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La Resistenza: quei venti mesi che cambiarono l’Italia


Dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino alla liberazione, il 25 aprile 1945: giovani renitenti alla leva, antifascisti, militari, molte donne, combatterono fianco al fianco. In città e in montagna. Con il sostegno di molti. Per un evento storico che ha portato alla nascita della Repubblica italiana

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La Resistenza italiana, nel panorama dei movimenti europei di opposizione al nazifascismo, viene ad avere una caratteristica di prevalente sollevazione popolare e coinvolge direttamente i cittadini. E quella che sarà l’eredità della lotta di Liberazione, cioè la nascita della Repubblica e il varo della Costituzione, si ritroverà  su valori condivisi dalle diverse forze politiche che ritrovavano nell’Assemblea Costituente  la stessa rappresentanza che avevano già sperimentato nel Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale.
I partiti e i movimenti antifascisti, forzatamente in clandestinità nell’Italia occupata dal Reich, iniziano ad organizzarsi dal 9 settembre del 1943, subito dopo l’annuncio dell’armistizio, dando vita appunto a un Cln composto da comunisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali, demolaburisti.

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Coinvolse un numero difficilmente stimabile di persone, soprattutto giovani: se nell’aprile 1945 si arrivarono a contare 130mila combattenti o patrioti (saliti fino a 250-300 mila nelle giornate insurrezionali), era molto più contenuto il numero dei componenti delle prime bande, subito dopo l’armistizio con gli angloamericani dell’8 settembre 1943; e in quei 20 mesi gli allora “banditi”, come li chiamavano la Repubblica Sociale Italiana e la forza di occupazione nazista, diventarono via via “partigiani” e Volontari per la Libertà.

Non un esercito regolare, benché strutturato in divisioni e comandi, ma una realtà combattente in cui era fondamentale il rapporto con il territorio, che fossero le montagne o le strade e le fabbriche delle città, dove si muovevano i Gap, i Gruppi di Azione Patriottica, e le Sap, Squadre di Azione Patriottica. Perché solo con l’appoggio della popolazione civile, i resistenti potevano muoversi, nascondersi e trovare supporto nelle regioni occupate dai nazifascisti.

 

http://www.repubblica.it/speciali/cultura/partigiani-vite-di-resistenza-e-liberta/2017/02/27/news/venti_mesi_resistenza_liberazione_partigiani-158927568/

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Un popolo di non identificati


Si chiamano cadaveri “non identificati”. Sono divisi per regione, ma appartengono tutti al lungo rapporto stilato dal Ministero dell’Interno. E ci restituiscono una fotografia inquietante e drammatica del Paese e delle sue solitudini.

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Dal 1974, anno in cui si è iniziato a catalogare i corpi, a oggi il rapporto si è allungato giorno dopo giorno, aggiungendo tanti ragazzi di cui nessuno reclama la salma.

Nel rapporto sono tanti i giovani che si sono tolti la vita, la maggior parte impiccandosi o gettandosi sotto un treno in corsa. Hanno tra i 20 ed i 35 anni. Difficile comprendere, soprattutto per l’età, perché né parenti né amici si siano rivolti alle forze dell’ordine per far presente la loro assenza. Ed è anche questo uno dei motivi che ha spinto il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense ( Labanof ) di Milano ad aprire una pagina web. Decine di volti appaiono l’uno accanto all’altro come macabre foto segnaletiche.

Questi corpi hanno amato, vissuto, calpestato il suolo con le loro storie. Sono stati baciati, abbracciati, stuprati dagli stessi assassini che poi hanno deciso di privare loro di un’identità, magari gettando i documenti. Alcuni si sono consumati le vene con l’eroina, altri hanno deciso di darsi alle fiamme nella speranza di vagare nel tempo senza un nome o un’incisione sulla lapide che decretasse il loro passaggio nel mondo dei vivi.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/09/25/news/quante-storie-in-quei-corpi-senza-nome-1.310709

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Dimenticare? Si diventa più intelligenti.


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La tecnologia come memoria esterna

Un nuovo studio, dell’Università di Toronto, sottolinea l’importanza di dimenticare. Processo cruciale del cervello che ci rende più intelligenti e più felici. Permette di acquisire nuove informazioni, prendere decisioni giuste. Non è solo normale, è necessario. Si credeva che se il cervello, attraverso l’ippocampo, spendesse tanta energia per generare nuove cellule, fosse per aiutarci a ricordare. Ma è il contrario. Quelle cellule regalano al cervello una memoria aggiornata, sbarazzandosi del non più necessario. Se ricordassimo tutto non potremmo vivere. Non siamo noi a dover diventare limitless. Ma anzi sfruttare la tecnologia come memoria esterna per permettere al cervello d’imparare cose nuove, essere creativo e adattabile. Dimenticare per vivere il momento. Dimenticare per vivere

http://www.corriere.it/moda/news/18_aprile_20/dimenticare-si-diventa-piu-intelligenti-e2b71e7e-44b8-11e8-af14-a4fb6fce65d2.shtml

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In memoria della rondine nel giorno della terra salviamo i nostri ricordi


Le rondini sono diminuite del quaranta per cento in Europa negli ultimi 10 anni, a causa dell’inquinamento, dei pesticidi e della difficoltà di trovare spazi in cui sostare, privandoci così di un fondamentale attore nella gestione degli equilibri della biodiversità.

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La rondine non è il lupo. Non è l’orso. Non fa paura. Non ha implicazioni turistiche e economiche, non scatena dibattiti pubblici, non smuove paure ataviche. La rondine è simbolo di leggerezza e gioia. Ci ricorda, con la natura è fatta di ritmi, di tempi, anche di migrazioni e di fedeltà. La rondine, nei secoli, si sono adattate a noi, ai nostri abitati e alle nostre costruzioni. Le rondini, con il loro prender casa tra le nostre case, ci hanno portato a osservare scorci nuovi e inusuali delle città, ad accorgerci di non essere – comunque – gli unici occupanti di quelli spazi. «Vorrei girare il cielo come le rondini e ogni tanto fermarmi qua e là; aver il nido sotto i tetti al fresco dei portici e come loro quando è la sera chiudere gli occhi con semplicità». Cantava così Lucio Dalla. Un inno alla libertà e alla semplicità. Abbattere quel nido invece è un inno alla superficialità e alla irresponsabilità. Alla prepotenza. Metafora di una società non più in grado di badare a se stessa. Incapace di darsi una regolata. Un gesto di chi crede di non aver nulla da perdere. Forse perché ha già perso tutto.

 

http://www.lastampa.it/2018/04/22/societa/in-memoria-della-rondine-nel-giorno-della-terra-salviamo-i-nostri-ricordi-CfLZucNGqnaLUP4ZQxe1UP/pagina.html

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Cosa allunga di più la vita: il denaro o lo studio?


Questi risultati dovrebbero rendere gli investimenti nel campo dell’istruzione globale una priorità assoluta, in termini politici

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Davvero il denaro, come in passato ipotizzato, è un fattore predittivo di lunga vita? O invece l’istruzione? Un nuovo studio emette un verdetto, dopo decenni di teorie contrastanti.

Una  recente ricerca ha testato le due più popolari ipotesi sulle cause dell’allungamento dell’aspettativa di vita umana: una, avanzata nel 1975 dal demografo americano Samuel Preston, è quella, appunto, dell’aumento di ricchezza; la seconda, proposta nel 1985 dai colleghi australiani John e Pat Caldwell, chiama in causa invece il miglioramento globale dei livelli di istruzione. A conti fatti è l’aumentato livello di istruzione, ad averci regalato esistenze più lunghe.

Un’istruzione più completa è quindi un fattore predittivo migliore di un’esistenza più lunga: e questo, ipotizzano gli scienziati, perché una cultura più solida porta a scelte di vita più salutari (per esempio nell’alimentazione o nella prevenzione). La correlazione tra ricchezza e longevità – che pure esiste, anche se meno netta – è forse motivata dal fatto che una migliore cultura dà accesso anche a posizioni lavorative più alte e meglio retribuite, e quindi a maggiori possibilità di cure. Ma il denaro non sarebbe la causa ultima di una popolazione più longeva.

 

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https://www.focus.it/scienza/salute/qual-e-il-miglior-fattore-predittivo-di-una-lunga-vita

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Tecnologie spaziali applicate all’agricoltura.


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Le tecnologie spaziali possono fare la differenza nel modo in cui coltiviamo la terra e alleviamo il bestiame. Le immagini satellitari possono dirci quando irrigare i campi, consentendo il risparmio di un terzo dell’acqua normalmente utilizzata. Allo stesso tempo, possono segnalare i movimenti e lo stato di salute del bestiame, permettendo di intervenire tempestivamente sulla diffusione delle malattie negli allevamenti. Si tratta di un balzo in avanti dell’agricoltura di precisione: non solo più droni e tecnologie di base, ma osservazione della terra e immagini dallo spazio.

Nei campi si potranno controllare quasi tutte le condizioni ambientali (umidità dei suoli, qualità dell’humus, stato di salute delle piante) utilizzando semplicemente degli occhiali per la realtà aumentata: si tratta di una tecnologia già in via di sperimentazione.

Con l’aiuto dei dati satellitari, gli agricoltori possono ricevere suggerimenti su quali colture coltivare e in quali momenti. È possibile far fronte agli imprevisti climatici e calcolare i rendimenti attesi sulla base di previsioni meteorologiche a medio-lungo termine.

I satelliti di osservazione della terra possono intervenire mostrando dove è possibile prevenire l’eccesso di irrigazione e così risparmiare dal 18% al 30% del rifornimento idrico dell’azienda agricola. Altre applicazioni permettono di monitorare e tracciare alcuni tra i principali segni vitali del bestiame come temperatura, livelli di attività, comportamento e cicli del sonno. Una sorta di smart watch per animali in grado di avvisare l’agricoltore in caso di problemi e, per esempio, prevenire la diffusione di malattie tra il bestiame e persino a ridurne il furto.

 

https://www.huffingtonpost.it/2018/04/19/dallo-spazio-alla-terra-come-i-satelliti-possono-aiutarci-a-coltivare-e-allevare-meglio_a_23415295/?utm_hp_ref=it-homepage

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La violenza sta uccidendo la scuola e i docenti sono sempre più in pericolo


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Dov’è allora la dignità umana che viene nelle classi giornalmente messa sotto i piedi da adolescenti che vanno a scuola con l’intento di compiere gesti eclatanti per una orrenda mania di protagonismo, di far capire che il mondo appartiene a loro, che vige la legge del più forte contro il più debole, che la scuola ha tutte le armi spuntate per potersi difendere e, quindi, quattro teppistelli possono agire incontrastati.

Basta, ora la misura è veramente colma! Gli insegnanti rappresentano la spina dorsale di una Nazione, rappresentano la linfa ed episodi così vergognosi sono pericolosamente tendenziosi perché cercano di gettare, da parte dell’opinione pubblica, ulteriore fango su di una istituzione che è considerata il futuro dell’Italia. Non sono più sufficienti gli appelli provenienti dalle Istituzioni e dai vertici del Potere perché è ormai giunto il momento che il docente venga protetto, sostenuto con i fatti nella sua azione di insegnamento e non essere oggetto di dileggio e angherie da parte degli alunni prepotenti che conoscono solo la legge del più forte!

 

https://www.tecnicadellascuola.it/la-violenza-sta-uccidendo-la-scuola-docenti-sempre-piu-pericolo

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70 anni dal 18 aprile 1948, l’Italia scelse l’Occidente


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Sono passati 70 anni dalle elezioni del 18 aprile del 1948. Erano le prime vere elezioni politiche italiane: dopo aver scritto insieme la Costituzione, i partiti si sfidavano per governare il Paese. La posta in gioco, in un clima dominato dalla guerra fredda, era la collocazione dell’Italia: o sotto l’ombrello degli Stati Uniti o nell’orbita dell’Urss di Stalin. Si scontravano due blocchi. Da una parte la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, dall’altra il Fronte Popolare costituito dal Pci di Palmiro Togliatti e dal Psi di Pietro Nenni.

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Gli italiani avevano fatto la loro scelta: non volevano finire nel campo sovietico e, per convinzione o per mancanza di alternative, affidavano le loro sorti al partito cattolico, centrista, moderato. Una grande responsabilità che la Dc si caricò sulle spalle per i successivi 40 anni, fino a esserne schiacciata.

Ma quando si ricorda quella campagna elettorale la domanda da porsi è una sola: che cosa sarebbe accaduto in Italia e in Europa se avesse vinto ‘Garibaldi’?

 

 

http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2018/04/17/70-anni-dal-18-aprile-1948-litalia-scelse-loccidente-_96b42f3c-0fb0-47d9-9376-cc0623cc52ae.html

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La via interrotta del disarmo avvicina la mezzanotte nucleare.


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Le speranze sollevate qualche anno fa da articoli e dichiarazioni di prestigiosi personaggi della politica internazionale su un mondo libero da ordigni nucleari sono state oscurate dalla difficoltà di finalizzare gli accordi sul nucleare dell’Iran e dall’inversione di tendenza sugli investimenti militari, in particolare nel nucleare, della recente Presidenza degli Stati Uniti. La minaccia di un terrorismo internazionale a sfondo nucleare si propone in modo sempre più preoccupante.

L’elemento forse più minaccioso è la ripresa dei nazionalismi, che sembravano superati con gli splendidi esempi della collaborazione scientifica internazionale, nel CERN, ESA, ESO, EMBL e la creazione della Comunità Europea, con i Trattati di Roma del 1957.

I nomi sono cambiati, si parla adesso di populismo, di sovranismo, di Brexit, ma la sostanza è la stessa: l’affermazione della supremazia degli interessi nazionali su quelli continentali e, nel caso degli USA, mondiali. È una significativa perdita di memoria, da parte della nostra Società, di quello che è stato il Novecento. Una strada in discesa che dalla crisi economica porta direttamente ai conflitti aperti, proprio quelli che il Manifesto Russell-Einstein chiedeva di incanalare nella via del dialogo.

Sono questi alcuni dei motivi che hanno portato il Bulletin of the Atomic Scientists ad una significativa riduzione del tempo che ci separa dalla mezzanotte nucleare, che è adesso di 2 ½ minuti alla mezzanotte, quando era 17 minuti nel 1991, alla fine della Guerra Fredda, e 6 minuti nel 2010, alla conclusione dello Strategic Arms Reduction Treaty tra USA e Russia.

 

https://www.huffingtonpost.it/accademia-dei-lincei/la-via-interrotta-del-disarmo-avvicina-la-mezzanotte-nucleare-ripartire-dallinsegnamento-di-edoardo-amaldi_a_23413071/?utm_hp_ref=it-homepage

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Scoperto per caso un enzima “mangia plastica”. Nuova arma contro l’inquinamento dei mari


Un team di scienziati inglesi e Usa ha modificato inavvertitamente una proteina. Da lì i nuovi risultati nella lotta per lo smaltimento dei rifiuti

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La fortuna gioca spesso un ruolo importante nella ricerca scientifica. I ricercatori stavano analizzando la struttura molecolare dell’enzima in grado di digerire il polietilene tereftalato, la Pet usata per le bottiglie di plastica. Durante lo studio, però, l’hanno inavvertitamente modificata e così hanno scoperto che la nuova versione della proteina, ribattezzata «Ideonella sakaiensis 201-F6», era molto più efficiente nel «mangiare» la plastica di quella esistente in natura. Sebbene l’avanzamento sia modesto, questa inaspettata scoperta suggerisce che c’è ancora spazio per un ulteriore miglioramento di questi enzimi, per portare ancora più vicini a una soluzione di riciclaggio per la montagna in continua crescita di plasticascartata.

Ogni anno più di otto milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani di tutto il mondo, suscitando preoccupazioni per la tossicità del derivato del petrolio e il suo impatto sulla salute delle generazioni future e dell’ambiente. Quest’ultima scoperta potrebbe offrire una prima soluzione.

 

http://www.lastampa.it/2018/04/17/scienza/scoperto-per-caso-un-enzima-mangia-plastica-nuova-arma-contro-linquinamento-dei-mari-uxjOCMTcaeF52urJ2LLfYJ/pagina.html

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“La città senza Ebrei”,il film che anticipò di 20 anni l’Olocausto


 Fu girato in Austria nel 1924. Prefigurò quello che qualche anno dopo si sarebbe tragicamente verificato.

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A ispirare la pellicola fu il romanzo  satirico dello scrittore e giornalista ebreo austriaco Hugo Bettauer. Raccontava uno scenario distopico in cui per assecondare le pulsioni della massa convinta che gli Ebrei fossero la causa dei loro guai, un governatore si vide costretto a espellere tutti loro dalla città.Nel film, agli Ebrei della città è imposto di partire entro Natale. I più poveri partirono a piedi, scortati da soldati con le baionette, incamminandosi lentamente attraverso la neve, alcuni con le stampelle, altri con rotoli della Torah presi dalle sinagoghe. Altri ancora partirono in treno.

La pellicola fu scoperta per caso in un mercato delle pulci di Parigi nel 2015 e oggi è di nuovo visibile.

https://www.focus.it/cultura/storia/torna-alla-luce-il-film-che-anticipo-di-20-anni-lolocausto

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La differenza tra alleati e zerbini


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Le questioni internazionali hanno fatto un’irruzione – anche piuttosto violenta – nel teatrino delle consultazioni, dei veti, del chi-sta-con-chi. E ora c’è già un tema politico molto concreto e molto robusto con cui fare i conti: concedere o no agli Usa le basi di Aviano e Sigonella per andare a bombardare Assad?

Ma nessuno di quei governi era in carica «per il disbrigo degli affari correnti», e certo non si può definire «affare corrente» la partecipazione – seppur indiretta e solo logistica – a una guerra. Anche Gentiloni ne è ben cosciente.

Quindi i casi sono due: o quando verrà formalizzata la richiesta Usa ci sarà un governo con pieni poteri oppure il governo uscente chiederà al Parlamento di votare.

Siamo stati la Bulgaria della Nato per 70 anni e non siamo abituati neppure a ipotizzare che si possa stare in un’alleanza anche in altre meno servili posizioni.

Far parte della Nato – che è un patto difensivo – non vuol dire essere complici di ogni guerra dichiarata dagli Usa.

Questo, come principio, potrebbe essere un punto di partenza: capire la differenza tra alleati e zerbini.

Il Pd inizierebbe malissimo la sua proclamata opposizione parlamentare se conducesse la sua prima battaglia in aula per agevolare il bombardamento della Siria ordinato da Trump.

 

http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2018/04/12/la-differenza-tra-alleati-e-zerbini/

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Nuova legge forestale: un assalto ai boschi italiani.


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E’ stato approvato il decreto legislativo sulle filiere forestali. E’ stato approvato da un consiglio dei ministri targato Pd sonoramente bocciato alle scorse politiche, ma che, tuttavia, continua a macinare approvazioni ed impugnazioni ad un ritmo serrato con riunioni che si rincorrono una dietro l’altra, quasi a voler chiudere per forza di cose i conti, prima che il “giocattolo” del governo passi a qualcun altro. Le reazioni all’approvazione della legge, fortemente contestata dalle maggiori associazioni su suolo nazionale (Greenpeace, Wwf, Isde, Soa, ecc.) ed internazionale (perchè di perplessità ne ha destate anche in Europa) non sono bastate a frenarne il seguito lasciando la palla ai futuri governanti, no.

La politica ambientale dovrebbe promuovere la gestione forestale sostenibile su base rigorosamente scientifica, rivolta quindi non solo allo sviluppo socio-economico ma anche, e soprattutto, alla tutela dinamica degli ecosistemi forestali includendo, in territori vocati e selezionati, anche delle politiche di totale o parziale restituzione ai processi naturali senza l’intervento dell’uomo (strategia del rewilding). Disciplinare le attività legate alla filiera forestale senza affrontare i complessi temi della conservazione della natura e delle foreste, appare quindi potenzialmente foriero di conflitti giuridico-istituzionali nel momento di applicazione.

Anche in considerazione dei forti dubbi scientifici, tecnici e giuridici, espressi in sedi altamente autorevoli, sarebbe opportuno che lo schema di decreto legislativo fosse ampiamente rivisto e migliorato, equilibrando le istanze di tutela del bene comune, con quelle particolari di sfruttamento del valore economico, cui il testo sembra invece tendere.

http://www.stamptoscana.it/articolo/diario-elettorale/italia-nostra-stop-a-nuova-legge-foreste-consegnate-alla-speculazione

https://www.ilgerme.it/approvata-legge-taglia-boschi-appello-bracco-mattarella/

https://www.montagna.tv/cms/119090/nuova-legge-forestale-un-assalto-ai-boschi-italiani/

http://rietinvetrina.it/biomasse-e-taglio-dei-boschi-mondo-scientifico-e-associazionistico-si-mobilita-a-rieti/

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Il pellet secondo nuovi studi dell’Enea sarebbe più inquinante e dannoso del carbone.


Il pellet secondo nuovi studi dell’Enea sarebbe più inquinante e dannoso del carbone

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Gli scarti della combustione del legno, rilasciati nell’aria, sono i peggiori inquinanti in circolazione, più nocivi dei gas di scarico di un’automobile. … Non è tanto il pellet a essere cancerogeno quanto i fumi sprigionati dalla sua combustione così come dalla combustione della legna.

A chi sostiene che una stufa a pellet è la soluzione giusta in un momento di crisi, dico che proprio nei periodi più difficili bisogna accendere il cervello e trovare le soluzioni più intelligenti per usare bene i soldi che si hanno.

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 A giugno 2009 arrivano in Italia dalla Lituania 10 mila tonnellate di pellet di marca NaturKraft, contaminate al Cesio 137 perché probabilmente provenienti da legna investita dalla nube radioattiva di Chernobyl.

A ottobre 2015, Guardia di Finanza e Ufficio delle Dogane di Bari hanno sequestrato ad Ancona 24 tonnellate di pellet con certificazione di conformità contraffatta, provenienti dalla Bulgaria.

 A giugno 2015, durante 80 perquisizioni in tutta Italia, Polizia e Corpo Forestale dello Stato sequestrano 125 tonnellate di pellet  da riscaldamento contaminato da metalli pesanti quali nichel, cromo, zinco, cadmio e rame.

http://www.iltuoamicoimpiantista.com/ti-svelo-proteggere-la-salute-della-tua-famiglia-liberandoti-della-tua-orrenda-stufa-pellet-volta-tutte/

https://www.ideegreen.it/pellet-inquina-cancerogeno-91639.html

https://it.blastingnews.com/salute/2017/03/risultati-studio-enea-il-pellet-inquina-ed-e-cancerogeno-001545491.html

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Informazione e fake news


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Far passare informazioni false, ingannevole e distorte o nascondere quelle vere è  decisivo per muovere gli eserciti, i ceti sociali e le opinioni pubbliche a favore della guerra o della pace. Nel villaggio globale, nella società di massa il deliberato intento di disinformare  ha lo scopo di alimentare i focolai di guerra. 

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I batteri possono trasmettere ricordi alle generazioni successive


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Anche i batteri ricordano, e riescono a trasmettere le proprie conoscenze alle generazioni di “nipoti”. Un gruppo di scienziati californiani ha scoperto che un microrganismo – una specie particolarmente diffusa negli ospedali – è in grado di passare le informazioni sensoriali acquisite alle popolazioni cellulari successive, favorendo così la formazione di aggregati resistenti agli antibiotici

Ora che sono state studiate generazioni di cellule batteriche, si è visto che i “discendenti” conoscano le informazioni sensoriali acquisite dai batteri “più anziani”, nonostante i microrganismi non abbiano un sistema nervoso. La trasmissione di segnali tra batteri avviene attraverso un processo ritmico in due fasi: l’emissione di una molecola “segnale” chiamata adenosina monofosfato ciclico (AMP) e un aumentato livello di attività dei pili.

Queste informazioni saranno utili a chi lavora per arginare il complesso problema della resistenza antibiotici, visto già oggi come una grave minaccia alla salute pubblica.

 

 

https://www.focus.it/scienza/salute/batteri-memoria-ricordi-biofilm

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In Kenya: erosione, e non frattura continentale


Un importante e serio fenomeno di erosione è stato da molti interpretato come il segno visibile della spaccatura di un continente: ecco invece che cosa è successo.

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Si tratta, di erosione e dell’improvviso sprofondamento del terreno sottostante la superficie. Ci sono diversi elementi a sostegno di questa lettura: innanzi tutto, le fratture non sono continue, ma vi sono anzi lunghi tratti dove il suolo è integro. In secondo luogo il fenomeno è avvenuto dopo un periodo di forti piogge, che hanno eroso strati sotterranei di materiale vulcanico incoerente (non compatto).

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A dispetto di quello che  hanno raccontato in questi giorni sul fenomeno in questione, si tratta dunque di erosione, dovuta all’acqua, qualcosa di simile (insomma) a quanto vediamo spesso accadere nel nostro Paese (recentemente a Roma), non di fenomeni tettonici.

 

https://www.focus.it/scienza/scienze/kenya-erosione-e-frattura-della-faglia

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Il golpe in Brasile, 54 anni fa


Una dittatura che durò 21 anni, che fu forse meno conosciuta di quella cilena o argentina ma altrettanto traumatica per la storia del Paese.

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Verso la democrazia
Alla fine degli anni Settanta la sinistra iniziò a riorganizzarsi politicamente. Il sindacalista Luiz Inácio da Silva fondò il Partito dei Lavoratori, la crisi economica (recessione, inflazione, esplosione del debito estero fin dagli anni Ottanta) e la crescita delle tensioni sociali portarono i militari ad avviare il ritorno graduale a un governo civile: nell’agosto del 1979 il nuovo presidente João Figueiredo promulgò una legge di amnistia per i reati politici, sciolse ARENA e MDB e consentì la formazione di nuovi partiti politici. Nel 1985 si tornò all’elezione diretta del presidente della Repubblica (Tancredo Neves divenne il primo presidente non militare dopo più di 20 anni), il diritto di voto fu esteso agli analfabeti e tutti i partiti furono legalizzati. Nel 1986 fu eletto il nuovo Congresso, che assunse anche la funzione di Assemblea costituente. La nuova Costituzione fu promulgata nel 1988

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E oggi? in queste ore in Brasile: un presidente condannato a più di 12 anni di prigione che una folla immensa di lavoratori e di poveri tenta disperatamente di difendere dall’arresto. La colpa di Lula? Aver reso possibile un altro mond.  Solo la popolarità dell’ex presidente spiega la ragione di un accanimento giudiziario che non ha precedenti e ha portato a un processo impensabile in qualsiasi paese democratico.

Il caso di Lula non è il solo. Anche la presidente Dilma Roussef è stata liquidata allo stesso modo. E in Argentina si sta imboccando la stessa strada. Difficile a chi si oppone denunciare: nel solo 2017 sono stati ammazzati nel subcontinente 42 giornalisti scomodi.

C’è però da restare sgomenti anche di fronte al modo con cui la vicenda di Lula viene raccontata dai nostri media: o in piccoli trafiletti, o, chi alla questione dedica più spazio, senza mai far cenno a come si è realmente svolto il processo. Nessuno ha detto bugie, per carità, ma le omissioni sono equivalenti.

Tocca a tutti noi mobilitarsi per non lasciare solo chi si batte per impedire l’ennesima controffensiva che cerca di spegnere la speranza. E nell’ultimo decennio l’America Latina è stata una grande speranza.

https://www.ilpost.it/2014/04/01/il-golpe-jango-goulart-brasile/

https://ilmanifesto.it/la-colpa-di-lula-aver-reso-possibile-un-altro-mondo/

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Lo stile architettonico più significativo del dopoguerra.


Ponti, strade, alberghi e stadi: le 750 incompiute del Belpaese

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Almeno 750 in Italia, 350 dei quali in Sicilia, la regione da cui è partito il censimento. Ecomostri, obbrobri, monumenti allo spreco, nella percezione comune.

Giarre, in Sicilia, la capitale europea delle incompiute, dal teatro a un improbabile campo da polo, un primato che tre anni fa è valso alla cittadina a trenta chilometri da Catania l’inserimento nella classifica delle top destination turistiche di UsaToday. «Andateci per vedere l’assurdo».

La demolizione o il completamento delle opere sono spesso soluzioni antieconomiche o irrealizzabili. Si possono attivare processi di riuso, come è già successo al palasport di Comiso, in provincia di Ragusa, che è diventata un’arena estiva, o come il viadotto a Napoli dove la gente va a fare sport tutte le mattine. Sono luoghi che raccontano l’Italia

 

 

http://www.lastampa.it/2018/04/07/italia/cronache/ponti-strade-alberghi-e-stadi-le-incompiute-del-belpaese-ImcQgUC9xvJml4uE0OaOeJ/pagina.html

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Le isole di Darwin minacciate dai turisti


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 Le isole Galapagos, dichiarate Patrimonio Naturale dell’Umanità dal 1978, rischiano di essere invase dai turisti anche per volere del presidente dell’Ecuador.

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Il paradiso naturale, che si trova nell’oceano Pacifico a circa 970 km all’ovest dalle coste ecuadoregne proprio sull’Equatore è formato da 127 isole, isolette e rocce, di cui 19 grandi e 4 abitate. E’ un ambiente unico al mondo per la biodiversità, grazie all’abbandonza di numerose specie animali e vegetali endemiche come iguane, tartarughe, leoni marini. Qui sbarcò nel 1835 il giovane Darwin che catalogò centinaia di specie e cominciò a sviluppare la sua teoria dell’evoluzione. L’obiettivo ambizioso del presidente che potrebbe minacciare il fragile equilibrio di questa terra remota, come già testimoniano molte immagini, è quello di far diventare il turismo la prima fonte di entrate per il Paese (ora è la terza e rappresenta il 5,2% del PIL).

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http://www.ilsole24ore.com/art/viaggi/2018-02-08/galapagos-isole-darwin-minacciate-turisti-092740.shtml?uuid=AEtgWUwD

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Garibaldi in America.


A lui è intitolata la Guardia “nordista” di oriundi che ha combattuto nella Guerra Civile.

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Garibaldi fu forse il primo “made in Italy” esportato all’estero, in particolare nei paesi anglofoni.  In Inghilterra, visto come la reincarnazione di Lord Byron, ebbe una fama da star, e a New York non fu da meno, supportato dalla già corposa presenza italiana. Fama che Garibaldi sfruttò per rendere la causa unitaria (e la sua immagine di avventuriero-rivoluzionario), qualcosa di già “globalizzato”.

Garibaldi divenne  il feticcio, simbolo dell’Italia più bella, avventurosa, romantica: di un paese di cui andare fiero, anche in una terra straniera. La sua figura barbuta divenne un legante per migliaia di immigranti provenienti da diverse regioni, che oltre al loro inglese sgangherato, parlavano dialetti spesso incomprensibili. Oggi quel simbolo,  a New York, significa ancora presenza italo-americana: un ristorante dove mangiare meatball-spaghetti, o un campo di basket dove dietro le canotte dei giocatori sono stampati quasi solo cognomi italiani. Un’identità ancora non dispersa, che anzi resiste in una metropoli multietnica come New York. New York sembra conservare la memoria dell’Eroe dei Due Mondi molto meglio di qualsiasi città italiana, e la sua figura ispira un sentimento che continua a unire gli italiani. Ora non più sui campi di battaglia di Calatafimi o Mentana, ma dall’altra parte dell’Oceano.

 

http://www.lastampa.it/2018/03/21/societa/viaggi/mondo/garibaldi-a-new-york-il-primo-made-in-italy-esportato-negli-stati-uniti-pw4kVbv8m88VjREbDIdrUK/pagina.html

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L’olio di palma non fa più male?


A livello ambientale, i dubbi sulla sua sostenibilità sono leciti. A livello salutistico, alla luce dell’attuale letteratura scientifica, l’olio di palma non è più dannoso degli altri tipi di grassi saturi

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Perché allora è stato messo sulla “graticola”? Per diverse ragioni. Una su tutte, la pubblicazione lo scorso anno da parte dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) di un parere sui glicidolesteri  che si formano dai trattamenti termici dei grassi e degli oli, tra cui anche dell’olio di palma, che aumentò la percezione negativa nei suoi confronti da parte dei consumatori. I timori si diffusero soprattutto per il possibile sviluppo di grassi nocivi durante il processo di raffinazione di questo olio, e quello di sostanze tossiche nel momento in cui lo si riscalda.

Affinché un alimento possa rappresentare un danno per la nostra salute, deve contenere sostanze che abbiano di per sé un carattere di pericolosità, che possano indurre malattie e che vengano consumati in elevate quantità. L’olio di palma in questo senso è emblematico, perché si è fatto sempre riferimento a questo alimento nel suo complesso, non alle sostanze in esso contenuto che possono effettivamente creare un danno alla salute (come appunto i glicidolesteri degli acidi grassi). Che, vale la pena ricordarlo, sono mutageni e cancerogeni, e hanno anche altre destinazioni alimentari.

All’inizio di quest’anno, però, l’Efsa ha rivisto il precedente parere, perché la conoscenza scientifica sui metodi di calcolo è oggi più avanzata, arrivando così a una nuova conclusione: “I livelli di consumo di 3-MCPD tramite gli alimenti sono considerati privi di rischi per la maggior parte dei consumatori, ma esiste un potenziale problema di salute per i forti consumatori delle fasce di età più giovane. Nella peggiore delle ipotesi, i neonati nutriti esclusivamente con latte artificiale potrebbero lievemente superare il livello di sicurezza”.

È significativo, ed estremamente positivo, che in base a quanto appena pubblicato dall’Efsa anche i forti consumatori potrebbero superare solo “lievemente” i livelli di sicurezza. Visto che questi livelli sono estremamente cautelativi, si potrebbe concludere che non c’è nessun pericolo quando i consumatori seguono diete alimentari bilanciate e corrette. Come si deve fare con tutte le attività umane alla base del nostro benessere.

Ora cosa succederà? Ritroveremo tranquillamente l’olio di palma nelle merendine? Ci rivolgeremo con nuove ossessioni a un nuovo designato nemico pubblico della salute? O capiremo forse che è il caso, oltre che di seguire una dieta equilibrata, di focalizzarci sui veri problemi che stanno dietro a un alimento, a partire da quelli ambientali?

http://www.lastampa.it/2018/03/14/blogs/pianeta-cibo/lolio-di-palma-non-fa-pi-male-xmJwNaOFEwafspkEyBryXJ/pagina.html

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Riscaldamento globale: anche lo smarthphone ha le sue colpe.


Produrre e usare tecnologie ha già un impatto ambientale importante sul pianeta ed è destinato ad aumentare: gli smartphone, per esempio, contribuiscono ai gas serra con 100 milioni di tonnellate di CO2 l’anno.

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Per ogni messaggio, ogni download, streaming, upload di foto, mail, chat, gioco e via dicendo c’è da qualche parte nel mondo un server assetato di energia che lavora 24 ore su 24 e trasuda calore come se fosse in pieno deserto del Sahara. Qualcosa forse si può fare. I data center, per esempio, potrebbero essere alimentati con energie rinnovabili (solare, eolico, maree…) e costruiti dove si possano sfruttare importanti differenze di temperatura per il raffreddamento (sono davvero pochi quelli progettati così) – per esempio a diverse decine di metri di profondità, sotto il mare, anche se poi probabilmente dovremmo rilevare l’impatto ambientale sulla temperatura dell’acqua… A livello individuale, non sarebbe male riuscire a tenersi lo smartphone un po’ più a lungo e controllare, per quanto possibile, la filiera del riciclo.

https://www.focus.it/tecnologia/digital-life/riscaldamento-globale-e-smarthphone

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Diversi per genere.


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Pillole azzurre che raramente si tingono di rosa perché due farmaci su tre sono testati solo sugli uomini e finiscono così per funzionare male sulle donne. Che la medicina sia parecchio maschilista lo dimostra uno studio della Sifo, la società italiana di farmacologia. Le sperimentazioni dei farmaci che arruolano anche le donne sono circa il 30%, solo il 24,9% quando si tratta di ritrovati contro le malattie respiratorie, il 27,8 per i medicinali del sistema cardiovascolare e renale.

I farmaci contro le malattie cardiocircolatorie sono testati quasi esclusivamente sugli uomini e non si sa quanto siano efficaci sull’altro sesso. Studi recenti hanno mostrato ad esempio che l’aspirina protegge l’uomo dall’infarto ma non le donne. Il 30%  delle donne fa uso della pillola contraccettiva che interagisce negativamente con molte categorie di farmaci, come antibiotici, ansiolitici, cardiovascolari e del sistema nervoso centrale. Insomma, non basta dosare il farmaco in base a peso e altezza della donna, occorrerebbe incentivare l’industria a studiare soluzioni più calibrate sull’universo femminile.

E buone notizie arrivano dall’Europa. Sono infatti in fase avanzata di sperimentazione farmaci rivoluzionari per la cura di malattie prettamente femminili, come il tumore all’utero e al seno. Si tratta di medicinali, che prevengono l’inattivazione del nostro sistema immunitario da parte delle cellule tumorali, che vengono così combattute più efficacemente. Se poi arrivassero farmaci a misura di donna anche per la malattie “bisex” sarebbe ancora meglio.

 

 

 

http://www.lastampa.it/2016/04/22/italia/cronache/due-farmaci-su-tre-testati-sugli-uomini-cos-aumentano-i-rischi-per-le-donne-gNzbeRosfEp7jCuBHpWqXN/pagina.html

 

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4 aprile 1968: l’assassinio di Martin Luther King


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Martin Luther King, difensore dei diritti civili e voce dell’America contro la segregazione razziale e la disparità salariale, viene ucciso da un colpo di fucile, ma non messo a tacere come ancora oggi dimostra l’eco del suo più famoso discorso.

Martin Luther King ha voluto essere ricordato come una persona che si è impegnata per “dare da mangiare agli affamati, coprire coloro che non avevano i vestiti, essere chiaro e duro sulla questione della guerra in Vietnam e amare e servire l’umanità”

https://www.focus.it/cultura/storia/4-aprile-1968-assassinio-di-martin-luther-king

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La Galleria delle opere rubate


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Da dicembre due sale del Louvre di Parigi sono allestite con opere sottratte dai tedeschi alle famiglie ebree durante il secondo conflitto mondiale. Lo scopo è quello di riuscire a rintracciarne i legittimi proprietari.

La Francia è da sempre impegnata nella ricerca dei proprietari delle opere rubate dai tedeschi alle famiglie ebree durante la Seconda guerra mondiale. A questo proposito il Louvre dedica, dallo scorso dicembre, due sale all’esposizione di 31 dipinti con la speranza di riconsegnarle alle famiglie derubate quasi ottant’anni fa. In più, altre 76 opere sono già presenti nella collezione permanente e sono accompagnate da un codice identificativo e da una targhetta che ne specifica la triste origine.

 

http://www.artribune.com/dal-mondo/2018/02/il-louvre-espone-opere-rubate-dai-nazisti-durante-la-seconda-guerra-mondiale/

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John Harrison, l’orologiaio che inventò il cronometro per il calcolo accurato della longitudine in mare.


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Nato il 3 aprile del 1693, a Foulby, nello Yorkshire (Regno Unito), John Harrison era un orologiaio e falegname autodidatta a cui dobbiamo la realizzazione del primo cronometro marino per calcolare la longitudine in mare.

Fino al ’700, i marinai avevano un problema serio: capire dove si trovavano. Potevano stabilire la loro “latitudine” (quanto erano a nord rispetto all’equatore), osservando il Sole o le stelle. Ma non riuscivano a stabilire la “longitudine”, ossia quanto erano a est o a ovest rispetto, per esempio, a Londra.

Con il cronometro di Harrison, adottato dalla Marina inglese, la consapevolezza della posizione in mare divenne certa, e non subì sostanziali cambiamenti fino all’arrivo dei satelliti e del gps.

 

https://www.focus.it/cultura/storia/john-harrison-chi-era

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Incidenti sul lavoro: 151 morti dall’inizio del 2018


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Un numero notevolmente superiore rispetto ai 113 dello stesso periodo del 2017. L’anno scorso i morti sui luoghi di lavoro, sempre secondo l’Osservatorio, sono stati 632. Con 20 morti è il Veneto la Regione che conduce la triste classifica, segue la Lombardia e poi Piemonte.

E’ Milano, con 8 decessi la provincia con più morti sul lavoro, seguono due province venete, Treviso e Verona con 7 morti.

Gli stranieri morti sono stati oltre il 10% del totale, mentre il 25% delle vittime ha più di 60 anni. Secondo l’Inail, oltre alle morti crescono anche gli infortuni sul lavoro: tra gennaio a luglio dello scorso anno le denunce sono state circa 380mila. 4.750 in più rispetto al 2016, con un incremento dell’1,3 per cento.

 

http://milano.repubblica.it/cronaca/2018/04/02/news/incidenti_sul_lavoro_151_morti_dall_inizio_del_2018_il_triste_record_della_provincia_di_milano-192780182/

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/01/morti-sul-lavoro-nel-2018-gia-151-vittime-in-tutto-lanno-scorso-erano-state-632/4265624/

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