L’incendio del Narodni dom.


L’incendio del Narodni Dom è diventato negli anni il simbolo dell’inizio delle persecuzioni fasciste nei confronti delle comunità slovene e croate di confine.  Fu il vero e proprio battesimo dello squadrismo organizzato dell’allora insorgente partito fascista. Una conferma esplicita risale all’epoca per bocca di uno dei protagonisti della vicenda, Francesco Giunta che nell’aprile del 1921 nel comizio di apertura della campagna per le elezioni politiche disse: “Per me il programma comincia con l’incendio del Balkan.”

13luglio1920

Sullo sfondo della vicenda c’era la questione di Fiume ancora aperta e l’altissima tensione tra l’Italia e l’allora regno di Serbi, Croati e Sloveni a poco più di un anno dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Il 13 luglio 1920 fu proprio un comizio di Giunta che, mandato da Firenze aveva da poco preso le redini del partito fascista locale, ad accendere la miccia dei tafferugli che portarono all’incendio della Casa del popolo degli sloveni triestini, un edificio che ospitava anche un teatro, un caffè e un albergo, il Balkan. Dopo l’uccisione di Gulli e Rossi, due marinai italiani morti durante gli scontri con i nazionalisti jugoslavi a Spalato, Giunta convocò un comizio in cui accese gli animi della folla, scoppiarono tafferugli e la morte di un diciassettenne, Giovanni Nini, annunciata dal palco come “l’uccisione di un ex-combattente italiano ad opera di uno slavo” fece scoppiare la scintilla. I manifestanti si sparsero per la città prendendo di mira i negozi degli sloveni e le sedi di organizzazioni socialiste e sloveni per poi riunirsi davanti all’Hotel Balkan, presidiato dall’esercito. Ne scaturì una vera e propria battaglia al termine della quale i fascisti, forzato l’ingresso, gettarono all’interno alcune taniche di benzina e appiccarono il fuoco per poi impedire l’intervento dei vigili del fuoco. Tutti gli ospiti del Balkan riuscirono a mettersi in salvo tranne Hugo Roblek, un farmacista di Bled che per sfuggire alle fiamme si gettò dalla finestra e morì sul colpo. L’edificio, completamente distrutto dall’incendio che solo il giorno dopo riuscì a essere completamente domato, fu da allora espropriate alle organizzazioni slovene.

13 giugno 2020 è stata firmata la restituzione del Narodni dom, dallo Stato italiano agli sloveni,  esattamente a cento anni dall’incendio che distrusse l’edificio.

 

 

 

 

 

 

 

https://www.rainews.it/dl/rainews/media/13-luglio-1920-L-incendio-de-Narodni-dom-1d67d80f-4036-4807-af6a-849bc91d66ae.html#foto-1

Sprecare meno acqua.


Il nostro comportamento idrico non può essere definito saggio. Tra i Paesi dell’Unione europea, da circa venti anni l’Italia mantiene il primo posto nella graduatoria del prelievo di acqua, in termini assoluti, per uso potabile da corpi idrici superficiali e sotterranei. Anche il valore pro capite è tra i più alti della Ue. Consumiamo molto anche perché buttiamo molto. Dei 9,2 miliardi di metri cubi prelevati per uso potabile nel 2018 sul territorio italiano, poco meno della metà (47,6%) non ha raggiunto gli utenti finali a causa delle dispersioni dalle reti di adduzione e distribuzione.

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In questi ultimi anni qualcosa in termini di miglioramento dell’efficienza del sistema è stato fatto. Ma sono solo i primi passi. Nel 2018 abbiamo avuto comunque una dispersione giornaliera nella rete di distribuzione dell’acqua pari a 9,4 milioni di metri cubi, sono 156 litri per abitante. Corrisponde a una volta e mezzo il deflusso medio annuo del fiume Arno.

Per combattere questo spreco, che diventerà sempre più grave con l’avanzare della crisi climatica, i rimedi esistono: modernizzazione delle infrastrutture idriche, recupero della risorsa acqua nel quadro dell’economia circolare, scelte agricole che premino le colture meno impattanti. Non resta che applicarli.

 

 

 

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/07/13/news/se-si-comincia-a-sprecare-meno-acqua-1.39076895

Eccesso di imballaggi in plastica su frutta e verdura


Capodogli, pesci, tartarughe, uccelli uccisi dalla nostra plastica, quella che ogni giorno mettiamo nel nostro carrello della spesa, che finisce poi sui piatti e viene consumata. Può addirittura arrivare a far parte della polvere domestica. E ce la respiriamo. Ci sono troppi imballaggi inutili. Una cipolla in un vassoio,  una banana o ancora un’arancia. Il paradosso è che viene confezionata proprio quel tipo di frutta che ha per natura una propria protezione, ovvero la buccia.

buccia

Di questo passo entro il 2050 nei nostri mari i pesci saranno un miraggio e ci ritroveremo a nuotare tra la plastica, come già succede a  Manta point,  vicino l’isola di Nusa Penida, la più grande delle tre isole al largo della costa sud-orientale di Bali, oggi sommersa da rifiuti di ogni tipo. Ridurre l’utilizzo della plastica è possibile e anche il singolo consumatore può fare la differenza facendo delle scelte più consapevoli a partire dalla spesa. pensate che persino il biologico nei supermercati è impacchettato nella plastica. La grande distribuzione e il consumatore devono fare di più per tutelare l’ambiente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le assurde foto dell’eccesso degli imballaggi in plastica su frutta e verdura (#svestilafrutta)

Il mondo del dopo-covid: i rischi dei prossimi mesi.


Le minacce del dopo-covid. ECONOMIA. La crisi economica generale svetta su tutte e desta le maggiori preoccupazioni. Tra i rischi più probabili è primo fra tutti quello di una recessione economica prolungata, che vedrebbe un sostanziale aumento della povertà globale con  il fallimento di molte imprese, e il conseguente aumento della  disoccupazione, soprattutto tra i giovani.

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SOCIETÀ. Lo sentiamo spesso ripetere in questo periodo: la possibilità che in autunno il coronavirus ci regali una seconda ondata di contagi  è molto probabile, come è probabile che  per fare fronte alle nuove emergenze, i governi privino i cittadini delle libertà civili o le riducano drasticamente, che aumentino le disuguaglianze sociali e che la fiducia dei cittadini nei confronti dei propri leader di governo crolli. GEOPOLITICA. Le restrizioni ai movimenti internazionali di beni e persone possono diventare  più dure. Per il 2020 si prevede infatti un crollo dal 13 al 32% del commercio internazionale, e dal 30 al 40% degli investimenti esteri.  La crisi umanitaria potrebbe  inasprirsi a causa della riduzione degli aiuti ai paesi più poveri.TECNOLOGIA.  Si temono  possibili attacchi informatici e furti di dati sensibili, a causa dell’aumento del telelavoro. La tecnologia, che ha salvato l’impiego di molti durante la quarantana,  potrebbe ora rivoltarcisi contro: il lavoro di molti dipendenti potrebbe venire sostituito da processi sempre più automatizzati, con un conseguente aumento della disoccupazione. AMBIENTE. In questa classifica di grandi rischi c’è anche la crisi climatica: il più grande timore è che i governi, preoccupati dalla situazione economica globale e col prezzo del petrolio stabilmente basso, mettano da parte le politiche ambientali e smettano di investire in energie alternative. Gli iniziali crolli nelle emissioni di alcuni inquinanti atmosferici a causa del lockdown sono, per molti Paesi, un lontano ricordo e la ripresa delle attività potrebbe avere un effetto molto negativo sulla nostra Terra, già provata da anni di emissioni inquinanti.

 

 

 

 

https://www.focus.it/comportamento/economia/il-mondo-del-dopo-covid-i-rischi-dei-prossimi-mesi

Un anno senza Andrea Camilleri


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 Il 17 luglio 2019 ci lasciava  Andrea Camilleri. Lo scrittore più amato dai lettori continua a far sentire la sua voce inconfondibile attraverso le tante, bellissime pagine che ha scritto nel corso di una carriera senza pari: quelle dedicate al Commissario Montalbano, certo, ma anche romanzi a carattere storico e saggi, pièces teatrali e racconti.

In politica  era di sinistra. O meglio, nessuno forse è stato più a sinistra di lui. Un comunista romantico si può definirlo. E non riusciva a farsi piacere però anche molti di quelli della sua parte politica. Su Berlusconi ha infierito abbondantemente. Gli dedicò tra l’altro una poesia che lesse in piazza Navona a una manifestazione dei girotondi: Ha più scheletri dentro l’armadio lui/ che la cripta dei cappuccini a Palermo/ Ogni tanto di notte, quando passa il tram/ le ossa vibrano leggermente, e a quel suono/ gli si rizzano i capelli sintetici/ Teme che le ante dell’armadio si aprano/ e che torme non di fantasmi ma di giudici in toga/ balzino fuori agitando come nacchere/ tintinnanti manette..

Massimo D’Alema gli ispirò il personaggio del diavolo “Delamaz”, «un bruco coi baffetti che pilotava ‘na varca sia pure fatta di foglie… Dicivano macari che era ‘ntelligenti, ma grevio e scostante…». Prodi? «Dovrebbe fare un corso di dizione. Tra una sua parola e l’altra passano due treni accelerati di una volta». Per non dire di Renzi. Non lo poteva sopportare e alla vigilia del referendum disse che si sarebbe fatto portare a braccia – lui cieco – al seggio pur di votare No. Ma non era tenero neppure con i Cinque Stelle: «Non mi interessano. Non ci credo. Mi ricordano l’Uomo Qualunque: Grillo è Guglielmo Giannini con Internet. Nascono dal discredito della politica, ma non hanno retto alla prova dei fatti». Di Salvini, si sa: «Mi fa vomitare». Lo considerava un “federale minore”.

 

 

https://www.ibs.it/camilleri-montalbano-romanzi

https://www.ilmessaggero.it/politica/camilleri_sinistra-4624307.html

7 luglio 1960: massacro a Reggio Emilia


La strage di Reggio Emilia è avvenuta il 7 luglio 1960 nel corso di una manifestazione sindacale durante la quale cinque operai reggiani, i cosiddetti morti di Reggio Emilia, Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli, tutti iscritti al PCI, furono uccisi dalle forze dell’ordine.

reggioemilia

La strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia, in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del  governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI, e l’avallo della scelta di Genova (città “partigiana”, già medaglia d’oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.

L’allora Presidente del  Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.

7 luglio 1960
– Lauro Farioli (1938), operaio di 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bambino.
– Ovidio Franchi (1941), operaio di 19 anni, il più giovane dei caduti.
– Marino Serri (1919), pastore di 41 anni, partigiano della 76a, primo di sei fratelli.
– Afro Tondelli (1924), operaio di 36 anni, partigiano della 76a SAP, è il quinto di otto fratelli.
– Emilio Reverberi (1921), operaio di 39 anni, partigiano nella 144a Brigata Garibaldi era commissario politico nel distaccamento “G. Amendola”.

 

 

 

 

7 luglio 1960: massacro a Reggio Emilia

https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Reggio_Emilia

Il bacio nella storia dell’arte.


Non c’è niente di più romantico di un bacio. Questo gli artisti lo sanno bene, da Canova a Banksy.

Molti di loro hanno raccontato questo gesto, ognuno a suo modo, ognuno con una diversa storia celata dietro le loro splendide opere.Canova, Amore e Psiche, Louvre

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1788-1793. La vicenda narrata da Apuleio nel II secolo d.C.. È una storia di amore romantica e struggente, che racconta di come sia necessario superare numerose prove, spesso dolorose, prima di raggiungere il vero amore.

Francesco Hayez, Il bacio

Francesco Hayez, Il bacio, 1859. Questo quadro ha un significato  politico. Rappresenta infatti simbolicamente il bacio che l’Italia dà alla Francia, per sottolineare l’alleanza tra le due nazioni

Mostra Rodin, Milano, 2018

Auguste Rodin, Il Bacio, 1882.  Il bacio di  Paolo e Francesca, raccontati da Dante nel V canto della Divina Commedia.

Gustav Klimt, Il Bacio, 1907–1908, 1,80 m x 1,80 m, Österreichische Galerie Belvedere

Gustav Klimt, Il Bacio, 1907–1908. Il bacio più famoso. È difficile trovare un bacio più romantico. I due amanti, immersi in un mondo dorato, si lasciano scivolare completamente l’uno nella braccia dell’altro con un gesto elegante e intimamente delicato.

Magritte, Gli amanti

René Magritte, Les Amants (Gli Amanti), 1928.  Enigmatico e angosciante.  Non è un bacio romantico, ma è un bacio misterioso, che forse evidenzia l’incomunicabilità tra due persone che hanno smesso di amarsi, quando ogni bacio ha la vuotezza di un gesto dovuto.

Banksy, Mobile Lovers

Banksy, Mobile Lovers, Bristol, 2014.  In guardia dall’uso smodato della tecnologia mobile, capace di rendere banale anche il momento più romantico.

Il bacio raccontato in 10 opere d’arte

Musa Juwara e il gol all’Inter.


Quattro anni fa la partenza dal Gambia su un barcone pieno di sogni.

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L’umiltà, il duro lavoro – e perché no, il destino – gli hanno regalato un pomeriggio da favola. Ha visto la luce in quell’angolo basso ed è stato gol. In un’altra calda giornata di giugno del 2016 aveva visto una luce molto più grande che gli aveva restituito la speranza di una vita migliore e tutte le ambizioni che un giovane di 14 anni può avere. Era il 10 giugno di quattro anni fa, infatti, quando l’ong tedesca Fgs frankfurt sbarco sulle coste messinesi con a bordo 536 migranti. Il giovane Musa, nato il 26 dicembre 2001, era uno di questi, partito dal Gambia per lasciarsi alle spalle un passato e un potenziale futuro fatto di dittatura e con pochissime chance di emergere. Un viaggio su un barcone che rappresentò per lui un vero e proprio terno al lotto: giovane, non accompagnato e pronto ad attraversare tutta l’Africa senza neppure saper nuotare. Poi l’arrivo della nave tedesca e il fatidico approdo in Italia, prima di essere trasferito in un centro di accoglienza in provincia di Potenza: lì comincia la sua esperienza calcistica.

 

 

 

https://sport.sky.it/calcio/serie-a/2020/07/05/musa-juwara-chi-e

Quando la Rai offrì a Morricone diecimila euro.


La promozione e la diffusione culturale rappresentano uno dei cardini del contratto di servizio Rai. Eppure la trattativa di Ennio Morricone con la Rai era finita male perché l’offerta economica era ridicola. La cifra era talmente bassa per le attività di composizione e registrazione di una colonna sonora da sembrare inverosimile: 10mila euro. Un budget così basso per un’orchestra, per un direttore e per un compositore era davvero  un’offesa al prestigio dell’autore,   una umiliazione per il  lavoro suo e della sua orchestra. Era il 2015. Le parole del maestro. “Con la Rai ho chiuso. L’ultima volta mi hanno cercato per un’opera di Alberto Negrin. Mi hanno detto: ‘Ci sono 10 mila euro per lei e per l’orchestra’. Ora, io posso anche decidere di lavorare gratis per la tv del mio Paese, ma i musicisti vanno rispettati. Incidere una colonna sonora con un’orchestra costa almeno 20, 30, forse 40 mila euro. È stato un momento di grande imbarazzo. Così ho dovuto dire: ‘basta, grazie’”.

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Parole dure e chiare, ma sacrosante. I musicisti vanno pagati adeguatamente; Morricone lo ribadiva e sottolineava. Quello di pagare i musicisti sembra un concetto “difficile” da capire. In ogni contesto, e per tutti, a quanto pare.

Il maestro, da sempre schietto, metteva“i puntini sulle i”, sollevando una questione che interessa i musicisti e gli artisti in generale, da sempre. Quella di non vedere sempre riconosciuto in termini economici il frutto del proprio lavoro. Come se non fosse un vero “mestiere” e come tale – appunto – venisse trattato.

Che lo fa poi anche un’azienda pubblica (finanziata da tutti noi – con il canone annuale) che firma contratti milionari a destra e a manca e poi taglia sul pagamento ai musicisti fa veramente incazzare.

Per la musica la morte di Ennio Morricone è una perdita immane perché viene a mancare un musicista di importanza fondamentale, sia per ciò che ha lasciato da ascoltare, eseguire e studiare, sia per l’insegnamento di vita.Il Maestro ha fatto emergere dall’animo di milioni di persone quella musicalità che è innata nell’essere umano, che i buoni ascolti e i giusti studi devono solo aiutare a prendere forma, un po’ come il grande scultore sa estrarre dal blocco di marmo l’opera d’arte che vi si nasconde e che gli altri non vedono ancora, ma che hanno il diritto di poter apprezzare.
Siamo tutti molto più soli, la musica è molto più sola e indifesa.

 

 

 

MORRICONE, UN SIGNORE CON TANTA DIGNITA’ CHE DICE NO ALLA RAI

Quando la Rai offrì a Morricone diecimila euro (?)

Morricone ci lascia e ora siano ancora più soli in un modo di brutta musica

ARMIR: l’ Armata italiana inviata da Mussolini in Russia


Il 6 luglio del 1942 Benito Mussolini invia in Russia l’ARMIR, l’ottava Armata italiana. Il destino di questa spedizione sarà infausto.

L’Italia dopo le disastrose campagne italiane in Grecia e Nord-Africa tra il 1940 e il 1941, perde credibilità agli occhi dei tedeschi e Mussolini desidera far riacquistare all’esercito autorevolezza.Vi sono poi le considerazioni ideologiche: la lotta al bolscevismo è uno dei principi fondamentali del fascismo, e Mussolini sottolinea come l’Italia non può rimanere estranea ad una guerra di carattere soprattutto ideologico.

Questa decisione contribuisce a disperdere ulteriormente le forze armate italiane già impegnate nei Balcani, in Africa, nell’occupazione della Francia e nella difesa del territorio nazionale, e questo fatto assieme alle difficoltà economiche e industriali del Paese, rende estremamente difficile organizzare un nuovo contingente per il fronte russo.

È l’ottava armata italiana, al comando del generale Italo Gariboldi, costituita da 229 mila uomini male attrezzati. Inizialmente l’ARMIR ha il compito di conquistare Stalingrado, mentre altre divisioni tedesche avanzano verso il Caucaso. La notte del 24 agosto 1942 si svolge l’assalto del Savoia Cavalleria nella steppa di Isbuscenskij: seicentocinquanta cavalieri italiani si scontrano contro duemila siberiani, respingendoli. Il 16 dicembre, dopo aver spezzato l’assedio dei tedeschi a Stalingrado, i russi sferrano l’attacco decisivo. Le divisioni italiane male armate e in condizioni fisiche disperate resistono per quattro giorni, ma poi sono costrette a ritirarsi.

 

 

 

 

ARMIR: la storia dell’8ª Armata italiana inviata da Mussolini in Russia

https://www.raicultura.it/storia/accadde-oggi/LARMIR-in-Russia-e5935830-9f8a-4aef-b194-5b27906479ff.html

Il coronavirus è il sintomo di un problema molto più grande: il Pianeta Terra è gravemente malato


Non a caso COVID-19 è un virus zoonotico, che dagli animali, in questo caso selvatici, si trasferisce all’uomo. E non è il solo, il 60% delle malattie infettive dell’uomo,  e il 75% di quelle infettive emergenti, sono sempre zoonotiche. Va da sé che i maggiori contatti tra uomo e fauna selvatica, dovuti allo sfruttamento della stessa, aumentano il rischio di contrarre virus pericolosi per la nostra salute.

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Nemmeno la tecnologia è bastata per arginare il problema, a dimostrazione che siamo fortemente vulnerabili e che, per prevenire crisi di questo tipo, è necessario un cambiamento profondo, in primis nei confronti della natura.

Ma come ben sappiamo da tempo, i sintomi del malessere del Pianeta si sono manifestati ben prima dello scoppio della pandemia: basti pensare al riscaldamento globale, che sta causando devastazioni, cicloni e alluvioni estreme in varie aree della Terra. Per non parlare della deforestazione che provoca perdita di ecosistema e di biodiversità, contribuendo essa stessa al cambiamento climatico. E che dire di tutti i prodotti chimici e dei rifiuti che inquinano l’ambiente e che ogni anno causano moltissimi morti.

Tutte queste cose sono interconnesse e se non cambieremo al più presto il nostro modo di stare al mondo, inquinando meno, smettendo di sfruttare indiscriminatamente la natura, non ci sarà futuro. Solo investendo sull’ecologia e progettando un futuro sostenibile, ci può essere speranza. Ma non basta farlo individualmente, nonostante sia importante il contributo di ciascuno, e non basta nemmeno che a farlo sia qualche paese del mondo, l’impegno deve riguardare tutti.

 

 

 

Il coronavirus è il sintomo di un problema molto più grande: il Pianeta Terra è gravemente malato

Salvare l’agricoltura sostenibile per salvare il Mondo.


Di Giovanni Chianta

Nel 2021 si rinnoverà la Pac (politica agricola comune).
Le “nuove” politiche agricole non sembrano essere molto diverse da quelle vecchie.
L’aspetto più importante sarà capire se in Europa vogliamo puntare sul latifondo e sui latifondisti (l’attuale via) oppure se vogliamo puntare sull’agricoltura sostenibile.
Attualmente, l’80% degli aiuti che la Pac riserva ai produttori finisce nelle tasche dei grandi proprietari terrieri. Queste politiche agricole favoriscono le grandi aziende agricole e, conseguentemente, favoriscono l’agricoltura industriale.
Solo il 2% degli aiuti è riservato ai giovani imprenditori agricoli.
I piccoli produttori agricoli europei ormai sono come i panda, a rischio estinzione.
Questo perché più sei “piccolo” e più verrai fagocitato da un sistema che finanzia e favorisce solo i grandi gruppi sia nella produzione che nella distribuzione.
Se non vogliamo che l’agricoltura finisca del tutto nelle mani delle multinazionali è necessario cambiare questi meccanismi partendo da una più equa ridistribuzione delle risorse.
Più fondi alle piccole imprese agricole che investono nel sostenibile.
Oggi, purtroppo viene premiata la “grandezza” e non la ” qualità”.
L’unità di misura del finanziamento è l’ettaro e non, come dovrebbe essere, la capacità di proporre progetti innovativi che salvaguardino la nostra salute e la nostra Terra. L’Italia, come Stato membro, può e deve avere voce in capitolo su scelte che, certamente, non riguardano solo il futuro degli agricoltori ma di tutti gli europei.

Quando gli Stati Uniti abbatterono per sbaglio un aereo iraniano


Nel 1988 nel Golfo Persico si stava combattendo l’ultimo pezzo della guerra tra Iran e Iraq,   che era iniziata otto anni prima per questioni di confine ma soprattutto perché in Iran c’era appena stata la  Rivoluzione Khomeinista, che aveva destituito lo scià e portato al potere i religiosi sciiti. Gli Stati Uniti appoggiavano l’Iraq dell’allora presidente Saddam Hussein, ma soprattutto erano intervenuti con la propria Marina nel Golfo Persico, per proteggere le rotte commerciali minacciate dagli attacchi iraniani.

Tra la fine del 1987 e l’inizio del 1988 c’erano stati diversi momenti di tensione,  e diversi morti.

FUNERAL AIRBUS VICTIMS

Nel 1987 un aereo da guerra iracheno aveva scambiato la fregata statunitense USS Stark per una nave iraniana e l’aveva colpita con due missili, uccidendo 37 soldati americani. Il 14 aprile dell’anno successivo l’Iran aveva fatto esplodere delle mine sulla fregata americana Samuel B. Roberts, provocando danni notevoli. Quattro giorni dopo una nave da guerra statunitense aveva lanciato dei missili contro installazioni petrolifere dell’Iran, affondando una nave iraniana.

Il 3 luglio 1988 il volo 655 dell’Iran Air decollò dall’aeroporto iraniano di Bandar Abbas: era diretto a Dubai e a bordo c’erano 290 persone.  Sette minuti dopo il decollo, il volo 655 fu abbattuto da un missile terra-aria, uccidendo tutte le 290 persone a bordo.

 

 

La volta che furono gli Stati Uniti ad abbattere per sbaglio un aereo iraniano

Il franchising della quarta età.


Da anni i carabinieri scoperchiano il calderone di abusi e nefandezze che avvengono in numerose case di riposo, residenze assistenziali, case famiglia. Nel 2019 su 2.700 strutture controllate, una su quattro presentava irregolarità. Un mondo oscuro dentro al quale si nasconde di tutto e che andrebbe rifondato, con nuove regole, per evitare in futuro altre stragi di anziani.

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Nello strano mercato in rete della quarta età basta poco per aprire una casa famiglia o una comunità alloggio per anziani: dai seimila ai diecimila euro per entrare nel sistema e dai quindici ai trentamila euro d’investimento. Il guadagno può valere anche dieci volte tanto: dai 150 mila ai 300 mila euro, a seconda della struttura e del numero di ospiti. Per residenza protetta, sono sufficienti 14 mila euro di ingresso e un investimento che varia da 35 mila a 70 mila euro, E qui la promessa è addirittura di arrivare a guadagnare fino a venti volte di più. Con questi profitti, negli ultimi anni una fitta rete di franchising è entrata nell’affare delle residenze per anziani, sfruttando l’iter agevolato previsto per case famiglia e comunità alloggio: basta una dichiarazione di inizio attività. Altra nota dolente, la formazione dei gestori e del personale: per i primi –si può leggere su aprireinfranchising .it- bastano “competenze mediche di base, acquisibili facilmente con un corso di primo soccorso”. Per i secondi è sufficiente “un corso professionalizzante riconosciuto dalle Regioni”.

 

 

Fonte inchiesta di LiberEtà. n. 7/8 luglio -agosto 2020

La famiglia è una grande risorsa.


 Con il lockdown abbiamo constatato che la famiglia non è un soggetto da assistere né un problema per il paese, bensì la soluzione del problema.

L’esperienza drammatica della pandemia di questi ultimi mesi ci ha lasciato una cosa positiva: la scoperta della famiglia come bene comune come fattore di sviluppo e di crescita. La famiglia è la nostra grande risorsa, che le relazioni familiari sono il primo “capitale sociale” che permette a una società di sostenere anche i periodi più difficili.

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Abbiamo però constatato che in realtà non è un soggetto da assistere, non è un problema per il paese, bensì la soluzione del problema.

Se siamo riusciti ad uscire dalla fase più critica della pandemia di Covid nel nostro paese lo dobbiamo al senso di responsabilità che hanno svolto le famiglie.

Di fronte a tali evidenze abbiamo un mondo  politico che  ancora tentenna sul da farsi: inserisce timidamente nel DDL Rilancio  una sezione appositamente dedicata alla voce “Individui e Famiglia”;  all’interno della stessa una serie di provvedimenti e bonus – di emergenza – ma anche una novità importante, un provvedimento che le famiglie auspicano da diversi anni: l’Assegno Unico per figlio, una risposta concreta a chi si fa carico di mettere al mondo, crescere ed educare i figli.La prima e vera manovra di contrasto alla denatalità.

Occorrono politiche lineari e universali  e non provvedimenti tampone e su questo cè ancora molto da lavorare.  Occorrono le politiche per la natalità, quelle per un bilanciamento tra i tempi di vita e del lavoro, le politiche della scuola sono ancora assi critici sui quali si rischia di generare fratture sociali profonde.

 

 

 

https://www.famigliacristiana.it/articolo/politiche-familiari-dopo-la-pandemia-siamo-al-calcio-d-inizio.aspx

Ossessività psicotica.


La notizia di un genitore che uccide i figli, all’ interno di un processo di separazione, sconvolge tutti. È così disumana e contro natura da lasciarci senza parole. In questo caso non si è trattato di un “suicidio/omicidio allargato” fatto per sottrarre i propri congiunti ad un dolore ritenuto insopportabile, evento disperato e disperante di cui ogni tanto la cronaca ci dà notizia. Nell’ omicidio di Margno, la tragedia sembra essersi consumata per vendicarsi di un partner che ha deciso di avviare una separazione coniugale.

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Mostra un progetto criminale in cui il partner viene “distrutto” psicologicamente sottraendogli il bene massimo, ovvero la vita, e quindi l’ amore, dei figli (e per i figli). La rabbia in questi casi si trasforma in una sorta di ossessività psicotica che trascina fuori dal principio di realtà. Giorno e notte si parla in silenzio con se stessi, si rimugina ininterrottamente intorno ad un solo pensiero: “Gliela devo far pagare”. Da lì in poi, nella mente di chi si trova intrappolato in questi pensieri, tutto perde forma e sostanza: conta solo la vendetta. Che di tutti i modi in cui si può esprimere la rabbia, è probabilmente il peggiore. Perché è una rabbia totale e assoluta, ghiacciata e tremenda, che non esplode in crisi violente, ma cresce e dilaga nel silenzio della mente, senza avere confini e senza sapersi dare tregua né pace. Nella mente del vendicatore, tutto diventa possibile, anche quello che sembrerebbe non esserlo. Da qui nascono certe tragedie, come quella che ci ha raccontato la cronaca.

Vivere in balia della rabbia è il peggior modo di stare al mondo. Perché tiene intrappolati in un territorio che contamina tutto, fino ad arrivare a distruggere il principio di realtà, i confini che normalmente ci diamo (e ci vengono dati) per stare al mondo. E così, dentro quella rabbia, si può diventare non solo disfunzionali (cosa che capita a molti) ma anche criminali (cosa che capita a pochi).

 

 

 

 

https://m.famigliacristiana.it/articolo/uccidere-i-figli-per-vendetta.htm

L’Indipendenza della Somalia, 01 luglio 1960.


Con l’armistizio del 1943  l’Italia perdeva tutti i diritti sulle colonie africane e L’Albania. Con la firma del  Trattato di pace e l’ingresso all’O.N.U. Nel 1950 veniva affidata l’amministrazione fiduciaria sull’ex colonia somala (A.F.I.S).

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Il “Corpo italiano di sicurezza” s’imbarca alla volta della Somalia agli inizi del 1950. La notizia suscita entusiasmo nell’opinione pubblica; la Domenica del Corriere celebra a suo modo l’avvenimento in una copertina dedicata al vecchio “ascaro” che accoglie e Mogadiscio gli italiani con “tre squilli di tromba, conservata gelosamente come un cimelio”. L’amministrazione fiduciaria durerà esattamente sino al 1° luglio 1960, data dell’indipendenza somala; gli italiani usciranno dall’esperimento con molti meriti per la leale collaborazione al processo di decolonizzazione del Paese, in totale adesione con la spirito del mandato ricevuto dall’O.N.U.

L’Amministrazione italiana fu scandita dalle elezioni generali del 1956 per la semi-autonomia e da quelle del 1959, in cui la Lega dei Giovani Somali divenne partito di maggioranza fino alla proclamazione dell’indipendenza. Con il termine dell’amministrazione fiduciaria italiana e l’indipendenza del Paese, esso si unì con la Somalia britannica, che aveva ottenuto L’indipendenza il 26 giugno 1960, costituendo la Repubblica di Somalia.

 

 

 

Storia d’Italia – L’Indipendenza della Somalia, 01 luglio 1960

Un nuovo pensiero sullo sviluppo.


Günther Anders affermava che siamo nella terza rivoluzione industriale, pensiero che sicuramente non è stato sufficientemente compreso. La terza rivoluzione industriale è quella in cui l’umanità è in condizione di produrre la propria distruzione. Nella seconda metà del secolo scorso, quando formulava questi pensieri, lo strumento di distruzione era la bomba atomica. Il pericolo di una distruzione nucleare è forse ora lontano, ma lo stesso pensiero sullo sviluppo e le stesse capacità tecnologiche sono all’origine della situazione in cui siamo.

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Non bisogna pensare  alla natura e alla sua biodiversità  come oggetto e risorsa. Occorre capire che la natura e la sua biodiversità sono il reale bisogno dell’uomo, più forte di qualsiasi bisogno generato dal consumismo, recuperare il rapporto con essa e considerarla  come inalienabile e insostituibile con null’altro. Prendiamo consapevolezza che l’anello debole siamo noi e che nella sua indifferenza la natura arretrerà, cambierà, si negherà ai nostri bisogni dicendoci “… E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei”.

Partire dalla valutazione delle risorse e, in base alla loro reale disponibilità, soddisfare i bisogni che è possibile sostenere ora, non con le tecnologie future. Se il consumo di canna da zucchero ha bisogno di nuovi terreni che vengono rubati alla foresta amazzonica occorre ridurlo; così se lo stock di merluzzi nel mar Baltico subisce il sovra sfruttamento occorre ridurne la pesca. È necessario ad esempio agire sulle modalità di consumo di cibo, modalità che portano nel mondo allo spreco della metà del cibo prodotto e all’obesità per il 35% della popolazione adulta. Il consumo  e lo spreco di cibo sono i principali bisogni generati dalla nostra società.

 

 

https://www.lastampa.it/tuttogreen/2020/06/30/news/la-metafora-della-civetta-pigra-1.39012778

American Gothic: novant’anni di incubo americano


Grant Wood dipinse American Gothic nel 1930. Oggi: la coppia di St. Louis armata contro i manifestanti.

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Fissi e ingrugniti, i due protagonisti del quadro (un padre e una figlia) sono il simbolo dell’America rurale, nascosta e verace. L’America contadina e conservatrice che mentre il mondo avanza rimane impantanata nei suoi valori di tardo ‘800. È un’America in ritardo quella raccontata dal dipinto, che rifiuta con pervicacia tutto ciò che è nuovo. Lo sguardo che l’uomo con il forcone in mano scaglia allo spettatore è stolido, impassibile e inamovibile. Da qui non si passa, sembra dire.

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Novant’anni dopo: da qui non si passa, stanno dicendo anche loro. Perché esattamente come i due contadini di Grant, la coppia bianca e razzista  non ha alcuna intenzione di lasciar andare i propri privilegi. Il sogno americano, se mai è esistito, si è trasformato in un incubo. Il Paese del ‘tutto è possibile’ ha realizzato la sua ambizione: tutto è davvero possibile, anche difendere con un fucile d’assalto le proprie idee razziste e antiprogresso, la propria ricchezza, il proprio potere costruito sulle spalle dei più deboli.In novant’anni è cambiato tutto ma in fondo non è mai davvero cambiato nulla. Da qui non si passa, dice la coppia di St. Louis, dice il muro costruito da Trump, dicono i soldati che presidiano i confini. Dopo novant’anni siamo ancora nelle mani di chi vuole un mondo diviso, nemico, incattivito.

 

https://www.globalist.it/dolce-vita/2020/06/29/american-gothic-novant-anni-di-incubo-americano-2061017.html

Masaniello: i quattrocento anni


Quattrocento anni fa, il 29 giugno 1620, nasceva a Napoli Tommaso Aniello d’Amalfi, ovvero Masaniello, il pescivendolo capopopolo della rivolta del 1647 che prende il suo nome e che per dieci giorni, dal 7 al 16 luglio, quando venne assassinato, fece tremare il viceré spagnolo Rodrigo Ponce de Leo, duca d’Arcos, e i nobili della città. Un nome, un mito, sviluppatosi immediatamente dopo la morte non solo nella sua Napoli, ma in tutta Europa, specialmente in Inghilterra e nei Paesi Bassi.

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Una figura contraddittoria, esaltata e ridimensionata nel corso dei secoli, entrata nell’immaginario collettivo anche attraverso quadri, sculture, opere letterarie, rappresentazioni teatrali, canzoni popolari. E «fare il Masaniello» è un modo di dire utilizzato per indicare un comportamento audace, ribelle, ma anche un po’ demagogico.

 A 27 anni guidò la rivoluzione: correva il 7 luglio del 1647. Quella mattina gli ortolani giunsero con il loro carretto e si rifiutarono di pagare la nuova gabella appena introdotta dal Duca d’Arcos.Grazie al suo carisma e alla sua parlantina poi Masaniello riuscì a imporsi al punto che il potere fu costretto a venire a patti con lui: il capopopolo arrivò addirittura a porre il veto agli ordini impartiti dal vicerè di Napoli e a essere ricevuto a palazzo in pompa magna insieme a sua moglie Bernardina. Fu fermato da cinque colpi di archibugio il 16 luglio 1647, il corpo decapitato e trascinato tra i rifiuti, mandanti il viceré, patrizi, appaltatori delle imposte.

Alla stregua di un eroe, entrò subito nel mito e la sua salma divenne addirittura oggetto di una forma di venerazione religiosa da parte delle donne del tempo che lo invocarono come un redentore.

https://www.pressreader.com/italy/corriere-del-mezzogiorno-campania/20200628/281560883063613

https://www.focus.it/cultura/storia/masaniello-guevara-napoletano

In piedi, signori, davanti ad una Donna!


Quando si violentano, picchiano, storpiano, mutilano, bruciano, seppelliscono, terrorizzano le donne,  si distrugge l’energia essenziale della vita su questo pianeta. Si forza  quanto è nato per essere aperto, fiducioso, caloroso, creativo e vivo a essere piegato, sterile e domato.”

Eve Ensler.

Per fermare l’ondata di femminicidi  non serve aumentare le pene carcerarie, bisogna insegnare il concetto di amore alle nuove generazioni. Partendo da due assunti imprescindibili.
L’amore è amore anche se non è corrisposto. E l’amore non deve essere per forza per sempre.

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Quante donne e creature innocenti devono essere ammazzate prima che le famiglie e la scuola inizino a comprendere che solo l’educazione e la cultura che passa attraverso il linguaggio potranno salvare le prossime generazioni?

 

“Per tutte le violenze consumate su di lei,
per tutte le umiliazioni che ha subito,
per il suo corpo che avete sfruttato,
per la sua intelligenza che avete calpestato,
per l’ignoranza in cui l’avete lasciata,
per la libertà che le avete negato,
per la bocca che le avete tappato,
per le sue ali che avete tarpato,
per tutto questo:
in piedi, signori, davanti ad una Donna!”

William Shakespeare.

 

https://www.globalist.it/news/2020/06/28/basta-col-dolore-degli-uomini-lasciati-la-violenza-si-ferma-cambiando-la-narrazione-2060943.html

I macelli sono diventati nel mondo focolai del nuovo coronavirus.


In queste ultime settimane si sono registrati alcuni focolai di Covid-19 tra gli addetti alla macellazione in alcuni impianti negli USA e anche in UE. Gli eventi possono avere aspetti comuni oppure essere generati da fattori molto diversi. Questi eventi di contagio di lavoratori sono comuni anche tra gli addetti in altre filiere, tuttavia, hanno avuto vasta eco ancorché abbiano interessato poche centinaia di persone, su milioni di infetti.
Focolai come quelli che si sono verificati tra i lavoratori dei macelli possono avere diversi significati, per poter dare un giudizio fondato sul fenomeno occorre inquadrarlo secondo i criteri tipici delle indagini epidemiologiche.

Cutting meat in slaughterhouse

In primo luogo dobbiamo tenere presente che il comparto alimentare durante la pandemia è stato più attivo del solito anche per la psicosi che ha portato a fare incetta di alimenti, quindi una delle cause potrebbero essere stati più intensi e serrati i ritmi di lavoro.
Un altro fattore di rischio è indubbiamente legato alla particolare atmosfera degli ambienti di macellazione o sezionamento delle carni dove si fa largo uso di acqua per lavare e pulire al fine di tenere sotto controllo la flora batterica che si concentra in quegli ambienti o particolarmente insalubri per la presenza di feci e sangue animale e conseguentemente l’elevata umidità e il maggior tenore di vapore possono aver aumentato la diffusione del virus da un soggetto asintomatico o paucisintomatico mediante “droplet”.
Non dimentichiamo però che proprio per le condizioni sopra richiamate i lavoratori degli stabilimenti di macellazione devono essere muniti di protezioni anti infortunistiche e di mascherine e visiere per proteggere dall’aspirazione di patogeni.

In ultimo non possiamo nascondere che la macellazione è un lavoro faticoso e pericoloso che generalmente viene assegnato a lavoratori immigrati, scarsamente protetti dal punto di vista contrattuale e sindacale, spesso reclutati da sedicenti “cooperative” che mascherano forme di caporalato e che assicura bassi salari.
Questi lavoratori, quindi, come molti altri della filiera agricolo-zootecnico-alimentare, sono lavoratori poveri, che vivono in case umili o addirittura in baracche fatiscenti, spesso sovraffollate, ove la promiscuità concorre a favorire la diffusione di patologie infettive e contagiose, massimamente se altamente contagiose come il Covid-19.
Questo, ancora una volta ci fa capire l’importanza dell’art. 32 della nostra Costituzione repubblicana che identifica come unico “diritto fondamentale” quello alla salute,individuale e collettiva, degli italiani e di ogni persona presente sul nostro suolo nazionale. Perché se sono sani gli ultimi lo sono con maggiore sicurezza anche i primi.

 

 

 

 

 

 

Macelli e coronavirus: la situazione dell’epidemia in italia. Il parere di Aldo Grasselli

Coronavirus: oltre mezzo milione di morti nel mondo


Sono oltre 500.000 le vittime di coronavirus nel mondo, secondo i dati della Johns Hopkins University. I contagi hanno superato i 10 milioni nelle scorse ore.

 Le statistiche dell’università americana indicano che i contagi a livello globale sono 10.001.527 e i morti 499.024. Le persone guarite sono, invece, 5.062.145. Grave la situazione in Cina: 500mila in lockdown vicino a Pechino.

 

 © EPA

 

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2020/06/28/coronavirus-oltre-mezzo-milione-di-morti-nel-mondo_703365c6-88bc-4264-ba24-6462c025a8da.html

https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/coronavirus-nel-mondo-oltre-10-milioni-di-casi-e-quasi-500mila-morti_20002005-202002a.shtml

Vernante, il paese dove Pinocchio si ‘legge’ sui muri


Vernante è questa cittadina di appena 1200 abitanti dove le mura delle case formano un grande libro illustrato, in cui rivivono le tante avventure del famoso burattino Pinocchio. Il richiamo non è casuale: qui trascorse gli ultimi anni di vita Attilio Mussino, celebre illustratore che per primo diede colore alla marionetta ideata da Carlo Collodi.

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Nel corso degli anni i murales si sono moltiplicati nel piccolo ed oggi sono più di centocinquanta a fare capolino dai muri, le porte e le finestre. Oltre ai murales numerose sono le sagome e le statue che si trovano nei giardini e sulle scalinate. La Fata Turchina, Geppetto, il Gatto e la Volpe e gli altri personaggi accompagnano i turisti ed i curiosi facendogli ripercorrere tutte le avventure del burattino di legno.

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https://video.repubblica.it/dossier/l-italia-da-scoprire/l-italia-da-scoprire-vernante-il-paese-dove-pinocchio-si-legge-sui-muri/363049/363605?ref=RHPPTP-BS-I253430426-C12-P8-S8.3-T1

Vernante: in Piemonte il piccolo borgo da fiaba dove rivivono le avventure di Pinocchio

Il genocidio di Srebrenica 25 anni dopo


L’11 luglio 1995 l’esercito serbo-bosniaco massacrò più di 8mila musulmani inermi dopo la conquista della cittadina, che doveva essere sotto la protezione dei caschi blu dell’Onu.

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Venticinque anni fa le truppe di Mladić entrarono nella cittadina di Srebrenica, sotto assedio da tre anni, decretata nel maggio 1993 “area protetta” dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e posta sotto protezione dei Caschi blu, dove si erano rifugiati migliaia di bosniaci musulmani fuggiti dai villaggi della zona. In tutto c’erano 40mila persone, perché Srebrenica era il centro musulmano più grande in una zona a maggioranza serba. In serata già 25 mila si erano diretti a Potocari, cercando rifugio nella base dei caschi blu olandesi, ma già, di nascosto, gli uomini di Mladic avevano cominciato a radunare e uccidere tutti i maschi tra i 15 e i 65 anni, dividendoli da donne, bambini e anziani.

Fosse comuni di cui si è potuta trovare traccia attraverso testimonianze dei superstiti e documenti raccolti lungo le decine di processi per crimini di guerra che si sono succeduti, al Tribunale penale internazionale dell’Aja come, in seguito, nelle decine svoltesi presso le Corti speciali della regione. Per il genocidio di Srebrenica sono state finora incriminate per crimini di guerra 70 persone: 20 dal Tribunale dell’Aja e 50 dal tribunale di Sarajevo. Tredici imputati, tra cui tre comandanti militari serbi e il capo politico dei serbo-bosniaci, Radovan Karadzic, sono stati condannati all’ergastolo.

Già nel 2007, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi (i musulmani bosniaci), costituisce un “genocidio”. Il 27 giugno 2017 la Corte d’Appello dell’Aja ha confermato il verdetto di primo grado, cioè che il governo olandese è parzialmente responsabile della morte di 300 musulmani, perché i soldati olandesi costrinsero i rifugiati che cercavano riparo nella loro base a lasciarla, consegnandoli di fatto ai carnefici,“privandoli della possibilità di sopravvivere.

 

 

 

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2019-07/srebrenica-guerra-bosnia-genocidio-1995-musulmani-serbi-annivers.html

Islanda: scoperto l’insediamento vichingo più antico mai ritrovato.


I Vichinghi erano in Islanda già nell’800 d.C.: è quello che suggerisce il più antico insediamento mai ritrovato prima, ora scovato a Stöð, nei fiordi di Stöðvarfjörður: è una capanna tribale di 75 metri per 6 e risale a quando questo popolo sembrava ancora assente nell’isola. Finora si riteneva che i Vichinghi si fossero stabiliti in Islanda quando alcuni rifugiati marittimi avevano occupato l’isola nel corso di una navigazione. Ma non nell’800 d.C., bensì diversi decenni successivi.

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Gli edifici appaiono costituiti da grandi sale di legno, lunghe fino a 75 metri, coperte di erba e paglia e utilizzate come abitazioni comuni durante l’era vichinga. Erano divisi in stanze e potevano essere condivisi da diverse famiglie. Gli studiosi ritengono che si costruissero fuochi in focolari di pietra al centro e che gli animali fossero sistemati lì in modo da proteggerli dal freddo. Analisi chimiche e fisiche suggeriscono risalga all’800, molto prima dell’insediamento permanente vichingo in Islanda, isola molto legata tuttora alle sue origini. Si ritiene che questo fosse di tipo “stagionale”, occupato solo da lavoratori di zona che in estate o in autunno necessitavano di permanere dell’area. Ma il fatto che non fosse di tipo permanente non cambia la portata della scoperta: al di là della tradizione sui fuggitivi norvegesi, ai confini con la leggenda, non si pensava che nell’800 ci fossero mai stati vichinghi in Islanda. Ed è questo che riscriverà la storia dell’isola.

 

 

 

 

Scoperto l’insediamento vichingo che riscriverà la storia dell’Islanda. È il più antico mai ritrovato

Mondragone: l’esercito può circoscrivere una zona rossa, non può riconvertire un sistema economico né integrare una nuova etnia.


Per mesi abbiamo sentito ripetere lo slogan “prima la vita”, a Mondragone la regola è “prima il lavoro“. I bulgari positivi al Covid sono scappati dalla quarantena coatta perché per loro il rischio di perdere il lavoro sopravanza quello di ammalarsi e di morire. È la prima prospettiva spiazzante di cui prendere atto, se si vuole andare oltre i luoghi comuni.

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I fuggiaschi dalla zona rossa sono di etnia rom. Vivono in alveari indecenti, tra materassi giustapposti sul pavimento, finestre divelte e fili elettrici scoperti, e pagano ai proprietari italiani affitti che nessun italiano pagherebbe. Fatte le debite eccezioni, non rubano, non trafficano rame strappato dai cavi dell’alta tensione, non sono grossi spacciatori. Lavorano per una paga di 3-4 euro all’ora, che nessun italiano accetterebbe, nei campi di albicocche, pesche e pomodori, per conto di caporali italiani. Le donne prendono ancora di meno. I figli non vanno a scuola in una percentuale alta, alcuni di loro l’anno scorso sono stati scoperti a prostituirsi per conto di utilizzatori finali italiani.

I ghetti sono il buco nero della modernità. Bisogna abolirli per disinnescare la loro patologica e subalterna utilità e sostituirla con una nuova funzione. Facile a dirsi. Impossibile a farsi, senza una strategia complessa, oltre il tempo dell’urgenza, lontana anni luce dalla propaganda corrente, capace anzitutto di modificare il sistema che li assoggetta e li giustifica, e di ripristinare le condizioni minime di una fiducia sociale. Con regole del lavoro più flessibili, con un presidio costante dell’autorità pubblica, con una gestione dei progetti di integrazione ancorata a continue verifiche di risultato e, soprattutto, con tanta tanta scuola. La stessa che la pandemia ha chiuso da mesi e che non sappiamo neanche più come riaprire.

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/mondragone-buco-nero-della-modernita_it_5ef5b76cc5b6acab283fe8d2?fbclid=IwAR3LZJI9UIU97tfk_NvAVaRqY0IUaokKOZkbH-HNme4OO0iCPN5mNHdgbEA

Estremi di temperatura in Siberia.


L’organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite sta lavorando per verificare un possibile record di temperatura raggiunto qualche giorno fa in una città della Siberia. Sabato 20 giugno, il termometro a Verkoyansk ha toccato i 38 °C, il valore più alto misurato in oltre un secolo di rilevazioni nella zona.

Temperatura record per circolo polare artico, 38 gradi registrati ...

La Siberia è nota per gli estremi climatici, sia nei mesi estivi sia in quelli invernali. Non è inusuale in questa stagione registrare temperature attorno ai 30 °C, ma nei 10 °C in più degli ultimi giorni e nelle conseguenze sul paesaggio artico, gli esperti vedono una tendenza riconducibile al riscaldamento globale.

Le ondate di calore accelerano la fusione del permafrost, il suolo perennemente ghiacciato che rilascia in atmosfera il metano accumulato in secoli di decomposizione di materiale organico. Questo gas reca un effetto serra 28 volte più potente di quello della CO2, e una volta in atmosfera circola per l’intero pianeta, contribuendo a sua volta al riscaldamento globale.

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Tutto questo ha conseguenze anche sul clima di Europa e Stati Uniti. Durante l’estate, il caldo inusuale riduce le differenze di temperatura e di pressione tra l’Artico e le latitudini inferiori più densamente abitate. Il fenomeno sembra indebolire le correnti a getto, i flussi d’aria di forte intensità che si formano nella parte più bassa dell’atmosfera terrestre, e creare situazioni di stallo che costringono i sistemi meteorologici come quelli che portano un caldo estremo, o piogge persistenti, a rimanere “parcheggiati” su uno stesso luogo per diversi giorni.

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/global-warming-artico-siberia-cause-conseguenze

Contadinicidio


Di Giovanni Chianta

Durante il periodo delle restrizioni dovute al coronavirus, il melone cantalupo era ricercatissimo sui mercati ed è stato venduto, mediamente, ad un prezzo che permette alle aziende di generare utile.
La fine delle restrizioni ha “ucciso” il melone tanto che, solo nel territorio di Licata, dove si producono grandi quantità di melone, dal 3 giugno, sono state buttate centinaia di tonnellate di prodotto già raccolti e, molti di più, verranno mangiati dagli animali perché resteranno nelle piante a marcire.
Per “il rinnovo” delle piante sono stati spesi tantissimi soldi che graveranno sull’utile iniziale.
Stesso discorso per anguria e anguria mini.
Prezzo medio, dal 5 giugno al 20 giugno (in Sicilia) per mini anguria 0,30€. Parliamo di un prodotto italiano di grandissima qualità, prodotto nel pieno rispetto di tutte le normative europee.
Ogni bancale, 55 casse di cartone, circa 1000 kg, viene venduto ad un prezzo lordo di 300 euro. Ai 300 euro vanno tolti:
120 euro per manodopera
55 euro per imballaggi (1€ a cassa)
30 euro per chi effettua la commercializzazione (il 10 %)
80 euro per spese di irrigazione, trattamenti fitosanitari e concimazione.
22 euro trasporto
80 euro piantine.

I costi di produzione, per ogni 1000 kg prodotti, ammontano a 387 euro.
In buona sostanza, il produttore ha dovuto rimetterci di tasca propria 87 euro.
Si paga per vendere quando si dovrebbe guadagnare.

Ma dobbiamo davvero sperare in un coronavirus all’anno per vendere a prezzi da utile? Oppure basterebbe non importare meloni e angurie prodotti in Paesi come Turchia, Grecia, Spagna, Tunisia, Marocco, Senegal e via dicendo?
Le restrizioni hanno fermato le importazioni selvagge dei prodotti e i produttori italiani hanno tirato un sospiro di sollievo.
È necessario controllare i mercati limitando le importazioni di prodotti concorrenziali a quelli italiani.
Se l’Italia produce 300-400 mila tonnellate di meloni e angurie nel periodo marzo- luglio non si capisce perché dobbiamo importarli se i mercati sono già pieni di merce italiana. Li importeremo nei periodi nei quali, in Italia, la produzione è scarsa o assente.
Questo discorso vale per tutti i prodotti. Analizzando i quantitativi coltivati per ogni prodotto è facile capire cosa bisogna importare e cosa no in determinati periodi. Certo, i lucratori seriali ci perderanno ma non i produttori italiani né, tantomeno, i consumatori italiani che avranno la certezza di mangiare un prodotto italiano di qualità.

Ovviamente, le importazioni non sono l’unico problema dei produttori. Bisognerebbe riorganizzare le produzioni agricole. Riorganizzare le filiere e ristabilire, quantomeno, un equilibrio tra chi produce e chi vende.
Oggi, la produzione è distrutta dalla grande distribuzione organizzata che, con le aste al ribasso, porta il prezzo del prodotto a livelli da fallimento aziendale. Lo Stato può e deve governare questi meccanismi.

Ritornando alle merci buttate, andrebbe ricordato che norme europee danno la possibilità agli Stati di intervenire in questi casi. In crisi di mercato così gravi, nei quali i prodotti vengono buttati o non raccolti, lo Stato può aiutare economicamente i produttori agricoli.
Perché lo Stato italiano non aiuta i produttori italiani che stanno subendo gravissime perdite di fatturato?
Siamo stati “carne da macello” quando si trattava di andare a lavorare, tutti i santi giorni, in pieno coronavirus, perché dovevamo far mangiare il Popolo.
Noi non ci siamo mai tirati indietro ed i prodotti che oggi buttiamo sono stati coltivati con la paura di ammalarsi di Covid 19.
Adesso lo Stato deve compensare, almeno in parte, sacrifici e perdite.

Chi, soprattutto tra i politici, parla ancora di caporalato nei campi o di salari più alti finge di non sapere che in Italia, il settore della produzione ortofrutticola (e cerealicola) è praticamente fallito.
In Italia, i costi di produzione sono talmente alti e i prezzi (per il produttore) sono talmente bassi che è più conveniente chiudere l’attività.
Noi produttori siciliani, per esempio, possiamo andare pure a produrre in nord Africa oppure in qualche Paese dell’Est Europa. Produrremo lì, con costi di produzione molto bassi e venderemo qui, con prezzi che, almeno in Nord Africa, ti permettono di vivere dignitosamente ma lontano da casa tua.
Potremmo stare ore a discutere su chi stia contribuendo al nostro esilio forzato.
Io penso che, negli ultimi 30 anni, noi produttori abbiamo delegato troppo alla politica.
Con il rafforzamento dell’Ue le cose sono drasticamente peggiorate.
Siamo nella mani di burocrati che scrivono regole e regolette che danneggiano chi crea lavoro. Regole dettate da lucratori seriali ma sarebbe meglio chiamarli delinquenti a doppio petto.
È la globalizzazione bellezza. Infatti a me non è mai piaciuta.
Uno Stato che non salvaguarda le proprie produzioni e i propri produttori è destinato a fallire miseramente.
La colpa, dicevo, è soprattutto di noi produttori troppo concentrati a guardare la terra mentre non vediamo cosa ci stia piovendo dal cielo (e non è acqua).
Quando parlo di questi temi ai miei colleghi, questi annuiscono e poi tornano a lavorare pensando che non ci sia soluzione.
Ma dico io, se non difendiamo nemmeno noi i nostri interessi come possiamo pensare che le cose possano migliorare ?
Se tu pensi ai 3 meloni che hai venduto a maggio ma non a quelli che hai buttato l’anno prima ed a quelli che butterai l’anno prossimo, vuol dire che o sei un inguaribile ottimista oppure un fesso ma, in entrambi i casi non ci fai bella figura.
C’è troppa rassegnazione e, in parte la capisco su chi ha lavorato sui campi 40 anni ed è stanco di lottare e pensa, giustamente ad un meritatissimo “riposo pensionistico”.
È incomprensibile sui giovani imprenditori agricoli che, in un Paese come il nostro, potrebbero vivere (e bene) se le cose funzionassero. Ma le cose funzionano solo se noi contribuiamo a farle funzionare, se pensate solo a prenotarvi la plastica siamo all’acqua al collo.
Ci avevano venduto la globalizzazione come la panacea di tutti i mali ma, in realtà, era solo un modo per “esternalizzare uomini e cose”.
La globalizzazione o la combatti oppure la cavalchi.

Il mondo produttivo chiede un incontro alla ministra dell’agricoltura Teresa Bellanova per affrontare il tema del “contadinicidio”.

 

Giovanni Chianta

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