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Niccolò Copernico: il padre della teoria eliocentrica.


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Il 19 febbraio è l’anniversario della nascita dell’astronomo polacco Niccolò Copernico (Toru?, 19 febbraio 1473 – Frombork, 24 maggio 1543) tra i padri della cosmologia moderna, famoso per aver affermato e dimostrato matematicamente la correttezza della teoria eliocentrica. La sua teoria, secondo la quale i pianeti del Sistema Solare ruotano intorno al Sole, lo vide contrapporsi al vigente geocentrismo, che voleva invece la Terra, immobile, al centro dell’Universo, con tutti gli altri corpi celesti in rotazione intorno ad essa.Copernico dimostrò attraverso calcoli matematici la correttezza di una teoria già affermata dal greco Aristarco di Samo, secondo la quale non solo la Terra non era più al centro dell’Universo, ma tutti i moti che vediamo (come quello degli astri e del Sole stesso) dipendono dalla Terra, e non dagli altri corpi celesti. Dal 1536, quando venne compiuta, iniziò a circolare e a ottenere consensi presso l’intera comunità scientifica europea

MEGLIO ATTENDERE… Non si trattava di contraddire soltanto la teoria astronomica allora accettata, ma anche l’intero sistema filosofico e religioso del tempo, basato sui canoni aristotelico-tolemaici. Copernico lo sapeva e, percependo il nervosismo delle autorità ecclesiastiche in merito, a lungo indugiò nel dare alle stampe la sua opera, che fu pubblicata nel 1543, in concomitanza con la morte dello scienziato, grazie al sostegno del matematico austriaco Georg Joachim Rheticus o Retico.

 

 

 

 

https://www.focus.it/tecnologia/innovazione/il-compleanno-di-copernico-celebrato-in-un-doodle

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Periferie abbandonate producono egoismi


Le periferie delle grandi città sono luoghi diversi per conformazione fisica e condizioni sociali, ma egualmente interessati da fenomeni di degrado, marginalità, disagio sociale, insicurezza. Tutto questo è dovuto a una minore dotazione di servizi e la condizione desta particolare allarme sociale sul fronte della sicurezza, dell’ordine pubblico, dell’integrazione della popolazione straniera.

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Nelle periferie si concentrano diversi fenomeni di illegalità, a partire dall’insediamento dei clan della criminalità organizzata, discariche, roghi di materiali tossici fino allo smaltimento illegale di rifiuti, e oggi proprio le periferie rischiano di trasformarsi nel teatro delle guerre tra poveri, fra italiani impoveriti e migranti senza collocazione. In totale, nelle grandi città italiane quindici milioni di persone abitano in aree periferiche tradizionalmente intese, caratterizzate anche da famiglie disagiate e vulnerabili e giovani generazioni fuori dai circuiti attivi e occupazionali e se a questi su aggiungono i residenti in zone urbane a vario titolo in difficoltà, la popolazione interessata a interventi significativi in questo campo costituisce la maggior parte degli italiani.

La città è diventata un luogo di  estraneità in cui viene meno la reciprocità, che ancora nei centri medi e piccoli fa ritenere a ciascuno  di poter avere già incontrato l’altro o di poterlo incontrare.Un’involuzione che si è già verificata nelle città non europee, ma ormai è un modello globale

Di qui la necessità di mettere in cantiere un grande progetto nazionale ispirato ai principi dell’Agenda urbana europea, sottoscritti anche dall’Italia, con il patto di Amsterdam, il 30 maggio 2016, tra i quali la tutela della qualità della vita, della salute e della sicurezza dei cittadini, l’inclusione sociale, il sostegno all’accesso alla casa e all’abitare dignitoso e sicuro, lo sviluppo di reti per la mobilità sostenibile.

 

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/2018/02/19/degrado-illegalita-e-conflitto-sociale-non-ce-sviluppo-senza-il-rilancio-delle-periferie_a_23365398/

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/periferie-abbandonate-producono-egoismi-

http://www.europafacile.net/Scheda/News/7880

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Siamo tutti ospiti.


La parola straniero veste oggi un abito poco bello: pieno di strappi, liso e sporco. Straniero è pericolo, è “non italiano”, è strano, estraneo. Una specie di intruso che turba un equilibrio.

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Sappiamo bene come il tema “stranieri” abbia assunto, nella storia, valenze tragiche, i cui effetti hanno portato alla morte milioni di esseri umani innocenti, la cui unica colpa era quella di essere ritenuti pericolosi alla comunità di cui erano ospiti sgraditi. Il mancato riconoscimento dello straniero -come categoria umana – è all’origine degli scempi della storia.

Nel mondo greco e romano “straniero” faceva riferimento a un sistema di valori in cui l’incontro tra chi veniva da fuori e chi accoglieva era sacro, e andava protetto con preghiere e suggellato davanti agli dei con doni reciproci. La letteratura tramanda una pratica, quella dell’ospitalità totale (ancora oggi, con ospite si intende sia chi accoglie sia chi arriva: ed è significativo, e dovremmo ricordarcelo sempre) che porta il nome di Xenìa e che è stata rivendicata da quei greci di Calabria e del Salento che hanno voluto mettersi a fianco di chi, dalle coste del Mediterraneo, accoglie come ospiti graditi gli stranieri che arrivano laceri e sfiniti, esattamente come Ulisse sulla riva dell’isola dei Fea.

 

 

 

http://le-parole-sono-importanti.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/02/17/siamo-tutti-ospiti/?fbclid=IwAR1LjWlPbaIWDsHfScq2Dws0PXmFoPrK6F6qZc__KbFfQ3pHrEfGFl4Uu-4

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I mille giorni più belli del Cile


«Prima della sconfitta c’è stata la vittoria che né la lava dei vulcani, né la profondità dell’Oceano Pacifico, né la sabbia del deserto di Atacama riusciranno mai a cancellare».

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Per ragioni sia geografiche, sia sentimentali sia politiche, il Cile ha uno spazio nel nostro cervello e nel nostro cuore. Benché si trovi in fondo all’altro emisfero. Anzi proprio per quello. È la suggestione del luogo alla fine del mondo. Oltre, il ghiaccio e poi il nulla. Ha, quel Paese, il fascino nostalgico delle cose ultime, di una discarica di vite a perdere perciò tanto affascinanti, dell’altrove ai bordi dell’extraterrestre. Così lontano, così vicino.Vicino lo sentimmo, soprattutto, nel 1973, quando con un colpo di Stato il generale Augusto Pinochet rovesciò il governo socialista democraticamente eletto di Salvador Allende, inaugurando la lunga e sanguinosa stagione della dittatura. Presi da altre incombenze emergenziali, spesso ci dimentichiamo del Sudamerica. Salvo che il Sudamerica ci rientra in casa, come ora col Venezuela, a ricordarci intanto le radici europee di larga parte della popolazione e poi l’esperienza politica intrecciata di cui vicendevolmente si dovrebbe far tesoro. Il Cile   impose sulla scena, il successo della sinistra alle elezioni, il bagno di sangue.

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/2019/02/06/news/i-mille-giorni-piu-belli-del-cile-1.331361?ref=HEF_RULLO&fbclid=IwAR2D8h04McjPTzJQxuaR6eQybZauej0H7Q6Tu9_kaqM0i0WUVPwJk9kW25U

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Insulti antisemiti contro Alain Finkielkraut: la negazione assoluta di ciò che rende la Francia una grande Nazione.


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Lo hanno riconosciuto sul boulevard Montparnasse, in piena Parigi. Lui, 69 anni, è Alain Finkielkraut, filosofo e accademico di Francia. Loro, un gruppo di gilet gialli che stava manifestando per il 14º sabato consecutivo, si sono scagliati contro Finkielkraut, figlio di rifugiati ebrei polacchi, che giunsero in Francia negli Anni 30 del secolo scorso, con un fiume di insulti antisemiti.Il filosofo, che proviene dalla sinistra e fece il ’68, è diventato nel tempo critico nei confronti di un certo buonismo multiculturale della gauche (e viene oggi osteggiato da gran parte della sinistra « classica» francese»). Il fatto arriva dopo giorni di polemiche sugli slogan antisemiti già ascoltati durante le manifestazioni dei gilet gialli e sulle scritte sullo stesso tono trovate lo scorso fine settimana per le strade di Parigi. Secondo gli ultimi dati del ministero degli Interni, in Francia nel 2018 gli atti antisemiti (aggressioni verbali e fisiche denunciate alla polizia) sono cresciuti del 74% rispetto all’anno precedente. Quanto alle manifestazioni ieri dei gilet gialli, sempre secondo i dati ufficiali, hanno riunito in tutto il Paese 41.500 persone, in calo rispetto ai 51.400 di una settimana prima.

 

 

 

 

https://www.lastampa.it/2019/02/17/esteri/gilet-gialli-aggrediscono-filosofo-sporco-ebreo-kV71PWvPjroZhVyWSS8bhI/pagina.html

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Fattorie per l’ingrasso.


Un fenomeno che ha subito nel decennio scorso una battuta d’arresto, oggi – anche se solo nelle aree rurali del paese – sta riprendendo vigore.

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Già a partire dall’età di 6 anni, le femmine vengono sottoposte ad un’alimentazione forzata, più pasti al giorno, anche di notte, per ingrassare, fino a 100 chilogrammi. In Mauritania è emergenza gavage. La barbarie non ha mai fine. E così in Mauritania sta riprendendo vigore la pratica del “gavage”. Per le bambine è un incubo, perché vengono sottoposte ad un’alimentazione forzata proprio per ingrassare, perché secondo i canoni mauritani “grassa è bello”, così da piacere di più agli uomini. Non solo, vi sono delle strutture dedicate a questa brutale pratica. La dieta giornaliera: 2 chilogrammi di miglio mescolato a due tazze di burro e 20 litri di latte di cammella.  E se questa non fosse sufficiente, si aggiungono ormoni utilizzati in veterinaria. Il concetto è molto semplice: una ragazza magra testimonia la miseria in cui è stata costretta a vivere e non troverebbe mai marito. Una grassa, invece, testimonia l’opulenza della famiglia da cui proviene. E secondo un proverbio mauritano, che diventa drammatica realtà, “una donna occupa nel cuore del marito il posto che occupa nel letto”. Questa è la piaga del leblouh (nutrizione forzata), una tradizione custodita dalle anziane che portano le ragazze ad ingrassare fino a 100 chilogrammi nel giro di pochi mesi. Le ragazzine escono da questi “allevamenti” giusto in tempo per sposarsi. E quindi, addio scuola, educazione, sogni. In Mauritania – altra piaga – è diffusissimo il fenomeno delle spose bambine.

Oggi in Mauritania il 20% delle bambine viene alimentata forzatamente, mentre altre lo fanno spontaneamente. E la morte prematura è dietro l’angolo. Non sono rari i decessi per infarto, malattie cardiovascolari, disfunzioni renali o diabete.

 

 

 

https://www.pressenza.com/it/2019/02/la-pratica-di-far-ingrassare-le-bambine-per-farle-piacere-di-piu-agli-uomini/

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Europa, piazze in ebollizione.


Piazze diverse, stessa rabbia. Francia, Spagna, Albania. Una lista che, nel clima di turbolenza che si respira in Europa, si potrebbe allungare ad altre realtà, che ribollono. Piazze diverse, ma l’asticella della tensione contro i Governi si alza ogni giorno di più. Si nutre di accenti antisemiti il quattordicesimo atto della protesta dei gilet gialli a Parigi e nelle città francesi. Svela un Paese frantumato la sfilata degli indipendentisti della Catalogna, che hanno appena travolto l’ennesimo governo in Spagna, quello di Pedro Sanchez. Apre a scenari divisivi la protesta delle opposizioni, con l’assalto alla sede del Governo e la richiesta di nuove elezioni in Albania, con la richiesta di dimissioni di un leader senza tempo in Montenegro.

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Non è un nuovo Sessantotto: ne mancano vivacità, colori gioiosi, note musicali e volti giovanili. Ma s’intravvede, in Europa, un nuovo fiume carsico, che appare e scompare, fatto di manifestazioni di protesta, di gilet gialli, di bandiere al vento, di scontri con la polizia. Il tutto, ovviamente, accompagnato – in questa fase di dittatura del web – da gruppi e gruppuscoli che agiscono tra le quinte, a volte creando e sempre alimentando le stesse proteste tramite facebook, twitter e whattsapp.

In Italia le piazze sono ancora relativamente calme. Qualche corteo si è visto a Genova, dove da mesi la città aspetta risposte concrete al crollo del ponte Morandi.

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Al momento (quasi) tutto tace in altri Paesi: Germania, Scandinavia, repubbliche baltiche, penisola iberica. Ma nell’anno che si apre, con le elezioni europee in vista, non si possono escludere nuovi protagonismi delle piazze: nella speranza che, in tal caso, i veri protagonisti siano la democrazia e la cittadinanza. Non la violenza.

 

 

 

https://www.huffingtonpost.it/2019/02/16/francia-spagna-albania-la-rabbia-gonfia-le-piazze-deuropa_a_23671118/?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook&fbclid=IwAR0HT2e3xeHG4WuTFYxWNBe0ec48fc1i181tplMwEhhFCZIXhSt6sV9FKqQ

https://www.agensir.it/europa/2018/12/18/europa-piazze-in-ebollizione-i-gilet-gialli-di-parigi-non-sono-piu-soli/

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Autonomia differenziata, nemica del Paese e nemica dell’ambiente


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Sono ben 23  le materie su cui Veneto e Lombardia hanno chiesto i poteri, 15 quelle sulle quali vuole competenze dirette l’Emilia Romagna e fino a 21 i miliardi di euro che si stimano legati alle funzioni trasferite. E in mezzo c’è di tutto. Dalle materie a legislazione concorrente – come la tutela della salute e la sicurezza del lavoro, la protezione civile e il governo del territorio, i trasporti, le infrastrutture e l’energia, l’alimentazione e i rapporti internazionali – a quelle di competenza esclusiva dello Stato, quali le norme generali su istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Con musei, palazzi storici, siti archeologici, archivi e biblioteche che rischiano di diventare regionali.

Da una parte l’Italia dei ricchi, dall’altra quella del reddito di cittadinanza e delle migrazioni interne per motivi di salute o di lavoro. Che si allontaneranno sempre di più. Perché insieme alle competenze viaggiano anche le risorse per assolverle. Dunque una parte del Paese si vedrà allocare risorse maggiori, l’altra, soprattutto al centro e al Sud ne pagherà il prezzo. Con buona pace della solidarietà nazionale.

Anziché andare avanti, andiamo indietro. Dovremmo riformare l’Europa, lavorare perché ritrovi i suoi valori fondanti, perché si avvicini all’aspirazione di essere uno ‘spazio privilegiato di speranza umana’, come evocato nel preambolo dell’incompiuta Costituzione europea del 2005. E invece facciamo la secessione dei ricchi. Anziché integrare, disgreghiamo. Il paradosso è particolarmente stridente in campo ambientale: le regioni chiedono tra l’altro autonomia per la difesa del suolo, dell’aria e delle acque, per la bonifica dei siti inquinati, peccato che l’acqua e l’aria, come pure l’inquinamento, non conoscano confini. La tutela di queste matrici ambientali è tanto più efficace quanto più è estesa e uniforme.

Servirebbe una riflessione ampia e profonda, su come ricalibrare i poteri dello Stato e degli Enti Locali, che investisse anche il ruolo dei Comuni, sempre più frontiera strategica e di avanguardia per la buona gestione della cosa pubblica. A sinistra saremo capaci di imporla al governo e al Paese, oppure continueremo a farci imporre i temi e a rincorrere le soluzioni di questo esecutivo giallo-bruno?

 

 

https://www.lastampa.it/2019/02/15/scienza/autonomia-differenziata-nemica-del-paese-e-nemica-dellambiente-q1yAfGWivlU6LHtvfgS9qO/pagina.html

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Gli italiani che esportarono il calcio nel mondo.


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Tanti i padri fondatori di Italiani: popolo di emigranti, navigatori, poeti e fondatori di squadre di calcio. In Argentina e in Brasile, in Uruguay e in Australia: è lungo l’elenco dei club, sparsi per il mondo, con “padri fondatori” italiani. Il football, ieri come oggi, come collante etnico per comunità di emigranti.In Argentina sono circa 20 milioni le persone di origini italiane. A Mar del Plata, nel marzo 1913, fu costituito l’Aldosivi, grazie all’impulso decisivo di alcuni imprenditori ittici emigrati dall’Italia.  Le centinaia di operai, impegnati nella costruzione del porto, sentirono la necessità di uno spazio per il loro tempo libero. Da qui la decisione di fondare una società calcistica vicina alle attività di pesca e all’industria ad essa collegata di Mar del Plata. Il simbolo fu il “tiburón” (pescecane).Hanno profonde radici italiche anche il Boca Juniors e il San Lorenzo de Almagro. Il club gialloazzurro fu fondato nel 1905 da giovani di origine genovese. Il lucano Francesco Farenga realizzò le porte del primo campo del Boca. In Brasile, uno dei club più italiani è il Palmeiras, fondato da emigranti del Belpaese con l’intento di avere una squadra di calcio in grado di rappresentare la consistente comunità stabilitasi a San Paolo. Il club nacque nel settembre 1914 e prese il nome di Palestra Itália, polisportiva di atleti italiani. La più antica squadra brasiliana di origini italiane è lo Sport Club Savoia, fondata alla fine dell’800 da operai di un’industria tessile di Sorocaba, nello Stato di San Paolo, così denominata in onore alla dinastia regnante in Italia. A Belo Horizonte, nel 1921, la comunità italiana diede vita al club di soli giocatori emigranti, denominato Societá Sportiva Palestra Itália che sfoggiava una camiseta tricolore e che tra il 1928 e il ’30 vinse tre volte consecutive il Campionato Mineiro.In Brasile è esistita anche una squadra di calcio chiamata Juventus, con colori sociali granata, fondata nel 1924 da lavoratori del Cotonificio Crespi di San Paolo.In Uruguay, le origini italiane sono nitide nel Peñarol di Montevideo, fondato nel 1891 anche se la denominazione è del dicembre 1913, in onore alla città di Pinerolo.Tracce calcistiche notevoli sono state lasciate anche dagli emigranti italiani in Australia. Il Marconi Stallions venne fondato nel 1956 da componenti della comunità italiana della Western Sidney.

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/boca-juniors-san-lorenzo-squadre-fondate-da-italiani

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Il gene che trasforma le api operaie in cospiratrici.


Una minima variazione di un gene all’interno di un cromosoma può, in alcune condizioni, spingere le più ligie lavoratrici dell’alveare a detronizzare la regina e invadere la colonia con le proprie uova: la metamorfosi visibile in una sola sottospecie di ape mellifera potrebbe avere precise ragioni evolutive.

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E’ un meccanismo che porta al graduale collasso delle colonie, è stato scoperto in Sudafrica un centinaio di anni fa, e da allora gli entomologi si chiedono da cosa sia innescato. Ora uno studio recente rivela che è sufficiente una singola mutazione genetica per trasformare una mite operaia nell’incubo di ogni dinastia. I ricercatori della Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg, in Germania, hanno confrontato il DNA delle api del Capo parassite e delle docili operaie, e hanno trovato differenze in un singolo locus (in una singola posizione di un gene all’interno di un cromosoma).

Per azionare la “modalità parassita”, però, è necessario anche che le api mostrino una certa versione di un altro gene; e anche che si verifichino condizioni particolari come l’assenza della regina, o la presenza, vicino al nido da attaccare, di un’ape che presenti questa mutazione.In ogni caso la mutazione, che per ragioni genetiche rimane esclusiva di questa sottospecie, potrebbe essere tornata comoda, dal punto di vista evolutivo, nella storia delle api del Capo. Questi insetti vivono in zone molto ventose, dove è facile che la regina venga soffiata via o si perda nei suoi voli nuziali. Questa singola mutazione genetica potrebbe aver fatto la differenza tra un alveare senza regina, condannato all’estinzione, e una colonia in grado di “arrangiarsi” anche dopo la perdita della femmina fertile.

 

 

 

 

https://www.focus.it/ambiente/animali/gene-trasforma-le-api-operaie-in-cospiratrici

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Africa, sempre più fame: denutrito un quinto della popolazione


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Secondo l’Onu è cresciuto di 34,5 milioni in un anno il numero di coloro che soffrono la denutrizione nel continente: in totale sono 257 milioni.  Rispetto al 2015, ci sono 34,5 milioni di persone denutrite in più in Africa, di cui 32,6 milioni nell’Africa sub-sahariana e 1,9 milioni nell’Africa settentrionale. Quasi la metà di questo incremento è dovuto all’aumento di persone denutrite in Africa occidentale, mentre un altro terzo proviene dall’Africa orientale. A livello regionale, la diffusione dell’arresto della crescita nei bambini sotto i cinque anni sta diminuendo, ma solo pochi Paesi sono sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo nutrizionale globale di bloccare questa tendenza.  A preoccupare sono innanzitutto gli eventi climatici più estremi e l’aumento della variabilità climatica, che “stanno minacciando di erodere i guadagni realizzati per porre fine alla fame e alla malnutrizione”. Nell’ultimo decennio questi eventi estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l’anno e causato annualmente danni per 670 milioni di dollari in tutto il continente africano.Le rimesse dalla migrazione internazionale e interna, si avverte nel Rapporto dell’Onu, “svolgono un ruolo importante nel ridurre povertà e fame e nello stimolare investimenti produttivi. Le rimesse internazionali ammontano a quasi 70 miliardi di dollari, circa il 3% del Pil africano e rappresentano un’opportunità di sviluppo nazionale su cui i governi dovrebbero lavorare”.

 

 

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/africa-sempre-piu-fame-denutrito-un-quinto-della-popolazione

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I colonizzatori europei uccisero così tanti nativi americani che la Terra si raffreddò


Dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo nel Nord America nel 1492, la violenza e le malattie uccisero il 90% della popolazione indigena – quasi 55 milioni di persone – secondo un nuovo studio. Malattie come il vaiolo, il morbillo e l’influenza, che i colonizzatori portarono nelle Americhe, furono responsabili di molti milioni di morti. La nuova ricerca rivela inoltre che in seguito a questo rapido declino della popolazione e alla conseguente riduzione dell’uso del suolo, si è verificata una tendenza al raffreddamento globale.

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Tra il 1492 e il 1600, il 90% delle popolazioni indigene nelle Americhe era morto. Ciò significa che circa 55 milioni di persone sono morte a causa della violenza e di agenti patogeni mai visti prima, come il vaiolo, il morbillo e l’influenza.

Secondo questi nuovi calcoli, il bilancio delle vittime rappresentava circa il 10% dell’intera popolazione della Terra in quel momento. Sono più persone rispetto alle popolazioni moderne di New York, Londra, Parigi, Tokyo e Pechino messe insieme. I ricercatori dell’University College di Londra hanno scoperto che,dopo il rapido declino della popolazione, vaste aree di vegetazione e terreni agricoli sono stati abbandonati. Gli alberi e la flora che ripopolarono quel terreno agricolo non gestito iniziarono ad assorbire più anidride carbonica e a tenerla bloccata nel terreno, rimuovendo così tanto gas serra dall’atmosfera che la temperatura media del pianeta scese di 0,15 gradi Celsius.

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Tipicamente,gli esperti guardano alla rivoluzione industriale come alla genesi degli impatti climatici dettati dall’uomo. Ma questo studio dimostra che gli effetti possono essere iniziati circa 250 anni prima.

Gli esseri umani hanno alterato il clima già prima dell’inizio della combustione dei combustibili fossili.Il combustibile fossile poi ha alzato il livello.

 

https://it.businessinsider.com/i-colonizzatori-europei-uccisero-cosi-tanti-nativi-americani-che-la-terra-si-raffreddo/?fbclid=IwAR16MasVpQCYNe7QgjOjxGrmdHmQvewSwKYUVdwDEvI50XQrTVcW0kJFBMY

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4 treni pendolari su 10 in ritardo.


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Quasi il 40% dei treni pendolari che arrivano a Milano, Roma e Napoli è in ritardo di almeno cinque minuti. Di questi, uno su cinque arriva oltre 10 minuti dopo l’orario previsto e il 10% accumula oltre un quarto d’ora. Il 2% sono stati direttamente cancellati.  Da un’indagine su oltre 2500 treni locali in arrivo nelle stazioni di Milano, Roma e Napoli emerge un quadro desolante.Rispetto all’ultima rilevazione, che risale al 2015, la situazione è peggiorata: i treni in ritardo sono infatti aumentati del 6%. Aumentano anche i ritardi più gravi: i convogli arrivati oltre 10 minuti dopo l’orario previsto nel 2015 erano “solo” il 12%, oggi il 19%.Dall’inchiesta  si può dedurre che i pendolari più sfortunati siano quelli lombardi. Né Napoli né Roma raggiungono infatti la percentuale di ritardi riscontrata nelle stazioni di Milano: oltre la metà dei convogli (52%) arriva dopo il previsto. Di questi, il 25% dei treni è in ritardo di oltre 10 minuti e il 12% supera il quarto d’ora. Le tratte da incubo sono diverse. Sei volte su dieci la Como- Milano Centrale e la Como-Cantù-Milano Garibaldi arrivano oltre 10 minuti dopo. Da dimenticare anche la Brescia-Treviglio-Milano Centrale e la Varese-Gallarate-Milano Garibaldi. Queste due ultime due tratte – gestite da Trenord – detengono il record di ritardi oltre il quarto d’ora e, in ogni caso, non sono mai arrivate in orario.

La situazione descritta  è un elemento che si aggiunge al quadro fatto da Legambiente pochi giorni fa nel consueto rapporto Pendolaria.  In quell’occasione l’associazione ambientalista aveva lanciato l’allarme sul possibile taglio di 300 milioni alla mobilità locale a causa di una clausola di salvaguardia nella legge di Bilancio che, sostiene Legambiente, ha buone probabilità di scattare.

 

 

 

https://www.repubblica.it/economia/diritti-e-consumi/trasporti/2019/02/06/news/altroconsumo_4_treni_pendolari_su_10_e_in_ritardo_milano_maglia_nera-218377815/

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Fridays for Future


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Un’ Onda Verde attraversa l’Europa. Ogni venerdì migliaia di ragazzi si riversano nelle strade e nelle piazze delle principali città Europee per chiedere ai potenti di dare priorità alle questioni ambientali, ovvero al loro futuro. Tutto è nato da una giovane ragazza svedese, Greta Thunberg, che a fine agosto del 2018, ha deciso di manifestare da sola sedendosi con un cartello di fronte alla sede del Parlamento: “sciopero della scuola per il clima” recitava la scritta. Il suo intento è quello di scioperare finché il governo (ora diventati i governi) non prenderà una soluzione per diminuire la produzione di gas serra. Nel giro di poche settimane Greta non era più sola perché lo sciopero del venerdì è stato accolto da altri ragazzi come lei, in Belgio, in Germania, in Olanda ed è arrivato anche in Italia.

A Gennaio di quest’anno a Roma e Milano sono iniziati i primi raggruppamenti ed ogni settimana si aggiungono gruppi in ogni città. All’inizio di febbraio gli studenti mobilitati hanno raggiunto la cifra di 75 mila, lasciando presagire una presenza che non potrà più essere ignorata e destinata ad aumentare in vista dello sciopero del 15 marzo. La scorsa settimana a Le Hague si è assistito alla più grande manifestazione per i temi ambientali mai avuta in Olanda. Dall’Europa la protesta si sta espandendo in Australia ed in America dimostrando la sua dimensione globale. In contatto tramite i social network – che fanno del movimento una vera e propria rete – questi giovani stanno riscoprendo un progetto condiviso, pacifico e costruttivo. Fridays for future ha  un grande rilievo, ben più ampio dei gruppi di giovani che coinvolge direttamente, perché chiede in modo semplice e diretto un maggiore impegno dei decisori politici e perché, con la forza dell’esempio, sollecita una maggiore mobilitazione della società civile per impedire che la crisi climatica abbia esiti drammatici .

 

 

http://verdi.it/i-ragazzi-scioperano-contro-i-cambiamenti-climatici-il-fridays-for-future/?fbclid=IwAR3H2JNOFPjMBKbDygq2VdLJiHa1CxzBJeKAQcscJDSZEDztr0ZLEU4QsaY

https://www.huffingtonpost.it/edoardo-ronchi/fridays-for-future-con-greta-nella-lotta-al-cambiamento-climatico_a_23664513/

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Il ritorno del castoro in Italia.


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All’inizio del XX secolo l’intera popolazione europea di castori era ridotta ad appena 1200 individui, in otto popolazioni. L’ultimo castoro italiano sembra si sia estinto nel XVI secolo. Tuttavia, grossi sforzi di protezione e reintroduzione sono stati compiuti sin dalla seconda metà del secolo scorso e ora la specie è in grande ripresa in tutta Europa. E, finalmente, sembra aver fatto capolino anche in Italia.La prima segnalazione della presenza di un castoro risale a circa due mesi fa:  un cacciatore di Tarvisio ha notato alcuni scortecciamenti strani e un mese dopo anche un forestale regionale della stazione di Pontebba ha visto un salice scortecciato in modo differente da quello che può fare un ungulato. Le fototrappole sistemate lungo il torrente Slizza e i suoi affluenti, non hanno tardato a rivelare l’autore delle anomalie: un castoro, il primo sul territorio in italiano in almeno quattro secoli.

I castori europei sono stati cacciati sin quasi all’estinzione per due motivi: la loro pelliccia, calda folta e idrorepellente, e il castoreum, un olio dall’odore muschiato che in passato era la base per molti profumi e varie medicine, a causa probabilmente dell’accumulo nelle ghiandole dell’animale dell’acido acetilsalicilico dei salici, il principio attivo dell’aspirina.La notizia del ritorno del castoro è importante, non solo per la specie in sé, ma anche per tutto l’ecosistema: l’abitudine dei castori di costruire dighe crea infatti delle pozze d’acqua a scorrimento lento, dove si crea un particolare micro-ecosistema. Se il castoro dovesse espandersi più a sud, tuttavia, sarà interessante capire le dinamiche tra questa specie autoctona, il riscaldamento globale e la nutria, una specie originaria dell’America del sud.

 

 

 

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2018/12/10/news/il_ritorno_del_castoro_in_italia-4219828/

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Una lezione che vale ancora oggi


Uno studio ha fatto luce sulla vera origine della Peste Nera.

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 La più importante (e terribile) pandemia è stata sicuramente la famigerata Peste Nera, che ha devastato l’Europa tra il 1347 e il 1352. A quella epidemia, che si stima  abbia ucciso un terzo della popolazione Europea, sono seguiti altri eventi epidemici in Europa fino al XVIII secolo, come la peste di Milano del 1630. Ma da dove è arrivata?A questa domanda, si è proposto  di dare risposta il Consorzio internazionale MedPlag, cui partecipa anche l’Università di Ferrara.  La peste è arrivata in Europa in ondate successive dall’esterno, in particolare seguendo le rotte del commercio di pelli. L’origine sarebbe la regione detta “Terra delle Tenebre”, sul fiume Kama, affluente del Volga nella Russia orientale e centro importantissimo di produzione ed esportazione delle pelli, oltre che area endemica per Y.pestis. Nel Medio Evo, diverse rotte commerciali, sia via terra che via mare, collegavano questa zona con i principali porti del Medio Oriente, del Mar Nero e dell’Europa, rappresentando facili corridoi attraverso cui i ratti infetti che viaggiavano insieme alle merci, potevano portare il batterio in Europa. Dunque, sembra che non siano esistiti neppure in passato serbatoi naturali di Y.pestis in Europa.

Una notizia tranquillizzante, ma anche una lezione importante: infatti ancora oggi le vie attraverso cui numerosi patogeni passano occasionalmente dagli animali all’uomo, causando epidemie di zoonosi, sono legate alle diverse attività commerciali, agricole e industriali umane. Comprendere sempre meglio come le modificazioni dell’habitat naturale di specie selvatiche da parte dell’uomo possano favorire l’emergere di nuove epidemie, deve servire a rendere più consapevole il nostro rapporto con l’ambiente.

 

 

https://www.agi.it/blog-italia/salute/peste_nera_topi_origine-4684660/post/2018-11-29/

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Il malato immaginario


Il 10 febbraio 1673 – 346 anni fa – Molière presentò  la sua ultima opera teatrale: una commedia in tre atti che si chiamava Il Malato Immaginario (Le Malade Imaginaire, nella versione originale).
Nell’opera, Molière recitava la parte di Argante, un personaggio farsesco con una grave forma di ipocondria, che cerca di convincere la figlia a rinunciare al “vero amore” e sposarsi con il figlio del medico, per risparmiare sulla parcelle. Una settimana dopo la prima, durante la quarta replica dello spettacolo, Molière svenne: morì poche ore dopo. ci furono molti tentativi di censurare le opere di Molière. La sua commedia Il Tartufo (o Tartuffo), ad esempio, considerata oggi uno dei suoi capolavori, fu rappresentata per la prima volta nel 1664 e subito messa al bando per via della satira antireligiosa. Tutto questo avveniva nel disinteresse di Molière, che nella prefazione al Tartufo scrisse: «Il compito della commedia è correggere i vizi degli uomini facendoli divertire».

 

 

https://www.ilpost.it/2019/02/10/moliere/

http://lacasastregata.blogspot.com/2012/12/la-censura-nel-teatro-di-moliere.html

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C’era una volta il lupo siciliano


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IL Lupo abitava e predava, in Sicilia, fin dalla preistoria, l’aveva colonizzata prima di greci, dei cartaginesi e dei romani, quando ancora l’isola era attaccata alla punta della penisola italiana. Poi l’uomo lo ha sconfitto. Era rimasto isolato da quando la Sicilia si era staccata, il lupo siciliano era diventato così una sottospecie del lupo. Più piccolo e costretto a cacciare quello che trovava. Prima caprioli e cervi e, dopo la loro scomparsa, gli armenti nei pascoli dalle Madonie ai Nebrodi al Bosco della Ficuzza. E questa è stata la sua condanna a morte, cacciato fino all’estinzione.Del lupo, in Sicilia, non si ha più traccia dagli anni 20-30 del ‘900: È stato perseguitato, cacciato perché attaccava gli allevamenti e i pascoli dopo che le sue prede selvatiche si sono estinte nell’isola. La sottospecie siciliana ( un predatore più piccolo di quello diffuso oggi in Italia) riconosciuta solo ora grazie alle analisi genetiche.In 150 anni nessuno si era mai accordo di questa differenziazione, di una nuova sottospecie. Purtroppo è un tassello della nostra biodiversità che è andato perduto”.

 

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2019/02/06/news/il_lupo_siciliano_cugino_di_quello_appenninico_cosi_fu_isolato_e_sterminato_dai_lupari-218461874/

https://www.repubblica.it/ambiente/2019/02/06/foto/c_era_una_volta_il_lupo_siciliano-218462767/1/#1

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Cioccolato amaro


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Il giorno dopo la chiusura di Pernigotti fallisce Peyrano,   storica attività che ha portato Torino sulla mappa degli appassionati di cioccolato grazie al laboratorio di corso Moncalieri, dopo che a maggio 2018 una parte degli spazi era stata sigillata per il mancato pagamento dell’affitto. Peyrano non è riuscita a invertire la tendenza degli ultimi anni, arrivando a sommare debiti per cinque milioni di euro. Bocciata anche l’ipotesi di proseguire con il concordato preventivo, dopo alcuni mesi che non hanno portato i risultati sperati e neanche il pagamento degli stipendi che i lavoratori attendevano da mesi.

Mentre il curatore fallimentare lavora all’elenco dei creditori, inizia l’ultima battaglia che –come già nel caso di Pernigotti– riguarda il marchio, il bene di maggior valore. Fondata nel 1914, nata come laboratorio di caramelle e trasformata in azienda produttrice di cioccolato dopo la Prima Guerra Mondiale  da Antonio Peyrano.  A partire dal 1920 cominciano le forniture regolari alla Famiglia Reale Italiana.

 

 

https://www.dissapore.com/notizie/chiude-peyrano-24-ore-dopo-pernigotti-cioccolato-amaro/

 

 

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Manifestazione a Roma il 9 febbraio


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Lo hanno annunciato in una nota i sindacati Cgil, Cisl e Uil. La prima risposta unitaria contro un governo che ha fatto le sue scelte senza mai confrontarsi attivamente con le parti sociali. Intanto, l’Italia è in recessione tecnica. L’economia italiana nel quarto trimestre del 2018 ha registrato una contrazione dello 0,2%. In base a dati provvisori, si tratta del secondo trimestre consecutivo di calo dopo il -0,1% del periodo luglio-settembre. Dinanzi a questi dati drammatici, la replica dell’esecutivo è stata una delegittimazione dell’Istituto nazionale di statistica che li avrebbe “taroccati”. Le ragioni di fondo della crisi specifica del nostro Paese c’erano prima e ci sono adesso. Il punto è quali misure si mettono in campo per affrontarle. Anni di cattiva politica, mancanza di investimenti pubblici e privati a partire da quelli in istruzione, scienza e tecnologia, bassi salari e una debolezza costante della domanda interna hanno costruito le condizioni attuali per cui se l’Europa cresce noi cresciamo poco, se rallenta noi andiamo in recessione.Da questo punto di vista, il governo non cambia assolutamente nulla, anzi prosegue convintamente sulla strada che il nostro Paese ha imboccato da oltre 20 anni. Il primo vero segnale di discontinuità  sarebbero stati gli  investimenti importanti su istruzione e ricerca, vere misure  innovative unite a una politica dello sviluppo altrettanto discontinua rispetto alle scelte del passato a partire dall’ambiente: risparmio energetico, manutenzione puntuale del territorio, ripopolamento delle aree interne e non certo grandi opere concepite sulla base di una idea di crescita che dobbiamo lasciarci alle spalle. E poi gli ammortizzatori sociali e le politiche attive, la previdenza e il welfare, le politiche sociali, la povertà, la sanità, l’istruzione e la pubblica amministrazione. Tutte cose evidentemente considerate secondarie nelle scelte del governo forse perché poco spendibili sul piano elettorale.Per dirla in poche ma efficaci parole: ciò che si obietta al governo Conte è la continuità sostanziale con i governi precedenti su molti versanti tra cui la riduzione dei ricorsi a intermediari dei soggetti sociali e istituzionali

 

 

https://www.huffingtonpost.it/francesco-sinopoli/perche-il-mondo-dell-istruzione-e-della-ricerca-sara-in-piazza-il-9-febbraio-e-aprira-il-corteo-di-cgil-cisl-e-uil_a_23664047/?utm_hp_ref=it-homepage

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Le piante sanno ascoltare


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Fate silenzio: le piante vi ascoltano. È vero, tecnicamente non hanno orecchie né cervello; eppure,  secondo gli studi di un’équipe di scienziati della Tel-Aviv University, alcuni vegetali possiedono una sorta di ‘udito’ che permette loro di avvertire il ronzio delle api nelle vicinanze, e di produrre di conseguenza un nettare più dolce per attirare a sé gli insetti. C’è di più: la forma ‘a coppa’ di molti fiori servirebbe proprio a captare meglio i ronzii, filtrando addirittura il rumore di sottofondo, proprio come farebbero delle ‘vere’ orecchie. I risultati degli studi documentano per la prima volta che le piante sono in grado di rispondere rapidamente al suono degli impollinatori, e che tale risposta è significativa dal punto di vista biologico. L’ipotesi che le piante fossero in grado di rilevare le vibrazioni delle onde sonore emesse dagli insetti è nata proprio dall’osservazione che i fiori di molte specie descrivono, con la loro forma, una sorta di conca che ricorda quella delle orecchie animali, evolute in questo modo per captare i suoni con la maggiore efficienza possibile.C’è dell’altro. In una seconda  ricerca, la stessa équipe ha rincarato la dose, sostenendo che altre specie di piante, di pomodoro e di tabacco, sarebbero addirittura in grado di emettere suoni in un range di frequenza percepibile da alcuni animali anche a diversi metri di distanza. I due lavori si vanno ad aggiungere al crescente corpus di pubblicazioni sul tema della comunicazione vegetale;  molte piante sono in grado di inviare segnali chimici nell’aria, rivolti sia ad altri vegetali che a specie animali, e di interagire l’una con l’altra tramite le  loro radici,  che formano il cosiddetto wood-wide web (  ossia una rete fungina). E quindi nulla lascia escludere che effettivamente possano servirsi anche del suono. Le piante interagiscono in moltissimi modi con gli animali e gli animali emettono e ascoltano suoni. Sarebbe strano, da un punto di vista adattativo, se le piante non usassero i suoni per comunicare.

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2019/01/21/news/anche_le_piante_sanno_ascoltare_e_i_fiori_sono_le_loro_orecchie_-217102697/?ref=drac-1

 

http://www.earthday.it/Ecosistemi-e-biodiversita/Scoperta-italiana-sulla-wood-wide-web-la-rete-fungina-che-nutre-le-piante

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L’infinito di Leopardi compie 200 anni


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Eppure quei celebri versi rimangono ancora attuali. Era il 1819 quando Giacomo Leopardi, appena ventenne, la compose. Quello che in apparenza è un testo semplice, racchiude in realtà un mondo di significati estremamente profondi, e una rara complessità d’animo. Durante i suoi lunghi e solitari pomeriggi, il giovane Giacomo saliva spesso in cima al colle nei pressi della sua villa a Recanati, provando ad immaginare di lasciare gli stretti confini di una vita di provincia con tutte le sue imposizioni. La siepe della poesia è stata spesso descritta come un ostacolo, poiché esclude “il guardo”, ma è grazie alla sua invalicabilità che Leopardi trova la voglia e la forza di guardare oltre: “sedendo e mirando”, il poeta ammira con gli occhi e con l’anima tutto il mondo che si apre davanti a lui. La dimensione dell’infinito è centrale nella poesia  di Leopardi. L’aspirazione a raggiungerlo (ma forse è per definizione che l’infinito non può essere ‘raggiunto’) spesso risulta frustrata, eppure ciò non toglie il suo valore dinamico e progressivo.

 

 

 

https://www.avvenire.it/agora/pagine/linfinito-ovvero-tutta-lattualit-di-leopardi

 

https://www.youreduaction.it/sempre-caro-mi-fu-questermo-colle-infinito-di-leopardi-compie-200-anni/

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Pastafariani, non avrai altro Spaghetto all’infuori di me


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Il culto, nato online, è a tutti gli effetti un’organizzazione religiosa, con tanto di chiesa, eventi e riti. In Nuova Zelanda  gli adepti possono addirittura celebrare i matrimoni, con assegnazione di totem come Fettuccina agguerrita o Tagliatella selvaggia.In America è permesso farsi immortalare con uno scolapasta in testa come segno identificativo. Anche in Italia la community pastafariana è ben nutrita, contando numerose pagine Facebook e altrettanti eventi in giro per l’Italia, all’insegna di «un Dio etilico, prodigo in Terra e in Cielo di piaceri, bellezza e tolleranza».

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Insomma, il dogma dei pastafariani? Non averne neppure uno.  L’obiettivo è desacralizzare i radicali religiosi di tutto il mondo. Anche se simpatizzano per i pirati, primi pastafariani, successivamente etichettati come ladri e bagordi dal cristianesimo.
Il pastafarianesimo vede dei novelli Galileo in lotta contro gli assolutismi a colpi di paradossi. Non stupisce infatti che i credenti siano di cultura medio alta ( medici, scienziati, ricercatori), laici convinti. Tuttavia la principale satira sembra rivolta al cristianesimo con i  frescovie il “liscafisso che altro non è che un apribottiglie.
Scolapasta e spaghetti volanti hanno cominiciato a far capolino anche a manifestazioni riguardanti temi etici e sociali importanti quali Vatileaks, unioni civili, incontri politici. Una religione basata sull’ironia e sull’assurdo di un universo capovolto.
Come uno scolapasta.

 

 

 

 

 

https://www.formicargentina.it/news/pastafariani-non-avrai-altro-spaghetto-allinfuori-di-me/

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Moda, i consumatori italiani chiedono trasparenza


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I consumatori italiani si informano e scelgono sempre di più i loro prodotti ispirandosi a principi etici. Sta succedendo non solo nel settore dell’alimentazione, dove una fetta sempre più importante si è convertita al biologico, ma anche in altri campi importanti come quello dell’abbigliamento.Un sondaggio europeo rivela che  i grandi marchi non possono più contare su una fiducia indiscussa ma devono mettere in conto un occhio sempre più vigile e attento, da parte di chi compra, agli aspetti che riguardano l’ambiente, la salute e le condizioni dei lavoratori.Sono sempre più numerosi gli appelli rivolti all’industria della moda italiana affinché adotti processi produttivi più responsabili. Nonostante l’alto valore di mercato del settore, le rivelazioni che emergono dal sondaggio relative alle misere condizioni di lavoro nelle fabbriche in Albania e Macedonia, dove vengono prodotte le calzature cosiddette “Made in Italy” per i marchi di lusso, hanno causato un danno di immagine e hanno condotto l’opinione pubblica a fare pressione affinché questa situazione cambi.

I consumatori, per concludere,  non sono più disposti a comprare prodotti di quei marchi che non pagano salari dignitosi. Se l’industria dell’abbigliamento non si decide ad agire concretamente, convertendo la produzione verso una maggiore sostenibilità e legalità, è giunta l’ora che lo facciano direttamente i governi.

 

 

 

https://www.lastampa.it/2019/01/21/scienza/moda-i-consumatori-italiani-chiedono-trasparenza-Cx03j3TbzOLLQQjY4ZXoAO/pagina.html

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L’evoluzione? Questione di clima instabile.


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Circa due milioni di anni fa, nella Rift Valley (dimora di Lucy, forse il più famoso tra i fossili di ominide rinvenuti dagli scienziati), aveva inizio l’avventura umana. Proprio in quel periodo infatti i nostri antenati (la cui intelligenza, all’epoca, poteva essere paragonata a quella degli scimpanzé) cominciarono a sviluppare abilità tecniche e proprietà comunicative sempre più complesse, dando vita a quel processo che avrebbe avuto come risultato la comparsa dei primi esemplari di uomini.

Oggi alcune ricerche scientifiche dimostrano che questo scarto evolutivo fu molto probabilmente indotto dal cambiamento climatico, i cui effetti – proprio in quel periodo – interessarono in particolar modo la zona della Rif Valley, esposta – per colpa di variazioni e oscillazioni dell’orbita della Terra intorno al Sole – a frequenti periodi di violenti mutamenti atmosferici. Questo fenomeno, nel corso di migliaia di anni, provocò il radicale cambiamento del paesaggio della Rift Valley. E allo stesso modo, trasformò profondamente la vita dei suoi abitanti, che si trovarono a dover escogitare nuove soluzioni per far fronte alle proprie necessità. Fu proprio sotto la pressione ambientale che il cervello dei nostri antenati cominciò a mutare, divenendo sempre più grande e, di pari passo, in grado di assolvere una maggiore quantità di funzioni. Innanzitutto la capacità di stabilire forme di comunicazione più articolate con altri esemplari della stessa specie, caratteristica che decretò la nascita di gruppi sociali sempre più complessi, in cui la cooperazione  dei singoli era fondamentale per assicurare la sopravvivenza del branco durante i periodi più difficili. Allo stesso modo, lo sviluppo delle facoltà mentali dei nostri antenati si tradusse nella capacità di immaginare e costruire oggetti e strumenti sempre più complessi, con cui difendere sé stessi dagli altri animali o per la caccia e la macellazione della carne. Di lì a poco i nostri antenati, grazie alle loro progredite facoltà intellettive, avrebbero imparato a utilizzare e poi a creare il fuoco anche se non esistono prove archeologiche di fuochi controllati riguardo l’epoca in questione – circa 1,8 milioni di anni fa. Non solo gli uomini: anche altre specie – come i delfini, gli elefanti e gli uccelli – dovettero affrontare le nuove sfide poste dal cambiamento climatico, e la loro evoluzione, per molti aspetti, potrebbe aver seguito la stessa direzione intrapresa dai nostri antenati. Corvi e delfini, infatti, sono in grado di stabilire interazioni sociali piuttosto complesse, nonché di provare empatia verso i propri simili, mentre gli elefanti dimostrano alte capacità di problem-solving. A fare la differenza fu però la specifica anatomia degli esseri umani: dotato di arti flessibili, in grado di compiere azioni precise e misurate come costruire o afferrare oggetti, rispetto agli altri animali l’uomo imparò presto a modificare l’ambiente circostante per soddisfare le proprie necessità.

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Paradossale che gli effetti di questa specifica capacità, che quasi sicuramente salvò la vita dei nostri antenati, rappresentano oggi la minaccia più grande alla nostra stessa sopravvivenza.

 

 

 

http://www.treccani.it/magazine/atlante/scienze/L_evoluzione_Questione_di_clima_instabile.html

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La lezione di Simone Weil a 110 anni dalla nascita.


Una vita breve, un pensiero lungo, che continua ancora oggi. Simone Weil, nata a Parigi il 3 febbraio 1909 e morta il 24 agosto 1943, è stata insegnante, filosofa, operaia, rivoluzionaria, appassionata di matematica grazie al fratello André, anarchica, mistica.

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Per Albert Camus, che fece raccogliere i suoi scritti da Gallimard, fu semplicemente ‘l’unico grande spirito del nostro tempo’. La forza di Simone Weil sta proprio in un pensiero personale frutto di esperienze e studi molto diversi, che tengono insieme la lettura critica di Marx, i testi di Sofocle, l’amore per Platone e una tensione verso il cristianesimo.

Se fosse stata un uomo la studieremmo a scuola. Invece, nonostante la lungimiranza e la lucidità del suo pensiero politico e la correttezza intellettuale di quelle che invece furono considerate provocazioni, è ancora considerata un’eccentrica radicale che si è lasciata morire per solidarietà con le sofferenze inflitte dal nazi-fascismo. In realtà morì di tubercolosi, anche se sfiancata dalle privazioni che si era imposta. Il punto è che non sopportava che si stesse soltanto a guardare ciò che accadeva in Europa. O che si parlasse di classi lavoratrici, standosene al caldo, nel proprio studio, tra i libri. Partì per combattere nella Guerra di Spagna (benché la sua avventura fu così disastrosa da risultare comica). Distribuì il suo stipendio ai lavoratori in sciopero quando fu, dal 1931 al 1938, professoressa di filosofia. Lavorò come operaia. Visse con niente per capire che cosa vuol dire e tenne testa a personaggi come Trotsky. Fu perseguitata come antifascista e come ebrea e dovette andare in esilio

 

 Esiste ancora un altro fattore di servitù; l’esistenza, per ciascuno, degli altri uomini. Anzi, a ben guardare, è questo l’unico fattore di servitù in senso stretto; soltanto l’uomo può asservire l’uomo.”

 

 

 

https://www.repubblica.it/le-storie/2019/02/02/news/simone_weil-218143678/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P17-S1.4-T1

 

https://27esimaora.corriere.it/19_febbraio_03/simone-weil-110-anni-nascita-cosi-moderna-essere-giudicata-folle-f747857c-279d-11e9-84f8-838f47b6747c.shtml?intcmp=googleamp&refresh_ce-cp

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Ladri di biciclette,70 anni di un film senza tempo.


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Affresco dell’Italia del dopoguerra e pietra miliare del neorealismo cinematografico italiano, 70 anni fa usciva nelle sale italiane Ladri di biciclette.
Il lungometraggio diretto da Vittorio De Sica ha raccontato storie di uomini, storie di vita vera, ed è tuttora uno dei film italiani più conosciuti e apprezzati nel mondo.È il 1947. Un anno dopo l’uscita di Sciuscià Cesare Zavattini manda a De Sica un romanzo dello scrittore e pittore Luigi Bartolini dal titolo Ladri di biciclette.
Zavattini acclude una nota sulla quale espone l’idea di un film incentrato su una bicicletta rubata.
Vittorio De Sica legge il romanzo e inizia la ricerca dei personaggi per la nuova pellicola.Ladri di biciclette è un film che oggi chiameremo assolutamente low cost, a basso costo: oltre agli attori non professionisti, sul set non era presente alcun fonico e alcun truccatore.
Questo era l’intento di Vittorio De Sica: creare un film povero ma dall’alto valore cinematografico e sociale.«Il film più umano che sia mai stato girato» secondo Gabriel García Márquez, un film che ha influenzato le generazioni future di registi.
Ladri di biciclette è annoverato nella lista dei 100 film italiani da salvare.

 

 

 

https://www.lameziaterme.it/ladri-di-biciclette-70-anni/

https://movieplayer.it/news/cannes-2018-il-restauro-di-ladri-di-biciclette-di-vittorio-de-sica_58102/

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Un anno dopo l’incendio: i “Briganti” di Librino si rialzano con una nuova Club House.


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Erano  andati perduti dieci anni di ricordi, trofei, l’intero patrimonio della Librineria, tantissimi cimeli accumulati in tanti anni,  il materiale tecnico e medicale, la cucina, tutto, tutto distrutto. Questo un anno fa. I Briganti di Librino avevano visto andare in fumo anni di lavoro e impegno sociale, a causa di un incendio. L’associazione Onlus I Briganti Rugby Librino promuove attività culturali e sportive per coinvolgere un quartiere tristemente noto per l’alto tasso di criminalità. I progetti sono svolti in collaborazione con altre organizzazioni sociali e i sindacati del quartiere della città di Catania. 

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A un anno da quel tragico episodio, l’associazione  si rialza più forte di prima, con una nuova Club House e con nuovi spazi, destinati alla libreria, alla videoteca e al doposcuola.Questo nuovo spazio è risorto grazie a una catena di solidarietà, che ha riunito diversi luoghi del mondo. Gli aiuti non sono arrivati solo da Catania, ma anche dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Norvegia. Anche l’Università di Catania, in particolare il dipartimento di Matematica e Informatica, aveva predisposto una piccola libreria bianca per depositare i libri da donare alla “Librineria”.

I Briganti di Librino sono riusciti a ricostruire la loro realtà.

 

 

 

 

https://catania.liveuniversity.it/2019/01/11/incendio-briganti-librino-nuova-club-house/

https://www.gazzetta.it/Rugby/11-01-2018/rugby-incendio-club-house-briganti-squadra-riscatto-sociale-catania-240832677483.shtml

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Gli scafisti e la Guardia costiera: il doppio gioco.


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Torturano i migranti nei campi di prigionia. Se questi pagano di nuovo, li fanno partire e li lasciano in mare vicino a qualche nave di passaggio. Poi cambiano vestito, indossano la divisa, e li vanno a riprendere con le navi della Guardia Costiera. E li riportano nei lager dove tutto ricomincia.Il doppio gioco di alcuni responsabili della Guardia costiera libica è confermato da oltre duemila testimonianze di migranti che sono agli atti di numerose inchieste giudiziarie, anche italiane, come quelle delle Procure di Trapani e di Catania.

E una conferma ulteriore è agli atti dell’inchiesta giudiziaria relativa al sequestro da parte della Procura di Trapani della nave Juventa della Ong tedesca Jugend Rettet, battente bandiera olandese. In particolare, riferendosi a un episodio avvenuto il  18 giugno 2017 si parla di «grave collusione tra singole unità della Guardia costiera libica e i trafficanti di esseri umani».L’inchiesta della Procura di Catania (il processo si è concluso nell’estate scorsa) dimostra ancora il ruolo di alcuni ufficiali della Guardia costiera che facevano contemporaneamente i soccorritori ed i trafficanti.

Si tratta degli ufficiali della Guardia costiera libica Tarok All e Bdelbafid Mohammad, arrestati dai militari della nave della Marina militare Italiana “Bergamini” e poi condannati in Italia per traffico di essere umani. Un gruppo di africani ha riferito che i due ufficiali libici li avevano caricati sui loro barchini sulla spiaggia di Zuara accompagnandoli fino a qualche miglio dalla nave italiana per fuggire subito dopo.

Le procure di Trapani e Catania ormai hanno nomi, cognomi e tanti episodi scandalosi. Ma senza una collaborazione giudiziaria tra Italia e Libia resta difficile, nella maggior parte dei casi, incriminare i colpevoli.

 

 

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/01/31/news/gli-scafisti-e-la-guardia-costiera-in-libia-sono-la-stessa-cosa-1.331155?ref=HEF_RULLO

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1 febbraio 1945, una data importante per le donne d’Italia.


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E’ una data importantissima per le donne italiane che si videro estendere il diritto di voto con un decreto legislativo luogotenenziale che sancì la possibilità delle donne italiane recarsi alle urne. Una valenza ancor maggiore dal punto di vista simbolico, venne data perché l’anno successivo anche le donne furono chiamate a scegliere tra Monarchia e Repubblica. Le donne potevano già votare, ma solo per le elezioni amministrative, nel 1924, con Benito Mussolini che aveva loro riconosciuto diritto di voto, mostrando di non temere l’elettorato femminile. Fu un atto demagogico, in quanto si era già deciso per la proibizione di qualsiasi elezioni, sostituendo tutto con i podestà e i governatori. A volere fortemente il diritto di voto per le donne furono Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, resistendo a tutte le opposizioni espresse da tutti gli schieramenti, motivate dal fatto che l’elettorato femminile veniva ritenuto sprovveduto e facilmente manovrabile

 

 

https://donna.fanpage.it/1-febbraio-1945-una-data-importante-per-le-donne-d-italia/

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Di amianto si morirà ancora


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La grande attenzione al tema delle malattie amianto-correlate nel nostro Paese, a oltre 25 anni dal bando di ogni forma di estrazione, lavorazione, importazione e commercio di amianto, deriva in primo luogo dall’essere in corso attualmente (e ancora per qualche anno nelle previsioni epidemiologiche) la massima incidenza di mesoteliomi in conseguenza dell’intenso uso del materiale dal secondo dopoguerra fino agli anni ’80 e della lunga latenza della malattia. L’Italia è attualmente uno dei Paesi al mondo maggiormente colpiti dall’epidemia di malattie amiantocorrelate. Tale condizione è la conseguenza di utilizzi dell’amianto che sono quantificabili a partire dal dato di 3.748.550 tonnellate di amianto grezzo prodotto nazionalmente nel periodo dal 1945 al 1992 e 1.900.885 tonnellate di amianto grezzo importato nella stessa finestra temporale.Purtroppo si stima che il picco di mesoteliomi si toccherà tra il 2020 e il 2030. Una malattia subdola, che deve fare i conti con l’assenza apparente di sintomi. Tanti i lavoratori esposti all’amianto. Non solo nell’edilizia. Basti pensare ai cantieri navali o alle costruzioni ferroviarie. Preoccupa anche la presenza di questo materiale killer negli edifici pubblici, in particolare nelle scuole. Inoltre preoccupano i ritardi nella bonifica. Intanto si accumulano nelle aule dei tribunali le cause di risarcimento a favore degli eredi di lavoratori morti per l’esposizione all’amianto. Nonostante gli sforzi compiuti da alcuni tribunali e Corti di Appello nel cercare di allungare il più possibile i termini di prescrizione, anzi più precisamente la data della decorrenza della stessa, la triste realtà è che ormai tutti i processi penali relativi a reati conseguenti a condotte colpose per esposizione dei lavoratori a fibre di amianto si concludono con un nulla di fatto falcidiati dalla mannaia della prescrizione.

 

 

https://www.avvenire.it/economia/pagine/malattie-professionali-l-amianto-una-piaga-sociale