando verso il palazzo presidenziale di Brasilia. Le autorità hanno deciso di schierare l’esercito per difendere gli edifici governativi, mentre tace il presidente Temer, che sarebbe stato registrato mentre autorizzava due imprenditori a pagare una mazzetta all’ex presidente della Camera, Eduardo Cunha, in prigione, per comprare il suo silenzio e non essere tirato in ballo nello scandalo “Lava Jato”, la “mani pulite” brasiliana, ovvero i 3 miliardi di dollari pagati ai partiti dal colosso petrolifero statale Petrobras.

http://www.secoloditalia.it/2017/05/brasile-in-rivolta-assalto-ai-palazzi-del-governo-migliaia-di-militari-schierati/

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«Blue whale challenge » o gioco del suicidio.


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Tre casi individuati in tempo a Pescara, tutti adolescenti.

Il gioco è stato inventato in Russia dove ha causato più di 150 suicidi. Induce alla depressione. Accompagna, in maniera quasi scientifica alla determinazione di farla finita. È una sorta di evoluzione dei circuiti della morte sui social russi, alla cui base c’era sempre una manipolazione fino all’accompagnamento alla morte.
Il 22enne russo Philipp Budeikin, il reo confesso studente di psicologia e ideatore del ‘Blue Whale’, attualmente detenuto in carcere, non ha mostrato alcun pentimento.«Non sono pentito di ciò che ho fatto, anzi:ho purificato la società. Un giorno capirete tutti e mi ringrazierete».

http://www.quotidiano.net/cronaca/blue-whale-1.3137172

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Glifosato, tutti esposti. Non solo chi vive in campagna


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Secondo lo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – Organismo dell’OMS), il glisofato è risultato «probabile causa di tumori» in quanto in grado di danneggiare il DNA.
L’erbicida a basso costo utilizzato in agricoltura per eliminare le piante infestanti. La rimozione manuale o meccanica delle piante infestanti è il metodo più sicuro sia per la salute umana sia per l’ambiente. Ma anche il più lungo e più costoso. Motivo per cui ci si affida agli erbicidi, che svolgono una operazione molto più veloce a costi bassi.
Centinaia di associazioni si sono impegnate per liberare l’agricoltura dall’uso di questo diserbante. “Attraverso l’iniziativa dei Cittadini Europei per vietare il glifosato potremmo davvero gettare le basi per un’agricoltura libera dai pesticidi. Bisogna arrivare a milione di firme entro giugno, e anche in Italia possiamo fare la nostra parte.(www.stopglyphosate.org/it)

http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2017/05/24/news/_glifosato_siamo_tutti_esposti_non_solo_chi_a-166183219/?ref=RHRS-BH-I0-C6-P22-S1.6-T1

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La guerra mondiale colpisce le ragazze libere.


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La reazione di rabbia, perché c’è una volontà genocida che va a colpire il punto più carico di speranze di una comunità, ragazze e ragazzi, un bersaglio che rende particolarmente disgustoso il gesto. La paura di cedere alla solita tiritera che consiglia di non cedere a speculazioni politiche, ma provare una paziente guerra di resistenza popolare. Il ricordo di Beslan che sembrò il punto più irraggiungibile di odio per l’umano, ma anche quello delle giovani in jeans accoltellate in Algeria negli anni 90″ che indica la determinazione sessista contro le donne, casus belli della Jihad.

http://www.msn.com/it-it/video/notizie/colpite-le-ragazze-libere/vi-BBBs2oH

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Cocco Bill compie 60 anni.


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Il mitico Cocco Bill, uno dei personaggi più famosi del fumetto italiano, compie 60 anni.baccalà
Era il 28 marzo 1957 quando Cocco Bill apparve sul primo numero de Il Giorno dei Ragazzi, supplemento gratuito del giovedì del quotidiano Il Giorno. Disegni e testi erano di Benito Jacovitti, un fumettista già rodato, che lavorava per Il Vittorioso e aveva anche realizzato una personalissima versione di Le avventure di Pinocchio. Cocco Bill poi approdò nelle pagine de Il Corriere dei piccoli e infine nel 1978 sul settimanale della San Paolo Il Giornalino. Ma Cocco Bill è stato anche protagonista di cartoni animati e del mitico Diario Vitt, che ha accompagnato tanti ragazzi sui banchi di scuola.

http://www.famigliacristiana.it/articolo/i-magnifici-60-anni-di-cocco-bill.aspx

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Il Maxiprocesso di Palermo


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Il maxiprocesso di Palermo è il nome con cui è ricordato il processo penale iniziato il 10 febbraio 1986 e terminato il 16 dicembre 1987 a Palermo, tenuto nell’aula bunker dai giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone contro “Cosa nostra”, la mafia siciliana. È chiamato appunto maxiprocesso in quanto sono indagate più di 400 persone, per reati legati alla criminalità organizzata: associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, decine di delitti e una serie di reati minori. Il verdetto complessivo ammonta a 19 ergastoli, tra cui Totò Riina e Bernardo Provenzano, 2665 anni di carcere, 11 miliardi e mezzo di lire di multe e 114 assoluzioni. Il maxiprocesso è reso possibile grazie alle rivelazioni di Tommaso Buscetta, detto il boss dei due mondi, che nel 1984, dopo l’estradizione dagli Stati Uniti, è il primo e più importante degli ex mafiosi che, per le rivelazioni che forniscono, vengono chiamati poi “collaboratori di giustizia” o più comunemente “pentiti”. Il maxiprocesso di Palermo è considerato come la prima reazione importate dello Stato, ed è in questa occasione che si afferma finalmente il reato di mafia: i giudici Falcone e Borsellino iniziano la lotta alla mafia semplicemente riconoscendone l’esistenza. Prima di loro l’omertà e la leggerezza sull’argomento permettono l’espandersi di Cosa nostra in ogni campo: dall’edilizia alla politica, dal traffico di stupefacenti al riciclaggio di denaro. Non manca tuttavia una forte e marcata ostilità da parte di molti componenti della magistratura palermitana, che spesso manifestano dubbi e critiche al maxiprocesso e ai suoi promotori.

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/maxiprocesso/1072/default.aspx

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Turchia contro Wikipedia


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La differenza tra le persone sta solo nel loro avere maggiore o minore accesso alla conoscenza» (Lev Tolstoj)
Wikipedia libera in Turchia!

Il 29 aprile le autorità turche hanno bloccato l’accesso a tutte le versioni linguistiche di Wikipedia, ledendo il diritto di milioni di persone di accedere a informazioni storiche, culturali e scientifiche neutrali e munite di fonti verificabili.
La comunità di lingua italiana esprime la sua solidarietà alla popolazione turca e chiede il ripristino del libero accesso all’enciclopedia.
Firma l’appello dei Wikipediani.

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Capaci – 23 Maggio 1992.


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Per la storia italiana si apre una delle pagine più buie: la mafia sfida apertamente lo Stato.monumento_Capaci
” Gli uomini passano, le idee restano.
Restano le loro tensioni morali e continueranno a
camminare sulle gambe di altri uomini ”

Giovanni Falcone

Perché una società vada bene,
si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori
della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia,
perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati,
per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore,
basta che ognuno faccia il suo dovere ”

Giovanni Falcone

Per non dimenticare la Strage di Capaci, 23 Maggio 1992

http://www.acapaci.it/strage-capaci.html

 

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Vaccini e scuole, ora il problema è applicare il decreto


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Le scuole dovranno analizzare i libretti vaccinali di tutti i bambini e ragazzi (a iscrizioni per l’anno 2017-2018 ormai già avvenute, tra l’altro). Ma in quanti li hanno? E chi, essendo senza, deve tornare alla Asl a farseli compilare quanto tempo ci metterà? Poi, se qualcosa non torna, i dirigenti scolastici dovranno mandare una segnalazione all’azienda sanitaria (pena la denuncia). C’è già qualcuno che ha detto di non voler fare questo lavoro. La Asl poi dovrà cercare di convincere i genitori a fare i vaccini che mancano, cosa che potrebbe richiedere un bel po’ di tempo, sempre che abbia successo. Infine, eventualmente, negherà l’accesso alle scuole d’infanzia e inizierà a riflettere sulla sanzione da dare ai genitori per quelle dell’obbligo. Quanto tra 500 e 7.500 euro? E in base a quali criteri, quello dei vaccini mancanti o magari le condizioni economiche della famiglia? Non solo, sempre negli uffici di igiene delle aziende sanitarie si dovrà decidere se inviare una segnalazione al tribunale minorile e alla procura riguardo a quei genitori. Scelte delicate, che richiedono approfondimenti difficili da fare con centinaia di migliaia di casi da valutare. E ancora. Le Asl riusciranno a vaccinare, o dare comunque un appuntamento per farlo, in così poco tempo un numero di persone quasi doppio a quelle che fanno i vaccini in un intero anno? Non scordiamo che già adesso ci sono problemi di liste di attesa su certi vaccini e che comunque i servizi per ammissione degli stessi igienisti hanno organici in difficoltà.

http://bocci.blogautore.repubblica.it/2017/05/21/vaccini-e-scuole-ora-il-problema-e-applicare-il-decreto/comment-page-1/

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L’INTERRUZIONE DI GRAVIDANZA: UN PO’ DI STORIA.


ABORTO: LEGGE 194, 34 ANNI DI POLEMICHE

Era il 22 maggio 1978 quando il Parlamento italiano approvò la legge 194, depenalizzando quello che, in termini asettici, viene chiamato interruzione volontaria di gravidanza. Cioè l’aborto. Le motivazioni principali che avevano portato all’istituzione della legge 194/78 riguardavano soprattutto la diminuzione degli aborti terapeutici e di quelli spontanei e inoltre l’assistenza delle donne che sempre più spesso ricorrevano ad aborti clandestini. La legge si proponeva inoltre di favorire la procreazione cosciente e di aiutare la maternità, tutelando la vita umana sin dal suo inizio.

https://www.uaar.it/laicita/aborto/

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Torino: oltre 50mila ingressi in due giorni: mai vista tanta gente così al Salone


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Le condizioni le detta chi vince, e il venerdì del Salone ha confermato le sensazioni positive del primo giorno: “Mai visto il Lingotto così”, dicono soddisfatti da Sellerio, uno degli editori che sin dall’inizio ha scelto di essere a Torino e solo a Torino. Code e proteste del mattino non rovinano la festa, anche se ieri persino chi doveva partecipare agli incontri si è trovato bloccato in coda. Basta guardare i dati del metrò per capire la crescita: 170 mila passeggeri dice Gtt. La media dei giorni normali oscilla tra i 140-150 mila. E l’aumento sembra essere merito delle persone dirette al Lingotto. In due giorni il Salone ha fatto più di 50 mila ingressi, di cui 30.500 solo ieri, in crescita rispetto a giovedì. In tutto in attesa del boom del weekend e del ritorno delle scuole lunedì. Buoni anche le vendite dei biglietti e gli incassi. Con i primi due giorni, tenendo conto dei ticket acquistati prima del taglio del nastro, si sono superati i 400 mila euro. Si è andati già oltre la metà del totale messo a budget.
Seppure in pieno clima di vittoria, uscire dall’impasse della scissione non sarà semplice. Ci sarà ancora la mediazione del ministro Franceschini che a giugno incontrerà l’Aie e i giochi sono appena cominciati. L’arrivo del presidente dell’Aie Federico Motta, al Lingotto ieri mattina su invito degli Amici del Libro di Torino è un segnale positivo e Torino esce da questo incontro senza dubbio più forte di quanto lo fosse alla vigilia. Il direttore Nicola Lagioia e il presidente della Fondazione Massimo Bray giocano all’attacco. La politica sceglie la via diplomatica, ma lascia intendere che di tutto si può discutere ma non si può mettere in dubbio che a maggio prossimo il Salone del Libro sarà a Torino e al Lingotto. “Date e luogo non si toccano”, dice la sindaca Appendino. E Chiamparino: “Da parte mia c’é la massima disponibilità a ragionare su tutto e di avere eventi che non si cannibalizzano”.
Rispetto agli incontri di luglio e agosto, quando Motta mostrava sicurezza rispetto alla “sua” fiera, la situazione sembra essersi rovesciata. Il presidente dell’Aie ha però ricordato che prima dello strappo aveva proposto all’assessora Parigi “di prendere in gestione il Salone per dieci anni. Non ho mai ricevuto risposta”. Sul pienone di quest’anno Motta sottolinea “che è una risposta della città che si è coalizzata attorno al suo evento con uno spirito di appartenenza e identità”. Poi si concede una battuta: “Non ho però contato se gli editori sono più di mille”.
Il presidente della Fondazione per il Libro Massimo Bray, che ha partecipato all’assemblea degli Amici del Salone, ha ribadito che “non vuole sentire parlare di trattativa con Milano. Un termine che appartiene a un mondo che ho lasciato. Di sicuro il Salone si farà a Torino e a maggio”. Il direttore Nicola Lagioia aggiunge: “Tenendo conto del grande successo di pubblico e della felicità degli editori, che sono aziende, e noi ci facciamo interpreti di quello che sta succedendo, possiamo dire che il Salone sarà a maggio”. L’associazione Amici del Salone si rivolge al ministro Dario Franceschini . “È l’unico ormai che parla di trattative tra Milano e Torino. Per noi non esiste nessuna trattativa”, dice il presidente Sandro Ferri. Il ministero ai Beni Culturali ha però la leva economica. Sul tavolo della trattativa potrebbe mettere i soldi (per il Salone versa 300 mila euro che sommati a quelli dell’Istruzione fanno 600 mila) diretti al settore e agli eventi per costringere gli attori in campo a trovare una mediazione.

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/05/20/news/torino_oltre_50mila_ingressi_in_due_giorni_mai_vista_tanta_gente_cosi_al_salone-165897163/

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Parco nazionale di Khao Sam Roi Yot,


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I fiori di loto tornano a sbocciare sul lago del parco nazionale di Khao Sam Roi Yot, in Thailandia. Erano dieci anni che le acque del lago thailandese non si coloravano di rosa: la pianta aveva smesso di fiorire. Ora però le autorità della riserva invitano i turisti a non affollare il lago. La presenza massiccia di persone a caccia di foto ricordo potrebbe compromettere l’ecosistema
AFP PHOTO / ROBERTO SCHMIDT

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Impalcature, cantieri, restauri: ecco l’Emilia a cinque anni dal terremoto


Il terremoto ha colpito l’Emilia il 20 maggio del 2012: oggi, esattamente 5 anni fa. Erano le quattro del mattino e chi abitava nelle province di Reggio Emilia, Ferrara e Modena non può più dimenticare quelle scosse. Un ritmo violento e apocalittico che entra per sempre nel sangue.  Noi, da fuori, invece ricordiamo quel terremoto soprattutto per un simbolo: la Torre dell’orologio nel centro di Finale Emilia. Prima spezzata a metà, con il cielo bianco a riempire il quadrante che manca, poi crollata in diretta tv per le scosse dei giorni seguenti, che sono proseguite fino al 3 giugno, causando danni ai centri abitati e ai capannoni industriali. Più di 1200 scosse, 27 morti totali.

Le zone colpite sono tutte ripartite. Nessuno vive più in abitazioni temporanee e la maggior parte delle aziende ha riaperto. Il 55% dei lavori privati è già stato portato a termine. Gli edifici pubblici, però, rimangono ancora da ristrutturare. Come in molte altre zone colpite dal terremoto, i lavori sono bloccati o rallentati per mancanza di fondi o problemi burocratici.

La torre simbolo di Finale Emilia cinque anni fa era a terra, oggi è stata ricostruita a metà. L’orologio è stato ripristinato, ma poggia ancora su un’impalcatura di metallo. Una struttura temporanea in attesa della completa ricostruzione, da ultimare entro i prossimi tre anni.

http://www.lastampa.it/2017/05/20/italia/cronache/impalcature-cantieri-restauri-ecco-lemilia-a-cinque-anni-dal-terremoto-xYUH0VYsAIR8Y9SqrDCdmI/pagina.htmlmetà

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La vaccinazione classista.


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Ora finalmente sappiamo, dopo mesi di traccheggio, di interventi a tappeto su tutti i media e con un esercito di persuasori a disposizione, di polemiche ad uso politico, le intenzioni del governo: vaccinazione totale.

Ora finalmente sappiamo, dopo mesi di traccheggio, di interventi a tappeto su tutti i media e con un esercito di persuasori a disposizione, di polemiche ad uso politico, le intenzioni del governo: vaccinazione totale.

Il ministero della Salute, con i suoi tanti supporter, come l’Iss, come le Società scientifiche, come le starlette televisive ipertrofiche, è riuscito a portare a casa l’obiettivo prefissato: vietare asili e materne ai non vaccinati e trasformare in obbligatori anche i vaccini consigliati e raccomandati. Vaccini a valanga dunque, senza se e senza ma.

Continueranno le discussioni, le divisioni, gli scontri, perché non poche migliaia di famiglie sono contro l’obbligo vaccinale. E qualcuno continuerà a tenere alta l’attenzione sugli aspetti contraddittori delle decisioni prese. Ma si voleva una prova di forza. E questa ha raggiunto l’obiettivo prefissato. Soffocando nella culla del ragionamento non estremista qualsiasi tentativo di mediazione che puntava sul confronto, sulla discussione, sul convincimento. No, “si fa così” e non si può disturbare il manovratore perché lui pensa al bene e alla salute pubblica. Chi si oppone è un invasato, un ignorante, un pericolo.

Voglio essere chiaro: oggi si scrive una delle pagine più controverse nella storia della sanità italiana. So molto bene che esprimo una opinione di minoranza, ma una società democratica non impone senza aver prima tentato altre strade. Che sui vaccini sono state escluse a prescindere.

Perché si è voluta fare una campagna ideologica, forzando in modo fazioso le situazioni di fatto.

Perché l’oltre 93 per cento di vaccinazioni per quelle obbligatorie, non rappresenta una emergenza (perfino il premier Gentiloni lo afferma), e su questo calo, progressivo ma lento, si poteva lavorare, convincendo soprattutto i medici scettici.

Perché i duemila e passa casi di morbillo, che stanno dando segnali di decrescita, non sono numeri da epidemia sanitaria, come una parte della comunità scientifica sostiene.

Perché i calendari vaccinali pubblici che si sovrappongono a quelli privati delle aziende, alimentano solo i dubbi.

Perché i controlli della vaccino-vigilanza fanno ridere i polli. Ed è poco responsabile decidere di moltiplicare le vaccinazioni obbligatorie, senza mettere preventivamente in funzione un sistema di controlli, sugli effetti negativi, degno di questo nome (e non è un motivo valido quello di chi dice che le reazioni avverse sono pochissime: anche se fossero rare andrebbero registrate, catalogate, analizzate). Oggi nelle Asl non hanno registri telematici ad hoc, i medici non raccolgono le segnalazioni e non riportano gli effetti negativi che proseguono oltre le 36 ore di ordinanza.

Perché, come sostengono le società scientifiche in un documento di due giorni fa a proposito degli incrementi di malattie da non vaccino, il problema non riguarda solo gli asili e le materne e le scuole dell’obbligo, ma anche tutto il personale scolastico e soprattutto, come nel caso del morbillo, il personale sanitario, a rischio di infezione e “veicolo” di infezione.

Perché c’è una impostazione ideologico-dirigista sui vaccini che metà Europa neanche si sogna di adottare (e parlo di paesi a democrazia avanzata, e civilmente molto più avanti di noi). Portando da 4 a 12 i vaccini obbligatori facciamo i primi della classe, mentre il nostro Servizio sanitario nazionale fa acqua da parecchie parti, con tagli vistosi al Fondo sanitario come denunciano associazioni, medici, sindacati, studiosi, ricercatori.

Non faccio previsioni su quanto accadrà. Però chi vince senza convincere non dimostra autorevolezza bensì prepotenza. Mascherandosi dietro la difesa della salute dei bambini alla quale tengono sicuramente tutti i genitori. Compresi i dubbiosi e i no vaxx. Perciò chi addita queste madri, questi padri, come irresponsabili, non merita alcuna considerazione.

Infine le multe: si tratta di un provvedimento davvero sconcertante perché chi potrà pagarle continuerà a dissentire, chi non potrà dovrà adeguarsi.

Siamo dunque alla vaccinazione classista, alle punizioni in base al reddito. Se questa è la mediazione tra le posizioni Lorenzin e Fedeli, peggiore soluzione non poteva essere trovata.

http://pepe.blogautore.repubblica.it/2017/05/19/la-vaccinazione-classista/

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Marco Pannella, un anno dopo.


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Ricorre il primo anniversario della scomparsa di Marco Pannella
Alcuni elementi di riflessione sul vocabolario e la pratica politica del leader radicale che possano guardare alla lunga durata, tenendo presenti le sfide attuali.
L’antidoto al populismo

Pannella è stata senz’altro il primo leader politico italiano ad intercettare la frattura tra elettori ed élite partitiche, decenni prima che assumesse le dimensioni macroscopiche odierne. E’ del 1978 il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti su cui i radicali, contro le indicazioni di voto di tutti i maggiori partiti, ottennero il 43,6% di sì. Nel 1983 Pannella condusse una campagna di boicottaggio del voto chiedendo di votare scheda bianca contro la partitocrazia. Pannella tuttavia denunciava la classe politica in nome del liberalismo e della fede nella democrazia, non del linciaggio dell’avversario. Una delle caratteristiche distintive della sua azione politica è stata il contrasto alla dinamica del capro espiatorio. Molti dei celebri “scandali” pannelliani sono legati alla difesa di vittime disegnate dall’opinione pubblica del momento. Toni Negri, Enzo Tortora, i parlamentari inquisiti di Tangentopoli, lo Stato di Israele, gli omosessuali, i tossicodipendenti, i carcerati. Pannella li difendeva in nome della democrazia e delle garanzie costituzionali contro linciaggi mediatici e giudiziari. E’ stato un esempio quasi di scuola di quello “scandalo” rivelatore evangelico così ben descritto da René Girard. Oggi leader e forze politiche capaci di mettere in gioco non solo il consenso elettorale, ma la propria reputazione, sapendo reggere l’onda del risentimento collettivo, sono rari. E la nostra epoca ne avrebbe più bisogno che mai.

Mettere in gioco il corpo

“Dare corpo” era una delle metafore da lui inventate a cui Pannella ricorreva più spesso. E in effetti Pannella è stato il politico dei digiuni, delle marce, degli arresti per disobbedienza civile, delle visite nelle carceri, e nei paesi in guerra o devastati dalla fame. La nozione che la politica si fa con il corpo, il cui sapore rivoluzionario viene associato agli anni Settanta, sembra essere assai più necessaria oggi, nell’epoca dei social network, delle app e dell’intelligenza artificiale. Nel reinterpretare e attualizzare questa formula pannelliana, l’Associazione Luca Coscioni coniò anni fa lo slogan: “dal corpo dei malati al cuore della politica”. A indicare che per comprendere fino in fondo alcune situazioni non basta il pensiero. Oggi gli studi sull’empatia lo confermano. Una politica priva del corpo è una politica che taglia fuori quantità crescenti di cittadini. E resta incapace di comprendere le persone che dice di rappresentare.

Il principio di legalità

Ricorda Giovanni Negri nel suo libro biografico su Pannella (“L’illuminato”, Feltrinelli) la forte influenza che la madre di origini svizzere ebbe sulla formazione del leader radicale. Si deve probabilmente a questo, oltre che alla frequentazione degli ambienti de “Il Mondo” di Pannunzio, l’ossessione calvinista per la legalità che ha accompagnato tutta la vita politica di Pannella. Nella sua lettura è questo il nodo dell’arretratezza italiana, di quello che definiva il “caso Italia”. Il mancato rispetto della legge da parte del potere. Pannella non ha mai aderito alle tesi “culturaliste”, quelle che incolpavano il “familismo amorale”. Sono le istituzioni occupate dalla “partitocrazia” che creano gli incentivi che premiano o scoraggiano determinati comportamenti privati. Un’analisi che trova illustri antecedenti come Gaetano Salvemini. Tuttavia è probabile che il bersaglio individuato da Pannella debba essere rivisto. Come ha dichiarato l’ex assessore alla legalità di Roma Capitale, Alfonso Sabella, “chi decide tutto sono i burocrati, i dirigenti comunali”. Secondo alcuni studiosi l’uso del termine partitocrazia può essere fuorviante. Il potere dei partiti si è dimostrato, sul lungo periodo, “un gigante dai piedi di argilla” (Cotta e Isernia 1996). La tesi di questi studiosi è che molto più delle caratteristiche del sistema istituzionale italiano e della dinamica della competizione tra i partiti, quello che abbia contato sia stato il funzionamento della burocrazia: la parte attuativa delle politiche, più che quella decisionale. E’ lì che il potere viene esercitato e l’applicazione della legge piegata agli interessi particolari. Sarebbe interessante vedere l’azione radicale per il rispetto della legalità operare nei confronti delle ASL, della gestione del cosiddetto “privato sociale”, degli uffici urbanistici e delle società partecipate che gestiscono i vari servizi pubblici locali.

La nonviolenza

Pannella ha introdotto nella politica italiana, dandogli efficacia politica e mediatica, le prassi di azione nonviolenta già utilizzate in India da Gandhi e negli Stati Uniti da Martin Luther King. Si devono a scioperi della fame, disobbedienze civili e obiezioni di coscienza l’approvazione di leggi come il divorzio, la prima depenalizzazione del consumo di droghe leggere e l’alternativa civile al servizio militare. I radicali hanno sempre rivendicato l’innovatività di questa modalità di azione politica, che dava un potere di iniziativa all’individuo mettendolo in un confronto diretto con le istituzioni. Queste prassi hanno tuttavia origine in contesti in cui sono state utilizzate a livello di massa. Nel caso del Partito radicale sono invece sempre più divenute appannaggio dei leader nazionali, e in particolare dello stesso Pannella, usate come mezzo per ottenere visibilità mediatica per alcune campagne. Questo in parallelo con una strutturazione del partito centralizzata intorno alla leadership di Pannella. Sarebbe stato interessante per i radicali, così come avvenne negli anni Sessanta per la redazione del loro primo organo di informazione (Agenzia radicale), confrontarsi con la tradizione “radicale” americana. Il modello del “community organizing” inventato da Saul Alinsky, per cui è passato anche un giovane Obama, costituisce un esempio di provata efficacia di organizzazione a leadership decentralizzata. Quella coniugazione di approccio non ideologico, struttura leggera e partecipazione che il Partito radicale ha sempre perseguito nei suoi statuti e mozioni, senza riuscire mai davvero a incarnare.

La dimensione transnazionale

Nel 1986 Pannella propose la trasformazione del Partito radicale in forza politica transnazionale. “Esistono problemi che derivano dalla crescente integrazione, dalla crescente interdipendenza del mondo, e che non possono essere affrontati e governati con i vecchi strumenti della politica”, dichiarò. L’impegno sul fronte transnazionale ha consentito ai radicali di condurre alcune campagne di rilievo andando a occupare un ambito di iniziativa politica all’epoca quasi del tutto scoperto. Tra le più importanti sono da segnalare la campagna per gli Stati Uniti d’Europa, quella per l’ingresso di Slovenia, Bosnia e Croazia nell’Unione europea, la creazione dei tribunali speciali per i crimini di guerra e del Tribunale penale internazionale, la moratoria della pena di morte, il riconoscimento dell’autonomia del Tibet e la revisione delle politiche Onu sulla droga. Quello che è mancato è la capacità di rendere sostenibile l’organizzazione necessaria a portare avanti campagne su questa scala. Nella visione federalista a cui Pannella ha sempre fatto riferimento, ogni decisione va presa al livello più vicino al cittadino. In Italia questo livello è quello comunale. O quello, altro cavallo di battaglia pannelliano, delle città metropolitane. Il giorno dopo i risultati del referendum Brexit la sindaca di Parigi Anne Hidalgo e il sindaco di Londra Sadiq Khan hanno diramato una dichiarazione congiunta: “se il XIX secolo è stato caratterizzato dagli Imperi e il XX dagli stati-nazione, il XXI secolo appartiene alle città”. Si moltiplicano le iniziative di collaborazione transnazionale tra città e sindaci. Il politologo americano Benjamin Barber ha dato vita a un “Parlamento globale dei sindaci”. Mancano attori politici in grado di agire su questa nuova dimensione. Negli ultimi anni i radicali hanno tentato di radicarsi in alcune città e nelle politiche metropolitane. Sapersi calare nel contesto locale, e continuare a pensare globalmente sono due qualità rare in politica, ma abbondantemente presenti nella classe dirigente radicale.

http://listino.lastampa.it/2017/05/18/italia/politica/un-anno-senza-pannella-gi-passato-2GsAYmWKpu8uVcpLlwrWCJ/pagina.html

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Quali sono gli alberi migliori per le città?


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Sono un prezioso capitale nell’ambiente urbano: assorbono lo smog e migliorano il benessere fisico e psicologico. Alcune specie, però, sono più efficienti di altre.
Platano autopulente. Innanzitutto, alcune specie resistono meglio di altre all’inquinamento cittadino, e hanno quindi maggiori chance di prosperare e svolgere la loro funzione. Per esempio, il platano, uno degli alberi più comuni a fiancheggiare le strade, ha un’innata capacità di fronteggiare l’inquinamento con un meccanismo di auto-pulitura: perde e ricambia la corteccia. In generale, secondo stime delle Nazioni Unite, gli alberi cittadini possono rinfrescare le città tra 2 e 8 °C, e ridurre del 30 per cento l’uso di aria condizionata. Un grande albero può assorbire 150 chili di anidride carbonica l’anno, e filtrare le sostanze inquinanti sospese nell’aria, in particolare le polveri sottili.
I migliori contro l’inquinamento da polveri sottili si sono rivelati l’olmo, la magnolia, e il frassino. Anche le viti rampicanti svolgono abbastanza bene questo compito, dato che secondo l’articolo andrebbe tenuto in considerazione nella progettazione di muri e coperture verdi in città.
Poco efficienti nella rimozione dall’aria del particolato, anche se molto resistente allo smog, si è invece dimostrata una specie come il ginkgo, presente nei parchi e viali di molte città. Anche il tiglio è in fondo alla classifica.
Sempre attivi. In genere le piante più basse, sono più efficaci contro lo smog, ma contano anche altri fattori: i sempreverdi, a differenza delle specie decidue, possono svolgere il compito in tutte le stagioni. Da questo punto di vista, in alcuni studi hanno dimostrato buone performance le conifere che si trovano in parchi e città del nord Europa.
Medicine risparmiate. Gli alberi in città non fanno bene solo all’ambiente, ma anche alla salute, fisica e mentale. Uno studio – spesso citato – sull’influenza positiva degli alberi è stato svolto a Toronto in Canada: negli isolati cittadini con almeno dieci alberi, i residenti si percepiscono come più giovani e in salute, e hanno una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari rispetto ai quartieri dove c’è poco o niente verde. Secondo le stime dello stesso studio, dieci alberi equivalgono a 10mila dollari risparmiati per famiglia in spese per la salute.
Un’altra ricerca condotta a Londra ha evidenziato che le aree con i più alti tassi di prescrizioni di antidepressivi e presenza di fumatori sono anche quelli con meno strade alberate.
Lo svantaggio delle allergie. Un possibile svantaggio dato dagli alberi in città e che possono essere fonte di allergie. Tra i pollini più allergenici ci sono quelli del faggio, della betulla, del cipresso, del platano.
Non solo: c’è da tenere conto che alcune specie sono forti emettitrici di sostanze associate alla formazione dell’ozono, i cosiddetti composti organici volatili biogenici, cui viene dedicata sempre crescente attenzione nello studio delle influenze sulle proprietà chimiche e fisiche dell’atmosfera. Tra i peggiori da questo punto di vista ci sono il pioppo, la quercia, la robinia, e l’acero sicomoro.
i-albero. Un database online, i-Tree , sviluppato dal servizio forestale negli Stati Uniti, contiene diversi algoritmi e strumenti per calcolare e quantificare il “servizio ambientale” svolto dagli alberi, tenendo conto delle numerose variabili in gioco. Insomma, per aiutare chi decide nella scelta di quelli giusti da piantare.

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18 Maggio 1976, il mondo conosce l’orrore dei Desaparecidos


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Il 18 maggio del 1976, a Buenos Aires, vengono ritrovati centoventisei cadaveri crivellati da raffiche di mitra. E il mondo scopre l’orrore dei Desaparecidos!
Già si era usato questo termine per i 40.000 morti o scomparsi del Cile del 1973, con la dittatura di Augusto Pinochet, ma il termine acquista fama per certe particolari e raffinate atrocità nel caso argentino.
Qui, sui 40.000 morti che costano il colpo di stato e la presa di potere da parte di Videla, 30.000 circa sono i dissidenti che verranno inutilmente ricercati dalla Madri di Plaza de Mayo, con il loro fazzoletto bianco annodato in testa.
Sono le conseguenze del colpo di stato attuato da Jorge Rafael Videla Redondo, generale per abbattere Isabelita Peròn, terza moglie di Peròn (anch’ella mezza ballerina e attricetta come Evita) che aveva ripreso inaspettatamente il potere nelle elezioni del 1974.
In Argentina vige la segretezza più assoluta, per evitare che le immagini, come avvenuto per lo Stadio di Santiago del Cile, scatenino una rivolta mediatica mondiale.
Così si attuano interventi rapidi, veri e propri rapimenti, in piena notte. Nessuna notizia viene più data. Carcerati in luoghi segreti, dai quali, il più delle volte, sedati non per umanità, ma perché non creino problemi nel volo, migliaia di oppositori vengono lanciati dagli aerei nel Rio della Plata o nel Oceano Atlantico, perché non se ne abbia più traccia! A volte con il ventre squarciato, perchè gli squali arrivino prima!
Sono i cosiddetti vuelos de la muerte!
Stesse atrocità contro gli studenti: 238 spariscono “nella notte delle matite spezzate”.
Peggio, se possibile, contro le donne carcerate, violentate e se incinte fatte partorire e poi uccise, mentre il figlio si dà in adozione a poliziotti o militari o si vende all’estero!
Certi centri di detenzione clandestini divenuti carceri, poco a poco, divengono sinistramente celebri, come la sede della scuola di addestramento della Marina Militare ESMA, a Buenos Aires.
Videla, soprannominato anche per i suoi baffetti, l’Hitler della Pampa, era solito riprendere e far sua la frase: “Prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”. Ha scontato gli ultimi anni della sua vita in carcere per crimini contro l’umanità.

http://www.verdeazzurronotizie.it/accadde-oggi-18-maggio-1976-il-mondo-conosce-lorrore-dei-desaparecidos/

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L’AltroMondo e le Terre Immaginate


La Terra e l’aldilà nel tempo e nella Storia: come gli uomini hanno immaginato il mondo
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La Terra sul Serpente. La Repubblica del Benin era, fino alla fine dell’Ottocento, il Regno di Dahomey: potenza economica e militare dell’Africa occidentale, al centro della tratta degli schiavi nei secoli XVIII e XIX. L’etnia dominante, i Fon, avevano una loro visione del mondo: il dio creatore fece il cielo e il mare, poi la Terra, che però era molto pesante – per via delle montagne e degli alberi, perciò il dio chiese aiuto a Aido Hwedo, gigantesco serpente che da allora se ne sta immobile, avvolto nelle sue spire, reggendo il pianeta. Nutrito con barre di ferro dalle scimmie rosse, ogni tanto si agita e con i suoi movimenti provoca i terremoti.
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Una Terra dentro l’altra. Intorno al 1870 l’americano Cyrus Teed, sedicente medico, profeta e alchimista, afferma che gli uomini non vivono sulla superficie esterna della Terra bensì su quella interna! La visione si diffonde e dà origine a una nutrita congregazione di adepti, dei quali Teed – che a quel punto si fa chiamare Koresh (versione ebraica di Cyrus, che identifica Ciro il Grande) – sarà leader fino alla morte, nel 1908. La setta gli sopravvisse, in attesa della sua (preannunciata) resurrezione, fino al 1961, quando morì l’ultimo dei fedeli.
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Connessioni oniriche. Il mondo dei nativi americani è a strati, magico, animato dalle metamorfosi tra uomini, spiriti e animali e abitato da una forza superiore chiamata in modi diversi a seconda della tradizione: per gli Algonchini, l’insieme di tribù cui appartengono anche gli Ojibwa, è Manito. In queste visioni la Terra è un’isola piatta nata dal fango tratto dal mare da un topo muschiato, dove il destino di buoni e cattivi è differente, credenza che sembra sia anteriore al cristianesimo. Testimonianze del XIX secolo descrivono casi di nativi che temono il cielo dei cristiani per timore di diventarvi gli schiavi dei bianchi, e a metà del XX secolo, quando l’idea di una Terra sferica lascia ancora perplessi gli Ojibwa scolarizzati, l’organizzazione del mondo mitico è ancora quella a strati impilati e i messaggi ricevuti in sogno sono rivelazioni che guidano gli uomini nella vita quotidiana.
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Il Serpente di Midgard. Il confine ultimo della Terra circolare dei Vichinghi del XIII secolo è un’impenetrabile catena ininterrotta di montagne invalicabili, che disegnano un anello al cui interno un mare – il secondo anello – abitato da Jörmundgand, il gigantesco serpente figlio di Loki che incessantemente sorveglia Midgard, la Terra di Mezzo, regno degli umani, in attesa del Ragnarök – la Guerra alla Fine del Mondo. Al centro di Midgard, un albero unisce Terra e Cielo.
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L’albero del Paradiso. Secondo un’antica tradizione musulmana, in cielo esiste un albero rivestito da 70.000 rami e da miriadi di angeli, così grande che a un cavaliere occorrerebbero cent’anni per attraversarne l’ombra. Questa e altre due visioni fondamentali del paradiso nascono da tradizioni bibliche, ebraiche e cristiane, con il Corano a fare da testo fondante – e al quale si aggiungono poi tradizioni successive. La tradizione del miʿrāj (XI secolo) inizia con l’isrāʾ, il viaggio notturno di Maometto tra la Mecca e Gerusalemme, e l’ascensione del Profeta nell’aldilà. Con molti dettagli ed effetti capaci di creare un’impressione di dismisura, l’ascensione mostra il percorso degli eletti, opposto a quello dei peccatori, precipitati nell’inferno.

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I Tre Regni. L’invenzione del Purgatorio corrisponde a un diffuso bisogno popolare di giustizia: all’inizio del Medioevo alcune descrizioni dell’aldilà cominciano a situare vagamente questo luogo di attesa nella parte superiore della Geenna, il luogo dell’eterna dannazione. Per conoscere con precisione la posizione reciproca dei Tre Regni bisogna però attendere la Divina Commedia (XIV secolo), dove Dante espone chiaramente i possibili percorsi delle anime nell’aldilà in una geografia che riflette le credenze popolari della fine del Medioevo cristiano e che risente anche dell’influsso della cosmologia greca.

 

 

http://www.focus.it/cultura/arte/guillaume-duprat-aldila-e-terre-immaginate?gimg=86392#img86392

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Milano, la Rinascente compie 100 anni: le pubblicità d’artista che l’hanno resa grande.


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Le donne degli anni Venti erano ninfe con abiti di chiffon, ritratte da splendidi disegnatori in cromolitografie. Negli anni Cinquanta, le regine della casa vestivano gonne a ruota sul modello delle “fidanzate d’America”, incorniciate però dai motivi razionalisti di una grafica tedesca. Le ragazze degli anni Settanta apparivano come creature selvagge avvolte in coperte a righe sulle spiagge riscaldate dai falò; sorridevano all’obiettivo di fotografi nei primi servizi all’aria aperta. No alle pose rigide da catalogo. Sì agli happening improvvisati fra la gente.rinascente5
Ripercorrere la storia della Rinascente attraverso le immagini che hanno fatto epoca, poster, cataloghi, house organ, è un viaggio che offre varie chiavi di lettura. L’evoluzione della moda. Le conquiste sociali della donna. Le contaminazioni del gusto all’alba della globalizzazione quando i trend occidentali si mescolarono alle correnti esotiche. Ma, soprattutto, la genesi delle campagne pubblicitarie che veicolarono tutto questo fra i muri della città e le vetrine a cristalli curvi di corso Vittorio Emanuelerinascente4
A cento anni dalla nascita dei grandi magazzini più eleganti d’Italia, due mostre ne celebrano il mito. Al Max Museo di Chiasso “La Rinascente. 100 anni di creatività d’impresa attraverso la grafica”. A Palazzo Reale “Stories of Innovation”. Da un lato sfilano bozzetti, locandine, calendari e reportage. Dall’altro, opere d’arte, pezzi di design e documenti di un’avventura imprenditoriale che, all’indomani della Grande Guerra, forgiò quel culto del consumo destinato a toccare picchi assoluti con il boom economico. L’inizio della storia è noto. Nel 1917 il senatore Borletti, industriale lungimirante, acquistò il vecchio emporio Bocconi e chiese a D’Annunzio di coniare un nome luminoso e inebriante; un simbolo del progresso. Borletti conosceva l’importanza della comunicazione e investì tutto sull’immagine, chiamando creativi blasonati.rinascente2
Nel primo manifesto di Achille Mauzan, un paggio porgeva le chiavi del regno dello shopping a una vestale dello stile. Si spalancò l’impero dei sensi. Marcello Dudovich puntò sul fascino delle sue femmine déco. Gino Boccasile tratteggiava guardaroba da villeggiatura. Mentre Gio Ponti studiava le linee di arredi moderni. Anche negli slogan si leggono indizi di ogni epoca: durante l’autarchia la grafia italianizzata dei tessuti di “raion” sostituì l’inglese “rayonrinascente1
La lezione del Bauhaus vide poi il passaggio di testimone dal pittore al grafico, che varò retini tipografici, giochi di geometrie e un mix di caratteri, Bodoni e Futura. Tradizione e modernità insieme. La stampa d’arte fu rimpiazzata dall’offset. Mentre le vetrine erano affidate a Bruno Munari, Roberto Sambonet, Albe Steiner, l’avanguardia del design, la comunicazione faceva capo a Max Huber (cui è intitolato il museo di Chiasso) che inventò il logotipo “lR”. Max era arrivato da Zurigo per lavorare allo Studio Boggeri, da cui passò anche Lora Lamm, anima gentile di carte per packaging e vignette geniali sull’emancipazioni femminile. Nel periodo eroico della Rinascente, approdarono nei suoi uffici pubblicitari anche giovani fotografi, come Toscani e Libiszewski che sperimentò i famosi scatti con le luci di Wood; come nelle discoteche degli anni ottanta, facevano brillare i pizzi bianchi macramè.rinascente3rinascente

http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/05/18/news/rinascente_milano-165720054/

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Greenpeace minacciata di chiusura: una multinazionale chiede 200 milioni di euro


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Un colosso del legname ha portato davanti a un tribunale statunitense l’associazione ambientalista per la sua campagna a difesa delle foreste boreali, un ecosistema che offre casa a 20 mila specie animali e vegetali, compreso il caribù. Chiedendone di fatto la chiusura.
Quanto valgono le foreste boreali che costituiscono il secondo ecosistema terrestre del mondo come ampiezza, aiutano a difendere la stabilità climatica, offrono una casa a 20 mila specie animali e vegetali, compreso il caribù? E’ una stima difficile perché il valore che rappresentano è legato alla sopravvivenza della nostra specie. Più facile è indicare il costo che viene chiesto a chi si batte per la loro difesa: 200 milioni di euro. Greenpeace è stata citata davanti a un tribunale degli Stati Uniti con questa richiesta di indennizzo da Resolute Forest Products, una multinazionale che ha deciso di rispondere così alla richiesta degli ambientalisti di adottare politiche sostenibili di taglio della foresta in Canada.

ROMA – Quanto valgono le foreste boreali che costituiscono il secondo ecosistema terrestre del mondo come ampiezza, aiutano a difendere la stabilità climatica, offrono una casa a 20 mila specie animali e vegetali, compreso il caribù? E’ una stima difficile perché il valore che rappresentano è legato alla sopravvivenza della nostra specie. Più facile è indicare il costo che viene chiesto a chi si batte per la loro difesa: 200 milioni di euro. Greenpeace è stata citata davanti a un tribunale degli Stati Uniti con questa richiesta di indennizzo da Resolute Forest Products, una multinazionale che ha deciso di rispondere così alla richiesta degli ambientalisti di adottare politiche sostenibili di taglio della foresta in Canada.

La cifra è ovviamente simbolica perché l’associazione ambientalista non è in grado di pagarla. In sostanza il colosso del legname chiede la chiusura di una voce storica dell’ambientalismo. E lo fa utilizzando una norma ideata per combattere la mafia. Greenpeace è stata accusata presso la Corte distrettuale della Georgia del Sud di diffamazione e di violazione della Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, la legge Rico, una norma promulgata da Nixon nel 1970 per combattere il crimine organizzato.

La decisione della Resolute segna dunque una svolta dei rapporti tra mondo produttivo e ambientalismo che ha il segno dell’era Trump. Fino a oggi le aziende chiamate in causa per la loro azione inquinante avevano intavolato una trattativa con la controparte che nella maggior parte dei casi si era conclusa con un vantaggio reciproco: gli ambientalisti avevano incassato il miglioramento delle politiche, le aziende avevano ottenuto un ritorno di immagine e spesso un aumento di efficienza. Adesso si è arrivati al muro contro muro. Vale dunque la pena ricostruire le ragioni dello scontro.

Resolute Forest Products è la principale società canadese del settore del legno e della carta. Ha sede in Canada, a Montreal, e fornisce carta per la produzione di libri, riviste, giornali, cataloghi, volantini, elenchi telefonici. Per farlo, però – accusa Greenpeace – gestisce in maniera non sostenibile vaste aree della foresta boreale canadese, violando i diritti delle popolazioni indigene che la abitano da sempre, devastando l’habitat e mettendo in pericolo specie, come il caribù, già minacciate.

La società sotto accusa ribatte provando a capovolgere lo scenario. Greenpeace è accusata di frode perché “per anni ha indotto a donare milioni di dollari” per cause sbagliate. Resolute – afferma l’azienda nel suo ricorso legale – ha piantato un miliardo di alberi nelle aree boreali. Dunque non ha diminuito la capacità delle foreste di catturare anidride carbonica ma l’ha addirittura migliorata tagliando boschi e ripiantando alberi. Se le foreste boreali indietreggiano – continua Resolute – è colpa dell’urbanizzazione, delle centrali elettriche, delle strade, non delle motoseghe che tagliano gli alberi.

Finora questa tesi non ha ottenuto il sostegno della magistratura. Già nel 2013 Resolute aveva citato per diffamazione Greenpeace Canada davanti alla Corte superiore dell’Ontario chiedendo un indennizzo di 5 milioni di euro. La causa è ancora in corso, ma gli attacchi legali di Resolute hanno subito una battuta d’arresto il 9 marzo 2017, quando la Corte d’appello dell’Ontario ha definito “scandalose e vessatorie” le accuse di Resolute nei confronti di Greenpeace Canada. Resolute ha reagito rilanciando con un’accusa che mette sullo stesso piano Greenpeace e i clan mafiosi.

L’associazione ambientalista ha reagito parlando di Strategic Lawsuit Against Public Participation (cause strategiche contro la pubblica partecipazione): cause civili basate su accuse infondate che hanno come obiettivo l’intimidazione, il tentativo di soffocare le voci libere. E ricorda che la foresta boreale è la corona verde del pianeta: si estende per 16 milioni di chilometri quadrati – circa il doppio della foresta amazzonica – dall’Alaska alla Russia, passando per il Canada e la Scandinavia. Rappresenta oltre un quarto delle foreste rimaste sulla Terra e occupa più della metà del territorio canadese. Nonostante ciò, attualmente solo l’8 per cento della superficie forestale del Canada è protetto e molte aree sono minacciate.

Un rapporto appena reso noto dall’associazione ambientalista indica come importanti case editrici internazionali, tra cui Penguin Random House, HarperCollins, Simon & Schuster e Hachette acquistino carta da Resolute. Greenpeace invita queste case editrici internazionali a unirsi alla richiesta di tutelare la libertà di espressione e il diritto ad associarsi per la difesa di temi di interesse pubblico, come la conservazione delle foreste.

“Abbiamo sia le tecnologie che le risorse finanziarie per prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico: quello che non abbiamo è tempo da perdere”, commenta Jennifer Morgan, direttrice di Greenpeace International. “Bisogna agire subito e molte aziende hanno accolto le nostre richieste per arginare il global warming e l’inquinamento: da quelle della moda a quelle che producono olio di palma. Noi abbiamo 55 milioni di persone che ci danno online il loro supporto. Non credo che sia una buona politica sfidare il peso dell’opinione pubblica”.

http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/17/news/_difende_le_foreste_boreali_chiesti_200_milioni_a_greenpeace-165654182/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S1.8-T1

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Il colore della fatica, il fascino del ciclismo in bianco e nero


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Filastrocca del gregario
corridore proletario,
che ai campioni di mestiere
deve far da cameriere,
e sul piatto, senza gloria,
serve loro la vittoria.
Al traguardo, quando arriva,
non ha applausi, non evviva.
Col salario che si piglia
fa campare la famiglia
e da vecchio poi si acquista
un negozio da ciclista
o un baretto, anche più spesso,
con la macchina per l’espresso.

Gianni Rodari.

Un Giro d’Italia decisamente meno tecnologico di quello attuale ma forse più vero, dai sapori contadini.
Storie come quella di Alfredo Binda, talmente superiore agli altri da essere l’unico della storia a essere pagato per non partecipare al Giro in modo da lasciarne vivo l’interesse. E i gregari, cololro che faticano per una vittoria del proprio capitano. Veri valori della fatica e della semplicità.
Parole, immagini, leggende più o meno provate, come il vincitore di una tappa che al giornalista dichiara “sono contento di essere arrivato uno”. Altri tempi, quando il colore della fatica era il bianco e nero.
http://www.repubblica.it/sport/ciclismo/2017/05/14/news/presentazione_pezzo_giro_istituto_luce-165454966/

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L’Europa ha bisogno di una cura sociale


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Anni di crisi economica e di obbiettivo indebolimento del progetto europeo hanno alimentato divisioni politiche e sociali all’interno degli Stati dell’Unione e tra di essi. Insidie globali colpiscono le fondamenta identitarie dell’Unione e pongono interrogativi sul suo ruolo nel mondo.
L’Europa è stata sin dall’inizio un progetto di integrazione politica e, come tale, consapevole dell’importanza dei temi del progresso sociale. L’obiettivo del «miglioramento del livello di vita» caratterizzava la Dichiarazione del 9 maggio 1950. Così come non è di poco conto, anche se spesso è trascurato, l’acquis comunitario nel vasto ambito delle condizioni del lavoro, della non discriminazione, del diritto all’informazione, per non parlare di altre politiche settoriali. Nonostante massicce politiche europee di solidarietà finanziate dal fondo sociale o da quelli regionali (di cui a lungo l’Italia è stata la beneficiaria principale) l’Europa è percepita ancora come molto carente proprio su questo fronte. Più in generale gli Stati e i cittadini perdono certezze nei confronti della Ue, perché il tratto distintivo della fabbrica sociale europea, il welfare, ha raggiunto i suoi limiti. I cittadini si aspettano una Europa che protegga anche in ambito sociale, gli Stati non si fidano a devolvere risorse nazionali a livello europeo.
È difficile far partire una dinamica diversa. Le esperienze di questi decenni – tanto più dopo l’allargamento – hanno mostrato quanto sia complesso proseguire sulla via della convergenza dei sistemi sociali. Resta da vedere se la via della costruzione di una Unione sociale passa per la definizione di un Patto di convergenza più stringente ad esempio della Carta dei diritti sociali, per una più celere e mirata legislazione comunitaria, o per una più complessiva serie di politiche a diverso livello. Resta il fatto che è indispensabile provarci.
La politica sociale è anche politica economica. È fattore di competitività e di rilancio dell’economia europea in questa difficile fase. È una «infrastruttura» essenziale per il nostro futuro. È questa anche la base per una «alleanza» (detta in vecchi termini) tra capitale e lavoro a livello europeo, tra giovani precari e un ceto medio mediamente anziano. Su questa linea sembrano lavorare le istituzioni europee. E l’Italia può fare la sua parte. Dopo anni di apparente contrapposizione tra Sud e Nord Europa, si può aprire una fase nuova, dedicata agli Europei e alla questione sociale, più che alla contrapposizione (anche questa spesso più apparente che reale) su bilanci e risorse. Dobbiamo lavorare al welfare nell’era della digitalizzazione di quasi ogni tempo di vita. Ripensare il nostro modello di sviluppo senza rinunciare all’apertura delle nostre società. Riprendere lo sforzo per migliorare il mondo seguendo il cammino di chi, tra i nostri padri, ha visto nell’Europa una possibilità di crescita e di giustizia.

http://www.lastampa.it/2017/03/05/cultura/opinioni/editoriali/alleuropa-serve-una-cura-sociale-MYbd9WHtCmUJTaIMQbMozN/pagina.html

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40 anni fa l’assassinio di Giorgiana Masi –


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Quel 12 maggio di 40 anni fa Giorgiana Masi era in piazza per celebrare l’anniversario della vittoria nel referendum che, tre anni prima aveva sconfitto il tentativo di abrogare la legge sul divorzio in una manifestazione organizzata dal Partito Radicale per raccogliere le firme su otto referendum che, tra l’altro, intendevano cancellare alcune delle leggi emergenziali approvate in quegli “anni di piombo” e di “compromesso storico” per fronteggiare la violenza e il terrorismo. Proprio in nome di questa emergenza, l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga aveva emeanato per quel 12 maggio un divieto di manifestazione che i radicali intendevano sfidare con una manifestazione pacifica e nonviolenta. Ma presto iniziarono gli scontri che culminarono alle 19:55 quando, in piazza Gioacchino Belli, Giorgiana Masi fu colpita all’addome da una pallottola calibro 22. Nel film prodotto dal Partito Radicale e da Lotta Continua e fatto circolare qualche tempo dopo i fatti, si documenta l’uso delle pistole ad altezza d’uomo da parte degli agenti in borghese mescolati ai manifestanti durante la manifestazione
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/40-anni-fa-assassinio-di-Giorgiana-Masi-le-immagini-di-quel-12-maggio-9e0bcb71-f45b-4441-ac4c-07fd7104cbfb.html#foto-1

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Allarmismo gender, avviato procedimento disciplinare dall’Ordine degli psicologi contro Giancarlo Ricci


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Alcuni giorni fa, come riportato il 4 maggio 2017 dal quotidiano L’Avvenire, è stato avviato dall’Ordine degli psicologi della Lombardia un procedimento disciplinare nei confronti di Giancarlo Ricci laureato in filosofia e di professione psicoterapeuta, che in molti suoi scritti ha fatto ampio ricorso all’ormai tradizionale sfilza di luoghi comuni composta di “ideologia gender”, di “diritti senza responsabilità”, “euforia di libertà senza responsabilità”, di “vacillamenti antropologici”, di “rinascita dell’eugenetica nazista”. Ognuno di questi allarmi è ovviamente legato al riconoscimento delle famiglie omosessuali e dell’omogenitorialità. Giancarlo Ricci sostiene infatti che l’omofobia in Italia sia pressoché inesistente contrariamente a molte ricerche e a un vasto survey dell’Unione Europea che ci pone al contrario tra i Paesi più omofobi del continente.
Com’è possibile – sembra chiedersi lo psicoterapeuta – che tali idee si diffondano? Ma è ovvio: è “il trucco dei media e la potenza delle lobby” con i loro “giochi di prestigio”. Per giustificare e anzi, si direbbe, festeggiare l’italica arretratezza sociale e legislativa su questi temi, Giancarlo Ricci si spinge fino a dividere l’Europa in “nordica” e “mediterranea”. La nordica sarebbe già in preda all’“ideologia gender”, mentre in quella mediterranea è giusto limitare l’accesso a certi diritti perché “la concezione stessa della sessualità dei legami sociali” è “storicamente differente”. Insomma, noi siamo mediterranei e qui ci sono i veri uomini e le vere donne, non c’è spazio per nient’altro e poco importa se le persone omosessuali, in Italia come nel resto del mondo, hanno gli stessi sogni, gli stessi desideri e cercano di fuggire dalle stesse sofferenze. Noi siamo mediterranei e dobbiamo accettarlo: se sei omosessuale è giusto che tu soffra, da noi si usa così.

Lascia sconcertati la lettura di certe parole da parte di una persona che dovrebbe fare del benessere dei propri pazienti un obiettivo imprescindibile, specialmente quando dice che le persone possono “cambiare ‘liberamente’ la propria identità sessuale”. Riducendo a macchietta la spesso dolorosa ricerca e accettazione del sé e del proprio benessere, egli mina le fondamenta di fiducia umana che sono necessarie per un corretto percorso psicoterapeutico.
Cercare però di capire le ragioni filosofiche di Giancarlo Ricci potrà aiutare a comprendere i suoi assunti. Egli sostiene che la funzione della famiglia è riproduttiva non solo in senso biologico ma soprattutto in senso culturale. Sostiene che solo con un papà e una mamma che procreano, per così dire, per conto proprio sia possibile che il figlio (sempre al maschile nei suoi scritti, stranamente) abbia delle radici e garantisca “la trasmissione della civiltà”. Al contrario un bambino avuto per vie, diciamo così, non biologicamente spontanee sarebbe “sprovvisto della storia della propria origine, del mito delle proprie radici perché queste sono oscure, ingarbugliate in una dissipazione simbolica in cui posti, funzioni e statuti sono stati confusi.” Insomma un guazzabuglio teorico-filosofico che non solo ignora la questione sostanziale (cioè: “il crescere in una famiglia omogenitoriale compromette automaticamente il benessere dei figli?”), ma ignora deliberatamente che sono oltre 30 anni che la scienza ha risposto a questa domanda con un sonoro e tondo “no! L’orientamento sessuale dei genitori non compromette il benessere dei figli.” È un “no” documentato da una montagna di studi e ricerche empiriche ben selezionate dalla University of Columbia, la quale elenca 75 contributi scientifici che lo dimostrano “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ma si sa che taluni filosofi (anche quando fanno gli psicoterapeuti) hanno poca considerazione per i dati e per la scienza e a volte perdono gli ormeggi del mondo reale e cominciano a vagare nell’etere delle speculazioni astratte.
Anche in questo caso però c’è da rimanere sconcertati, perché il Ricci sostiene posizioni e idee che lo stesso Lacan (al cui pensiero dichiara di rifarsi) ha smantellato. Lacan, in uno dei suoi contributi più importanti, ha infatti superato il concetto del ruolo genitoriale fondato sulla biologia o sulla parentela di sangue formulando il concetto di “funzione paterna” e “funziona materna”. Queste funzioni sono interiorizzate e indipendenti dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale, dalla consanguineità, dalla parentela, dalla biologia e da ogni altro aspetto. Sono funzioni dettate dalla relazione e che un bambino o una bambina possono individuare in una grande varietà di soggetti. È proprio questa indipendenza simbolica e culturale dalla biologia che permette la crescita perché permette a figli e figlie di attingere i loro bisogni relazionali da fonti diverse nella loro costellazione affettiva. Se questo fosse possibile solo su base biologica oggi non saremmo altro che scimmie nude.

Lo psichiatra Marco Lazzarotto Muratori ha fatto una disamina dei vari scritti di Giancarlo Ricci e ha individuato, oltre all’aperta condanna all’omogenitorialità, anche dei passaggi in cui lo psicoterapeuta sostiene che parlare di “funzione genitoriale” sia frutto di una “visione gender”. In suo articolo, intitolato Tesi contro l’omogenitorialità, viene dichiarato in modo inequivocabile che è «il sesso dei genitori, e non la “funzione genitoriale”, ad essere cruciale, al contrario di quanto sostiene, ad esempio, Lacan quando parla di funzione paterna.»

Ci si chiede, e giustamente, se è giusto che il peso di tali affermazioni ricada su persone in situazioni di fragilità che vanno in cerca del benessere attraverso un percorso psicoterapeutico affidandosi a una professionalità che dovrebbe essere garantita dall’appartenenza all’Ordine degli psicologi. Si perda pure Giancarlo Ricci in tutte le sue astrazioni immateriali e infondate, non lo faccia però da psicoterapeuta ma da libero praticante di filosofia.
http://www.gaynews.it/notizie/primo-piano/item/555-ordine-degli-psicologi-avvia-un-procedimento-disciplinare-contro-psicoterapeuta-giancarlo-ricci.html

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ACCOGLIENZA E RICONOSCENZA


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l surreale dibattito di queste ore, scaturito dalle infelici dichiarazioni di Debora Serracchiani, mi ha fatto tornare alla mente la missione italiana in Somalia che si è svolta dal 1992 al 1994, ed in particolare i fatti accaduti nel campo di Johar, documentati da uno storico servizio di Panorama che mostrava alcuni dei nostri “gloriosi” militari della Folgore impegnati a torturare un uomo con scariche elettriche sui testicoli e a stuprare una giovane donna, Dahira Salad Osman, inserendo nella sua vagina un ordigno militare. Certamente si trattò di un “caso limite”, da non mettere assolutamente in relazione con ammirevole lavoro svolto dalle nostre forze armate nelle zone di guerra, ieri come oggi. Ma numeri alla mano, a fronte di migliaia di stupri che avvengono sul territorio nazionale ad opera di cittadini italiani (in molti casi parenti stretti delle vittime) è un “caso limite” anche quello della diciassettenne di Trieste, rapinata picchiata e stuprata da un richiedente asilo iracheno di ventisei anni, fatto di cronaca che ha ispirato la reazione istintiva della presidente del Friuli Venezia Giulia.
Una domanda non banale che tutti dovremmo porci di fronte alle quotidiane immagini dei barconi di disperati che arrivano sulle nostre coste o affondano nella gigantesca fossa comune che è diventato il Mar Mediterraneo, è quanto il sentimento di riconoscenza che prova un migrante verso il paese che lo ospita possa essere più forte del rancore che prova quello stesso migrante quando è costretto a partire per responsabilità più o meno gravi di chi lo ospiterà. Perché quando si parla e si straparla di migrazioni, che esse avvengano a causa di guerre o per motivi economici, non si può non guardare alle ragioni che spingono queste maree umane a spostarsi. Con un po’ di attenzione, non è difficile accorgersi che l’accoglienza non è una concessione o un atto di misericordia e non è neanche un dovere imposto dall’alto. È solo un piccolo e insufficiente risarcimento.

http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/accoglienza-e-riconoscenza/

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LE ARGOMENTAZIONI IMPRECISE HANNO EFFETTI MOLTO CONCRETI


Debora Serracchiani è tornata ieri sulla polemica che l’ha coinvolta con un nuovo post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Quanta importanza data a dei banali post facebook, si dirà. Per quanto mi riguarda, l’importanza di questa vicenda risiede nel suo rappresentare un ottimo caso studio che illustra una tendenza molto più generale, come scrivevo ieri qui, che vede il discorso pubblico impoverirsi sempre di più perché privo di un qualche pur minimo radicamento in forme strutturate di pensiero critico.
Nel nuovo post di Serracchiani, dopo una sostanziale confutazione di quanto affermato precedentemente – “i razzisti pensano che una violenza fatta da uno straniero sia peggiore di quella fatta da un italiano, per me la violenza è sempre e comunque da condannare, senza colore e senza graduatorie” – si confermano con nuove argomentazioni molte di quelle presentate in precedenza, argomentazioni dagli effetti distorsivi molto concreti.
La metafora familiare (e la scomparsa della società)
“Un richiedente asilo chiede un atto di solidarietà e la comunità che lo accoglie instaura con lui un rapporto di fiducia. Solidarietà e fiducia tengono insieme le famiglie. Per questo una violenza su un minore è odiosa, ma se viene compiuta in famiglia è ancora più odiosa. A renderla tale è il fatto che a commetterla è stata una persona “di fiducia”, scrive Serrachiani.
Attenzione, perché se si usano metafore abusate e totalmente infondate scientificamente che ricorrono alla “famiglia” e anche alla “comunità” per discutere fenomeni che riguardano viceversa la “società” – oggetto che é sostanzialmente scomparso dal discorso pubblico – parte dell’opinione pubblica ne trarrà implicazioni assolutamente fallaci che si basano sul travisamento delle situazioni concrete di cui si discute. Nel post si arriva a paragonare il rapporto che sussiste fra membri di uno stesso nucleo familiare a quello che sussiste fra un soggetto richiedente asilo e la società locale nella quale é arrivato. La confusione generata da questa similitudine é tale da spingere alcuni partecipanti al thread a dire che “Serracchiani ha ragione, anche a me farebbe più male se a rubarmi in casa fosse mio figlio o una persona conosciuta” con un ribaltamento clamoroso della situazione concreta di cui si discute che, viceversa, si é prodotta viceversa fra due persone sconosciute che non avevano rapporti di fiducia. Per chi scrive, il giudizio etico fra le due situazioni non cambia in alcuna misura, purtroppo é stata Serracchiani, con il suo “moralmente più odioso”, ad alimentare una serie di immagini e paragoni ingannevoli che confondono famiglia, comunità e società anche attraverso un registro emotivo – riconoscenza, tradimenti della fiducia, sdegno – che fa sostanzialmente dimenticare la logica dei diritti e delle responsabilità che é quella propria allo stato di diritto.
A tal proposito e scanso di equivoci é importante ricordare che il diritto di asilo é per l’appunto un diritto sancito dalle convenzioni internazionali e riconosciuto dalla nostra costituzione. Un diritto che, potenzialmente, potrebbe riguardare e in passato ha riguardato membri di società che oggi si trovano in posizione di accoglienza: quindi si può sicuramente parlare di riconoscenza e di solidarietà – e sono certo che molti profughi provano riconoscenza, come moltissimi europei provano sentimenti di solidarietà nei loro confronti – ma quando si parla alla scala della società é importante sottolineare che a quella scala ragioniamo in termini di diritti e responsabilità (agli italiani esclusi dal pagamento del ticket sanitario non chiediamo riconoscenza nei confronti dei contribuenti che rendono possibile il loro accesso alle cure sanitarie, ma parliamo di un diritto garantito costituzionalmente come per l’appunto il riconoscimento del diritto d’asilo).

La responsabilità in solido dei migranti (e la rappresentazione di comunità immaginarie)
“Oltre alla vittima, della quale ci si dimentica sempre quando scoppiano polemiche ideologiche e pretestuose, vengono infatti traditi gli altri richiedenti asilo e tutti quelli che si battono per l’accoglienza dei migranti“, scrive Serracchiani.
Attenzione, perché se si persevera nell’affermare che il richiedente asilo avrebbe un’ulteriore colpa morale anche nei confronti degli altri profughi, della società che lo ha accolto e addirittura nei confronti di chi si batte per l’accoglienza si stanno suggerendo diverse cose fallaci. Prima di tutto si sta facendo pensare che, per qualche ragione misteriosa, la condizione di profugo dovrebbe essere portatrice di un qualche inimmaginabile miglioramento morale di chi ne é coinvolto tale da rendere legittima la nostra irrealistica aspettativa che fra i profughi, diversamente che dal resto dell’umanità, debbano e possano non esserci dei criminali. Inoltre, fa anche pensare che esista un gruppo sociale omogeneo – ” il gruppo sociale dei profughi” – che viceversa non esiste considerato che stiamo parlando di insiemi spesso molto disorganizzati di individui che appartengono a una congerie di nazionalità e condizioni sociali diverse e che si trovano spesso in una condizione di forte isolamento. E si sta così implicando che fra i membri di questo immaginario gruppo sociale e il gruppo nella sua collettività e fra questo e la società di arrivo esista una sorta di “responsabilità in solido” in relazione a quanto commesso da ciascun individuo che é parte di quel gruppo. E infatti, sempre nel thread si moltiplicano i commenti che sottolineano come sia utile la presa di posizione della Presidente del Friuli perché “questi mettono in cattiva luce gli altri migranti” come in altre occasioni si é sottolineato che “i migranti però dovrebbero controllare le mele marce“, affermazioni che di nuovo travisano la situazione reale: ovvero che siffatto gruppo non esiste e che l’atto di cui si parla ha una razionalità individuale, che é peraltro quella riconosciuta in uno stato di di diritto.
Inoltre, ultimo aspetto che esula dal discorso: attenzione a parlare di “vittime dimenticate quando si alimentano polemiche pretestuose” perché il post di cui stiamo parlando e le dichiarazioni precedenti potrebbero essere accusati esattamente di aver fatto esattamente quanto denuncia. Talvolta il silenzio, associato a l’impegno a che le istituzioni facciano quanto devono fare, é per una figura pubblica davvero la forma di più grande rispetto.

Il buon senso e le allusioni alle verità scomode
“Al di là del caso specifico, in cui le responsabilità saranno accertate dalle autorità, io ho sentito il dovere di dire una cosa che credo di buon senso, anche se scomoda”, scrive Serracchiani.
Attenzione, perché usando l’aggettivo “scomodo” per qualificare la sua presa di posizione, si sta alludendo al fatto che vi siano dei non detti, delle omissioni, una vasta area grigia di cose di cui non si parla in relazione alla questione dei profughi e che lei invece, in virtù del suo coraggio politico, ha reso visibili. Mi dispiace rilevarlo, ma qui l’identità con il discorso della destra e ultimamente anche con quello M5S rischia di diventare assoluta e l’effetto concreto é quello di suffragare fra le persone l’idea che le prese di posizione in qualche misura “negative” nei confronti della condizione dei profughi siano atti di trasparenza, svelamenti di oggetti occulti. E, non a caso, sulla sua pagina si sono moltiplicati i commenti di chi dice che “finalmente si dice una cosa che pensa il 95% degli italiani” diversamente da quanto sostengono “pochi fighetti, radical-chic e perbenisti” secondo un’attitudine che onestamente non vedo perché non possa essere riprodotta in egual maniera a commento di un post di Salvini, Meloni o Di Maio. Da questo punto di vista, appare lecito interrogarsi riguardo la reale sussistenza di differenze in discorsi che generano lo stesso tipo di reazioni.

Le cose evidenti alla stragrande maggioranza dei cittadini (ovvero della followship, non della leadership)
“E credo di aver detto una cosa evidente alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Non rendersene conto significa fare il gioco di quelli che razzisti lo sono veramente”, scrive Serracchiani.
L’implicazione ormai neanche molto sottaciuta di questo argomento che conosciamo bene é la seguente: la stragrande maggioranza dei cittadini é sostanzialmente contro il riconoscimento del diritto d’asilo ed é attraversata da pulsioni razziste, quindi dovete solo ringraziare che vi siano leader politici come me che non sono contro l’accoglienza e che, opportunamente, ogni tanto dicono cose che hanno l’obiettivo di ammansire tale stragrande maggioranza dei nostri concittadini sottraendoli al discorso dei politici razzisti. Ovviamente, purtroppo, non vi sono evidenze che tale “strategia” sottragga effettivamente spazio al discorso dell’estrema destra – per rimanere all’aneddotico, uno spiacevole poster di Fronte Nazionale che circola in rete sembrerebbe smentire tale ipotesi – e soprattuto non darei per scontato che tali affermazioni corrispondano al sentire, e magari si potrebbe anche aiutare a ragionare e non solo a sentire talvolta, dell’opinione pubblica. Quello di cui forse possiamo essere più certi é che voler contrastare l’anti-politica usando l’espressione “poltrone” per indicare le cariche elettive, voler contrastare l’infedeltà fiscale usando l’espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani” in relazione a un ipotetico aumento della pressione fiscale oppure voler contrastare il rifiuto nei confronti del diritto di asilo discutendo di un singolo reato commesso da un singolo richiedente asilo in termini di “tradimenti” della nostra solidarietà e della nostra fiducia e di “verità scomode” sia quantomeno controintuitivo. Forse si potrebbero scegliere strade più dirette e leggibili di perseguire questo come altri nobili obiettivi.

Fare le pulci a quanto dicono i leader politici: una forma di rigore democratico
A conclusione di questa vicenda dovremmo chiederci: le affermazioni di Serracchiani hanno permesso gli italiani di elevare la propria consapevolezza rispetto alle rilevanti questioni pubbliche dell’accoglienza dei richiedenti asilo oppure della violenza sessuale? La risposta é inequivocabilmente no. Ma voi potreste aggiungere che i politici non sono maestri né professori e che il loro obiettivo non é formare ma convincere. Cosa senza dubbio sempre più vera, talmente vera che in effetti é oggi difficile capire quali sia il rapporto fra la realtà delle cose e ciò di cui molti leader politici vogliono convincerci.
Quando parlo di tramonto del pensiero critico nell’articolazione del discorso politico intendo questo. E sono anche convinto che “fare le pulci” a quanto i politici dicono sia una forma di rigore democratico di cui abbiamo sempre più bisogno.
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http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/le-argomentazioni-imprecise-hanno-effetti-molto-concreti/

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Assassinata Miriam Rodriguez, la “madre” attivista per gli scomparsi


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L’esecuzione mercoledì sera, nel giorno dedicato alla festa della mamma. La donna è stata crivellata nella sua abitazione di San Ferdinando, nel Tamaulipas. Nel 2012 sua figlia fu rapita: i resti ritrovati in una fossa due anni dopo. Da allora coordinava le famiglie che denunciano la sparizione dei loro cari. Minacciata di morte dai cartelli della droga, lo Stato non è riuscito a proteggerla.
La sua associazione era stata di aiuto nel 2014 per le famiglie dei 43 studenti scomparsi nello stato di Guerrero e attualmente in Messico sono almeno 13 gli organismi dediti alla ricerca dei desaparecidos causati dal narcotraffico.
Un impegno e un esempio pericolosi e imperdonabili, agli occhi di chi nel Tamaulipas detta legge, come i Los Zetas, in un territorio che in larga parte sfugge al controllo della polizia e dell’esercito. Ma la casa di Miriam Rodriguez, più volte minacciata di morte, non poteva e non doveva essere considerata parte di quel Messico dove lo Stato si è arreso. Avamposto della società civile del Tamaulipas, avrebbe dovuto essere difeso con i denti. Invece gli assassini hanno potuto agire senza doversi misurare con il minimo imprevisto.

http://www.repubblica.it/esteri/2017/05/12/news/messico_uccisa_miriam_rodriguez_attivista_per_gli_scomparsi-165258769/?rss

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Le mani di Messina Denaro sull’eolico


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Il Ros mette i sigilli a quattro aziende che valgono sette milioni di euro. Sono di un imprenditore ritenuto vicino al superlatitante
E’ una mafia 2.0 quella che emerge dalla ultime indagini antimafia condotte in provincia di Trapani. Nei giorni scorsi, l’ultimo blitz. Una mafia degli affari, delle complicità. All’ombra del capomafia, che avrà pure rinunciato al governo del territorio (come dicono i magistrati), per gestire in maniera più tranquilla una latitanza difficile, ma continua ad alimentare la rete degli appalti aggiustati. Lo diceva anche il capo dei capi, Salvatore Riina, intercettato qualche tempo fa nel carcere milanese di Opera, adirandosi non poco. “A me dispiace dirlo, questo signor Messina, questo che fa il latitante che fa questi pali eolici, i pali della luce, se la potrebbe mettere nel c. la luce ci farebbe più figura se la mettesse nel c. la luce e se lo illuminasse…”. Davvero una delusione per Riina, che cercava invece un prosecutore della sua strategia stragista: “Ora se ci fosse suo padre buonanima, perché suo padre un bravo cristiano u zu Ciccio era di Castelvetrano… capo mandamento di Castelvetrano… a lui gli ho dato la possibilità di muoversi libero.. era un cristiano perfetto… questo figlio lo ha dato a me per farne quello che dovevo fare, è stato qualche 4 o 5 anni con me, impara bene, minchia tutto in una volta si è messo a fare luce in tutti i posti”. C’è già il ritratto attuale di Matteo Messina Denaro nelle parole rubate a Riina. Mafioso di tanti affari, “Io penso che se ne sia andato all’estero”, di sicuro ha molte relazioni inconfessabili.

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Il lavoro delle mamme vale tremila euro al mese


Quali sono quindi le professioni e le paghe orarie tenute in considerazione? Si parte dal ruolo di autista privato, richiesto per accompagnare a tutte le ore i propri bambini a scuola, in piscina o dagli amici: la retribuzione oraria media per questa professione è pari a 13 euro l’ora. La mamma è anche uno chef a domicilio, professione sempre più in voga e che guadagna mediamente 30 euro l’ora. Lavanderia, stireria e pulizie sono le mansioni che in media portano via più tempo dato che per svolgere questi lavori si impiegano almeno 18 ore a settimana.
E quante volte la mamma diventa anche una personal shopper? La consulente per gli acquisti ha una paga oraria pari a 50 euro: questo significa che una madre, in un mese, ne guadagnerebbe almeno 150, considerando che la sua consulenza non verte solo su scarpe e vestiti, ma anche su libri, cancelleria, articoli sportivi e giocattoli. Ultimo ma forse il più importante, il ruolo di life coach: ogni genitore è un life coach reperibile e contattabile 24 ore al giorno, pronto ad insegnare a gestire la propria vita, il proprio tempo e i propri affetti. La mamma è la prima life coach che incontriamo nel nostro percorso di vita e se volesse lucrare solo su questo potrebbe guadagnare 8.810 euro al mese, cifra che non è stata inserita nel computo.mammi

http://www.lastampa.it/2017/05/11/societa/mamme/attualita/il-lavoro-della-mamma-vale-tremila-euro-al-mese-tFqGL1DUbC9dC7vN3woeHL/pagina.html

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Salute: le cause di morte degli italiani negli ultimi dieci anni


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Per la prima volta l’Istat presenta la serie storica completa dei dati di mortalità per causa, riferiti al periodo 2003-2014. Dieci anni in cui cuore e cancro continuano a restare i due grandi big killer, seguiti dalle malattie cerebrovascolari.
Nello specifico, sia nel 2003 che nel 2014 le prime tre cause di morte in Italia sono le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore (rappresentative del 29,5% di tutti i decessi), anche se i tassi di mortalità per queste cause si sono ridotti in 11 anni di oltre il 35%.
Nel 2014 al quarto posto nella graduatoria delle principali cause di morte figurano i tumori della trachea, dei bronchi e dei polmoni (33.386 decessi).
Demenza e Alzheimer risultano in crescita; con i 26.600 decessi rappresentano la sesta causa di morte nel 2014.Tra i tumori specifici di genere, quelli della prostata sono la decima causa di morte tra gli uomini (7.174 decessi), mentre quelli del seno sono la sesta causa tra le donne (12.201 decessi) e la più frequente di natura oncologica. Tra le cause di morte in aumento, la prima è la setticemia (1,3% del totale dei decessi). Nel 2014 i decessi si sono triplicati rispetto al 2003 soprattutto per effetto della maggiore presenza nella popolazione di anziani che hanno più di una malattia cronica.
Infine, se consideriamo la “geografia”, il report mostra che si riducono i differenziali territoriali della mortalità per malattie cerebrovascolari, altre malattie del cuore, tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni e per malattie croniche delle basse vie respiratorie. Permangono, invece, le differenze nei livelli di mortalità tra Nord e Sud per cardiopatie ischemiche, malattie ipertensive e diabete mellito; aumentano per i tumori della prostata.

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/05/11/salute-le-cause-morte-degli-italiani-negli-ultimi-dieci-anni/

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10 maggio 1914 – Viene celebrata per la prima volta la festa della mamma


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La festa della mamma è una ricorrenza civile in alcuni paesi del mondo, celebrata in onore della figura di madre, della maternità e dell’influenza sociale delle madri.

Non esiste un unico giorno dell’anno in grado di accomunare tutti gli stati in cui l’evento è festeggiato. In gran parte dei paesi l’evento è festeggiato nel mese di marzo. A San Marino, si festeggia sempre il 15 marzo. In Italia, Svizzera, Slovacchia, Croazia, Stati Uniti, Malta ed in Giappone si festeggia la seconda domenica di maggio, in Polonia 26 maggio, in Slovenia invece l’evento è festeggiato il 25 marzo e in Albania l’8 marzo.
Storia

Ci sono diverse antiche celebrazioni che in qualche maniera possono essere paragonate alla festa della mamma, ma non sono correlate alla celebrazione moderna.
In Italia

In Italia, la prima Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo fu celebrata il 24 dicembre 1933, nel quadro della politica della famiglia del governo fascista. Nell’occasione vennero premiate le madri più prolifiche d’Italia. La data era stata scelta in connessione con il Natale.

In maggio, la festa della mamma è nata a metà degli anni cinquanta in due diverse occasioni, una legata a motivi di promozione commerciale e l’altra invece a motivi religiosi.

La prima risale al 1956, quando Raul Zaccari, senatore e sindaco di Bordighera, in collaborazione con Giacomo Pallanca, presidente dell’Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia, prese l’iniziativa di celebrare la festa della mamma a Bordighera, la seconda domenica di maggio del 1956, al Teatro Zeni; successivamente la festa si svolse al Palazzo del Parco.

La seconda risale all’anno successivo e ne fu protagonista don Otello Migliosi parroco di Tordibetto di Assisi, in Umbria, il 12 maggio 1957. L’idea di Don Migliosi fu quella di celebrare la mamma non già nella sua veste sociale o biologica ma nel suo forte valore religioso, cristiano anzitutto ma anche interconfessionale, come terreno di incontro e di dialogo tra loro le varie culture: il suo tentativo è stato ricordato, in due contributi, anche dal quotidiano vaticano[2]. Da allora, ogni anno, la parrocchia di Tordibetto celebra ufficialmente la Festa con importanti manifestazioni a carattere religioso e culturale.

Il 18 dicembre 1958 Raul Zaccari – insieme ai senatori Bellisario, Baldini, Restagno, Piasenti, Benedetti e Zannini – presentò al Senato della Repubblica un disegno di legge tendente ad ottenere l’istituzione della festa della mamma[3]. L’iniziativa suscitò un dibattito in Senato, che si prolungò anche nell’anno successivo: alcuni senatori ritenevanoinopportuno che sentimenti così intimi siano oggetto di norma di legge e temevano che la celebrazione della festa potesse risolversi in una fiera di vanità[4].

La festa comunque prese ugualmente campo in tutta Italia, celebrata da sempre la seconda domenica di maggio [5]. In questa occasione, i bambini offrono regali alle loro madri, come disegni o altri lavoretti che hanno realizzato a scuola.
In altri paesi

Negli Stati Uniti nel maggio 1870, Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista, propose di fatto l’istituzione del Mother’s Day for Peace (Giornata della madre per la pace), come momento di riflessione contro la guerra, ma l’iniziativa non ebbe successo.

Anna Jarvis celebrò la festa moderna Mother’s Day (Giornata della madre) per la prima volta nel 1908, sotto forma di un memoriale in onore di sua madre, un’attivista a favore della pace. La celebrazione di Jarvis si diffuse e divenne molto popolare, tanto che fu ufficializzata dal presidente Woodrow Wilson nel 1914, quando il Congresso deliberò di festeggiarla la seconda domenica di maggio, come espressione pubblica di amore e gratitudine per le madri. Con l’andare del tempo questa festività si è evoluta in una festa commerciale, il cui volume di affari è superato solo dalle festività natalizie.

La festa venne introdotta nel 1917 in Svizzera, nel 1918 in Finlandia, nel 1919 in Norvegia e in Svezia, nel 1923 in Germania e nel 1924 in Austria. Successivamente molti altri paesi introdussero anch’essi la ricorrenza.
Festa della mamma nel mondo

http://www.vbtv.it/2016/05/10/10-maggio-1914-viene-celebrata-la-volta-la-festa-della-mamma/