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Nella Foresta dipinta di Maui, dove gli eucalipto sono degli arcobaleni viventi


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Nella foresta di Maui, nelle Hawaii, i tronchi degli alberi di eucalipto sono di tutti i colori dell’arcobaleno. Merito  di una corteccia stagionale che sfaldandosi in momenti diversi e seccandosi man mano, assume colori diversi rendendo le piante  delle vere e proprie opere d’arte della natura.

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E se il colore non fosse abbastanza, anche il profumo di questi alberi di eucalipto è sorprendente. L’odore acuto balsamico e legnoso inonda tutta la foresta pluviale.foresta1

i Rainbow Eucalyptus non sono nativi di qui: arrivano dalle Filippine e sono stato introdotti alle Hawaii nel Settecento per il loro celebre e robusto legno, a lungo utilizzato in campo edile.

 

http://www.lastampa.it/2017/05/02/societa/viaggi/mondo/nella-foresta-dipinta-di-maui-dove-gli-eucalipto-sono-degli-arcobaleni-viventi-4KioV47bVJOV6O02AkabQN/pagina.html

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Siccità: danni per 2 miliardi


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I due terzi dell’Italia è a secco.Dieci Regioni pronte a chiedere stato di calamità.

La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni. Cala la produzione di latte, timori per raccolta della frutta,.Allevatori senza pascoli, dighe ai minimi. Eppure ogni giorno se ne disperdono 9 miliardi di litri

In Italia ogni giorno c’è una dispersione dell’acqua di quasi 9 miliardi di litri al giorno a causa delle perdite registrate lungo la rete di 474 mila chilometri di acquedotti, è questo il dato drammatico che fa a pugni con l’emergenza siccità di queste ore. Ogni 100 litri di acqua immessa negli acquedotti , quasi 40 vengono persi per l’obsolescenza della rete idrica, una delle medie più alte d’Europa che fa il paio con il fatto che gli investimenti realizzati per rimodernare gli acquedotti sono tra i più bassi del continente: 32 l’anno per abitante a fronte della Francia che ne investe 88, il Regno unito 102 e la Danimarca 129 (dati Utilitalia). Per ogni abitante ben 144 litri di acqua al giorno non arrivano a destinazione (dati UNC -Unione Nazionale Consumatori) e da qui si arriva alla folle cifra di quasi 9 miliardi di acqua dispersa al giorno. Cosa ha fatto il governo finora per fronteggiare questa situazione? Non si può dichiarare lo stato di crisi senza dire che per uscire dalla perenne emergenza è necessario una enorme opera infrastrutturale per rimettere a posto gli acquedotti. La classe politica sa parlare solo di emergenza ma non fa nulla per prevenire e ridurre il danno oggi si chiama siccità e incendi domani alluvioni e dissesto idrogeologico. Ma chi dovrebbe realizzare le infrastrutture necessarie  per far fronte al problema: lo Stato o le aziende che gestiscono l’acqua? Visto che queste sono di fatto in gran parte in mano ai privati come ACEA, quotata in borsa e praticamente dominata dal gruppo Caltagirone e dalla multinazionale francese Suez, non sarebbe il caso che il Governo imponga a queste che le realizzino con i lucrosissimi ricavi della gestione?  La verità è che è necessario tornare allo spirito del referendum vinto da milioni di italiani: l’acqua e la sua gestione tornino pubbliche e lo Stato reinvesta tutti gli utili per la manutenzione della rete idrica. Quindi bisogna urgentemente convocare le camere unite per questa emergenza ambientale che era ampiamente prevedibile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/siccita-i-due-terzi-dellitalia-e-a-secco-dieci-regioni-pronte-a-chiedere-stato-di-calamita-danni-per-2-miliardi/3748852/

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Il paradosso del Giappone.


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Gli anziani sognano un posto in carcere. Un detenuto su cinque ha più di 60 anni.A far gola agli anziani giapponesi, disposti a commettere crimini e farsi arrestare, è il «comfort» della vita in carcere, dove servono pasti caldi, ogni cella è illuminata, con scrivania, tv, dietologo e badante per meno autosufficienti, quasi un terzo dei carcerati ha più di 65 anni, il 27 per cento.  Il fenomeno dilagante del «crimine d’argento» è preoccupante per la società e per l’economia giapponese. Secondo le cifre della Customer Products, dal 2001 gli arresti per taccheggio degli over 60 sono aumentati del 35 per cento. Ma è del 470 per cento l’aumento dei recidivi. La prova che gli anziani vogliono andarci davvero in prigione. Si chiedono: vado in ospizio a pagamento o vado in prigione gratis?

La pensione statale è 6000 euro l’anno. Il carovita ha raggiunto i 7700 euro l’anno. Ma c’è un altro motivo, secondo Ochi Keita, della facoltà di criminologia della Hosei University: «Molti anziani sentono d’aver dato così tanto alla crescita economica della nazione che una piccola trasgressione gli sarà perdonata». Il furto come risarcimento.  Ma è soprattutto l’indebolimento della rete familiare e della società, » a spingere i pensionati a ruberie, aggressioni, stalking.  Il Giappone è vicino all’Italia che è il Paese con più criminali dai capelli bianchi in Europa, più del doppio della media.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/07/23/esteri/giappone-indigenti-e-con-la-mano-lesta-gli-anziani-sognano-un-posto-in-carcere-ZYwesbfJ7q3PhaAsSpxyBL/pagina.html

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I misteri di Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini


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E’ morto a Roma Pino Pelosi, l’uomo condannato in via definitiva per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, brutalizzato a morte nella notte tra il primo e 2 novembre del 1975 in un campetto sterrato di Ostia.

Pelosi, che aveva da poco compiuto 59 anni, era malato di tumore ed è morto nella notte al Policlinico Gemelli. Nato a Roma il 22 giugno 1958, era cresciuto nel quartiere Setteville di Guidonia.

Il delitto Pasolini 10 tappe

  1. Il 1 novembre 1975 alle 22.30 di fronte alla stazione Termini, Pier Paolo Pasolini invita Pelosi a “fare un giretto”.
  2. Alle ore 23 Pasolini porta Pelosi a mangiare alla trattoria Al biondo Tevere
  3. Alle 23.30 i due lasciano la trattoria e vanno a Ostia nei pressi dell’Idroscalo del Lido di Roma in uno sterrato accanto a un campetto di calcio
  4. Alle ore 1.30 del 2 novembre 1975 Pelosi venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell’Alfa di Pasolini, mentre guida contromano a folle velocità
  5. Inizialmente accusato solo di furto dell’auto, che risulta intestata allo scrittore.
  6. Pelosi viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove al compagno di cella confessa: “Ho ammazzato Pasolini”.
  7. Il 5 novembre 1975 Pino Pelosi viene interrogato. Racconta di un duro alterco con Pasolini per una prestazione sessuale non gradita, sfociato in una feroce colluttazione. Pelosi sostiene anche che lo scrittore l’avrebbe colpito per primo con un bastone, e che lui si sarebbe difeso colpendolo a sua volta con una tavola di legno e poi, lasciatolo a terra, sarebbe fuggito.
  8. La morte di Pasolini sarebbe stata involontaria in quanto provocata dal fatto che l’Alfa ha investito il poeta durante la fuga di Pelosi schiacciandogli il torace e rompendogli il cuore. Pelosi sostiene anche che non vi fossero altre persone sul luogo del delitto.
  9. Il 10 dicembre 1975 Pelosi viene rinviato a giudizio al tribunale dei minori per omicidio volontario, furto d’auto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo si apre il 2 febbraio 1976 e si concluse il 26 aprile con una conmdanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni
  10. Al processo di appello nel dicembre 1976 viene assolto dai reati di atti osceni e furto, ma è confermata la condanna di omicidio. La sentenza divenne definitiva in Cassazione il 26 aprile 1979 che confermò la sentenza.[2] Rinchiuso a Civitavecchia, Pelosi il 26 novembre 1982 otterrà la semilibertà e il 18 luglio 1983 la libertà condizionata.

    Le cose che non tornano

    • Il 7 maggio 2005 Pelosi afferma in tv di non aver ucciso Pasolini che sarebbe stato massacarto a bastonate e catenate da tre persone, a lui sconosciute, che parlavano con accento siciliano
    • Nel settembre 2011, nella sua autobiografia, Pelosi racconta di non aver incontrato per la prima volta Pasolini la sera del delitto ma di averlo conosciuto all’inizio dell’estate e di averlo frequentato con una certa assiduità.
    • Affermò di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori da parte di uno degli aggressori, e di aver atteso la loro morte per iniziare a parlare. I due potrebbero essere i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, criminali comuni di origini siciliane, spacciatori, militanti nell’Msi morti di Aids negli anni novanta. Si erano vantati con un agente di polizia che operava sotto copertura di aver preso parte al massacro, ma davanti al magistrato negarono tutto.

http://www.agi.it/cronaca/2017/07/21/news/pino_pelosi_delitto_pasolini_misteri-1970337/

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Un viaggio nel vocabolario della stagione più bella


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L’italiano è una lingua bellissima perché le sue parole hanno spesso una storia complicata ed affascinante. Ecco una carrellata sulle origini delle parole estive.

 

Spiaggia: è la regina delle vacanze, ed in genere è considerata un luogo ameno ma decisamente inadatto a pesanti sforzi culturali. Eppure spiaggia è una parola con una storia di tutto rispetto. Viene dal latino plaga, forse intersecatasi con il greco plaghia che significava costa, pendenza, fianco. Nel medioevo era meglio conosciuta come piaggia, ma esistevano anche le varianti plaia al femminile e persino un plaiu al maschile. Il termine piaggia è usato spesso da Dante,  la s iniziale odierna è invece un rafforzativo. Un derivato è il verbo spiaggiare/spiaggiarsi, che dovrebbe indicare le balene arenate, ma spesso è utilissimo per indicare alcuni umani distesi come enormi cetacei sulla sabbia, in caccia di abbronzatura.

Il solleone invece è una crasi, cioè una parola nata dalla fusione di due parole preesistenti. In antico era scritto sollione, perché nasceva dall’unione di sole con Leone, nel senso della costellazione. Infatti in agosto, periodo di massima calura, il sole si diceva “entrasse” nel Leone. Il segno del leone era considerato quello dei grandi di imperatori. Agosto infatti deve il suo nome ad Ottaviano Augusto, il primo imperatore, che era nato proprio in questo mese, mentre lo zio Giulio Cesare dà il nome a Luglio, derivato da Iulius.

La sedia sdraio invece deriva da sdraiarsi, a sua volta derivato dal verbo latino *exderadiare. In realtà l’etimologia è incerta perché questo verbo non era noto al latino classico, ma solo forse a quello medioevale. Indicava molto probabilmente l’atto di allungarsi con mani e piedi su di una sedia, facendo con braccia e gambe delle specie di raggi, atto che i Romani classici non avevano bisogno di fare perché le loro case erano arredate con i triclini, comodi divanetti su cui ci si stendeva anche per mangiare.

Ombrellone invece è un accrescitivo di ombrello, a sua volta derivato da ombra. In origine l’ombrello non era usato per ripararsi dalla pioggia, ma dal sole, perché l’abbronzatura era considerata una cosa volgare, che avevano solo i contadini perché lavoravano nei campi all’aperto. Oggi invece viene esibita come status symbol spesso da ricchi cafoni, quindi, sotto sotto, sempre un po’ volgarotta rimane, soprattutto quando è color cuoio e viene usata per farsi selfie a ripetizione su Instagram.

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/07/17/news/da-spiaggia-a-ombrellone-ecco-come-nascono-le-parole-dell-estate-1.305834?ref=fbpe

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Orti e giardini quasi impossibili


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L’ORTO IN CUCINA. Wall Farms è l’orto verticale realizzato dall’azienda americana Click&Grow che può essere installato sul muro della cucina. Permette di coltivare dentro casa erbe aromatiche ma anche verdura e frutta. Completamente bio e a km zero.
Utilizza un terreno ad alta tecnologia capace di mantenere i livelli ideali di PH, umidità ed elementi nutritivi, per un risultato ottimale con il minimo sforzo.

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ORTI SOTTERRANEI. Chi l’ha detto che orti e giardini hanno bisogno di aria fresca e luce del sole? In mancanza di meglio è possibile realizzarli anche sottoterra e con ottimi risultati. È quello che ha fatto l’imprenditore Yasuyuki Nanbu, che una decina di anni fa ha realizzato Pasona 02, una vera e propria fattoria ad alta tecnologia nei locali in precedenza occupati dal caveau di una banca. Qui si coltivano erbe aromatiche, frutta, verdura e addirittura riso.
Obiettivo del progetto è quello di offrire nuove competenze ai giovani in cerca di lavoro e alle persone di mezza età in cerca di una nuova occasione professionale.orto2

VERO KM ZERO. E quale posto migliore per un orto urbano se non il tetto di un supermercato? Sopra si coltiva bio, sotto si vende a km zero. È il progetto Food from the Sky (cibo dal cielo) inaugurato a Londra nel 2011 nella zona di Crouch End.

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L ‘APICULTURA URBANA. A Londra apicoltori urbani producono il miele sui tetti delle case trasformati in giardini nel centro della città. In Europa e negli Stati cresce il numero di alveari urbani, integratori di reddito al tempo della crisi ma anche segnale di attenzione ai temi dell’inquinamento e dell’ambiente, è in costante crescita.

 

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VIGNETI IN CITTÀ. Un orto e un vigneto di 1000 metri quadri nel cuore di Parigi. Per la precisione sul tetto del palazzo del comune. L’esperimento è partito lo scorso mese di ottobre e durerà 3 anni.|

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/sp1-2017-12-orti-e-giardini-quasi-impossibili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CHE NE SAI TU DI UN CAMPO DI GRANO?


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Sappiamo poco.  I passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo. A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni. Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa? Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento. Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto. E l’igiene? Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana.

E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto? C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili. Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».  Per Italmopa «la produzione nazionale di frumento duro è strutturalmente deficitaria rispetto al fabbisogno dell’Industria, la quale si trova pertanto nell’obbligo di importare significativi quantitativi di frumento duro, essenzialmente dal Canada e dagli Stati Uniti, le cui quotazioni risultano più elevate rispetto alle quotazioni del frumento nazionale».

La produzione di grano in Italia è a un bivio. Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio. Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

L’ Associazione industriali mugnai d’Italia ha stimato che la produzione nazionale 2016 di frumento duro supera le 5,5 milioni di tonnellate.  I pastai affermano che è necessario importare grano a causa del basso tasso proteico di quello italiano, ma per Coldiretti le flessioni dei prezzi sono dovute «alla mancanza di norme che regolano il mercato mondiale», leggi l’etichettatura di origine obbligatoria e la tracciabilità, «al divario dei prezzi corrisposti alla produzione rispetto al consumo e alle importazioni speculative». Ufficialmente, l’Italia produce, infatti, 3 milioni di tonnellate di frumento tenero all’anno per la produzione di pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno, e oltre 4 milioni di tonnellate di grano duro per la pasta (il 60% del fabbisogno).  Così nel 2015 sono stati acquistati dall’estero circa 4,8 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Nello stesso periodo, però, sono più che quadruplicati gli arrivi di grano dall’Ucraina, fino a superare i 600 milioni di chili, e raddoppiati quelli dalla Turchia per un totale di circa 50 milioni di chili. Ogni anno alle importazioni di grano destinato all’industria se ne aggiungono altre in chiave speculativa da diversi Paesi che si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime anche attraverso un mercato non sempre trasparente. I grossi importatori di cereali acquistano da diversi Paesi a settembre, quando il raccolto italiano è stato chiuso e inizia a essere disponibile quello canadese.  Il ricorso alle importazioni serve a non fare salire i prezzi. La Commissione Agricoltura della Camera sta avviando intanto la discussione sulle risoluzioni per il rilancio del settore, depositate nei giorni scorsi. Tra queste quella per predisporre un piano nazionale presentata dal Movimento 5 Stelle, che sollecita i decreti attuativi della legge 91/2015 con cui il deputato grillino Giuseppe L’Abbate ha istituito le Commissioni Uniche Nazionali in sostituzione delle Borse Merci, datate 1913.

«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare. Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali». Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni. Non è tutto. «In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali». È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo. Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? Nessuno. Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.

“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese. Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta). Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”. Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione. Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

http://laveritadininconaco.altervista.org/che-ne-sai-tu-di-un-campo-di-grano/

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No centro commerciale a Castelluccio di Norcia


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Abbiamo appreso dalla stampa locale (umbria24del 7 luglio 2017) che la Regione Umbria e il Comune di Norcia hanno deciso di far costruire un centro commerciale ai piedi del rilievo di Castelluccio, nel Piano Grande, cuore dei Monti Sibillini. Riteniamo che la piana di Castelluccio, per il suo straordinario valore paesaggiistico e storico-ambientale, debba essere risparmiata da nuove occupazioni di suolo, sebbene confezionate da archi-star autoproclamatisi “ambientalisti” (nella fattispecie l’arch. Cellini) e che i fondi in dotazione della Protezione civile andrebbero meglio spesi concentrandosi sulla finalità primaria del recupero delle abitazioni per consentire il ritorno dei residenti, procedendo con rapidità e qualità. Invitiamo quindi la Regione Umbria e il Sindaco di Norcia di perseguire la tutela di un paesaggio, quello della Piana di Castelluccio, che molti vorrebbero vedere riconosciuto come patrimonio dell’umanità.

 

https://www.change.org/p/no-centro-commerciale-a-castelluccio-di-norcia

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150 fa “il Capitale”: ma Marx è morto (e Gesù pure)


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Tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori dl Tempio.
Esattamente 150 anni fa usciva il libro de “Il Capitale” di Marx, l’unico dei tre pubblicati con il filosofo di Treviri ancora in vita.
Molti dei suoi seguaci hanno visto nell’opera della “vecchia Talpa” un autore alieno dalla morale, concentrato su una disamina analitica e materiale del capitalismo e delle sue contraddizioni, che prima o dopo avrebbero portato al suo crollo e all’affermazione della società comunista (di cui peraltro Marx non fornì che rarissime e superficiali descrizioni).
Ma in realtà non è così. Perché il filosofo tedesco operò una vera e propria difesa dei più deboli, che seppure condotta in termini scientifici e rigorosi, presupponeva un altissimo anelito morale ed umanistico. Fra i pochi grandi del pensiero che si accorsero di ciò, e che lo applicarono a propria volta in un’ottica marxiana, vi fu Antonio Gramsci.
La “lotta di classe” vera e propria “summa” del pensiero di Marx, si articolava attraverso tre filoni strettamente intrecciati: da una parte era la lotta fra i detentori del capitale e i lavoratori salariati, questi ultimi sfruttati all’interno di un sistema iniquo e politicamente favorevole ai primi. Poi vi era la questione femminile, per cui Marx si spingeva a scrivere che nel microcosmo domestico la donna era l’equivalente del proletario nel macrocosmo sociale: sfruttata. Le due questioni si intrecciavano, poiché il proletario maschio sfruttato in fabbrica poteva diventare lo sfruttatore della moglie in casa. Così come la donna benestante poteva esercitare un dominio su altre donne di condizione sociale più bassa (le serve), ed essere sottomessa a sua volta al marito. Questione economica e questione di genere, insomma, erano inscindibili in Marx.
Infine vi era la questione nazionale, o meglio: internazionale. Per la quale Marx prendeva le difese delle nazioni colonizzate e sfruttate contro quelle imperialistiche e dominatrici. Anche tale aspetto è intrecciato con gli altri due, poiché nessun cittadino può vivere un’emancipazione di alcun tipo all’interno di una nazione sfruttata. Ma anche perché l’individuo che in una nazione benestante occupa una posizione economicamente e socialmente subordinata, può diventare un dominante e sfruttatore qualora si impegnasse a esercitare la propria superiorità su persone di etnia diversa e più debole rispetto alla propria.

Ecco, se prendiamo questi tre aspetti centrali del pensiero marxiano, al di là di ogni retorica giornalistica o promozionale possiamo capire come nella nostra epoca Marx risulti quantomai sconfitto. La disuguaglianza economica ha raggiunto livelli indecorosi e insostenibili (solo in Italia l’1,2% della popolazione detiene il 20% della ricchezza, per non parlare del medesimo tema su scala globale); il maschilismo torna in auge e, anzi, possiamo dire che non ha mai smesso di operare (come denuncia l’ultimo numero de l’Espresso, la cui redazione è stata sommersa da messaggi di uomini

incattiviti per l’affronto). Ma anche la questione etnica e nazionale vede il predominio degli stati ricchi del nord su quelli deboli del sud, per non parlare dello sfruttamento dei migranti (che spesso fuggono da guerre o da una miseria di cui sono causa gli stati ricchi), nonché della negazione dello “ius soli” a coloro che, figli di stranieri, sono tuttavia nati ed educati in Italia.
Ma che Marx sia ideologicamente defunto, lo si vede anche da quei sedicenti ammiratori del suo pensiero che, senza averlo letto o compreso, pretendono di dichiararne tutta la vitalità (e di sfruttarne il nome) pur assumendo posizioni contrarie ai migranti o alla difesa non solo dei diritti civili delle donne ma anche di quelle categorie umane che sfuggono da una rigida divisione di genere. Sono quegli stessi autori che criticano la fumosa e malmessa Sinistra in nome del fatto che essa difende donne, omosessuali e migranti dimenticandosi di combattere il capitalismo sfruttatore.
Peccato che il capitalismo, mai come oggi imperante, non si riesca a combatterlo per assenza di ricette alternative (che infatti non posseggono neppure i sedicenti allievi di Marx critici della malconcia Sinistra), non perché intanto si cercano delle soluzioni ragionevoli alla qualità della vita di migranti e di categorie umane a vario titolo subordinate.
Con Gesù Cristo si pensa il contrario, che il suo fosse un messaggio esclusivamente morale, ma sostanzialmente privo di implicazioni concrete sul piano sociale. Niente di più sbagliato. La sua voleva essere una lotta anzitutto sociale, volta a liberare il popolo dalla casta sacerdotale e farisaica, per risollevare i poveri e gli umili. Gesù intendeva fornire rappresentanza (e non solo conforto) agli umili e ai poveri, “i quali sono come pecore senza pastore” (Marco VI,34).
Feroce e implacabile la sua guerra contro la casta del Tempio: “Voi onorate Dio solo esteriormente e con le labbra, ma in realtà andate appresso alle vostre tradizioni umane e per esse negligete la vera legge di Dio” (Marco VII, 8-13).
Fino all’affondo finale contro l’uomo che opprime ogni proprio fratello e ogni propria sorella: “Voi imponete bensì al popolo una catena grave di precetti, ma in fondo, per vostro conto, non li osservate, dite e non fate. Voi avete solo l’apparenza e la fama della santità, e con le lunghe preghiere divorate le case delle vedove. Voi edificate le tombe dei profeti e onorate i monumenti dei giusti. Ma perseguitate i profeti che Dio manda per richiamare il popolo alla vera legge. Guai a voi, che avete fuori l’apparenza di uomini giusti e dentro siete pieni di rapacità e di ipocrisia” (Luca XI, 37 sgg.; Matteo IX, 13).
Le priorità sono chiare, e non sono morali o ideologiche: “Prima l’amore fraterno, poi la preghiera; prima la carità, poi i sacrifici; prima l’adempimento dei doveri filiali, poi l’offerta al tempio” (Marco VII,10; Matteo IX,13).
Basterebbe leggere un qualsiasi giornale di questi giorni per sapere come fare ad applicare l’insegnamento del grande filosofo e del grande profeta. Se non fosse che, a partire dalle nostre menti e dai nostri cuori, tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori del Tempio.

http://lurtodelpensiero.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/07/18/150-fa-il-capitale-ma-marx-e-morto-e-gesu-pure/?ref=fbpe

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Assalto al litorale della Sardegna. Addio legge salvacoste. La giunta vara la controriforma dell’edilizia.


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La contro-riforma è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.

All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/07/18/news/sardegna-assalto-alle-coste-1.306266?ref=fbpe

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Siccità e diluvi cambiano agricoltura e infrastrutture.


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I segnali sono evidenti. C’è siccità. Ci sono temporali furiosi. Gli incendi inceneriscono i boschi sulle colline del Messinese e sui fianchi del Vesuvio. Le colture si disseccano. Il clima cambia, questo ormai pare sicuro; ma la questione del clima non è solo il distacco dell’iceberg Larsen C dai ghiacci del Polo Sud, ma anche cosa accadrà in Italia. E accade che l’Italia deve prepararsi a un cambiamento del modo di produrre e a un cambiamento nel modo di gestire il territorio. Con un clima diverso, con un modo diverso di piovere e di non piovere, cambiano la produzione e il consumo di elettricità, le colture, i princìpi per progettare le infrastrutture.

Primo, questi fatti dicono che bisogna cambiare il modo in cui pensiamo la produzione agricola. Le colture tipiche del Mezzogiorno si sposteranno verso l’Alta Italia e ci saranno oliveti assai più a Nord, per esempio in val Lagarina o in Valtellina, rispetto a quelli che oggi rendono celebre il Garda e la Liguria.

Secondo effetto, cambia il modo di consumare elettricità. Si useranno molti più chilowattora per raffreddare primavere e autunni caldi ed estati torride, e molto meno per riscaldare inverni mitissimi. E raffreddare non significa solamente il funzionamento del condizionatore dell’ufficio, della casa o dell’automobile: significa che dovranno lavorare più a lungo i compressori dei frigoriferi di casa, dei banchi refrigerati nei supermercati e di tutta la catena del fresco e del freddo. Significa maggiore quantità di derrate deperite e immangiabili. Significa maggiore stress per le centrali elettriche. E un diverso utilizzo delle centrali idroelettriche.

C’è un altro elemento. Il clima, come si sta sperimentando, tenderà ad accentuare i fenomeni estremi: lunghissimi periodi senza pioggia interrotti da tempeste furiose e brevissime.. Pioggia sulle cui quantità non sono tarati i canali e le rogge, le misure delle gronde, le inclinazioni dei ponti, la forma dei tetti e il dimensionamento delle tegole, le spallette e gli argini dei fiumi, l’uso dei fiumi per le acque di raffreddamento delle centrali termiche, l’uso irriguo delle acque del sottosuolo, più scarse e spesso salate.

Il cambiamento del regime di pioggia, con enormi quantità d’acqua concentrate in tempi brevissimi e accompagnate da venti furiosi, chiederà criteri diversi di progettazione delle infrastrutture, concepite ancora oggi secondo gli standard climatici dell’Ottocento e del Novecento. E chiederà un diverso modo di pensare il territorio, fragilissimo e infiammabile. Messina e il Vesuvio chiedono più forestali, più aerei antincendio, una cultura più attenta del territorio in cui viviamo.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-07-14/siccita-e-diluvi-cambiano-agricoltura-e-infrastrutture-193131.shtml?uuid=AEJOglvB

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I fari bellissimi in Italia


Un patrimonio storico-artistico da tutelare e visitare per ammirarne l’incredibile bellezza.

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La moderna tecnologia ne ha un po’ scalzato l’importanza nella navigazione, ma rimangono per tutti noi un luogo magico ricco di fascino e suggestione. Imponenti, luminosi, guardinghi, proprio grazie al ruolo che hanno avuto nella storia, sono sempre costruiti in posti difficili da raggiungere e, nel tempo, hanno dovuto sopportare la forza della natura tra mareggiate, terremoti e usura.

Il fascino dei fari, che si ergono lungo le coste italiane, sono impareggiabili  per la loro maestosità indiscussa.

 

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Faro della Vittoria – Trieste, Friuli Venezia Giulia

Questo faro è una vera e propria opera d’arte. Lungo la panoramica Strada del Friuli, che dal centro città conduce verso la frazione di Prosecco, si può ammirare questo faro alto più di 67 metri, realizzato immediatamente dopo il primo dopoguerra con il duplice scopo di illuminare il Golfo di Trieste e celebrare il passaggio della città al Regno d’Italia.

 

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Faro di Vieste – Vieste (Foggia), Puglia

Il Faro di Vieste è costituto da una torre ottagonale in mattoni che si erge sull’ex-abitazione del guardiano, sullo scoglio di Santa Eufemia. È stato progettato nel 1867 e la torre in cui è ubicata la lanterna, a causa dell’automazione della struttura, è ora disabitata. Una lanterna in ottone è posta al culmine della torre e si accende ogni giorno al tramonto, illuminando la città.

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 Faro di Capo d’Otranto o Punta Palascìa – Otranto, Puglia

Il faro di Capo d’Otranto, detto della “Palascìa” è situato poco fuori Otranto lungo la litoranea che dalla città dei martiri conduce fino Santa Cesarea. In questo punto la penisola Italica raggiunge il suo estremo punto orientale. La struttura si compone di due piani abitati dalle famiglie dei due guardiani del faro. Il faro è ad oggi meta di molti turisti che, nella notte di San Silvestro, vi si recano per ammirare quella che è considerata la prima alba del nuovo anno in Italia. Ristrutturato da poco, è uno dei cinque fari del Mar Mediterraneo tutelati dalla Commissione europea.

 

http://www.donnamoderna.com/lifestyle/viaggi/16-fari-da-non-perdere-in-Italia

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Coltrane vive ancora! L’eredità infinita di un artista rivoluzionario


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Cinquant’anni fa, il 17 luglio 1967, moriva John Coltrane. Prematura e improvvisa, causata da un cancro al fegato, la sua scomparsa fu uno shock inatteso anche per molti nell’ambiente del jazz inconsapevoli della malattia del sassofonista afroamericano. Venuto a mancare a soli quarant’anni, lasciava un vuoto incolmabile: nessuno negli anni sessanta, né nel jazz né in altri ambiti musicali, si era spinto tanto avanti. Nessuno era stato altrettanto rappresentativo del suo tempo.

Nella musica, l’urgenza della trasformazione radicale dell’esistente si fonde con l’aspirazione a un nuovo equilibrio umano, ad una nuova dimensione spirituale: un po’ come se in Coltrane si ritrovassero assieme, riuniti in un’unica personalità,Malcom X  e  Martin Luther King.

Il linguaggio a cui Coltrane approda negli ultimi anni lascia  trasparire poi sollecitazioni politiche e culturali e la sensibilità e la storia della musica afroamericana, il tutto con una poetica di portata universale, ancora intatta nella sua forza malgrado il passare degli anni: Coltrane è più che mai vivo.

https://www.youmanist.it/currents/jazz/coltrane-vive-ancora

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Le donne del Congresso sfidano il dress code


Unite per sfidare le regole sull’abbigliamento in vigore a Capitol Hill che vietano a chiunque ci lavori – uomini e donne – di indossare abiti senza maniche. Persino ad alcune giornaliste è stato impedito di entrare nella ‘lobby’, l’area dove la stampa può avere accesso ai politici.

17 luglio - L'America puritana... ancora più puritana

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Sei milioni non vanno in vacanza, la crisi cancella un sogno italiano


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Non c’è ripresa o ripresina che tenga. Nonostante per il turismo si annunci un’estate da record, rispetto all’anno passato aumenta il numero degli italiani che rinuncia alle vacanze. Per ragioni economiche, ovviamente. Stando all’ultima indagine Swg-Confesercenti il 26% degli italiani prevede infatti di non andare in ferie, contro il 25% dell’anno passato. La variazione è minima, ma si tratta della prima inversione di tendenza dopo tre anni di calo. Ancora più significativo è l’aumento di quanti forniscono motivazioni di tipo prettamente economico per restare a casa: si tratta infatti del 58% delle risposte, contro il 55% del 2016, e corrisponde al dato più alto mai registrato da Swg dal 2009 ad oggi. Senza contare poi che un altro 8% dice di andare in vacanza «in altri periodi» e molto probabilmente lo fa per tenersi alla larga dai prezzi dell’alta stagione. In totale, stima Confesercenti, saranno circa 6 milioni gli italiani che non andranno in vacanza per motivi economici, una fetta di popolazione consistente e che va ben oltre i 4,7 milioni di poveri appena conteggiati dall’Istat.

A fronte di tanti che rinunciano alle ferie c’è però anche una (piccola) quota di irriducibili. Secondo le stime del sito Facile.it sino a tutto maggio sono stati ben 60mila gli italiani che hanno attivato un prestito personale per andare in vacanza, per un ammontare complessivo di 33 milioni di euro. In media hanno ottenuto circa 5mila euro. Nel 72% si tratta di uomini, età media 42 anni, nel 76% dei casi occupati presso un’azienda privata con contratto a tempo indeterminato. Segno che anche i più garantiti possono avere grossi problemi a far quadrare i conti.

http://www.lastampa.it/2017/07/16/economia/sei-milioni-non-vanno-in-vacanza-la-crisi-cancella-un-sogno-italiano-A2p2fHbZ3Zpq32v3AiHeAN/pagina.html

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La Terra ha sete, nel 2050 servirà il doppio dell’acqua


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Tra 40 anni le bocche da sfamare sul nostro pianeta saranno 9 miliardi. Se vogliamo che ci sia cibo per tutti occorre una nuova, più responsabile gestione delle risorse idriche in campo agricolo.

Una migliore gestione dell’acqua in ambito agricolo potrebbe incrementare la produzione alimentare. E con 9 miliardi di bocche da sfamare è un passo quanto mai indispensabile.

Se continuiamo con questi ritmi di crescita, tra poco meno di 40 anni, nel 2050, sul nostro pianeta vivranno 9 miliardi di persone. Per dissertarle, e nutrirle, occorrerà il doppio delle risorse idriche attualmente utilizzate. E considerando che già ora l’acqua scarseggia, è necessario correre ai ripari.Attualmente 1,6 miliardi di persone vivono in condizioni di reale scarsità d’acqua, e il numero potrebbe presto salire a 2 miliardi se continuiamo con questo tiro . Con le stesse tecniche agricole, la crescente urbanizzazione e le nostre abitudini alimentari, il fabbisogno d’acqua per l’agricoltura in termini di evapotraspirazione aumenterebbe dai 7.130 chilometri cubici attuali al 70-90% in più per nutrire 9 miliardi di persone entro il 2050.

Già oggi la scarsità d’acqua colpisce alcuni tra i maggiori paesi produttori di derrate alimentari come la Cina, la regione indiana del Punjab e la zona occidentale degli Stati Uniti. E i cambiamenti climatici, con i picchi di siccità e l’irregolarità dei cambi stagionali, non migliorano certo le cose. Solo un progresso nelle tecniche agricole potrà allontanare questo quadro a tinte fosche. Alcuni consigli pratici per razionalizzare le risorse idriche nei campi e costruire un nuovo equilibrio con l’ecosistema provengono dal documento stesso: innanzi tutto, è opportuno scegliere raccolti che resistano alla siccità e all’irregolarità delle piogge. Piantare alberi e cespugli sul perimetro dei campi aiuta a trattenere l’umidità del suolo e a non far scivolare via l’acqua. Inoltre, come sempre, occorre la collaborazione di governi, agricoltori e urbanisti per pianificare una nuova e più razionale gestione delle risorse idriche. Ne va del bene di tutti: in termini economici (gli unici che certi governanti sembrano sentire), le zone umide del pianeta – paludi, acquitrini, bacini d’acqua dolce o marina – valgono 70 miliardi di dollari.

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/24082011-1025-489-la-terra-ha-sete-nel-2050-servira-il-doppio-dell-acqua

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Morta Maryam Mirzakhani, prima donna a vincere la medaglia ‘Fields’per la matematica


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Nata nel 1977 a Teheran, la storia di Mirzakhani è un mix tra dedizione, ingegno e un pizzico di buona sorte. È stata lei stessa a raccontare di essere stata fortunata per aver finito le scuole elementari giusto al termine della guerra tra Iran e Iraq. Un tempismo che le ha permesso di frequentare buoni istituti e avere delle opportunità impossibili altrimenti.

Laurea a Teheran, dottorato ad Harvard con una tesi sui cammini chiusi sulle superfici in geometria iperbolica, considerata da molti colleghi “spettacolare”. La prima cattedra è a Princeton. Poi il passaggio a Stanford, dove insegnava da sette anni. Amava definirsi una “pensatrice lenta”. Forse proprio questa sua qualità, di soffermarsi sulle questioni un po’ più a lungo, le ha permesso di concentrarsi su problemi che riguardano le strutture geometriche sulle superfici e il modo in cui si deformano. Viaggi nel mondo della matematica che descriveva come “lunghe escursioni, senza un sentiero tracciato né un traguardo visibile”.

Nel 2014, la medaglia Fields. Le è stata consegnata nella capitale della Corea del Sud, Seoul, durante il ventisettesimo Congresso internazionale dei matematici che si tiene ogni quattro anni. Quel giorno Mirzakhani ha rotto un tabù, dato che il premio non era mai finito tra le mani di una donna da quando la medaglia è stata assegnata per la prima volta: nel lontano 1936. “Spero che questo riconoscimento sia d’ispirazione per sempre più giovani ragazze”, è stato il commento di Frances Kirwan, dell’Università di Oxford, membro della giuria. L’invito è “di credere nelle proprie capacità e sperare di essere le vincitrici del futuro”.

 

http://www.repubblica.it/scienze/2017/07/15/news/addio_a_mirzakhani_prima_donna_a_vincere_il_nobel_per_la_matematica-170862620/

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Quando è nato l’aperitivo?


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Se è vero che molte invenzioni che usiamo ancora oggi sono state realizzate nell’antico Egitto, è anche vero che gli antichi romani hanno dominato il mondo lasciandoci in eredità diverse “invenzioni”. Una di queste è proprio l’aperitivo.

La moda dell’aperitivo, infatti,  era già in voga 2.000 anni fa, nell’antica Roma. I Romani (ricchi) avevano l’abitudine di anticipare la cena con bevande alcoliche e stuzzichini vari.

Era la gustatio, un momento previsto nei banchetti  più sontuosi, di grande convivialità, nato per stimolare l’appetito con antipasti saporiti accompagnati dal mulsum, vino ad alta gradazione alcolica miscelato a miele aromatizzato.

 

APERITIVO MODERNO.Tuttavia, solo nel XVIII secolo questa moda iniziò a diffondersi indistintamente in ogni ambiente sociale, esattamente dal 1786, quando a Torino il distillatore piemontese Antonio Benedetto Carpano ideò il celebre Vermut rerererere la bevanda da aperitivo per eccellenza. Ottenuto da vino bianco moscato aromatizzato con oltre 30 varietà di erbe e spezie, il Vermut riscosse nel giro di pochi anni un enorme successo, grazie anche ai costi contenuti, che ne favorirono la larga diffusione.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/quando-e-nato-laperitivo

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Da rifugiati a campioni, l’esperienza di un camp di atletica in Kenya


Atletica Kenya

– Hanno commosso e stupito il mondo alle Olimpiadi di Rio 2016 e ai Mondiali di staffetta di quest’anno alle Bahamas, ma per arrivare ai grandi eventi gli atleti della squadra dei rifugiati devono allenarsi tutto il giorno e possono farlo grazie al camp di Tegla Llorupe a Ngong, in Kenia. L’ex mezzofondista keniota, cinque volte oro ai Mondiali di Mezza Maratona, ha aperto le sue porte a coloro che scappano dalle guerre e che in questi giorni partecipano ai Mondiali Under 18 di Nairobi, In Kenia. Nei giorni scorsi il team dei rifugiati ha ricevuto anche la visita di Sebastian Coe, l’ex grande campione inglese che ora è presidente della Iaaf, la federazione internazionale di atletica leggera. Le giovani stelle del team dei rifugiati pronti per Nairobi sono Lydia Philip Mamun, che impegnata sui 400m, e il suo connazionale del Sud Sudan Sunday Kamisa Peter (800 metri) oltre all’Etiope Mohammed Ahmed Abubakar (1500 metri). “Tegla Lorupe – ha raccontato Coe in dichiarazioni riportate dal sito della Iaaf – mi parlò dei suoi progetti già in occasione delle Olimpiadi di Londra nel 2012, aveva una visione ed è diventata realtà quattro anni dopo a Rio, l’ha portata avanti con la stessa umiltà e tenacia che aveva in gara. Siamo stati molto orgogliosi come Iaaf di poter contribuire con na piccola somma di denaro”. Tegla Lorupe ha mostrato a Coe le nuove attrezzature del suo camp nel campo profughi di Ngong con una nuova palestra che sarà finita per la fine dell’anno, nuovi alloggi e un piccolo ambulatorio. E nel camp ci sono anche mucche e galline per fornire di latte fresco e uova gli atleti. “Ho visto questo progetto nascere e crescere – ha continuato Coe, due volte oro Olimpico nell’80 e nell’84 – oggi abbiamo davanti un esempio di passione, visione e umanità”. Coe si è rivolto direttamente ai giovani rifugiati: “Costruite le vostre carriere in pista al meglio – ha detto loro – ma pensate anche al futuro come ha fatto Tegla, che dopo aver corso ha lavorato perché voi oggi possiate avere una carriera da atleti”. I tre giovani atleti sono arrivati nel camp della Lorupe nel 2016 e oggi studiano nella scuola vicina al campo, oltre ad allenarsi. Abubakar e Peter sono arirvati a Ngoong dal campo profughi di Kakuma, mentre Mamun dal campo di Dadaab. “Anche io vengo da una situazione difficile – ha detto Lorupe – ma ho imparato a non perdere la speranza. Dico sempre ai ragazzi che devono dare il meglio non solo nello sport ma anche nello studio, che è importante allo stesso modo”.

 

http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/sport/2017/07/13/atletica-presidente-iaaf-coe-visita-camp-team-rifugiati-in_6a3d9f2a-bf56-4f4c-9c80-9c76e599855b.html

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Cina, addio a Liu Xiaobo eroe di Tienanmen e Nobel per la Pace


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“La grandezza della resistenza non violenta risiede nel fatto che, nel momento in cui l’umanità deve confrontarsi con la tirannia e con i suoi tormenti, la vittima – diversamente da come ci si aspetterebbe – risponde all’odio con l’amore, al pregiudizio con la tolleranza, all’arroganza con la modestia, all’umiliazione con la dignità, alla violenza con la razionalità.  L’amore per la dignità e la modestia d’animo delle vittime sono un invito rivolto ai carnefici a ripristinare le regole dell’umanità, della pace e della ragione, per superare il circolo vizioso del rispondere alla violenza con la violenza”

Liu Xiaobo

 

Il dissidente cinese Liu Xiaobo si è spento, in prigionia, a 61 anni per un cancro all’intestino. La sua sedia vuota alla cerimonia di premiazione del Nobel per la pace nel 2010 resterà per sempre un simbolo della repressione di Pechino e della sua battaglia contro la negazione dei diritti umani.

Se n’è andato nel modo peggiore: prigioniero fino all’ultimo. Liu Xiaobo, il Premio Nobel per la Pace condannato a 11 anni per ‘incitamento al sovvertimento dello stato’, era stato trasferito dal carcere  all’ospedale di Shenyang, ma la libertà concessa il 26 giugno scorso perché malato di tumore terminale era condizionale solo a parole.

Nella primavera del 1989 aveva partecipato alle proteste di piazza Tienanmen, diventando un simbolo della Primavera cinese. L’ultimo arresto era avvenuto nel 2008 per aver firmato insieme ad altri dissidenti il documento intitolato ”Carta 08”, per promuovere riforme volte alla democrazia

 

http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/13/foto/cina_morte_liu_xiaobo_premio_nobel_foto-170705607/1/#1

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L’Italia brucia.


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Dal Roma alla Puglia, dal Vesuvio alla Sicilia è emergenza incendi

Dal 15 giugno a oggi sono state 430 le richieste di soccorso aereo giunte dalle Regioni alla Protezione Civile per gli incendi: un picco mai raggiunto nello stesso periodo negli ultimi dieci anni. Lo rileva il Dipartimento che ricorda come nel 2007, ‘anno nero’ con una stagione estiva davvero complicata, erano state 308 le domande. “Le conseguenze per l’equilibrio naturale sono gravissime e i tempi per il riassetto dell’ecosistema forestale e ambientale molto lunghi – spiegano dalla Protezione Civile – Le alterazioni delle condizioni naturali del suolo causate dagli incendi favoriscono inoltre i fenomeni di dissesto dei versanti provocando, in caso di piogge intense, lo scivolamento e l’asportazione dello strato di terreno superficiale”.

La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civilta’ degli uomini, alla loro cultura e sensibilita’.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell’ambiente.

 

http://www.comunevitulano.it/avvvpc/pages/studio.htm

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/11/litalia-brucia-dal-roma-alla-puglia-dal-vesuvio-alla-sicilia_a_23024731/

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I motivi dell’ODORE del MARE


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L’odore del mare: si avverte in maniera molto densa, ma pochi si domandano quali siano i composti che lo caratterizzano. Sono per l’esattezza tre. Il primo è il Solfuro dimetile, responsabile dell’odore di salsedine. Poi ci sono i Dictioptereni, composti volatili che costituiscono i feromoni sessuali di alcune specie di alghe, usate dalle parti femminili per attrarre le controparti maschili. Infine si annoverano i Bromofenoli: sono composti chimici che in alte concentrazioni causano un odore di iodio piuttosto forte. In conclusione, quando ci rechiamo in spiaggia e avvertiamo questo odore pungente nell’aria, ora sappiamo che dipende da un mix di questi tre elementi.

 

https://www.ilmeteo.it/notizie/curiosita-i-motivi-odore-del-mare

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Delitto Kennedy, il mistero di quel fucile trovato a Pistoia


Mostre: a Historical Society Ny ritratto intimo Jfk

In ex fabbrica munizioni, sullo sfondo la commissione Warren

Il fucile Carcano 91/38 con cui Oswald sparò al presidente John Kennedy il 22 novembre 1963 a Dallas è custodito negli Usa. Ma il ritrovamento di un fucile analogo, un anno fa in un capannone della ex fabbrica di munizioni Smi (Società metallurgica italiana) di Campo Tizzoro, sulla montagna pistoiese – vicenda emersa ora sulla stampa – ha aperto un caso se non un mistero. Perchè quell’arma, disattivata e arrugginita, è stata trovata avvolta in una busta Smi con un cartellino con scritto C.Warren, ovvero il nome della prima commissione che indagò sul delitto Kennedy, insieme ad alcuni documenti. Tutto era in un armadio metallico, acquistato come il resto del materiale dell’archivio difesa della Smi 5 anni fa all’asta per 5.000 euro, dopo che il relativo ramo dell’azienda era stato ceduto al pubblico.

La scoperta è stata fatta da Gianluca Iori, architetto e direttore dell’Istituto di ricerche storiche e archeologiche di Pistoia, a cui si deve il progetto, poi realizzato, del museo della Smi a Campo Tizzoro, in onore della stessa fabbrica e della famiglia Orlando che ne fu proprietaria.

Iori considera già di per sè “eccezionali” i documenti rinvenuti, “ora custoditi in cassaforte”. Quanto al fucile azzarda più ipotesi, in attesa di scoprirne di più: da quella che sia finito nell’armadio per caso, che possa essere il secondo fucile che sparò a Kennedy, o che sia stata un’arma lasciata a Campo Tizzoro dalla commissione Warren per prove balistiche. Visita che era nota: risale al 1966, quando arrivarono investigatori della Cia per alcune verifiche in quanto due delle tre pallottole esplose da Hoswald, oltre a un caricatore, erano state prodotte a Campo Tizzoro: a quei tempi la Smi “era la principale ditta di munizioni in ambito Nato”.

 

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/07/11/delitto-kennedy-il-mistero-di-quel-fucile-trovato-a-pistoia_5109f8bd-b5f1-4eb2-b326-ef3a9be8e890.html

 

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L’imponente vulcano che nessuno trova


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Responsabile di una serie di anomalie climatiche a metà del 1400, lo si era individuato nel Pacifico… ma era una falsa pista.

Il 10 ottobre 1465 qualcosa di strano accadde durante lo sfarzoso matrimonio tra Alfonso II d’Aragona e Ippolita Maria Sforza, a Napoli: in pieno giorno il Sole si fece dapprima azzurrognolo, poi calò l’oscurità – fatti che in molti interpretarono come presagi di sventure.

Nei mesi seguenti le stranezze continuarono  in tutta Europa. In Germania piovve talmente forte e talmente tanto che nei cimiteri le sepolture tornavano in superficie. Nel villaggio di Thorn, in Polonia, ci si spostava soltanto in barca. In tutta Europa il clima si fece ancora più freddo: i laghi ghiacciarono insieme ai pesci, l’erba smise di crescere e i fiori di sbocciare. A Bologna, si passava con carrozze e cavalli sugli specchi d’acqua ghiacciati.

Responsabile della strana serie di eventi fu un’eruzione vulcanica devastante  persone. Le tracce dell’acido solforico precipitato ai poli in seguito all’evento sono ancora oggi custodite nei ghiacci.

Di quale vulcano parliamo? Per la globalità dell’evento è probabile che l’eruzione sia avvenuta ai tropici: da qui i venti d’alta quota spingono l’aria dall’equatore ai poli. Tuttavia poiché nel Pacifico ci sono centinaia di vulcani, e il colpevole è quasi certamente ormai svanito sul fondo del mare, l’enigma sulla sua identità è destinato a rimanere tale. Altri scienziati suggeriscono di cercare tra gli archi insulari – Micronesia, Polinesia, Melanesia

 

 

http://www.focus.it/scienza/scienze/eruzione-imponente-il-vulcano-che-nessuno-trova

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Calano le casalinghe in Italia.


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Nel 2016 il nostro Paese conta 7 milioni 338 mila donne che si dichiarano casalinghe, 518 mila in meno rispetto a 10 anni fa. La loro età media è 60 anni. Lo comunica l’Istat nel report “Le casalinghe in Italia”.

Le anziane di 65 anni e più superano i 3 milioni e rappresentano il 40,9% del totale, quelle più giovani (fino a 34 anni) sono meno di una su dieci, l’8,5%. Le casalinghe vivono prevalentemente nel Centro-Sud (63,8%) e lavorano quasi 49 ore a settimana, in media 2.539 ore l’anno, senza considerare ferie, più di molti lavoratori occupati al di fuori delle mura domestiche. L’Istat calcola che le donne effettuano complessivamente 50 miliardi e 694 milioni delle ore di produzione familiare l’anno (il 71% del totale) e che le casalinghe, con 20 miliardi e 349 milioni di ore, sono i soggetti che contribuiscono maggiormente a questa forma di produzione.

Poco più della metà delle casalinghe non ha mai lavorato al di fuori delle mura domestiche nel corso della vita e il 10,8% (600 mila donne tra i 15 e i 64 anni) è scoraggiato, secondo i dati Istat, perché pur avendo cercato impiego non l’ha trovato e pensa di non poterci riuscire. Ma per le più giovani, quelle di 15-23 anni, il motivo principale per cui non cercano lavoro è di natura familiare nel 73% dei casi (questa quota scende al 61,2% per la fascia di età successiva di 35-44 anni). Il carico di lavoro domestico per queste donne è “elevato”.

http://www.lastampa.it/2017/07/10/multimedia/italia/cronache/casalinghe-in-via-di-estinzione-mila-in-meno-rispetto-a-anni-fa-YHvtAwjPzThLXfUTqX8vML/pagina.html

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2017/07/10/istat-in-10-anni-518-mila-casalinghe_6e4e3166-6ceb-4a73-8086-1f212fbe32fe.html

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Due milioni di case a rischio.


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Edifici vecchi, ristrutturati male, collaudati senza verifiche. Non sono soltanto i terremoti a far crollare le case in Italia. Uno dei pericoli maggiori, secondo gli esperti, è l’abitudine di considerare manutenzioni e norme di sicurezza soltanto fastidiosi orpelli burocratici.
Secondo i dati di Confartigianato e Istat, oltre 2 milioni di edifici residenziali in Italia sono in mediocre o cattivo stato di conservazione. È il 16,8 per cento del totale, ma si sale al 21,1 per cento per le case costruite prima del 1981. La Campania, dove c’è stato ieri il crollo con vittime, è tra le regioni con la situazione più critica e il 21,8 per cento delle case a rischio. Peggio fanno Sicilia (26,5 per cento), Calabria (26,2) e Basilicata (22,3). Il Sud si distingue per dati negativi, con situazioni critiche in Molise (21,5), Sardegna (17), Puglia (16,7) e Abruzzo (16,6).
Stanno meglio l’Umbria (10,7 per cento a rischio) dove dopo il terremoto del 1997 molto è stato fatto per eseguire revisioni e manutenzioni, e il Trentino Alto Adige. La regione autonoma ha la quota più bassa d’Italia con l’Umbria, il 10,7 per cento, grazie sia ai piani di edilizia, che hanno puntato molto sul rinnovamento ai fini del risparmio energetico e del rispetto dell’ambiente, sia a controlli puntuali. Rispetto alle situazioni più drammatiche fanno meglio anche la Toscana (11,5), l’Emilia Romagna (12,2), il Friuli- Venezia Giulia (12,5), il Veneto (12,6), la Lombardia (12,8), le Marche (14), la Valle d’Aosta (15,4), il Lazio (15,9) il Piemonte e la Liguria (16,3). A Roma, dove tra gennaio e maggio 2016 ci sono stati due crolli, sul Lungotevere e a Ponte Milvio per fortuna senza vittime, è a rischio il 14,7 per cento degli edifici. Il caso limite è quello di Vibo Valentia, dove il 31,4 per cento degli edifici, cioè oltre 3 case su dieci, sono in pessimo stato.
Sono dati di per sé allarmanti, ma non esaustivi e approssimati per difetto: fotografare esattamente la situazione degli oltre 12milioni di edifici residenziali italiani per un totale di oltre 31milioni di abitazioni è difficile perché la documentazione che li riguarda e che dovrebbe ricostruirne la storia con tutti gli interventi fatti è spesso lacunosa o del tutto inesistente. «Eseguo verifiche sui fabbricati — spiega l’ingegner Gianpaolo Rosati, ordinario di tecnica delle costruzioni al Politecnico di Milano ed esperto di diagnostica e controllo — purtroppo in moltissimi casi è sparita totalmente la documentazione. Spesso anche certificati fondamentali quali il collaudo non sono reali, sono stati all’epoca aggiustati e perciò anche i materiali per le costruzioni non corrispondono a quelli dichiarati. Ci sono casi in cui non si riesce a recuperare il fascicolo di edifici importanti progettati da grandi architetti o di costruzioni pubbliche. In Italia il deposito della documentazione è stato sentito non come una garanzia per evitare incidenti, ma come un atto di burocrazia inutile. Da questo punto di vista l’introduzione del fascicolo di fabbricato sarebbe fondamentale». Le leggi ci sono, sottolinea l’ingegnere, ma ad aumentare i rischi di crolli è il fattore umano che «pesa per il 50 per cento, perché — conclude Rosati — dobbiamo cambiare mentalità e capire che anche l’edificio perfetto, costruito a norma, ha bisogno di manutenzione e dopo 50 anni esaurisce la sua vita utile ». E ciò considerato, visto che il 75 per cento degli edifici residenziali italiani è stato costruito prima del 1981, la situazione appare ancora peggiore di quella che delineano i dati.

https://www.assinews.it/07/2017/due-milioni-case-rischio-record-sicilia-calabria/660042065/

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René Magritte: breve biografia e opere principali in 10 punti


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A cinquant’anni dalla morte di Renè Magritte avvenuta il 15 agosto 1967.

Ci sono artisti che passano alla storia per le loro vite intense, che sembrano scaturire dalle pagine di un romanzo tanto sono cariche di colpi di scena, drammi e passione. E poi c’è René Magritte, un uomo elegante, come tanti, educato, come molti, ma capace di trasformare la realtà come nessuno.

Un uomo (apparentemente) comune capace di creare capolavori straordinari, che trasformano in sogno il quotidiano. Perché in questo sta il genio di Magritte, l’artista che ci ha spinto a osservare il mondo con occhi diversi, a stupirci di ciò che è apparentemente banale, a scavare sotto la superficie per scoprire che la realtà è molto più affascinante di quanto non appaia.

1. René Magritte (1898 – 1967) è stato uno dei più grandi pittori del Belgio è tra i massimi esponenti del surrealismo. È noto con il soprannome “le saboteur tranquille” per la sua capacità di insinuare dubbi nel reale, rappresentando soggetti apparentemente realistici che però stupiscono per dettagli misteriosi che conferiscono all’opera un significato nuovo e insolito.

2. Un’opera esemplare di Magritte è Il tradimento delle immagini (1929), dipinto in cui viene rappresentata una pipa con una scritta “Questa non è una pipa” perché, in effetti, si tratta dell’“immagine” di una pipa: un gioco di parole espresso con le immagini.

3. Nonostante il suo approccio apparentemente giocoso alla realtà, la vita di Magritte è funestata da un terribile dramma. La madre infatti si suicida annegando nel fiume Sambre quando René ha solo quattordici anni. La donna venne ritrovata con la camicia da notte avvolta sulla testa, un’immagine che il giovane Magritte non dimenticherà facilmente, riproducendola in alcune delle sue opere più famose. Va detto che Magritte negò sempre il legame tra questo tipo di rappresentazione e la vicenda materna.

4. La vita di Magritte non presenta grandi colpi di scena. Nel 1916 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles e nel 1922 sposa con Georgette Berger, conosciuta nove anni prima. Si guadagna da vivere lavorando come grafico, disegnando copertine di album musicali, manifesti pubblicitari e tappezzerie.

5. La sua vita cambia dopo aver visto su una rivista l’opera Canto d’Amore di Giorgio de Chirico. È così che Magritte decide di dedicarsi ad un’arte che rappresenti le idee e non semplicemente “l’estetica della realtà”. Nel 1925 realizza la sua prima opera surrealistaLe Jockey perdu (Il fantino perduto).

6. Nel 1926, a ventotto anni, conosce Breton, teorico e leader del movimento surrealista. Entusiasta, Magritte tiene la sua prima personale a Bruxelles, ma viene stroncato dalla critica. Deluso, si trasferisce a Parigi con la moglie nel 1927.

7. Il periodo parigino dura poco. La galleria La Cantaure di Bruxelles che gli aveva fatto avere un contratto per dipingere a tempo pieno, chiude e Magritte è costretto a tornare in Belgio e riprendere il lavoro di grafico guadagnarsi da vivere.

8. Il suo stile artistico cambia bruscamente negli anni Quaranta, con la dominazione nazista. Per fuggire Magritte e la moglie si traferiscono nel su della Francia, a Carcassone. In questi anni l’artista realizza opere grezze, ironiche e ingenue, tanto che questa sua fase artistica è ricordata come “periodo vache (vacca)”. Probabilmente era un espediente con cui il pittore si lasciava alle spalle gli orrori della guerra. Inutile dire che i critici non lo apprezzarono.

9. Magritte raggiunge il successo negli anni Sessanta. Un’importante rassegna al Museum of Modern Art di New York lo consacra come artista nel 1965, due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1967.

10. Il nome di Magritte è diventato celebre dopo gli anni Sessanta, con l’avvento della cultura pop. Il cinema, la musica e il fiumetto hanno fatto spesso riferimento alle opere dell’artista belga: il Jeff Beck Group sceglie l’opera La camera d’ascolto (1954) per la copertina dell’album Beck-Ola (1964), mentre la copertina del numero 41 del fumetto Dylan Dog, dal titolo Golconda, è chiaramente ispirata all’omonima opera del pittore, realizzata nel 1953.

https://dueminutidiarte.com/2016/01/16/rene-magritte-biografia-opere-riassunto/

 

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L”Arca di Noè’ delle specie dimenticate.


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La biodiversità ha trovato un nuovo alleato nel centro dei ‘genomi dimenticati’, che otterrà la mappa del Dna di animali, piante e funghi generalmente trascurati dalla ricerca, ma comunque molto importanti. Si chiama Loewe-Tbg (Loewe-Zentrum für Translationale Biodiversitätsgenomik), Centro di eccellenza per il sequenziamento della biodiversità genomica, ed è appena stato finanziato con 17,5 milioni di euro, la prima metà di un fondo che coprirà i prossimi sette anni di vita e che servirà ad ottenere la mappa completa del Dna di circa 700 organismi e una mappa parziale di migliaia di altri. L’inaugurazione del centro tedesco nello Stato dell’Assia è prevista per gennaio 2018.

Questa sorta di ‘Arca di Noè’, renderà i dati ottenuti liberamente accessibili, dando un grande aiuto ai ricercatori di tutto il mondo che vogliono studiare organismi che non ricevono molta attenzione.

Il progetto ha già raccolto approvazione e plauso dei biologi di tutto il mondo, anche se alcuni modificherebbero la lista iniziale delle specie di cui ottenere la mappa del Dna, eliminando diversi vertebrati e insetti e aggiungendo un maggior numero di microrganismi marini.

http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/biotech/2017/07/07/larca-di-noe-delle-specie-dimenticate-_f472d1dc-b581-42b3-8922-e823f66b334d.html

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20 anni di tormentoni estivi


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 Tutto quello che ballavano in spiaggia dal ’97 in poi, dalle immancabili Spice Girls alle meteore Las Ketchup.

Una cosa è certa: i latino americani ci sanno fare con le hit dell’estate . Loro sì che sanno trasformare l’energia della stagione più bella in musica e ritmo. La nostra teoria è abbastanza banale ed è confermata da questa lunga lista di canzoni che tutti abbiamo cantato e ricantato.

In attesa di scoprire quale sarà il tormentone più ascoltato del 2017 .

 

http://up.sorgenia.it/it/20-anni-di-tormentoni-estivi

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Scoperta la particella Xi:


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– Scoperta della particella Xi. Pensata, attesa, ricercata a lungo, finalmente scovata pare abbia un ruolo importante nella teoria attuale per spiegare come le particelle stanno assieme a formare la materia, che a sua volta forma il mondo in cui viviamo.

Vista dall’esperimento chiamato Lhcb, la particella appartiene alla famiglia dei barioni, la stessa di cui fanno parte protoni e neutroni che costituiscono la materia visibile, e come tutti i barioni è composta da tre quark. Tuttavia nei barioni finora noti si trova al massimo un solo quark pesante, mentre la particella Xi ha due quark pesanti.

http://www.repubblica.it/scienze/2017/07/06/news/cern_particella_xi-170121840/

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Il primo Lp ad avere la copertina illustrata


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Un tempo i dischi erano contenuti in buste di cartone, marchiate tutt’al più con il logo dell’etichetta discografica. La busta aveva un foro circolare per mostrare il titolo e i nomi degli autori e degli esecutori stampati al centro. Nel 1939, la Columbia Records mise in produzione delle copertine illustrate (senza foro centrale) per tutti i dischi.

SMASH SONG. Il primo Lp nella nuova versione fu una raccolta di brani scritti dal pianista Richard Rodgers e dal paroliere Lorenz Hart, autori di canzoni e musical. Il disco si intitolava “Smash Song Hits by Rodgers & Hart”.

L’autore della copertina era il grafico 23enne Alex Steinweiss che faticò non poco a convincere i discografici della Columbia ad accettare la sua intuizione.

I dischi con la copertina divennero subito dei best sellers e i capi della Columbia misero da parte ogni timore per i costi aggiuntivi dovuti alla stampa colorata.  E avevano ragione: una nuova registrazione dell’Eroica di Beethoven (dunque neppure un’opera nuova di zecca) con la copertina grafica segnò un aumento delle vendite del 900%.

Steinweiss realizzò nella sua carriera oltre 2500 copertine di album di classica, jazz e pop per le case diverse case discografiche. Molte sono oggi divenute leggendarie e quindi ricercatissime dai collezionisti.

Tra le più note quella del disco di George Gershwin “Rhapsody in Blue”   e la  “Sonata per pianoforte n.5 di Beethoven, blu1.jpgblu.jpgsu cui vi è il primo disegno di quel prisma multicolore che diventerà famosissimo per l’album “Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd.

 

 

http://www.focus.it/cultura/arte/quale-fu-il-primo-lp-ad-avere-la-copertina-illustrata

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