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Gli insetti si stanno estinguendo molto più rapidamente di quanto credessimo.


Non è (purtroppo) più una novità che gli insetti di tutto il mondo stiano scomparendo a ritmi preoccupanti. Quello che forse non afferriamo ancora è la reale gravità di questa estinzione di massa: secondo uno studio della Technical University di Monaco di Baviera pubblicato su Nature, negli ultimi dieci anni il numero di specie di insetti in molte aree è diminuito di circa un terzo, sia nelle zone più antropizzate sia – con numeri inquietanti – in quelle selvatiche o protette.

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Lo studio, condotto in Germania ma i cui risultati, secondo gli autori, sono rappresentativi di quello che sta accadendo nel mondo, ha “coinvolto” più di un milione di insetti (circa 2700 specie) catturati in oltre 300 siti in giro per il Paese, e raccolti nel corso di un decennio, tra il 2008 e il 2017. I risultati vedono un drastico calo nella biomassa in tutte le aree studiate (fino al 40% nelle foreste e fino al 66% in praterie e campi coltivati), e soprattutto un crollo della biodiversità: un terzo delle specie che un tempo popolavano i paesaggi tedeschi sono sparite.  I motivi di questa strage? I soliti: i prati vengono tagliati e fertilizzati più volte all’anno per farne pascoli, mentre le foreste vengono sfoltite per ricavarne legname; in questo modo, gli insetti che non sono in grado di percorrere grandi distanze sono a rischio se vivono nei prati, perché non riescono a trovare una nuova casa, e al contrario quelli che hanno bisogno di un areale molto ampio soffrono nelle foreste, che diventano sempre più piccole.

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/insetti-estinzione-piu-rapida-previsto

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Le elezioni del 16 novembre 1919. La resa dei conti nel Paese


Le elezioni politiche del novembre del 1919 furono cruciali per vari motivi, erano le prime del dopoguerra, quelle in cui finalmente il popolo italiano avrebbe potuto pronunciare un giudizio sugli eventi trascorsi e sulle forze politiche che si erano aspramente confrontate negli anni precedenti così tragici e traumatici. Inoltre esse consentivano di sperimentare per la prima volta un nuovo sistema proporzionale che avrebbe messo a dura prova le clientele e le spinte trasformistiche, premiando finalmente i grandi partiti di massa, che si erano dati una organizzazione su scala nazionale.L’esito elettorale per i socialisti che raccolsero consensi sia tra i rivoluzionari che tra i riformisti, fu superiore ad ogni aspettativa: un milione e 835.000 voti, essi raddoppiarono i consensi rispetto alle elezioni precedenti e superarono la percentuale del 30%, triplicando il loro numero di deputati ed ottenendo il gruppo parlamentare più numeroso e forte del Parlamento, davanti solo ai Popolari che pur ottennero uno straordinario secondo posto con 1.167.000 voti raccolti soprattutto tra le masse rurali, nelle prima elezioni in cui si presentavano e portando in Parlamento ben 100 deputati.
I gruppi democratico-liberali ottennero, sommandoli tutti, solo 179 seggi in confronto ai 310 delle precedenti elezioni. Gli altri seggi furono distribuiti a radicali, repubblicani, socialriformisti e nazionalisti (soprattutto ex combattenti) tra cui uno sparuto gruppo di fascisti. Ma il paradosso di quella tornata elettorale fu grande, perché il sistema proporzionale che in teoria avrebbe dovuto favorire i grandi partiti di massa, poi, per un suo meccanismo particolare di tutela delle minoranze, limitò notevolmente la sconfitta degli avversari dei socialisti: i liberal-democratici, soprattutto nel Nord, nonostante lì la maggioranza socialista fosse schiacciante e fosse arrivata addirittura al 46,5% dei voti convalidati.

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E i fascisti? Ebbene il blocco fascista nella città che aveva generato i Fasci di Combattimento, raggiunse solo 4657 voti, un risicatissimo risultato che però Mussolini seppe giustificare con la sua proverbiale retorica, dicendo: “La nostra non è una vittoria né una sconfitta, è una affermazione politica…siamo una esigua minoranza in confronto alle masse di cui dispongono gli altri partiti, ma una minoranza con la quale bisogna fare i conti, perché se è debole dal punto di vista quantitativo, è fortissima dal punto di vista qualitativo, e tutti i nostri avversari lo sanno…il nostro movimento politico…non è schedaiolo…giovanissimi come siamo e, in un certo senso desideriamo restare, dichiariamo che i risultati della consultazione attuale non ci hanno né sorpresi, né mortificati…La nostra battaglia continua.” In effetti i fascisti non se lo fecero dire due volte di battagliare, con altri metodi però rispetto a quelli “schedaioli”…

Il 17 novembre, infatti, reagendo alla sconfitta e alla schiacciante vittoria socialista, un corteo fascista avanzò minaccioso verso la sede de l’Avanti! in via S. Damiano, fu allora che i fascisti vennero accolti con una bomba che ferì varie persone in maniera piuttosto grave, quindi il loro corteo proseguì verso piazza del Duomo dove un gruppo di socialisti stava tentando di assaltare il comitato dei Fasci di Combattimento nella Galleria Vittorio Emanuele, anche in questo scontro i feriti furono numerosi.
Fu allora che una commissione composta da vari deputati socialisti tra i quali Treves, Turati e Serrati, si recò dal Prefetto chiedendo a gran voce lo scioglimento dei Fasci di Combattimento e della Associazione Arditi d’Italia. Le sedi fasciste furono allora perquisite e furono così sequestrate varie armi e munizioni, lo stesso Mussolini fu arrestato e messo in carcere, suscitando però le proteste dei principali quotidiani moderati: il Secolo e il Corriere della Sera, tanto che Mussolini fu presto scarcerato, allora infatti la mancata denuncia di armi non prevedeva l’arresto ma solo una ammenda pecuniaria. Gli scontri e i disordini però erano solo all’inizio, così come il famigerato “biennio rosso”.

 

 

 

 

Le elezioni del 1919. La resa dei conti nel Paese

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Animali nella Grande Guerra.


Un conflitto che vide protagonisti, insieme ai 60 milioni di soldati di tutta Europa, anche ben 11milioni di cavalli, 100 mila tra cani, muli, asini, buoi e maiali, oltre a 200 mila tra piccioni e colombi viaggiatori. Uno stuolo di esseri indifesi con l’unica sola colpa di vivere in un tragico momento storico. Vissero di stenti tra fango e bombe, inconsapevoli vittime sacrificali delle scelte scellerate dell’uomo, dimenticati totalmente dai libri di storia, sebbene ricoprissero dei ruoli fondamentali.

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È il caso dei muli, per esempio, importanti sulle montagne, e che, con buoi e cani, vennero utilizzati per il trasporto di parti di cannone, munizioni, provviste e di acqua. O dei piccioni viaggiatori, che vennero utilizzati per l’invio di messaggi alle truppe e insieme ai cani vennero sacrificati nel rilevamento della presenza di gas tossici.

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cani servirono, inoltre, anche al ritrovamento dei feriti, anche se assolsero, come sarebbe scontato, anche al loro classico ruolo di “compagnia” accanto ai soldati, divenendo spesso il loro unico legame di affezione durante il conflitto bellico, dentro e fuori la trincea. Ma gli animali, ahimè, vennero utilizzati anche come cibo, in macelli provvisori allestiti vicino agli accampamenti.La Gran Bretagna ha ricordato a Londra tutti gli animali caduti in battaglia con un memoriale (Animals in War Memorial Fund), dedicato simbolicamente al Soldato n. 2709, un piccione viaggiatore morto in servizio.

 

 

 

Animali nella Grande Guerra: il documentario che rende omaggio agli animali italiani impiegati durante il Primo conflitto mondiale

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La strage di Nassiriya, l’anniversario.


Sono passati sedici anni dalla strage di Nassiriya, in cui morirono 19 italiani e nove cittadini iracheni. Era il 12 novembre 2003 e, alle 10.40 (le 8.40 in Italia), un camion carico di esplosivo si lanciò sul compound della base “Mestrale”, dove aveva sede l’Italian Joint Task Force: nella deflagrazione vennero uccisi 12 carabinieri, 5 militari, un cooperante internazionale e un regista di nazionalità italiana, oltre a 9 cittadini iracheni. Altri 58 abitanti del posto rimasero feriti. L’Italia stava partecipando alla missione internazionale «Antica Babilonia», una missione di peacekeeping con molteplici obiettivi: il mantenimento dell’ordine pubblico, l’addestramento delle forze di polizia del posto, la gestione dell’aeroporto e gli aiuti da portare alla popolazione.

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Le ipotesi sulla matrice dell’attentato sono tante: una pista porta ad al Zarqawi e agli estremisti sunniti, un’altra a una cellula terroristica libanese vicina ad Al Qaeda ma i sospetti convergono sempre e comunque su elementi arrivati da fuori provincia di Dhi-Qar. Si indaga anche su eventuali errori ed omissioni nella catena di comando, si cerca di capire se un allarme lanciato dai servizi fosse stato ignorato o meno, ma l’iter giudiziario si dipana per anni. L’ultima parola, per ora, è quella della Cassazione che, il 10 settembre di quest’anno, conferma la condanna per l’ex generale Bruno Stano, già assolto in sede penale ma chiamato a risarcire le famiglie della vittime della strage: da comandante della missione italiana, avrebbe sottovalutato il pericolo. Assoluzione definitiva, invece, per il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, oggi generale e all’epoca responsabile della base `Maestrale´: lui tentò di far salire il livello di guardia e di protezione. Restando inascoltato

 

 

 

 

 

https://www.corriere.it/esteri/19_novembre_10/attentato-iraq-16-anni-fa-strage-nassiriya-0128ccc2-03d0-11ea-a09d-144c1806035c.shtml

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1946, i bimbi dei treni della felicità


I vecchi nelle campagne ancora oggi affermano che dove mangia uno possono mangiare in due. È una frase elementare, emblematica di quella cultura contadina dell’ospitalità che passa dal cibo, dalla tavola luogo di incontro e condivisione sereno, gioviale. Un modo d’essere talmente naturale che spiega come mai ci si sia dimenticati, a livello storiografico come politico, di una delle pagine migliori della ricostruzione dell’Italia dopo l’occupazione nazifascista e la guerra: quella dei “treni della felicità”. Un’esperienza che salvò migliaia di bambini da un destino di povertà, malattia e sfruttamento.

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Era l’inverno del 1945. L’Italia da nord a sud aveva sofferto per i bombardamenti, la miseria e per la violenza degli eserciti stranieri, nemici o alleati che fossero; un’Italia stremata, affamata, ma con un’incredibile voglia di rinascita e fame di futuro.
Era un’epoca di emergenze per far fronte alle quali, immediatamente dopo la Liberazione, in ogni città sorgevano comitati per risolvere i problemi contingenti come la distribuzione dei viveri, lo sgombero delle macerie belliche, la tutela dell’infanzia. Tanti infatti i bambini abbandonati a se stessi, orfani o, come in gran parte del meridione, residenti in zone distrutte dalle bombe, da calamità naturali, soggette ad epidemie, dove la fame e la disoccupazione erano quotidianità.

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A Milano Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di Ravensbrük, intuisce che solo un gesto di solidarietà può risolvere almeno temporaneamente la drammatica situazione di bisogno dei bambini. Con ciò che rimane dei Gruppi di difesa della donna, poi confluiti nella nascente Udi – Unione donne italiane, la Noce chiede ai compagni di Reggio Emilia, realtà prevalentemente agricola e quindi con maggiori risorse alimentari rispetto a Milano, di ospitare in quei mesi alcuni bambini.Furono trasferiti così, nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, alcune decine di migliaia di bambini che lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati.
Ma quelle donne, che avevano tessuto la Resistenza e svezzato la Repubblica, non si fermarono raggiunto il loro primo obiettivo. Così, dal 1945 al 1952, anni duri per tutto il Paese, furono ospitati nel centro-nord ben 70.000 bambini, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente.La storia dei bambini che partirono con i treni della felicità è straordinaria al punto da sembrare frutto di fantasia, ma è assolutamente vera e fa parte della nostra cultura, perchè questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime.

 

 

https://www.anpi.it/articoli/636/1946-i-bimbi-dei-treni-della-felicita

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Gratitudine e gentilezza: le chiavi del benessere


L’importanza della gentilezza è riconosciuta da tutti. Ma, allo stesso tempo, ci domandiamo: “è davvero possibile una vita all’insegna della gentilezza?”. Intorno alla gentilezza vi sono molti pregiudizi: primo fra tutti, quello secondo cui le persone gentili finirebbero per essere sopraffatte in un mondo di squali. Alla base della gentilezza c’è un punto di forza caratteriale: la gratitudine. La gratitudine è stata definita come la sensazione di ringraziamento e di gioia in risposta all’aver ricevuto un dono, sia che il dono sia un beneficio tangibile, sia che si tratti di un momento di calma e beatitudine suscitato dalle bellezze naturali.

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La gratitudine non è fine a se stessa: le persone grate alla vita, a prescindere dalla propria posizione sociale, dallo stato di salute e dalle fortune/sfortune personali, vivono meglio. La gratitudine è una delle due sole forze caratteriali che sono direttamente legate al benessere.
Come tutti gli aspetti del carattere umano, la gratitudine si può potenziare, con un opportuno allenamento.

Se la gratitudine è un vero e proprio tratto caratteriale, la gentilezza ha contorni più sfumati; è l’abito mentale tipico delle persone grate. Come tutti gli abiti mentali nasce dall’interazione di carattere, emozioni, pensieri, azioni e interazioni sociali. La cultura della gentilezza, nella quale crediamo profondamente, è un fenomeno sociale: dobbiamo condividerla, farci insegnanti di gentilezza e allievi di gentilezza.

Ma come si educa alla gentilezza? Si comincia sempre con l’auto-educazione. Se non diventiamo ricercatori ed esempi di gentilezza difficilmente potremo educare la comunità. Successivamente, dopo aver fatto pratica per qualche settimana con gli esercizi di gratitudine, possiamo introdurre le buone maniere e gli atti gentili. È importante notare che le buone maniere, se non si è prima lavorato sulla gratitudine, sono solo manierismo e non hanno nulla a che vedere con la cultura della gentilezza.

 

 

 

 

Gratitudine e gentilezza: le chiavi del benessere

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Se arriverò a cento anni.


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Nell’anno 2103 sarò ancora viva. Quando pensate al futuro, oggi, non andate oltre il 2050. In quella data, se arriverò a cento anni, non sarò neanche a metà della mia vita. Ma cosa succederà dopo? Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò figli e nipoti forse passeranno quella giornata coon me. Forse mi chiederanno di voi, gli adulti del 2019. Magari chiederanno perchè non avete fatto niente quando eravate ancora in tempo. Quello che facciamo in questo momento condizionerà tutta la mia vita, e le vite dei miei figli e dei miei nipoti. E quello che facciamo o non facciamo adesso, io e la mia generazione non potremo correggerlo nel futuro.

Greta Thunberg

Fonte: LiberEtà n.11 novembre 2019

 

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Pagare per la seconda volta l’essere ebrea.


Bisogna fermarsi a pensare che è la seconda volta che questa donna paga con la propria libertà per una “colpa” assurda: l’essere di origine ebraica. E paga oggi, da ottantanovenne. Nel 2019. In Italia. In una democrazia. Non nella Germania del 1939. Nell’Italia del 2019.

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Liliana Segre non ha nessuna colpa. Anzi, nella vita si è sempre comportata onestamente verso il prossimo, verso la comunità. Ma perchè ebrea si è ritrovata orde di idioti che la aggrediscono. Ed a causa loro perde la libertà, la mettono sotto scorta. Perché qualcuno potrebbe farle del male.

E  vergognoso che nessuno si assume la responsabilità di questa pietosa e davvero grottesca vicenda. Perché questa oscenità dovrà pur ricadere su qualcuno, no? Perché quelle orde di idioti che insultano e minacciano qualcuno le avrà pur fomentate, anche indirettamente. Sarà anche colpa di chi, da anni, ogni giorno soffia sul fuoco dell’odio, dell’ignoranza. Sarà anche colpa di chi, sondaggi alla mano, capisce che se strizza l’occhio all’ultradestra guadagna qualche voto.

09 nov - La libertà fu di nuovo tolta... una centomila mai raccolta!

Se non iniziamo a pensarla così, qui va a finire che la colpa non è di nessuno. Finisce che queste sono “cose che capitano”. Mentre no. Queste cose non capitano per caso. Capitano se coltivi l’odio. E’ bene che lo si capisca. Non domani. Non tra un mese. Ma oggi. Perché sennò va a finire che quelle cose inizieranno a capitare sempre “per caso” ogni giorno. E questo non possiamo accettarlo. No.

Ma certo è che, alla fine tutto questo, un solo interrogativo rimarrà: ma che diavolo di paese siamo diventati?

 

 

 

http://lacamiciarossa.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/11/07/pagare-per-la-seconda-volta-lessere-ebrea-ma-che-paese-siamo-diventati/?fbclid=IwAR32wItP1ROj-S7z14kY4gy0GKXBUeMLW6ZRwU0kIBJCjl5F1ogrVyDvYgg

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I 500 anni de l’Havana.


500 anni sono passati da quando l’hermosa Havana, novembre 1519, assunse le sembianze di città mentre risale al 1515 l’arrivo del  conquistador spagnolo Diego Velázquez de Cuéllar nella baia della bella isola. L’Havana , dichiarata Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1982, è un piccolo microcosmo, tante tessere di un mosaico: dalla passeggiata nell’Havana Veja incontrando turisti e residenti, ascoltando musica che esce dalle finestre delle case  o dalle piccole orchestre di strada;  il fascino del Malecon dove passeggiare e respirare l’odore di mare; i quartieri come il Vedado, formatosi negli  anni  50, che riunisce alberghi, uffici e negozi;  la sua vita notturna intensa e ricca, la  Piazza della Rivoluzione dove leggere la storia.  E da non poerdere una sosta dove sorge il Templete e un grande albero di Ceiba… questo è il punto dove si celebra la fondazione della città….e dove   il 16 novembre si buttano monetine di buon auspicio.

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Per festeggiare adeguatamente questo  anniversario, è stato avviato già da qualche anno una programma di lavori di restauro (Capitolio, Scuola del Balletto di Alicia Alonso ecc)  , ampliamenti della città, realizzazione di aree verdi e un ricco calendario di eventi mettendo in primo piano l’arte (Biennale Cubana aprile-maggio 2019), la cultura, la letteratura e la musica con concerti con i massimi protagonisti del mondo cubano e  rinomati festival che  quest’anno assumono un significato particolare.

 

 

 

https://www.ballareviaggiando.it/paesi-in-danza/2975-i-500-anni-de-l-havana-la-musica-infinita-dell-isla-grande.html

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101 anni fa, il 4 novembre 1918, la fine della prima Guerra Mondiale


Centouno anni fa, il 4 novembre 1918 terminava per l’Italia il primo conflitto mondiale. La fine venne sancita dalla firma dell’armistizio a Villa Giusti e si pose così fine alla guerra dell’Italia, che ne uscì vittoriosa, contro l’Impero Austro-ungarico.

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Il conflitto, primo nella storia europea a coinvolgere stati del territorio extraeuropeo, scoppiò nel luglio del 1914 con l’uccisione a Sarajevo, un mese prima, dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este. L’Impero Austro-Ungarico dichiarò guerra al Regno di Serbia e, a causa dei blocchi di alleanze militari che si erano nel frattempo formati in Europa, la guerra chiamò in causa da subito altri imperi: da una parte ci furono la Germania, l’Impero austro-ungarico e l’Impero ottomano, dall’altra gli Alleati con Francia, Regno Unito, Impero russo e solo in un secondo momento, nel 1915, l’Italia.

La guerra durò in totale quattro anni. Fu ricordata come di trincea, perché fu il fronte, appunto, lo scenario principale dei combattimenti. Una mossa decisiva alle sorti del conflitto la diede l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America a fianco degli Alleati e contro la Germania.

I combattimenti terminarono definitivamente l’11 novembre 1918 con la firma dell’armistizio fra la Germania, potenza sconfitta, e gli Alleati. In totale nove milioni di soldati caddero in battaglia, sette milioni furono le vittime civili.

Dal 1919, il 4 novembre viene celebrata in Italia come Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate per commemorare appunto la vittoria italiana nella Prima guerra mondiale e l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti.

 

 

 

Accadde oggi. 101 anni fa, il 4 novembre 1918 la fine della prima guerra mondiale

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4 Novembre, 53 anni fa la TERRIBILE ALLUVIONE di Firenze


Nonostante il maltempo flagellasse la città da giorni, nessuno appariva preoccupato dalla situazione di Firenze; la piena dell’Arno in apparenza sembrava ordinaria, tanto da rientrare fra i ricorrenti fenomeni stagionali.

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Purtroppo però, non si trattava del classico temporale autunnale perché la pioggia non cessava dal 25 ottobre e addirittura nella sola notte tra il 3 e il 4 Novembre caddero quasi 200 mm di acqua, rispetto ad una media di 823 mm di precipitazioni in tutto l’anno. L’esercito, le forze dell’ordine e i vigili del fuoco erano stati allertati sulla pericolosità della situazione, ma la popolazione civile rimaneva ignara, e comunque le maggiori preoccupazioni riguardavano l’alto Valdarno e il Mugello, il bacino idrografico a monte di Firenze dove tutti i torrenti da Arezzo a Reggello e Pontassieve stavano straripando causando rischiosi allagamenti. 

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All’alba del 4 Novembre il fiume iniziò a rompere gli argini anche nel capoluogo invadendo le zone di Varlungo e Gavinana; la piena procedeva per i lungarni e sommergeva tutti i quartieri storici per raggiungere infine nella mattinata anche Santa Croce e Piazza del Duomo; l’ondata si moltiplicò anche nei comuni della periferia a valle (Sesto Fiorentino, Signa, Scandicci, Campi Bisenzio) con il concorso degli affluenti dell’Arno, e di fatto tutta l’area urbana si ritrovò isolata. Il livello dell’acqua, che raggiunse nel pomeriggio picchi di oltre 5 metri, superò di gran lunga tutte le precedenti inondazioni (compresa quella del 1844, ritenuta inarrivabile), ma l’allarme venne lanciato solo all’ultimo momento e i soccorsi tardarono a mettersi in moto.
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L’inaudita proporzione dell’alluvione, che invase la città con 250 milioni di mc d’acqua e 600.000 mc di fango, colse tutti impreparati.

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Gli “Angeli del fango“, giovani e meno giovani di tutte le nazionalità arrivarono a migliaia in città, subito dopo l’alluvione di Firenze, per salvare le opere d’arte e i libri sommersi dal fango e destinati altrimenti all’oblio. Purtroppo però migliaia di volumi della Biblioteca Nazionale Centrale, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa, furono impossibili da recuperare. Così anche una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, Il Crocifisso di  Cimabue della Basilica di Santa Croce deve considerarsi perduto all’80%, nonostante il tentativo di restauro.

 

 

 

 

https://www.ilmeteo.it/notizie/meteo-4-novembre-53-anni-fa-la-terribile-alluvione-di-firenze-e-lacqua-alta-storica-a-venezia-ecco-i-fatti

https://www.skuola.net/scuola/alluvione-firenze.html

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Caduta del muro di Berlino: 9 novembre 1989.


Il giorno della caduta del Muro fu il giorno della felicità, ma anche il giorno della vergogna. Ma i giovani cancelleranno le ferite del Muro

Helmuth Kohl

 

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Nel 1989 erano cambiate tante cose rispetto al 1961: Erich Honecker, leader del partito comunista della Germania est, si era ormai dimesso, e l’intero blocco sovietico vacillava: sarebbe crollato definitivamente nel 1991. Dopo una serie di proteste spontanee dei cittadini di Berlino, il governo della DDR fece un annuncio improvviso: si poteva di nuovo viaggiare liberamente verso la Germania ovest. Il 9 novembre del 1989 i berlinesi accorsero armati di piccone per demolire una volta per tutte l’odiato muro, il cui crollo fu universalmente interpretato come un segno del fatto che la divisione in due blocchi dell’Europa stava definitivamente finendo.       La caduta del muro venne accolta festosamente dagli abitanti di Berlino, che si riversarono per le strade della città in quello che probabilmente fu uno dei festeggiamenti spontanei in città più grandi della storia.

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Poco meno di un anno più tardi, il 3 ottobre del 1990, la Germania venne definitivamente riunificata, assumendo i connotati che conosciamo oggi di ‘Repubblica Federale di Germania’.

 

 

 

 

 

https://www.studenti.it/caduta-muro-berlino-storia-cronologia-protagonisti.html

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Il 3 novembre 1957 muore Giuseppe Di Vittorio


storico dirigente della Cgil. Il viaggio della salma da Lecco a Roma è indimenticabile, a ogni stazione un bagno di folla.

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Sette anni prima di Togliatti, 27 anni prima di Berlinguer è il primo vero lutto collettivo della sinistra italiana. “Tutto pare come sospeso – osserva quel giorno Pier Paolo Pasolini – , rimandato: anche io mi ritrovo solo con gli occhi, e come senza cuore, in pura attesa. Ma intanto attraverso gli occhi, il cuore si riempie. Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un’altra città”. Di Vittorio,  originario di Cerignola, fu bracciante, antifascista e padre costituente. Si fa capire grazie al suo linguaggio semplice ed efficace dalla classe operaia, in rapido sviluppo, così come dai contadini, al margine della vita economica, sociale e culturale dell’Italia. Nel 1925 viene condannato dal tribunale speciale fascista a dodici anni di carcere: riesce a fuggire in Francia dove aveva rappresentato la disciolta Confederazione Generale Italiana del Lavoro, nell’Internazionale dei sindacati rossi. Nel 1945 viene eletto segretario della CGIL, ricostituita solo l’anno prima grazie al cosiddetto “patto di Roma”. L’unità sindacale dura fino al 1948, quando, in occasione dello sciopero generale politico per l’attentato controPalmiro Togliatti, la corrente cattolica si separa per fondare un suo proprio sindacato, la CISL; azione analoga sarà fatta dai socialdemocratici che si raggrupperanno nella UIL. Nel 1956 suscita scalpore la sua presa di posizione contro l’intervento sovietico in Ungheria, la cui opinione differisce da quella ufficiale del Partito Comunista. La fama ed il prestigio di Giuseppe Di Vittorio conquistano la classe operaia e il movimento sindacale di tutto il mondo, tanto che nel 1953 viene eletto presidente della Federazione Sindacale Mondiale. Di Vittorio continuerà a guidare la CGIL fino al giorno della sua morte, avvenuta il 3 novembre 1957 a Lecco, successivamente ad un incontro avvenuto con alcuni delegati sindacali.

 

 

 

 

 

 

 

Ricordando Di Vittorio, 59 anni dopo

https://biografieonline.it/biografia-giuseppe-di-vittorio

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2 novembre 1975 omicidio Pasolini: 44 anni dopo nessuna verità.


Quarantaquattro anni dopo tutto quello che Pasolini aveva predetto è accaduto, il consumismo si è imposto come dittatura morale al di sopra di ogni cosa, “la televisione è autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo” e quello “Stato nello Stato”, quel paese di gente onesta dentro un paese infame e corrotto, si è perso giorno dopo giorno, ed ora siamo una cloaca infame di gente rabbiosa senza rabbia. Nessuno, in questi 44 anni, ha mai fatto i nomi dei colpevoli. Molti sanno ma nessuno parla. La sua morte rimane ancora avvolta nel mistero, perché, seppure Pino Pelosi, l’esecutore materiale del brutale assassinio, sia stato in galera a lungo (poi morto nel 2017), la sua testimonianza è sempre stata considerata, da più voci autorevoli, controversa e distorta e in primo grado fu condannato per omicidio volontario in concorso con ignoti.

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Chi siano questi ignoti e perché abbiano voluto morto Pasolini, purtroppo non ci è dato saperlo, nonostante le varie inchieste, nonostante le testimonianze, nonostante le persone coinvolte e le ritrattazioni di Pelosi, nonostante siano passati 44 anni, perché alla fine “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”. Epitaffio, oggi, ancor più vero di una Repubblica svenduta e corrosa dai menzogneri di professione.

 

 

 

 

 

https://www.fanpage.it/cultura/2-novembre-1975-omicidio-pasolini-44-anni-dopo-nessuna-verita/

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Alda Merini: moriva 10 anni fa una delle voci più intense dell’ultimo secolo.


Il primo novembre 2009 moriva a Milano Alda Merini, senza dubbio la più grande poetessa italiana dei nostri tempi. La sua poesia è testimonianza di quella vitalità che alcuni vorrebbero morta e che invece naviga tranquilla anche per i mari della rete, spesso accusata di essere superficiale.

Sarà un caso che sui principali social network le poesie di Alda Merini siano citate sempre? Un vero poeta sa parlare ai cuori di tutti con buona pace di chi afferma che in Italia si legge poco in generale e di poesia meno ancora.

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La poetessa ha rappresentato una delle voci più intense dell’ultimo secolo, grazie al modo unico in cui ha saputo trasformare la tragedia di una vita “diversa” in poesia universale. Parlare dei suoi versi, così intimi, dolorosi e sofferti, ma anche estremamente illuminanti, non è cosa facile

Leggere le sue poesie vuol dire entrare, nel modo più diretto e profondo, nella sua vita. Ma il valore dei versi di Alda Merini non è riconducibile esclusivamente alla sfera biografica, anzi. Vi è prima una realtà tragica vissuta in modo allucinato in cui lei è vinta; poi la stessa realtà irrompe nell’universo della memoria e viene proiettata in una visione poetica in cui è lei con la penna in mano a vincere. La vita, con tutto il suo peso, è stata per Alda Merini un punto di partenza e un punto di arrivo della sua poesia, così come la malattia e la solitudine sono stati veleni ed antidoti della propria condizione esistenziale.

 

 

 

Alda Merini, due poesie per ricordarla nell’anniversario della morte

https://www.fanpage.it/cultura/alda-merini-moriva-10-anni-fa-alcuni-dei-suoi-versi-piu-belli/

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Ci sono voluti circa 100 anni per far ammettere il genocidio armeno al mondo intero. Fu il primo sterminio di massa del XX secolo.


La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato in modo schiacciante una risoluzione che di fatto riconosce il genocidio armeno .

Tutto iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di oltre 2000 persone ad Istanbul che furono poi giustiziate o deportate e rese schiave. Il Metz Yeghern (grande male), così lo chiamano gli armeni, era solo all’inizio della sua triste storia fatta di lavori forzati, fame, malattie e soprusi di ogni genere. Il tutto fu giustificato con l’accusa di alto tradimento all’impero, che nel frattempo si stava smembrando, da parte dei notabili e gli intellettuali armeni.

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La Turchia da sempre nega che ci sia stato effettivamente un tale massacro e ammette solamente che, all’interno di un conflitto combattuto da ambo le parti, sostanzialmente una guerra civile, ci sono stati numerosi morti (e smentiscono anche i numeri relativi agli armeni). Non si è trattato dunque, a loro dire, di un genocidio pianificato e basato su un discorso di etnia o religione.Il resto del mondo però, non la pensa come il governo di Ankara. Nel 1973 la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio degli armeni da parte dell’Impero ottomano.

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E sono circa 30 ormai le nazioni del mondo che ammettono l’evidenza dei fatti (tra l’altro ben documentata da foto e altri materiali storici conservati in alcuni archivi): gli armeni subirono un genocidio, il primo del XX secolo e di probabile ispirazione per un altro massacro tristemente noto che si è verificato qualche decennio più tardi: l’olocausto.

 

 

 

Fu il primo sterminio di massa del XX secolo e ora anche gli USA riconoscono ufficialmente il genocidio armeno

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L’unico giornale che 50 anni fa diede la notizia della nascita di internet


Nessun giornale diede quella notizia destinata a cambiare le nostre vite e quelle dei nostri figli. Fra i rarissimi reperti di quei giorni c’è solo il giornalino universitario Bruin.   E’ la prima pagina del 15 luglio 1969: la notizia più importante, in alto, sopra la testata, è una questione legata all’ammissione degli studenti; poi si parla delle nuove regole per invitare docenti esterni a fare lezioni; e di spalla, si analizza la mancanza di fondi per completare il campus. In basso, con un titolo a due colonne, si annuncia che “i primi computer del paese saranno collegati da qui”. Nel testo, poche scarne informazioni, nessuna enfasi particolare. Il primo respiro di Internet fu praticamente un evento semi clandestino.

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Nell’anno in cui l’arrivo del primo uomo sulla Luna aveva occupato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, Internet venne ignorato. Non è strano. Lo stesso era capitato per la prima lampadina, la prima radio, il primo collegamento telefonico. Perché la Luna invece ci conquistò? Non solo perché la Luna si poteva vedere e i pacchetti di dati su una rete no. Ma perché lo sbarco era il punto di arrivo, il traguardo, di una corsa iniziata più di dieci anni prima. Anche il progetto Arpanet era iniziato più di dieci anni prima, ma quello che accadde quel giorno fu piuttosto l’inizio di qualcosa. Il primo vagito di un big bang. Quando avverti un tremore ma ancora non sai che cambierà tutto.

 

 

 

 

 

https://www.repubblica.it/dossier/stazione-futuro-riccardo-luna/2019/10/28/news/l_unico_giornale_che_50_anni_fa_diede_la_notizia_della_nascita_di_internet-239728661/

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Dìa de los muertos, la festa dei morti messicana che celebra la vita.


In Messico ogni anno, nel periodo in cui noi festeggiamo la commemorazione dei defunti, si celebra l’ormai famoso Dia de los Muertos, una festa dedicata ai cari defunti che però celebra la vita.

I festeggiamenti durano più o meno dal 28 ottobre al 2 novembre e a farla da padrona sono teschi zuccherati dai colori sgargianti, fiori chiamati Chempasuchil, pagnotte decorate a tema, altari ricchi di elementi simbolici, sfilate di scheletri divertenti.

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Nulla a che vedere con le tonalità macabre di Halloween, festa che scaccia via i morti tramite travestimenti paurosi, e nemmeno con le atmosfere più cupe e intimistiche della nostra commemorazione, in Messico i giorni dei morti sono vivaci e variopinti perché la morte viene vissuta come qualcosa di inevitabile e i defunti anziché far paura, mettono allegria.

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A differenza di Halloween che con i suoi travestimenti paurosi trasmette una sensazione di timore verso la morte, qui l’atmosfera è molto più goliardica e colorata: il trapasso è qualcosa di naturale da accogliere con gioia. Una festa così speciale da essere diventata Patrimonio dell’Umanità, considerata dall’Unesco una delle più antiche espressioni culturali che celebrando gli antenati, afferma l’identità di un popolo e le sue origini indigene, mostrando la morte da un punto di vista decisamente insolito e curioso, a cui senz’altro non siamo abituati.

 

 

 

 

Dìa de los muertos, la festa dei morti messicana che celebra la vita

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Perché dobbiamo preoccuparci dell’estinzione degli avvoltoi?


Gli avvoltoi stanno sparendo dall’Africa. Delle undici specie di questo uccello, sei sono a rischio di estinzione e quattro sono seriamente in pericolo, secondo un recente rapporto di Birdlife international, una ong che si occupa di difesa dell’ambiente. Ma anche nel resto del mondo gli avvoltoi sono a rischio.Dagli anni novanta, la popolazione delle diverse specie d’avvoltoi dell’Asia meridionale è crollata di oltre il 99 per cento. Nel 2003 gli scienziati hanno identificato nel diclofenac, un farmaco antinfiammatorio usato per curare il bestiame, la principale causa di questo calo. Gli avvoltoi che si cibavano degli animali recentemente curati con questo farmaco morivano per gravi insufficienze polmonari poche settimane dopo averlo ingerito.

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Gli avvoltoi, da sempre, riscuotono una scarsa simpatia presso il grande pubblico, vuoi per la loro dieta a base di carcasse, vuoi per il loro poco aggraziato aspetto (legato d’altronde alla loro alimentazione). Questi animali svolgono però un indispensabile ruolo ecosistemico, sono infatti gli spazzini della natura e riducono la possibilità di diffusione di certe malattie infettive. Per questo la loro scomparsa può avere gravi impatti sanitari. In India ad esempio, dove gli avvoltoi sono quasi scomparsi, le popolazioni di ratti e cani randagi sono cresciute a dismisura, sollevando timori di gravi epidemie.

Ma il diclofenac continua a essere ampiamente disponibile in Africa e alcune scappatoie giuridiche fanno sì che sia disponibile per la vendita commerciale in cinque paesi europei, tra i quali la Spagna e l’Italia, dove vive il 90 per cento degli avvoltoi del continente.

In Africa i cacciatori di frodo usano deliberatamente il farmaco per colpire gli avvoltoi. Le autorità spesso osservano la presenza degli uccelli che volteggiano in cielo per capire se delle carcasse di grossi animali uccisi illegalmente si trovano a breve distanza.

 

 

 

 

https://www.internazionale.it/notizie/2016/01/12/avvoltoi-estinzione-ambiente

https://www.lifegate.it/persone/news/lombardia-autorizza-abbattimento-cormorani

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Perché il Kurdistan non esiste?


La “questione curda” è tornata alla ribalta con le recenti azioni militari turche sul confine siriano, ennesima tragedia per un popolo formalmente “senza terra”, nonostante una promessa di quasi 100 anni fa. Le origini della crisi sono infatti legate alla caduta dell’Impero Ottomano, processo iniziato alla vigilia del primo conflitto mondiale e conclusosi nell’arco un decennio. Peraltro, quell’Impero non aveva più la grandiosità di un tempo, quando Costantinopoli giganteggiava su tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, ma era una potenza ridimensionata alla penisola anatolica e poco più.

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Con la sconfitta nella Grande Guerra il Paese ne uscì gravemente mutilato, perdendo tra l’altro i territori prossimi alla Siria, passati sotto controllo francese. Il trattato imposto da Francia, Impero Britannico, Grecia, Italia e altre potenze alleate durante la Prima guerra mondiale prevedeva anche azioni concrete a favore delle minoranze etniche, come i curdi e ciò che restava degli armeni dopo il genocidio operato dai turchi. Il trattato imponeva la cessione di una parte del territorio turco alla Repubblica di Armenia (che però di lì a poco sarebbe stata assorbita dallURSS), e stabiliva che una specifica commissione della Società delle Nazioni avrebbe dovuto garantire al popolo curdo uno Stato indipendente. In altre parole, i curdi ricevettero la “promessa” di un Kurdistan.

Il progetto non troverà però mai alcun seguito. Sulla scena pubblica dell’Impero Ottomano si era affacciato il generale Mustafa Kemal.  Il progetto politico del nuovo leader, quello di creare uno Stato moderno e laico che non teneva conto delle minoranze Curde presenti nel Paese.

Nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna,  sancì il riconoscimento internazionale della Repubblica di Turchia. Questa, a sua volta, si impegnò a riconoscere alle comunità di greci, armeni ed ebrei presenti nel territorio lo status di minoranze nazionali. Del progetto del Kurdistan invece si perse ogni traccia: la maggior parte del territorio storicamente appartenente ai curdi rientrò nei confini orientali della Turchia, mentre il resto fu suddiviso tra Siria, Iraq, RSS Armenia e Iran. Non solo: dal momento che non era stata riconosciuta come minoranza, la comunità curda divenne perseguibile, e così, da allora, questo popolo ha dovuto imparare a combattere per non estinguersi, continuando a rivendicare con fierezza una piena indipendenza.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.focus.it/cultura/storia/perche-il-kurdistan-non-esiste

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L’ultima poesia di Sylvia Plath prima di morire con la testa nel forno.


Sylvia Plath avrebbe compiuto 87 anni proprio oggi. E chissà, forse, se fosse arrivata alla tarda età, avrebbe trovato quell’equilibrio che, in una vita consumata in soli 31 anni, come la favilla di un fuoco, le è sempre mancato. Sylvia Plath è, se vogliamo ricondurre una esistenza così potente alla banalità di poche parole che la definiscano, una poetessa. La poetessa che più di tutte ha contribuito alla poesia confessionale, tanto Sylvia Plath aveva un rapporto cosi intimo con la scrittura. Un rapporto che purtroppo, però, la consumò presto e avvampando come se si fosse avvicinata troppo a quel fuoco sacro che si deve contemplare forse solo da lontano.

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Orlo, la poesia che lei scrisse, dopo aver preparato la colazione per i suoi bambini, prima di morire.
La donna è a perfezione.
Il suo morto
Corpo ha il sorriso del compimento,
un’illusione di greca necessità
scorre lungo i drappeggi della sua toga,
i suoi nudi
piedi sembran dire:
abbiamo tanto camminato, è finita.
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
Dentro il suo corpo come petali
di una rosa richiusa quando il giardino
s’intorpidisce e sanguinano odori
dalle dolci, profonde gole del fiore della notte.
Niente di cui rattristarsi ha la luna
che guarda dal suo cappuccio d’osso.
A certe cose è ormai abituata.
Crepitano, si tendono le sue macchie nere.

 

 

 

 

 

Sylvia Plath

https://www.ilsussidiario.net/news/sylvia-plath-chi-e-la-poetessa-suicida-a-31-anni-che-si-confessava-alla-poesia/1942040/

https://libri.robadadonne.it/lultima-poesia-di-sylvia-plath-prima-di-preparare-la-colazione-ai-bimbi-e-suicidarsi/

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Artonauti: album di figurine sulla storia dell’arte


L’idea funziona. Intelligente, inconsueta, divertente, educativa, misurata sui più piccoli, tra apprendimento e gioco. Ed è curioso che in tempi di scarsissima attenzione alla storia dell’arte, da parte di programmi ministeriali che l’hanno qui e là sfoltita o comunque mai potenziata, un bel segnale arrivi da chi si occupa di editoria e scuola.

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Parliamo di figurine, un settore del collezionismo straordinario, già nella storia del costume italiano.Storie, aneddoti, informazioni, indovinelli e curiosità accompagnano le 64 pagine del book, in cui troveranno posto via via le immagini collezionate. Un lungo viaggio che parte dalla preistoria, con i graffiti nelle grotte di Lascaux, per proseguire con l’incanto dell’Egitto, il trionfo della statuaria greca, l’Impero Romano, poi il Medioevo, procedendo tra Rinascimento, Barocco, Neoclassicismo, Impressionismo, Espressionismo e le Avanguardie del Novecento. Da Giotto a Michelangelo, da Leonardo a Caravaggio, da Botticelli a van Gogh, una galleria sintetica tutta da spulciare e completare. Con tanto di storiella a fumetti: il cammino attraverso opere, musei e autori sarà condotto da due ragazzini, Ale e Morgana, col loro cagnolino Argo.

 

 

 

Artonauti. In edicola arriva l’album di figurine sulla storia dell’arte

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1919 L’ORIGINE DI SAVE THE CHILDREN.


“Il futuro è nelle mani dei bambini. Che ogni bambino affamato sia nutrito, ogni bambino malato sia curato, ad ogni orfano, bambino di strada o ai margini della società sia data protezione e supporto.”

Queste le parole di  Eglantyne Jebb, che nel 1919 fondò Save the Children, colpita dalle terribili condizioni di vita dei minori in Europa dopo la prima guerra mondiale.

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Eglantyne Jebb fu in grado di anticipare il concetto, rivoluzionario per l’epoca, che anche i bambini fossero titolari di diritti, e cominciò un’opera audace nelle sue rivendicazioni nei confronti delle istituzioni e anticonformista nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nelle prime forme di raccolta fondi.

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Nel corso degli anni, Save the Children si è occupata dei maggiori problemi che hanno afflitto l’infanzia e l’adolescenza, contraddistinguendosi per la propria indipendenza, laicità e internazionalità. La storia di Save the Children passa poi dai progetti di contrasto alla fame e scolarizzazione nelle aree più povere e rurali degli Stati Uniti negli anni della Grande Depressione, dagli interventi in Italia, Germania, Austria e Grecia, a favore dei bambini e delle popolazioni colpite dalla seconda guerra mondiale, compresi coloro che erano stati nei campi di concentramento.

Prosegue poi attraverso la risposta all’emergenza dovuta alla guerra in Corea negli anni ’50la campagna mondiale contro la Poliomielite nel 1979l’intervento per combattere la terribile crisi alimentare in Etiopia nel 1984.

 

 

 

https://www.savethechildren.it/la-nostra-storia

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Povertà educativa.


La povertà educativa è la condizione in cui un bambino o un adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato, dalle opportunità culturali e educative al diritto al gioco. Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda.

Generalmente riguarda i bambini e gli adolescenti che vivono in contesti sociali svantaggiati, caratterizzati da disagio familiare, precarietà occupazionale e deprivazione materiale. Il concetto di povertà educativa è comparso nella letteratura nel corso degli anni ’90, ed è stato poi ripreso da organizzazioni non governative (in particolare Save the Children) e governi nella definizione delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza.

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I più recenti dati Ocse-Pisa elaborati dall’ Università di Tor vergata per Save  the Children ci indicano come i ragazzi delle famiglie più povere abbiano risultati in lettura e matematica molto inferiori ai coetanei. Non raggiungono le competenze minime in matematica e lettura il 24% dei ragazzi provenienti dalle famiglie più svantaggiate, contro il 5% di quelli che vivono in famiglie agiate. Un fenomeno negativo, perché porta le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali a tramandarsi dai genitori ai figli. Il 61% dei 15enni del quartile socio-economico e culturale più alto ha raggiunto un livello di competenze che gli consentirà un apprendimento lungo tutto il resto della vita. Questa percentuale scende al 26% tra i ragazzi del quartile più basso. Ulteriori dati ci aiutano a contestualizzare la mancanza di occasioni educative, culturali e sportive tra i minori: il 53% non ha letto libri l’anno precedente, il 43% non ha praticato sport e il 55% non ha visitato musei o mostre.

I dati mostrano come povertà economica e povertà educativa si alimentino a vicenda, perché la carenza di mezzi culturali e di reti sociali riduce anche le opportunità occupazionali. Allo stesso tempo, le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle risorse culturali e educative, costituendo un limite oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. Questa condizione nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale. Nel lungo periodo, riduce la stessa probabilità che da adulto riesca a sottrarsi da una condizione di disagio economico. Per questa ragione investire sulle politiche per l’infanzia e adolescenza e nella lotta alla povertà educativa è un investimento di lungo periodo, da monitorare anche in chiave territoriale.

 

 

Quali sono le cause della povertà educativa

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L’Africa è raccontata poco e male.


Un continente immenso raccontato poco e male, presente sui media italiani quasi sempre in relazione al tema immigrazione e con toni drammatici. Una narrazione per lo più italo-centrica, incapace di restituire  profondità psicologica e culturale alle voci che arrivano dai luoghi in cui i primi uomini mossero i loro primi passi. C’è un grande lavoro da fare – su internet, stampa e tv – per capovolgere il racconto parziale e ingiusto che ogni giorno viene fatto dell’Africa,

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Nei primi sei mesi del 2019 l’Africa nei media italiani risulta quantitativamente poco presente. Nei telegiornali delle  reti prese in esame, in prima serata, la copertura dell’Africa raggiunge il 2,4%. Ampliando lo sguardo all’Africa e agli africani in Italia (l’Africa “qui”), il dato cresce sensibilmente: al 2,4% di notizie sull’Africa “là” si aggiunge un 10% di notizie sull’Africa in Italia. Escludendo il tema immigrazione, l’Africa rimane poco visibile nei media.

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Nelle prime pagine dei quotidiani l’Africa appare con 22 titoli al mese. Più di 8 articoli su 10 riguardano eventi e protagonisti di flussi migratori e fatti di cronaca (l’Africa in Italia). Tra i 2290 riferimenti all’Africa, nei programmi di informazione, il 76% è riconducibile all’Africa in Italia, il 24% all’Africa “là”. Prevalgono le news su Nord Africa e il “primato libico”. Quasi la metà (44%) delle 538 notizie sul continente africano, nei 65 programmi di informazione e infotainment analizzati, si riferisce alla Libia. Il conflitto nel Paese nordafricano, unito al tragico incidente aereo in Etiopia, porta tra marzo e aprile a un picco di visibilità dell’Africa nei tg. L’Africa “là” nei tg compare: 100 volte a gennaio, 30 a febbraio, 167 a marzo (tragedia Etiopia e ricordo Alpi-Hrovatin) e 259 in aprile.Gli ingredienti più usati dai generi televisivi nella narrazione dell’Africa sono essenzialmente l’afropessimismo nelle rubriche informative, il folklore esotico nei documentari naturalistici e l’eurocentrismo e il distacco nei talk show. A parlare di Africa sono rappresentanti politici e istituzionali italiani. Nei programmi tv il tema al primo posto è guerra/conflitti (29%), seguono diritti umani, questioni di genere, rapimenti (19%) e ambiente, cultura, turismo al 17%.

Si parla dell’Africa solo in modo negativo e non si racconta mai dei lati positivi dello sviluppo anche tecnologico di molti Paesi e delle opportunità che l’Africa può offrire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/lafrica-e-raccontata-poco-e-male-10-consigli-per-farlo-senza-pregiudizi-e-cliche_it_5daec79ee4b0422422cb247f

5 lezioni che ho imparato dagli africani

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Il più grande autore italiano per ragazzi.


Per i cento anni dalla nascita di Gianni Rodari , 23 ottobre 1920. Insegnante elementare per alcuni anni, Rodari è stato anche giornalista fra l’altro per L’Unità, il Pioniere e Paese Sera e ha cominciato a pubblicare i suoi libri per ragazzi a partire dagli anni Cinquanta, ottenendo subito un enorme successo di pubblico e critica con traduzioni in tutto il mondo. Dagli appunti raccolti in una serie di incontri nelle scuole, ha visto la luce, nel 1973, Grammatica della fantasia, diventata immediatamente un punto di riferimento. Dal 1966 al 1969 Rodari non pubblica libri, limitandosi a una intensa attività di collaborazioni per quanto riguarda il lavoro con i bambini. Lascia Paese sera e nel l970 vince il Premio Andersen, il più importante concorso internazionale per la letteratura dell’infanzia, che accresce la sua notorietà in tutto il mondo.

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Nel 1970Ricomincia a pubblicare per Einuadi ed Editori Riuniti, ma la sua prodigiosa macchina creativa non sembra più girare a pieno regime. Non è solo a causa del grande successo, ma anche della grande mole di lavoro e della sua condizione fisica.
Nel 1974 si impegna nel rilancio del Giornale dei genitori, ma subito cerca di disimpegnarsi. Cosa che accadrà agli inizi del 1977.
Al ritorno da un viaggio in Urss Gianni Rodari nel 1979 comincia ad accusare i primi problemi circolatori che lo porteranno alla morte dopo un intervento chirurgico il 14 aprile
del 1980

https://www.giornaledibrescia.it/tempo-libero/gianni-rodari-parte-la-festa-lunga-un-anno-per-il-centenario-1.3417450http://www.giannirodari.it/biografia/biografia.html

 

 

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