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Pakistan. La lunga marcia contro l’analfabetismo per un lavoro più «degno»


 

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Una lunga marcia contro l’analfabetismo. Avere una istruzione di base «è il primo passo, il presupposto anche per la liberazione dalla schiavitù da debito e da ogni forma di sfruttamento lavorativo», spiega Paolo Pozzo di Iscos Piemonte. Saper leggere e fare di conto è la prima, elementare quanto fondamentale forma di difesa dei propri diritti. Una affermazione per nulla scontata in Pakistan dove l’analfabetismo fra gli adulti raggiunge il 54%.

Una lotta all’ignoranza per poter costruire per le nuove generazioni un futuro lavorativo diverso. Oggi, secondo i dati Unesco, sono 57 milioni gli adulti incapaci di leggere in Pakistan, mentre almeno 9 milioni di bambini non va a scuola. I Paesi che hanno un tasso di analfabetismo maggiore, si leggeva sempre in un rapporto Unesco di qualche anno fa, escono da una situazione di guerra o hanno subito una grave calamità. Per questo la scuola in Pakistan è la prima frontiera, dei diritti umani, come di quelli legati al lavoro. Una guerra all’analfabetismo che si gioca, soprattutto, nei più remoti villaggi del Pakistan, spesso non raggiunti nemmeno da strade e infrastrutture: nel distretto della capitale Islamabad il tasso di alfabetizzazione è al 96%, mentre il quello di Kohli solo al 28%. È la disparità, quasi un abisso, fra le aree urbane e i villaggi a fare la differenza.

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Se l’abbandono scolastico, con 5 milioni di minori che ogni anno non terminano regolarmente i corsi, è il più alto dopo quello della Nigeria, la povertà è evidente pure nelle infrastrutture: il 60% delle scuole in Pakistan non ha acqua potabile e il 33% non è raggiunta da corrente elettrica. Una emergenza educativa per cui il governo italiano ha sottoscritto, lo scorso 7 settembre, una intesa con l’Unesco per un piano di sviluppo a vantaggio dell’istruzione femminile nel Paese per i prossimi due anni. Un impegno al massimo livello, sostenuto dal locale ministero dell’istruzione, per un ammontare di 1,7 milioni di dollari. Una frontiera che Iscos, d’intesa con la Pakistan Workers Federetion, sostiene da tempo con un preciso progetto di cooperazione che si affianca ai corsi di natura più specificamente sociale e sindacale.

«L’educazione delle nuove generazioni è indispensabile per far uscire le famiglie dalla trappola della povertà e dell’indebitamento e per favorire la promozione sociale delle famiglie dei lavoratori più vulnerabili», spiega l’ong della Cisl. Così a partire dal giugno del 2014 nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa sono stati selezionati attraverso questionario e successivamente iscritti 62 bambini in una scuola di primo di grado del distretto di Nowshera. Nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, l’anno seguente, sono stati iscritti ulteriori 285 bambini e nella provincia del Punjab altri 39 bambini. Le scuole sono state attentamente selezionate dai rappresentanti di Iscos in collaborazione con le autorità locali e i leader di villaggio mentre ai bambini, dopo aver firmato un accordo di sostenibilità con le famiglie, sono state pagate le rette scolastiche ed è stato fornito un kit completo di materiale scolastico.

Lo scorso 17 agosto Malala Yousafzai, la ragazza pachistana dello Swat – poi premio Nobel per la pace – ferita dai taleban nel 2012 perché voleva andare a scuola, è stata ammessa all’università di Oxford. Una lunga marcia, ma tagliare il traguardo è possibile.

 

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/pakistan-la-lunga-marcia-contro-lanalfabetismo-per-un-lavoro-pi-degno

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Monte Rushmore, una targa per l’italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti


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Un italiano che valeva, secondo il suo superiore, “quanto tre uomini che si possono trovare qui in America”. E, a quarantotto anni dalla sua morte, l’abilità come costruttore di Luigi Del Bianco viene premiata con una cerimonia all’interno del parco nazionale ai piedi del Monte Rushmore, dove è stato nominato ” capo intagliatore” di fronte alla famiglia.

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La celebre montagna in Dakota del Sud raffigura quattro presidenti degli Stati Uniti d’America che hanno contribuito a migliorare il Paese. Un massiccio di granito scolpito a partire dal 1927 e terminato nel 1941, dove i visitatori possono osservare i visi di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt   e Abraham Lincoln.

L’uomo, originario della provincia di Pordenone, è stato ricordato con una cerimonia alla presenza dei familiari. Ha ottenuto l’onorificenza di “capo intagliatore” in ricordo della sua abilità nella scultura.

http://www.repubblica.it/viaggi/2017/09/18/news/monte_rushmore_fu_l_italiano_luigi_del_bianco-175808280/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

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Un terzo dell’umanità non vede più la Via Lattea


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A causa dell’inquinamento luminoso, più di un terzo della popolazione mondiale non riesce più a osservare la Via Lattea di notte, e in alcuni casi deve spostarsi per centinaia di chilometri prima di potere raggiungere un punto in cui è nuovamente visibile. La scia luminosa che attraversa diagonalmente la sfera celeste – la parte di cielo visibile di notte – accompagna da sempre la vita dell’uomo, è stata fonte di ispirazione per innumerevoli opere letterarie e scientifiche, ha stimolato la curiosità dei primi studiosi dello Spazio e ancora oggi affascina per la sua complessità. Per questo, secondo gli astronomi e gli astrofili, l’impossibilità di vedere la Via Lattea a occhio nudo è una grave perdita per tutti, e potrebbe incidere sul modo stesso in cui percepiamo la nostra civiltà.

Il 60 per cento degli europei e quasi l’80 per cento degli statunitensi non riesce più a vedere la Via Lattea nei luoghi in cui vive. La situazione peggiora in alcuni paesi come Singapore, il Kuwait e Malta, dove si stima che tutta la popolazione non abbia più la possibilità di vedere la maggior parte delle stelle in cielo. La Via Lattea non è più visibile nel Nord Italia dalla Pianura Padana in su, nelle altre grandi città italiane e nelle loro vicinanze.

Nel complesso, in Europa e negli Stati Uniti il problema dell’eccessiva quantità di luce di notte riguarda circa il 99 per cento della popolazione. Africa centrale e Madagascar sono tra i posti in cui l’inquinamento luminoso è più basso.

Le cose  potrebbero peggiorare nei prossimi decenni sia a causa della maggiore urbanizzazione, nei paesi in via di sviluppo, sia per il passaggio verso le luci LED per l’illuminazione. Se da un lato le luci LED consentono di risparmiare grandi quantità di energia elettrica e di puntarla meglio verso terra, dall’altra emettono più luce blu che si riflette più facilmente aumentando l’inquinamento luminoso.

La costante illuminazione complica inoltre la vita a diversi animali, che faticano ad adattarsi a cicli di veglia e sonno in assenza del buio. Diversi studi hanno evidenziato effetti anche per la salute umana, con un peggioramento della qualità del sonno. Il problema non è quindi la semplice scomparsa dal cielo della Via Lattea, ma riguarda anche la salute pubblica e ha probabilmente un costo sociale, seppure difficile da quantificare.

 

http://www.ilpost.it/2016/06/14/via-lattea-inquinamento-luminoso/

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Ri Chun-hee, la storica annunciatrice della Corea del Nord


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Ha 74 anni e da oltre 40 è la voce che racconta i più importanti avvenimenti di Pyongyang. Con il suo tono drammatico e gli abiti tradizionali rosa, è diventata un simbolo per il Paese. A lei anche il compito di annunciare l’ultimo test della bomba a idrogeno.

Quando in Corea del Nord succede qualcosa di importante, ad annunciarlo, in televisione c’è lei: Ri Chun-hee, la presentatrice 74enne che, con il suo tono drammatico, si è conquistata un ruolo di primo piano nei notiziari dell’emittente statale.

L’ultimo annuncio, in ordine di tempo, è stato quello del  sesto test nucleare  condotto dai nordcoreani con la bomba a idrogeno. In quell’occasione, l’espressione scelta dalla presentatrice è stata: “Un perfetto successo!”. Ma questo è solo l’ultimo tassello di una lunga carriera. Ri Chun-hee – che sarebbe nata nel 1943 da una famiglia povera della zona di Tongchon – ha studiato performance artistica all’università del teatro e del film di Pyongyang. La sua prima apparizione nella tv pubblica risale al 1971. Il suo tono drammatico ed entusiasta l’ha fatta diventare, in breve tempo, “eroina nazionale”, “annunciatrice del popolo”, così come l’hanno definita nel suo Paese. Ri Chun-hee si è distinta dalle cadenze piatte dei suoi colleghi. “È la persona perfetta per dare voce alla linea dura della Corea del Nord”, ha detto a questo proposito Ahn Chan-il, un dissidente di alto rango nordcoreano, che ora vive in Corea del Sud. Con la sua fermezza, e i suoi caratteristici abiti coreani – spesso di colore rosa – Ri Chun Hee è la conduttrice ideale se si deve parlare di missili e armi nucleari.

Ma non ci sono stati solo annunci militari, nella carriera della “pink lady” nordcoreana. Ri Chun-hee è anche scoppiata a piangere davanti ai telespettatori, quando, nel 1994, ha dovuto annunciare la morte del leader della Corea del Nord, Kim Il-Sung. E sempre a lei, quasi vent’anni dopo, nel 2011, è spettato il compito di informare i connazionali della morte di Kim Jong-Il, con voce tremante e un visibile sforzo per non farsi vedere in lacrime davanti alle telecamere.

Anche se nel gennaio del 2012 la presentatrice si è ritirata dall’attività televisiva, la Kctv l’ha richiamata in servizio per gli annunci più importanti. Indiscrezioni dicono che frequenti gli ambienti della Pyongyang ricca e che sia sempre stata vicino al governo, evitando le purghe e le retrocessioni che si sono abbattute nel corso degli anni contro i suoi colleghi. Anche se ufficialmente in pensione, pare comunque che continui a dedicarsi al mondo dell’informazione nordcoreana, e non solo per quel che riguarda gli annunci più importanti. In un’intervista rilasciata alla televisione cinese Cctv, avrebbe detto di voler seguire la formazione delle “nuove leve” per formare i conduttori nordocreani del futuro.

http://tg24.sky.it/mondo/2017/09/04/annunciatrice-corea-del-nord.html

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Il Jobs Act ha peggiorato le cose.


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Numeri raccapriccianti. Più disoccupazione e più lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani non ce la fanno e sono a rischio povertà. Dunque è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2015 al 2016 altre 105mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 347 mila soggetti in difficoltà.Gli “zero virgola” in più spacciati come ripresa sono uno squallido tentativo di abbindolare gli italiani meno attrezzati a leggere i numeri disastrosi delle performance economiche e di tranquillizzare i garantiti, quelli che non temono crisi, né ora né in futuro.

Crescono in particolare gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 28mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio. Ai “semplici” disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,34 milioni di persone è relativo al quarto trimestre del 2016 e complessivamente risulta in aumento dell’1,14% rispetto al quarto trimestre del 2015, quando l’asticella si era fermata a 9,24 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. Non sono bastati gli interventi dei governi che si sono passati il testimone in questi anni a ridare slancio al mercato del lavoro. Finita la droga degli incentivi contributi, le imprese sono rimaste senza aiuti.

 

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47 anni fa l’addio a Jimi Hendrix, uno tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi


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A 28 anni non ancora compiuti, venne ritrovato morto a Londra riverso sul letto di una stanza del Samarkand.Hotel.  Era il 18 settembre 1970.

E’ considerato  il più grande chitarrista elettrico di tutti tempi. Dal suo strumento d’elezione seppe trarre un’innumerevole quantità di diversi effetti timbrici, giungendo a suonarlo anche con i denti , con il gomito o con l’ asta del microfono, in modo coerente al carattere istintivo ed esibizionistico dei suoi concerti.

L’innovativo stile di Hendrix nel combinare distorsioni lancinanti, piene di dolore, ad una pura vena blues crea di fatto una nuova forma musicale, che si avvale di tutta la tecnologia legata allo strumento – dal finger-picking al wah-wah, dal plettro ai pedali, dal feedback all’effetto Larsen, dai controlli di tono ai distorsori. Nei suoi brevi quattro anni di “regno”, Jimi Hendrix amplia il vocabolario della chitarra elettrica rock più di qualsiasi altro. Hendrix diventa un maestro nel riuscire a tirar fuori dalla chitarra  suoni mai ascoltati prima di allora; spesso con esperimenti di amplificazione che portano al limite, se non oltre, le capacità delle attrezzature impiegate.

https://www.luinonotizie.it/anniversario/2017/09/18/47-anni-laddio-jimi-hendrix-uno-piu-grandi-chitarristi-tutti-tempi/143893

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Che cosa sono i Pfas?


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Che cosa sono i Pfas?

Si tratta di una famiglia di composti chimici, acidi perfluoroalchilici, dalle molte applicazioni tra cui tessuti impermeabili, pentole antiaderenti, stent coronarici, schiume antincendi. Sono sostanze frutto di produzione e utilizzo industriale.

Quali effetti hanno sulla salute delle persone?

Studi scientifici internazionali associano ai Pfas cancro al rene e al testicolo, colesterolo fuori norma, incidenza di disturbi cardiovascolari e tiroidei, oltre a un aumento di aterosclerosi subclinica negli adolescenti. Il Registro nascite del Coordinamento malattie rare della Regione Veneto ha dimostrato come nei 21 Comuni più esposti ci sia maggiore incidenza di gestori (pre-eclampsia) diabete gestazionale, neonato con peso molto ridotto oltre a particolari malformazioni del sistema nervoso, del sistema circolatorio e cromosomiche. Nel novembre 2016 il direttore generale della sanità veneta, Domenico Mantoan, ha chiesto la «tempestiva adozione di tutti i provvedimenti urgenti a tutela della salute della popolazione».

Quali effetti hanno i Pfas sull’ambiente?

Sono sostanze particolarmente volatili e persistenti. Ne deriva una grande facilità di penetrazione in acqua ma anche nell’aria e nei corpi, dove degradano molto lentamente, persistendo anche per nove anni. Analisi dell’Istituto superiore di sanità li hanno riscontrati anche nelle uova, nel pesce e nelle carni anche a livelli di decine di migliaia di nanogrammi per chilo

Come si difende l’azienda ritenuta responsabile?

Nell’audizione in commissione parlamentare, Antonio Nardone, amministratore delegato di Miteni, l’azienda ritenuta responsabile del rilascio delle sostanze, ha ricordato come la campagna di carotaggi delle scorse settimane, annunciata a giugno dal presidente veneto Luca Zaia, non abbia fatto emergere la presenza di sostanze pericolose nel terreno. Già negli anni Novanta, la proprietà (allora Mitsubishi) aveva provveduto a bonificare il sito. L’attuale proprietà quindi non sarebbe mai stata a conoscenza di rifiuti sepolti in azienda, come invece sostiene il Noe.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/che-cosa-sono-i-pfas

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Giornata nazionale sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica


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Si celebra domenica 17 settembre la giornata nazionale sulla Sclerosi Laterale Amiotrofica SLA, malattia degenerativa progressiva e a tutt’oggi incurabile, che affligge oltre 6 mila italiani e 400mila persone nel mondo.

La SLA è una malattia degenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni cerebrali e del midollo spinale che controllano il movimento muscolare volontario. Questo rende via via più difficile muoversi, parlare, deglutire, finché il paziente perde l’autosufficienza. Nel 90% dei casi, la malattia è fatale entro dieci anni dalla diagnosi. Oggi non esiste nessuna cura specifica; ma la prevalenza, cioè il numero di casi presenti sulla popolazione, è in aumento grazie alle cure che permettono di prolungare la vita del malato. La ricerca è quindi fondamentale.

http://www.lastampa.it/2017/09/17/scienza/benessere/sla-oggi-giornata-nazionale-dedicata-alla-malattia-che-conta-mila-malati-in-italia-4iNxX9clBoa3r5yFCARdeN/pagina.html

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La ripresa delle morti bianche. Nel 2017 i decessi sul lavoro salgono del 5,2%


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Quando basta un po’ di ripresa economica, accompagnata da un maggior utilizzo di lavoratori over 60, per far risalire il numero di infortuni e di morti sul lavoro, si torna inevitabilmente a dubitare dei progressi realizzati dal nostro Paese per mettere in sicurezza fabbriche e cantieri. Per la prima volta da un quarto di secolo, incidenti e morti aumentano entrambi nei primi sette mesi dell’anno: rispettivamente dell’1,3 e del 5,2 per cento.

Uno dei  motivi è l’età sempre più avanzata dei lavoratori, per via delle riforme pensionistiche: i riflessi e la lucidità diminuiscono, i rischi aumentano.

È possibile inoltre  che soprattutto durante gli anni della crisi le imprese abbiamo investito meno nei sistemi di prevenzione. O si siano limitate ad organizzare corsi sulla sicurezza di scarsa utilità perché quasi sempre astratti, impartiti lontano dalle fabbriche e dai cantieri. Se a questo si aggiungono i limiti evidenti delle ispezioni e dei controlli pubblici, il quadro è quello di una politica anti-infortunistica ancora piena di buchi.

http://www.repubblica.it/economia/2017/09/17/news/la_ripresa_delle_morti_bianche_nel_2017_i_decessi_sul_lavoro_salgono_del_5_2_-175702271/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

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16 Settembre 1982: inizia il Massacro di Sabra e Shatila.


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Il massacro di Sabra e Shatila fu l’eccidio, compiuto dalle Falangi Libanesi e l’Esercito del Libano del sud,  con la complicità dell’esercito israeliano,  di un numero di civili compreso fra 762 e 3.500, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi. La strage avvenne fra le 6 del mattino del 16 e le 8 del mattino del 18 settembre 1982 nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, entrambi posti alla periferia ovest di Beirut.
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http://www.opinione-pubblica.com/16-settembre-1982-inizia-massacro-sabra-shatila-perche-non-tramonti-la-memoria-quellinfamia/

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La bidonville di Nuova Delhi torna a splendere grazie ai murales.


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La ricetta è semplice quanto di effetto assicurato: bastano vernice e pennelli per trasformare anche una bidonville in una galleria d’arte a cielo aperto. Dall’Indonesia   al Libano, diversi quartieri stanno diventando le tele di street artist internazionali ma anche di semplici cittadini che hanno a cuore la propria città. L’ultima grande trasformazione è in atto nella baraccopoli al centro di i New Delhi grazie alle gigantesche opere murarie del Delhi Street Art.

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I murales oltre a portare benefici agli abitanti, è fondamentale anche per quegli artisti che non possono permettersi il giro delle gallerie ufficiali, ottenendo comunque grande visibilità attraverso i lavori che realizzano sulle pareti pubbliche messe a disposizione per l’iniziativa.

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Insomma, una galleria d’arte «dal basso», democratica, che da Lodhi Colony si è allargata a luoghi come Shahpur Jat, Shankar Market e diverse stazioni della metropolitana. Sempre più spesso i passanti si fermano a guardare i murales, arrivando persino a scattare dei selfie, lì dove prima non si sarebbero neanche mai fermati.

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Ma il risultato più importante è che adesso i muri del quartiere sono considerati “materiale per artisti” e sono sensibilmente diminuiti gli abbandoni illegali di rifiuti lungo i muri, segno tangibile della riqualificazione del quartiere. La street art è una tendenza nuova in India, ma l’auspicio è quello che  si crei in pochi anni una scena artistica di rilievo internazionale.

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http://www.lastampa.it/2017/08/24/societa/viaggi/mondo/la-bidonville-di-nuova-delhi-torna-a-splendere-grazie-ai-murales-G3O83TLpJQzpshPHHlawKO/pagina.html

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Fame nel mondo, nessun progresso.


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795 milioni di persone. Una volta e mezza gli abitanti dell’intera Unione Europea. Tanti sono ancora i denutriti cronici nel mondo, con un bambino su quattro affetto da arresto della crescita e l’8% da deperimento. Ancora niente da fare: la comunità globale è ben lontana dal raggiungimento dell’Obiettivo ‘Fame Zero’ entro il 2030. I dati dell’ultimo Indice Globale della Fame 2016 presentato dalla ong CESVI rimangono preoccupanti. Nulla è cambiato dallo scorso anno. Il livello di fame rimane grave in 43 paesi e allarmante in 7 paesi, con Repubblica Centrafricana, Ciad, Zambia, Haiti, Madagascar, Yemen, Sierra Leone, in cima alla classifica. Per Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Libia, Sud Sudan e Siria non esistono dati accurati, a causa dei conflitti. Ma basta vedere altri indicatori di questi paesi, come la mortalità infantile, che lasciano supporre alti livelli di fame e suscitano notevole preoccupazione. Specialmente nel teatro di guerra mediorientale (20 morti ogni mille bambini) e nel Sudan e Sud Sudan (112 morti ogni mille).

Il rapporto di quest’anno evidenzia anche alcuni segnali positivi nella lotta alla fame globale: il livello di fame nei Paesi in via di sviluppo è diminuito del 29% dal 2000 ad oggi. La situazione lentamente migliora ma sempre debole e prona a repentini collassi come successo in Etiopia nel 2016 e in Egitto nel 2011. Molti paesi sono ancora molto lontani da poter garantire un livello di sicurezza alimentare decente per la maggioranza dei cittadini. E l’aggravarsi del cambiamento climatico potrebbe invertire il trend in corso.

«Per raggiungere l’obiettivo fame zero è fondamentale stabilire le giuste priorità per garantire che i governi, il settore privato e la società civile dedichino tempo e risorse necessarie per sconfiggere la fame» ha commentato Daniela Bernacchi, amministratore delegato della ong Cesvi, durante una presentazione del report Indice Globale della Fame 2016 alla stampa, sottolineando l’urgenza di continuare a supportare politiche di sviluppo intelligenti ed efficaci. Dalla Direzione Generale Cooperazione e Sviluppo – oggi sotto la guida di Pietro Sebastiani – sottolineano il costante impegno dell’Italia, dato anche il ruolo di paese ospite del polo agricolo-alimentare dell’ONU, che continuerà negli anni un percorso, iniziato con EXPO e che proseguirà con la Presidenza del G7, di sostengo a politiche di lotta contro la fame e di agricoltura sostenibile, rafforzando un’eccellenza della cooperazione italiana attraverso la promozione di buone pratiche. Come i progetti CESVI in Zimbabwe, al 99° posto nella classifica dell’Indice della Fame, ad oggi, uno dei Paesi dell’Africa a sud del Sahara maggiormente colpiti da El Niño con oltre 2,8 milioni di persone affette da insicurezza alimentare. Il caso studio del progetto ‘Shashe Citrus Orchard’, presente nel report, descrive il lavoro di Cesvi di gestione insieme alla comunità di Shashe, località al confine con il Sudafrica e il Botswana, un aranceto di oltre 90 ettari: il progetto è riuscito a trasformare una zona desertica in una opportunità economica per la popolazione locale. Salvando migliaia di persone dall’insicurezza alimentare.

Intanto il cambiamento climatico, uno dei fattori che più spaventa gli esperti Onu dell’alimentazione, sarà al centro della Giornata Mondiale dell’alimentazione, domenica 16 ottobre. “Il clima sta cambiando. L’alimentazione e l’agricoltura anche” sarà il tema al centro dei lavori di FAO, IFAD e World Food Program insieme all’Agenzia Italiana per la Cooperazione e Sviluppo. «Pattern meteorologici sempre più imprevedibili e l’aumento di parassiti e malattie delle piante sta mettendo a dura prova la produzione agricola, minando la sicurezza alimentare globale», ha commentato José Graziano da Silva, direttore FAO. «Chi ne soffrirà di più saranno i più poveri e i più vulnerabili. Il Cambiamento climatico potrebbe rovinare tutti gli sforzi fatti fino ad oggi per raggiungere l’obiettivo Fame Zero. E’ tempo che alla nuova conferenza sul clima di Marrakech, la COP22, tutti i paesi agiscano concretamente per implementare i piani di mitigazione e adattamento al climate change».

http://www.lastampa.it/2016/10/14/scienza/ambiente/focus/fame-nel-mondo-nessun-progresso-qS9OOf4A05SPDJUFERrTJL/pagina.html

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Parigi, asta record per due acquerelli del Piccolo Principe: venduti a 500mila euro


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In tanti amerebbero possedere un disegno originale del Piccolo Principe realizzato dal suo autore Antoine de Saint-Exupéry per illustrare la prima edizione dell’opera pubblicata a New York nel 1943. Lo sanno bene alla casa d’aste Artcurial di Parigi dove i due piccoli dipinti che ritraggono il ragazzo dai capelli d’oro sono stati venduti uno a 294mila, la stima era di 140mila, e l’altro a 226mila, la stima era di 110mila. Nessuno stupore per Guillaume Romaneix, specialista di libri e manoscritti di Artcurial: “I prezzi di queste immagini iconiche sono all’altezza di questa opera universale e della sua notorietà internazionale”. Tradotta in 270 lingue, sono oltre 1300 le edizioni per più di 145 milioni di lettori nel mondo, l’opera vanta un nutrito gruppo di estimatori legati all’immaginario onirico creato dallo scrittore-aviatore.

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http://www.repubblica.it/cultura/2017/06/15/foto/parigi_asta_record_per_due_acquerelli_del_piccolo_principe_venduti_a_500mila_euro-168137284/1/#1

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Codacons contro Corto Maltese, la battaglia di chi non capisce i fumetti


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C’è chi ci va giù pesante con l’alcool (Iron Man), chi non sa fare a meno delle pillole (Moon Knight) e chi finisce per diventare un tossico di prima categoria (Arsenal, due volte). Per non parlare di chi, ad altre latitudini, ha una perversione per le giovani donne (Lupin III) o farebbe di tutto piuttosto che lavorare, pesando sulla propria famiglia come il peggiore dei Neet (Goku). In ogni caso, si meritano tutti una pagina a fumetti. Supereroi o meno non fa differenza. Pensate a Corto Maltese. Al marinaio giramondo creato da Hugo Pratt, e riproposto quest’estate sulle pagine di Repubblica (in un’avventura inedita dal titolo Equatoria , scritta e disegnata da Juan Diaz Canales e Ruben Pellejero), piace fumarsi una sigaretta mentre naviga nel Pacifico o mentre rimira l’orizzonte dalla costa africana. Un’abitudine che, per i lettori, descrive al massimo grado la libertà di un personaggio che non conosce confini o tabù. Ma che, per il Codacons, rappresenta un subliminale invito a fumare diretto ai giovani lettori. Tanto che il 26 agosto è arrivata la denuncia.

In un comunicato, l’associazione a difesa dei consumatori non fa sconti: l’ultima avventura di Corto Maltese contiene «un messaggio scorretto, ineducativo, fuorviante e pericolosissimo per il continuo e ripetuto lasciarsi andare, da parte del personaggio del popolare fumetto, al vizio del fumoNel mirino del Codacons, in particolare, ci sarebbe la «violazione del divieto di propaganda pubblicitaria dei prodotti da tabacco nonché una forma di pubblicità pericolosa contenente messaggi di istigazione al fumo, in particolare verso i minorenni». Una preoccupazione, quella del Codacons, legittima sul fronte della prevenzione al tabagimso che in Italia fa 70 mila morti all’anno. Ma che spara a salve, sollevando le critiche dei fan e svelando un pregiudizio molto frequente a chi guarda da fuori il mondo dei comic: considerarlo un prodotto per bambini talmente indifesi da lasciarsi influenzare nel commettere le peggio cose.

 http://www.linkiesta.it/it/article/2017/09/02/codacons-contro-corto-maltese-la-battaglia-di-chi-non-capisce-i-fumett/35382/
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Il lato amaro del cioccolato, le foreste spazzate via per far posto alle piantagioni illegali di cacao


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La produzione del cioccolato consumato in tutto il mondo sta causando una massiccia deforestazione in alcuni Paesi africani come il Ghana e la Costa d’Avorio, dove gli alberi vengono spazzati via per far posto a coltivazioni illegali di cacao. A lanciare l’allarme è l’organizzazione ambientalista Mighty Earth, che pubblica il rapporto «Chocolate’s Dark Secret».

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Stando all’indagine, «una grande quantità di cacao usato nel cioccolato prodotto da grandi industrie dolciarie – tra cui Mars, Nestlé, Hershey’s, Godiva – è stato coltivato illegalmente in parchi nazionali e altre aree protette del Ghana e della Costa d’Avorio, i due più grandi produttori mondiali di cacao».

In alcuni parchi nazionali, denunciano gli ambientalisti, oltre il 90% dei terreni è stato convertito in piantagioni di cacao. «Solo il 4% della Costa d’Avorio rimane densamente coperto da foreste, e l’approccio “laissez faire” delle compagnie del cioccolato ha portato a una vasta deforestazione anche in Ghana».

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L’impatto negativo è anche sugli animali. In Costa d’Avorio, si evidenzia nell’indagine, la deforestazione ha ristretto l’habitat degli scimpanzé a piccole aree, mentre la popolazione di elefanti si è ridotta ad appena 200-400 esemplari.

http://www.lastampa.it/2017/09/14/esteri/il-lato-amaro-del-cioccolato-le-foreste-spazzate-via-per-far-poste-alle-piantagioni-di-cacao-xrCIRScqfgGqJSLBtVz0ON/pagina.html

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Cina, morto il panda più vecchio del mondo: aveva 37 anni


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Il panda più anziano del mondo è morto in Cina all’età di 37 anni, l’equivalente a più di un secolo per gli esseri umaniLo hanno annunciato i ricercatori del centro di cura e conservazione per i panda giganti nel Fujian, in Cina, dove ha vissuto per quasi tutta la sua vita.

Nata libera, Basi è stata salvata in età molto giovane dopo essere caduta in un fiume nella Cina sud-occidentale e da allora è vissuta in cattività. Il suo nome deriva proprio dalla valle in cui fu trovata e dopo la morte del 38enne JiaJia avvenuta lo scorso anno nello zoo di Hong Kong, si era guadagnata il titolo di panda gigante più vecchio del mondo.

L’esemplare ha comunque vissuto molto più a lungo della media, dato che i panda hanno un’aspettativa di vita di circa 20 anni.

http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2017/09/14/cina-morto-panda-piu-vecchio-del-mondo-aveva-anni_9BHtoE1JOJXYKKufVvKKEM.html

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La campanella suona fra le macerie ma un terzo degli istituti è inagibile.


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Ritorno a scuola tra le macerie, senza grandi certezze, con i sindaci che ostentano un ottimismo abbastanza distante da una realtà che resta immobile, di poco diversa rispetto a un anno fa, quando il terremoto spazzò via tutto. A fare un giro di ricognizione tra i vari istituti, comunque, il calo delle iscrizioni risulta contenuto, quasi fisiologico: un 10 per cento netto in meno rispetto all’anno scolastico passato, stimano i funzionari degli uffici scolastici regionali.

Ad Amatrice e Accumoli, in totale, gli studenti saranno circa 350, una ventina meno dell’anno scorso. Ad Arquata si è passati da un’ottantina a 63, nel maceratese i dati sono a macchia di leopardo: a Caldarola si è passati da 520 a 470 studenti, tra Camerino, Fiastra e Serravalle di Chienti da 720 a 660. In molte zone si farà lezione nelle strutture provvisorie, come già accaduto nell’anno passato: a Serravalle si va a scuola negli stessi prefabbricati arrivati con il sisma del 1997, mentre a Muccia, Pievebovigliana e San Ginesio i container continuano ad essere l’unica soluzione praticabile. A Pievetorrina, in mancanza di meglio, l’anno scolastico comincerà dentro a un tendone, con il sindaco che comunque ha promesso l’edificazione di un edificio scolastico vero e proprio nel giro di «pochissimi tempo»: si tratterebbe della donazione di un privato, ma ancora non si sa neppure dove verranno piazzate le fondamenta. Ad Acquasanta Terme, nell’ascolano, si trova invece il dato più incoraggiante: venerdì saranno in 300 a tornare in classe, malgrado il 70 per cento delle case risulti ancora inagibile.

«Le famiglie si sono arrangiate – dice la preside Patrizia Palanca -, un servizio bus porterà gli alunni fin quassù. Noi faremo il possibile per garantire un anno scolastico regolare a tutti gli studenti, ma le ferite psicologiche del sisma sono molto difficili da guarire».

Molti disagi sono causati dai ritardi nella consegna delle casette: è chiaro che la lontananza geografica di migliaia di persone influisce negativamente sulle iscrizioni. In compenso, si registrano aumenti degli studenti negli istituti delle città più grandi, come Ascoli, Macerata e San Benedetto del Tronto. Per dare un futuro alle scuole della zona montanara, il progetto che va per la maggiore è quello dei poli scolastici, con l’accorpamento di più istituti dalle dimensioni ridotte. Se ne parlerà meglio in futuro, anche perché, fino a febbraio, formalmente perdurerà lo stato di emergenza, e quindi di ricostruzione vera e propria non si parla. Si fa quel che si può, con il poco che si ha. «È la scuola che ci ridarà la vita, molte famiglie si riavvicineranno», sostiene il sindaco di Arquata del Tronto Aleandro Petrucci, in uno slancio di ottimismo. Il problema più grande riguarda la ricostruzione: già lo scorso gennaio il governo disse che gli edifici scolastici erano una priorità assoluta, e ancora lo scorso luglio sono state emesse diverse ordinanze proprio per cercare di favorire il più possibile l’apertura di scuole nella zona del cratere.

I dati però non sono incoraggianti: nei 131 comuni che hanno subito danni più o meno rilevanti a causa del sisma, le scuole inagibili sono 824 su 2.409. A febbraio dovrebbero aprire 21 istituti nuovi, altre 72 si aggiungeranno nei prossimi due anni, mentre per 40 strutture sono in programma interventi di adeguamento o miglioramento sismico. Il resto è ormai solo polvere e verrà demolito. Ad Amatrice la principale novità riguarda l’apertura del liceo scientifico ad indirizzo sportivo: 31 iscritti, di cui però appena 10 locali, mentre gli altri arrivano, oltre che dalle vicine province di Rieti e di Perugia, da diverse parti d’Italia, «da Brescia alla Sicilia», assicura la preside Maria Rita Pitoni.

Per il resto, si naviga a vista. La onlus Action Aid, proprio ieri, ha rilasciato dichiarazioni molto dure sulla situazione, parlando della ricostruzione delle scuole come un qualcosa di «lento e poco trasparente». Questo perché, spiega il segretario generale Marco De Ponte, «ad oggi non sappiano ancora quante sono le risorse totali messe a disposizione grazie alle donazioni, ai fondi pubblici e a quelli privati».

Un dato, in realtà, ci sarebbe, ma, come tante altre cose in questa fase finale dell’emergenza terremoto, è avvolto nella nebbia: la raccolta fondi avviata in maniera specifica per le scuole è arrivata a toccare quota 3,2 milioni di euro, ancora inutilizzabili, mentre nelle Regioni si continua a discutere di cosa farci. Nelle settimane scorse si è parlato di varie ipotesi: piste ciclabili, piattaforme di atterraggio per elicotteri e idrovolanti, interventi sulle stazioni termali. Tanti progetti ambiziosi, ma niente per chi suona la campanella.

 

https://ilmanifesto.it/la-campanella-suona-fra-le-macerie-ma-un-terzo-degli-istituti-e-inagibile/

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Brasile, massacro di indios in Amazzonia


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Almeno dieci membri della tribù indigena dei Flecheiros in Amazzonia, al confine tra Colombia e Perù, sarebbero stati massacrati da un gruppo di cercatori d’oro. I giudici brasiliani dello Stato federale dell’Amazzonia indagano nella vasta riserva indigena della Vale do Javari.

L’inchiesta è partita in seguito alla denuncia del Funai, la Fondazione Nazionale degli Indios brasiliani. Secondo la ricostruzione del New York Times, i membri della tribù stavano raccogliendo uova sulle rive di un fiume nella Vale do Javari quando sono arrivati i cercatori. Più tardi, si sarebbero vantati del massacro in un bar di São Paulo de Olivença, mostrando una pagaia rifinita a mano, rubata come trofeo. Due cercatori d’oro sono stati arrestati, interrogati nella procura federale di Tabatinga, ma dopo la deposizione sono tornati in libertà.

«Si sono vantati di aver tagliato i corpi e aver buttato i pezzi nel fiume», ha detto al New York Times, Leila Silvia Burger Sotto-Maior, coordinatore del Funai per le tribù della regione. La Ong Survival International, impegnata per i diritti degli indigeni, sottolinea in una nota: «I tagli di bilancio al Funai del governo Temer hanno lasciato decine di tribù isolate, gli indigeni sono indifesi contro migliaia di invasori che sono disposti a tutto per rubare la loro terra».

Se i numeri fossero confermati si tratterebbe dello sterminio di un quinto di tutta la tribù: il massacro sarebbe la più grande tragedia contro gli indigeni in 24 anni. Nel 1993, i cacciatori d’oro invasero una riserva indigena a Roraima e uccisero 16 indios Yanomami, nel villaggio di Haximu.

http://www.lastampa.it/2017/09/12/esteri/brasile-massacro-di-indios-in-amazzonia-0k5XAiG6VNjs0BQxI07xNI/pagina.html

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Cosa resta dopo un’estate di incendi in Abruzzo


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Prezza, provincia dell’Aquila, 5 settembre 2017

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Fonte Vetica, altopiano del Gran Sasso, 4 settembre 2017.

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Secinaro, provincia dell’Aquila, 4 settembre 2017

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Fonte Vetica, altopiano del Gran Sasso, 4 settembre 2017

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Secinaro, provincia dell’Aquila, 4 settembre 2017.

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Prezza, provincia dell’Aquila, 5 settembre 2017

https://www.internazionale.it/reportage/alessandro-chiappanuvoli/2017/09/07/incendi-abruzzo

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Il partigiano Johnny nella notte di Allende


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IL GIORNO più nero della storia del Cile spuntò coperto di nuvole. La primavera alle porte, atterrita dall’ orrore che si avvicinava, aveva deciso di negarci i primi tepori. Alle sei del mattino Salvador Allende, il Compagno Presidente, ricevette le prime informazioni sul golpe imminente e diede ordine alla scorta, al Gap, di lasciare la residenza di calle Tomás Moro per raggiungere il palazzo de La Moneda. Un contingente del Gap – Gruppo di Amici Personali – rimase a garantire la sicurezza della residenza e il resto si mise in marcia armato di kalashnikov. Fra i Gap che uscirono insieme al Compagno Presidente c’ erano tre ragazzi molto giovani: Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, studente; Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni, studente e dipendente del palazzo presidenziale e Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, studente e operaio in un’ azienda agroalimentare. Tutti e tre erano militanti della Federación Juvenil Socialista. E oggi, a quarant’ anni dal colpo di stato che ha messo fine al più bel sogno collettivo, voglio parlare di uno di loro, di Óscar, un ragazzo cileno pieno di coraggio e generosità. Óscar era più giovane di me, ci separavano solo due anni, ma visto quanto era intenso il nostro impegno per la Rivoluzione cilena, visti la dedizione totale e il rigore con cui affrontavamo i mille compiti del Governo Popolare, quei due anni scarsi di differenza mi conferivano una certa anzianità. Anch’ io avevo avuto l’ onore – il più grande onore che mi sia stato concesso in vita – di far parte del GAP, ma dopo aver trascorso quattro mesi nella scorta del Compagno Presidente ero stato chiamato a maggiori responsabilità. Così, a ventidue anni, mi ero ritrovato supervisore di un’ azienda agroalimentare a sud di Santiago. Là avevo conosciuto un giovane socialista che si chiamava Óscar Reinaldo Lagos Ríos e che combinava il suo lavoro di m e c c a n i c o n e l l ‘ a z i e n d a agroalimentare con gli studi in un istituto industriale e con la militanza socialista. Óscar amava il tornio e la fresatrice. Tra i suoi progetti c’ era quello di diventare un buon tornitore, un operaio specializzato. Fin dal primo momento si trasformò nel mio braccio destro e più volte respingemmo insieme gli attacchi del gruppo fascista Patria y Libertad, che voleva assassinare i dirigenti sindacali e incendiare i nostri posti di lavoro. Spesso Óscar portava a passeggio mio figlio Carlos Lenin, che cominciava allora a camminare, e ogni due o tre giorni prendeva in prestito un libro, un romanzo, una raccolta di poesie, qualche saggio sociopolitico. Un pomeriggio, mentre facevamo il nostro turno di guardia, lo vidi leggeree piangere senza nascondere le lacrime. Stava leggendo La sangrey la esperanza di uno scrittore cileno ormai dimenticato, Nicomedes Guzmán. All’ improvviso chiuse il libro, si asciugò gli occhi ed esclamò: «Compagno, ora sì che ho capito perché facciamo la rivoluzione». Óscar si era sempre distinto come lavoratore, per il senso dell’ umorismo che traspariva dalle canzoni degli Iracundos che cantava mentre riparava i macchinari e per l’ esemplare solidarietà (era sempre l’ ultimo al momento di comprare gli alimenti che trattavamo e che la borghesia si accaparrava per far mancare i rifornimenti), ma si distingueva anche come militante, acuto nelle sue analisi e convincente grazie ad argomenti ancora più acuti. E poiché il GAP era formato dai militanti migliori, un giorno parlai di lui raccomandandolo e ricevetti l’ ordine di addestrarlo. Così Óscar imparò a usare un’ arma, a pulirla, ricevette i primi rudimenti di difesa personale e di procedure di sicurezza. Quando entrò a far parte del GAP, il più grande onore per un militante, festeggiammo a casa sua, con la sua famiglia umile e generosa. Poi ci perdemmo di vista perché i tanti compiti della Rivoluzione Cilena ci tenevano molto occupati e la giornata era sempre troppo breve, dormivamo poco, ma non perdevamo mai di vista l’ importanza di quel che facevamo. Non avevamo diritto né alla stanchezza né allo scoramento. Stavamo costruendo un Paese giusto, fraterno, solidale, seguendo una via cilena, rispettando tutte le libertà e i diritti. E per di più avevamo un leader che ci dava un grande esempio con la sua statura morale. Un giorno incontrai Óscar a El Cañaveral, una residenza di campagna sulle pendici della cordigliera delle Ande dove il Compagno Presidente andava a riposare. Insieme ad altri due GAP sorvegliava l’ ala nord. Ci abbracciammo e quando gli chiesi il nome di battaglia – io ero e continuo a essere Iván per i GAP sopravv i s s u t i – l u i r i s p o s e : «”Johny”,è quello il mio nome di battaglia, Johny, ma non l’ ho scelto io: me l’ ha dato il dottor Allende un giorno che mi ha sentito cantare». Quell’ 11 settembre 1973, poco prima delle sette di mattina, Salvador Allende e la sua scorta formata da tredici membri del GAP entrarono alla Moneda. Il golpe fascista era iniziato, truppe e carri armati accerchiarono il palazzo, riecheggiarono i primi spari tra difensori e golpisti, le forze aeree bombardarono le antenne delle radio finché ne rimase soltanto una, quella di radio Magallanes, grazie alla quale ascoltammo e avremmo ascoltato le ultime parole del compagno presidente, quel «metallo tranquillo della mia voce». Con la Moneda assediata, Allende diede ordine di far uscire chiunque lo desiderasse, lui sarebbe rimasto a baluardo della Costituzione e della legalità democratica. In mezzo ai colpi d’ arma da fuoco e ai proiettili esplosivi dell’ artiglieria, un pugno di poliziotti socialisti decise di restare, e anche i GAP dissero chiaramente che la guardia non si arrendeva né abbandonava il Compagno Presidente. Fra Allende, i poliziotti rimasti fedeli, il medico del presidente, il giornalista Augusto Olivares ei tredici GAP non erano più di ventidue, ma affrontarono migliaia di soldati golpisti. Quando era quasi mezzogiorno, le forze aeree bombardarono la Moneda, le fiamme cominciarono a divampare nel palazzo ma il GAP non mollò. Rimane per sempre un’ immagine di quel momento: il GAP Antonio Aguirre Vásquez, un patagone eroico, che spara dal balcone principale con la sua mitragliatrice calibro 30 finché le bombe non cancellano completamente la facciata della Moneda. Il simbolo della democrazia cilena, la cosiddetta casa di Toesca bruciava, Allende era morto e Óscar Lagos Ríos, Johny, era stato colpito da due pallottole, ma era ancora vivo. Alle due del pomeriggio, ormai senza più artiglieria, con le munizioni esaurite, i sopravvissuti di quel pugno di poliziotti e uomini del GAP uscirono dalle macerie e furono immediatamente fatti salire su un camion militare con destinazione ignota. I poliziotti riuscirono a salvarsi la vita, passarono attraverso atroci torture ma sopravvissero. I tredici GAP scomparvero. In Cile, tuttavia, la terra parla e così è stata scoperta una fossa comune clandestina in un campo militare abbandonato, Fuerte Arteaga, e in quella fossa c’ erano più di quattrocento pezzi di ossa umane, alcuni lunghi meno di un centimetro, e quei pezzetti minuscoli hanno raccontato che i tredici GAP erano stati torturati, mutilati, assassinati dalla soldataglia in un’ orgia di sangue, durata vari giorni, a cui avevano partecipato ufficiali e truppa del reggimento Tacna.I GAP erano stati sepolti nella caserma, ma quando alcuni testimoni avevano dichiarato di poter indicare il luogo dell’ occultamento, i resti degli eroici combattenti della Moneda erano stati trasferiti a Fuerte Arteaga, gettati in una buca profonda dieci metri, fatti saltare in aria con la dinamite e infine coperti di terra. È impossibile ridurre al silenzio la voce dei combattentie le loro ossa minuscole hanno rivelato i loro nomi, hanno detto: «Io sono ciò che resta di Óscar Reinaldo Lagos Ríos, ventun anni, nome di battaglia Johny, GAP, assassinato il 13 settembre 1973». Una mattina del 2010, un corteo con in testa tre carri funebri è passato davanti al palazzo della Moneda.A scortarli c’ erano uomini e donne di oltre sessant’ anni che al braccio sinistro esibivano con orgoglio un nastro rosso con la sigla GAP. Scortavamo Juan Alejandro Vargas Contreras, ventitré anni, Julio Hernán Moreno Pulgar, ventiquattro anni e Óscar, quel Johny che aveva preso il fucile quando bisognava farlo. I nostri compagni oggi riposano nel mausoleo degli eroi, accanto alla tomba del Compagno Presidente. Il GAP non si arrende. Onore e gloria ai combattenti della Moneda. Viva i compagni! Traduzione di Ilide Carmignani

LUIS SEPÚLVEDA

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/09/09/il-partigiano-johnny-nella-notte-di-allende.html

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Bufale e complotti: perché in tanti ci credono


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Le ragioni della fortuna di teorie marcatamente irrazionali risiedono, in parte, nella nostra evoluzione, che ci ha reso capaci di distinguere schemi ricorrenti e regolarità anche dove non ci sono.

Se questa abilità in passato ci ha salvato la vita, rendendoci in grado di distinguere le macchie di predatori tra i cespugli, oggi ci porta a cercare correlazioni inesistenti tra le migliaia di informazioni frammentate che quotidianamente ci bombardano, a ricondurle a episodi passati senza relazione alcuna e a percepire imbrogli e raggiri anche dove non ci sono.

Anche l’abitudine, tipicamente umana, di ricercare continuamente l’approvazione sociale e paragonare il proprio vissuto a quello altrui, non aiuta: da un punto di vista evolutivo, è spesso più conveniente risultare socialmente interessanti e desiderabili che dire cose corrette. Se un gran numero di amici e contatti la pensa in un modo, sarà più facile seguire il flusso piuttosto che essere la voce fuori dal coro. Del resto l’uomo ha sempre avuto bisogno di alleanze per sopravvivere.

A dimostrare scientificamente l’effetto della pressione sociale sui comportamenti umani fu, nel 1961, lo psicologo statunitense Stanley Milgram, con un esperimento facilmente replicabile: provate a sostare per 60 secondi a fissare il cielo, in un angolo di una via affollata. Il 4% dei passanti si fermerà a scrutare tra le nuvole, imitandovi. Ma se a fissare il cielo vi mettete in 15, a imitarvi sarà il 40% della folla. Con le idee funziona in maniera simile: se in molti ci credono, il loro potere persuasivo tenderà ad aumentare.

Per tendenza poi, ciascuno di noi tende a muoversi entro i confini “sicuri” delle proprie convinzioni, scartando come scomode quelle troppo faticose, che forse scuoterebbero le fondamenta del castello delle sue conoscenze/convinzioni.

Ecco perché, nei dibattiti in tv, ce la prendiamo con chi non la pensa come noi, e perché si tende a preferire quotidiani o telegiornali che rispecchiano le nostre idee politiche o a eliminare dai contatti chi ha posizioni diametralmente opposte alle nostre.

Sembriamo dunque evolutivamente destinati a incorrere nelle bufale. Per di più, anche ammettendo la “buona fede”, chi diffonde fake news e complottismi sembra sordo a qualunque tipo di argomentazione logica proposta. Come instaurare uno scambio di idee che non finisca rovinosamente? Attenendosi ad alcune regole.

EVITA DI NOMINARE LA BUFALA. Comparare il fatto scientifico alla bufala che smentisce finirà probabilmente per ritorcersi contro di noi, e rafforzare la falsa notizia.

È il cosiddetto ritorno di fiamma, per il quale le nuove informazioni, invece di scalfire i preconcetti finiscono per rafforzarli.

In sostanza, anche solo menzionare le fake news finisce per rafforzarle, perché spinge la controparte ad alzare barriere a difesa della propria posizione, relegando l’ analisi dei fatti in un angolo.

LA VERITÀ, NUDA E CRUDA. Meglio menzionare solo il dato scientifico che si vuole sostenere: sarà più facile da ricordare. Se lo avete, usate un esempio a sostegno dei dati. Un aneddoto che includa le premesse e le conseguenze che volete dimostrare sembrerà, a chi vi ascolta, più chiaro, logico e inevitabile di una semplice asserzione.

SIATE AMICHEVOLI. La tentazione in certi casi è forte… ma porvi su un piano superiore e usare toni polemici non servirà alla causa della scienza. Piuttosto, partite dalle premesse che i complottisti usano e provate a spiazzarli con argomenti che conoscono bene: è stato per esempio dimostrato che i negazionisti dei cambiamenti climatici rispondono positivamente quando si parla delle possibilità economiche offerte dalle energie rinnovabili, e di chi ha imparato a sfruttarle. Difficilmente vi seguiranno, invece, se snocciolate dati scientifici su scioglimento dei ghiacci e obiettivi della COP21.

 

http://www.focus.it/comportamento/psicologia/bufale-e-complotti-perche-ce-chi-ci-crede

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Sommo poeta per somma verità


In Italia sono occupate poco più di 6 persone su 10 tra i 20 e i 64 anni, il dato peggiore nell’Unione europea ad eccezione della Grecia.  (71,7% gli uomini occupati, 51,6% le donne). Grande anche il divario territoriale tra Centro-Nord e Mezzogiorno (69,4% contro il 47%).  Il Pil pro capite dell’Italia, misurato in standard di potere d’acquisto  risulta inferiore del 4,5% rispetto a quello medio dell’Ue. La produttività del lavoro ha subito un nuovo calo nel 2016 pari all’1,2 per cento.10 settembre - Sommo poeta per somma verità

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Chi è Kim Jong-Un, il dittatore nordcoreano?


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Il regime di Pyongyang è un affare di famiglia. Il padre della patria è Kim Il-Sung, il “Grande Leader”, eroe della resistenza anti-nipponica durante la Seconda guerra mondiale. Salito al potere nel 1948, fu lui il creatore dell’ideologia del Juche (autosufficienza). Alla sua morte, nel 1994, gli è succeduto il figlio Kim Jong-Il, il “Caro Leader”, che ha ulteriormente sviluppato il programma nucleare del padre. Dal 2011 è al potere il suo terzogenito Kim Jong-Un, il “Brillante Compagno” o “Supremo Leader”

Il Brillante Compagno, oggi 33enne compie gli anni l’8 gennaio,  è un appassionato di calcio e di basket. Così ha dato impulso allo sport, investendo molto in nuove strutture, con l’obiettivo di rilanciare all’estero un’immagine più sana e moderna del Paese, alimentando nel contempo l’orgoglio nazionale.
I cittadini sono “invitati” a partecipare in massa a ogni evento sportivo, e le vittorie degli atleti nordcoreani nelle manifestazioni internazionali sono salutate come trionfi del popolo.

TOP GUN D’ASIA. Formalmente il Paese è in guerra con la Corea del Sud dal 1950. L’ultima prova di forza del regime nordcoreano è stato l’annuncio di aver  sviluppato e fatto esplodere  una bomba H. Vero o falso che sia, il Paese asiatico è uno dei più militarizzati del mondo, con un esercito di oltre un milione di soldati, anche se resta un mistero la reale entità del suo potenziale bellico. La Corea del Nord ha effettuato diversi test nucleari che le sono costati pesantissime sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

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IN FUGA VERSO SUD. In Corea del Nord il dissenso non è ammesso: chi è sospettato di tradimento rischia la morte o la reclusione nei “campi di rieducazione”. L’anno scorso l’Onu ha divulgato un rapporto nel quale accusava il regime di crimini contro l’umanità: si ritiene che nei suoi gulag siano rinchiuse circa 200mila persone. Ogni anno centinaia di dissidenti provano a scappare attraverso il confine con la Cina; ma in pochi riescono a raggiungere la Corea del Sud, dove c’è un programma di recupero per i fuggitivi.

PARANOICO SANGUINARIO? Le notizie che escono dal Paese sono filtrate: è difficile, perciò, capire che cosa accada davvero. Tra le novità più eclatanti di cui i media hanno parlato di recente, ma sulle quali mancano prove certe, l’uccisione dello zio di Kim Jong-Un, fatto sbranare dai cani per tradimento; l’esecuzione con un cannone del ministro della Difesa, reo di essersi addormentato durante un evento militare; e la condanna a morte di tutta la nazionale di calcio per aver perso contro i cugini del Sud

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PRESIDENTE CONTADINO. industrie e agricoltura. Il sistema economico è interamente pianificato dal regime. La principale risorsa è l’industria (42,8% del Pil), soprattutto militare, estrattiva e metallurgica, mentre l’agricoltura pesa per il 24,6% e i servizi per il 32,6%.

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PRESIDENTE PESCATORE. La Cina è il maggiore partner commerciale (75%), seguita – nonostante tutto – dalla Corea del Sud (15% circa). Negli ultimi anni il tasso di crescita del Pil sta viaggiando sull’1%, anche se il dato annuale pro capite è ancora tra i più bassi al mondo.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/storia-della-corea-del-nord-e-della-corea-del-sud?gimg=71104#9-cose-che-forse-non-sai-su-kim-jong-un&img71104

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La storia della Corea (del Nord e del Sud)


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La Corea del Nord  minaccia il mondo con lo spauracchio dei presunti test nucleari  con ordigni all’idrogeno. La tensione è palpabile. E intanto dall’altra parte del 38° parallelo, in Corea del Sud, monta la paura. Ma che cosa c’è dietro a queste divisioni? E che cos’era la Corea prima di essere smembrata, dopo la Seconda guerra mondiale, in un Nord isolato e povero e in un Sud ricco e all’avanguardia?

Il comune uomo che pensa alla Corea e non gli viene in mente assolutamente nulla se non, forse, il ricordo confuso di un lontano conflitto e di una divisione.  Questo  inquadra l’ignoranza che circonda il Paese.

UN MURO DA GUERRA FREDDA. Cominciamo, dunque, proprio da quando fu innalzato il simbolico muro che creò le due Coree. Era il 1945: la Seconda guerra mondiale.era appena terminata e il Giappone – che dal 1910 aveva annesso la Corea – ne era uscito sconfitto.

La Corea fu divisa in due aree di occupazione, russa e americana, all’altezza del 38° parallelo. Una commissione bilaterale avrebbe dovuto costituire un governo provvisorio per la riunificazione della penisola; governo che non si fece mai. Le elezioni si tennero nella sola Corea del Sud, sotto la supervisione dell’Onu: il 12 dicembre 1948, nel Sud, Syngman Rhee divenne presidente della Repubblica di Corea. Contemporaneamente al Nord sorse la Repubblica Democratica Popolare di Corea, retta da un governo comunista presieduto da Kim Il-sung.

TRE ANNI DI GUERRA SENZA ESITO. Entrambi i regimi si sentirono legittimati a promuovere la riunificazione. Ne scaturì una guerra durissima tra il Nord (appoggiato da russi e cinesi) e il Sud (difeso dagli americani sotto l’egida dell’Onu). Un fronte caldissimo in piena Guerra fredda.

Dopo alcune scaramucce lungo il confine, il 25 giugno 1950 cinque divisioni dell’esercito del Nord, organizzato e rifornito dall’Urss, oltrepassarono la frontiera. L’esercito sud-coreano, mal addestrato ed equipaggiato, venne rapidamente sconfitto e la stessa capitale Seoul fu occupata dai nord-coreani.

Gli Stati Uniti videro in questa prova di forza l’espressione della volontà sovietica di espandersi in tutto il Sudest asiatico. Su mandato dell’Onu, a cui la Corea del Sud era subito ricorsa, a luglio sbarcarono sulla penisola i primi contingenti della forza multinazionale (formata in gran parte da americani) guidata dal generale Douglas MacArthur.

L’operazione era stata approvata durante l’assenza dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del rappresentate sovietico, che aveva abbandonato la seduta per protesta contro l’assegnazione del seggio permanente cinese nel Consiglio stesso al governo di Taiwan anziché alla Repubblica popolare di Mao.

TUTTI IN CAMPO. L’esercito guidato dagli statunitensi si mosse verso nord in settembre, sbarcando a Incheon, direttamente dietro le linee nord-coreane. In poco tempo le truppe occidentali respinsero l’invasore, tagliandogli i rifornimenti e risalendo velocemente verso il confine. Giunto lì, MacArthur decise di invadere a sua volta lo Stato del Nord, superando il 38° parallelo.

A novembre le truppe si erano spinte, per volontà del generale e contro le disposizioni dello stesso governo americano, fino a pochi chilometri dal confine con la Cina. Fu allora che anche il Paese di Mao intervenne nel conflitto: oltre 100 mila uomini furono inviati in Corea e, con il loro appoggio, il Nord oltrepassò di nuovo la frontiera con il Sud.

MINACCIA ATOMICA. A questo punto il presidente americano Harry Truman decise di discostarsi dalle scelte del generale MacArthur, che aveva più volte preso in considerazione (e minacciato) il ricorso all’arma atomica. Dopo aver sostituito il militare, nell’aprile del 1951, con il comandante Matthew Ridgway, Truman aprì finalmente le trattative con la Corea del Nord, spinto anche dalla sempre più forte pressione internazionale e dell’opinione pubblica per una soluzione pacifica della crisi. La guerra tra i due Stati confinanti era infatti già costata 3 milioni di morti, tra militari e – soprattutto – civili.

SEPARATI IN CASA. I colloqui di pace iniziarono il 10 luglio. Due anni dopo, il 27 luglio 1953, la fine dei negoziati sancirà il ritorno alla situazione precedente il conflitto, con il confine stabilito sul 38° parallelo: la guerra di Corea terminava senza vincitori né vinti. Dopo l’armistizio si tentò di organizzare una conferenza internazionale per risolvere definitivamente la questione coreana. Ma i lavori si fermarono già al secondo giorno… Era la primavera del 1954 e, da allora, nulla è cambiato nei rapporti tra i due Paesi.

AFFARI DI FAMIGLIA. Il regime di Pyongyang è rimasto nelle mani della famiglia Kim. Il padre della patria  Kim Il-Sung, il “Grande Leader”, eroe della resistenza anti-nipponica durante la Seconda guerra mondiale, creatore dell’ideologia del Juche (autosufficienza) è rimasto al potere dal 1948 al 1994.

Alla sua morte, gli è succeduto il figlio Kim Jong-Il, il “Caro Leader”, che ha ulteriormente sviluppato il programma nucleare del padre. Dal 2011 è al potere il suo terzogenito Kim Jong Un, il “Brillante Compagno” o “Supremo Leader”.

Formalmente il Paese ancora in guerra con la Corea del Sud ed è uno dei più militarizzati del mondo, con un esercito di oltre un milione di soldati, anche se resta un mistero la reale entità del suo potenziale bellico.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/storia-della-corea-del-nord-e-della-corea-del-sud

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La scienza del violentissimo terremoto al largo del Messico


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Lo spaventoso terremoto di magnitudo 8.1 (che alcune fonti danno addirittura a 8.3) del 7 settembre, al largo del Messico – a un centinaio di chilometri dalla costa e tra i 33 e i 35 chilometri di profondità – è da inquadrare in una complessa area geologica caratterizzata dalla giunzione di ben 4 placche tettoniche: nord americana, sud americana, Cocos e Nazca.

Le placche sono porzioni della litosfera terrestre (ossia la parte più superficiale della Terra, che comprende la crosta e una parte del mantello solido): la Cocos e la Nazca si muovono verso est a una velocità stimata di 75-78 millimetri all’anno e vanno in subduzione rispetto alle altre due, la nord americana e la sud americana, si infilano cioè al di sotto di queste.

Nel contempo, la placca americana si muove verso est rispetto a quella caraibica a una velocità di circa 20 millimetri l’anno. Questo dà origine a faglie (fratture che si muovono) molto attive, che causano altri terremoti violenti: numerosi e violenti terremoti e una notevole quantità di vulcani sono la testimonianza di quanto sia dinamica e complessa la situazione geologica di quell’area.

Prima del terremoto del 7 settembre, nell’area il sisma più violento si è verificato nel 1962, con magnitudo 7.2.

Il centro di allerta tsunami delle Hawaii ha subito fatto scattare l’allarme che, per adesso, vale per le coste del sud America.

http://www.focus.it/scienza/scienze/violentissimo-terremoto-al-largo-del-messico

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Terremoto in Messico, misteriosi bagliori insieme alle scosse.


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Il violentissimo terremoto di magnitudo 8.1 che ha interessato il Messico ha portato con sé anche numerosi bagliori notturni che si sono manifestati poco prima, durante o subito dopo le scosse, e i cui filmati sono stati postati sui social media.

In realtà questi lampi diffusi di colore blu-verde non hanno nulla di spaventoso o soprannaturale: si tratta di luci telluriche, un fenomeno che può verificarsi nelle aree soggette a un forte stress tettonico.

Storicamente sono state formulate varie ipotesi sull’origine delle luci telluriche, compresi il disturbo del campo magnetico terrestre dovuto allo stress tettonico e la generazione di campi elettrici da rocce contenenti quarzo. In realtà, secondo uno studio pubblicato nel 2014, i bagliori deriverebbero da alcuni tipi di rocce magmatiche, come basalti e gabbri, che rilasciano cariche elettriche quando sfregate.

In alcune aree della crosta terrestre queste rocce sono presenti in intrusioni verticali chiamate dicchi, che si estendono fino a 90-100 km in profondità. Sottoposte a stress tettonico, queste formazioni farebbero viaggiare le cariche molto velocemente fino alla superficie, come in uno stato di plasma, fino a liberarle in atmosfera, dove si manifestano come emissioni di luce colorata.

http://www.focus.it/scienza/scienze/le-misteriose-luci-del-terremoto-in-messico

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Le spose bambine di Palermo. L’allarme: “Decine i casi, poche denunce”


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Hanno dai 13 ai 17 anni. Sono originarie del Bangladesh, del Pakistan, dell’India e dello Sri Lanka, ma sono nate e cresciuta a Palermo. Improvvisamente spariscono dalle scuole per tornare nel Paese d’origine e sposare un lontano parente, molto più grande di loro che solo nei casi più fortunati hanno visto una volta in fotografia.

Sono le spose-bambine palermitane che vivono ogni giorno il conflitto fra la cultura occidentale in cui sono cresciute e quella dei loro genitori. E in questo conflitto finiscono per rimanere incastrate in un matrimonio combinato.

Non si tratta di un caso isolato. Accade soprattutto fra le ragazzine bengalesi e rom. Alcune trovano la forza di raccontare il loro dramma, altre tacciono. Di certo una strada da seguire è quella del dialogo con le loro famiglie. Le giovani migranti vivono molto questa sofferenza. E spesso la confidano alle loro professoresse. Proprio dai banchi di scuola partono diverse segnalazioni alle autorità competenti.

Sono figlie di una società patriarcale che decide per loro. Sono proprietà del padre. Per tutelarle bisogna lavorare su più fronti a favore di una reale integrazione. Il legame scuola-famiglia può essere una strada.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2017/09/09/news/le_spose_bambine_di_palermo_l_allarme_decine_i_casi_poche_denunce_-174978911/?ref=RHPPBT-BH-I0-C4-P2-S1.4-T1

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Carta, Italia sempre più virtuosa


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Una buona annata. Almeno per quanto riguarda il riciclo della carta in Italia. Il rapporto annuale di Comieco (il Consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica), che gestisce quasi la metà della raccolta dei Comuni, fotografa un 2016 dal trend decisamente positivo. Dopo una fase di stallo, la raccolta differenziata della carta ha ricominciato a crescere: si parla di 3,2 milioni di tonnellate recuperate dai Comuni, per una media di oltre 53 chili all’anno per abitante. Un aumento del 3,3% rispetto al 2015, che vuol dire, tradotto in cifre assolute, una montagna di oltre 100mila tonnellate di carta e cartone salvata dalla discarica.

Lo slancio maggiore arriva dalle Regioni del Sud, dove si partiva da posizioni più arretrate rispetto al resto del Paese. L’incremento è addirittura dell’8,6%: c’è di che andare fieri, ma senza adagiarsi sugli allori, se è vero che la raccolta procapite nel Meridione è di 32 chili per abitante, dunque ancora lontana dalla media nazionale. Se il margine di miglioramento è ampio (si calcolano non meno di 600mila tonnellate di carta e cartone ancora da intercettare), la volata di quest’ultimo anno dimostra tuttavia che le politiche messe in atto, sia dalle amministrazioni locali che dallo stesso Comieco con l’Anci, stanno dando i risultati sperati.

 

http://www.lastampa.it/2017/09/08/scienza/ambiente/focus/carta-italia-sempre-pi-virtuosa-QQgEYa5VkPixVSaRGKvzdM/pagina.html

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L’8 agosto del 1991 la nave Vlora: lo sbarco di 20mila albanesi.


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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/08/migranti-25-anni-fa-a-bari-lo-sbarco-di-20mila-albanesi-cosi-arrivarono-con-la-nave-dolce/2963013/

Prima dei naufragi del Mediterraneo e delle migliaia di fotogrammi di disperati che risalgono l’Europa in cerca di speranza. Tra il 6 e il 7 marzo del 1991, esattamente 26 anni fa, a Brindisi arrivarono quasi 27mila profughi. Scappavano da un regime che crollava.  Fuggivano da un’Albania sull’orlo del collasso economico, in uno dei primi grandi sconvolgimenti dell’Europa post caduta del Muro di Berlino. Trovarono sull’altra sponda dell’Adriatico un Paese impreparato a gestire un esodo di quel tipo. Fu un’emergenza umanitaria senza precedenti: nel porto della città pugliese attraccarono decine di piccole imbarcazioni e grosse navi mercantili gremite di uomini, donne e bambini. Per molti di loro l’Italia rappresentava una vera e propria “Terra promessa”, il sogno di una nazione ricca e benestante suggerita da film e talk show che avevano diffuso sull’altra sponda dell’Adriatico la speranza di un domani migliore. Una dramma raccontato anche sul grande schermo da una pellicola di Gianni Amelio del 1994 intitolata, non a caso, “Lamerica”.

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L’accoglienza e la solidarietà mostrata dalle gente comune e dal mondo dell’associazionismo fu straordinaria. Uno sforzo che vide una mobilitazione trasversale: dalle parrocchie ai centri sociali, dalle associazioni ai privati cittadini, furono in molti a mobilitarsi per aiutare i profughi. A distanza di venticinque anni molti di loro si sarebbero pienamente integrati nel tessuto sociale e lavorativo del nostro Paese. Ma gli sbarchi non si sarebbero arrestati: ad agosto del 2001 una nuova ondata avrebbe riversato sulle nostre coste altri 20mila disperati in cerca di un domani, ribaltando l’immagine di un Paese considerato storicamente terra di emigranti, che diventava per la prima volta nella sua storia recente, terra di immigrati

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http://www.repubblica.it/cronaca/2016/03/06/foto/quando_l_italia_era_lamerica_25_anni_fa_lo_sbarco_degli_albanesi_a_brindisi-134897046/1/#1

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Le migrazioni femminili nel Neolitico, chiave della conoscenza


Nell’Europa di 4000 anni fa, erano le donne a spostarsi per formare una nuova famiglia lontano dal luogo di origine. Questi viaggi individuali avrebbero favorito lo scambio di culture e saperi fino all’Età del Bronzo.

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Alla fine dell’Età della pietra, nel villaggio di Lechtal, a sud di Augusta in Germania, vigeva una non comune (per le abitudini occidentali) organizzazione familiare: la maggioranza degli uomini era del posto, e tendeva a rimanere nel paese natale, mentre gran parte delle donne proveniva da fuori – in questo caso dalla Boemia, o dalla Germania centrale.

Questa società patrilocale (nella quale le famiglie si stabilivano nella località di residenza dello sposo), e la frequente mobilità femminile durarono per un periodo di almeno 800 anni, e furono di grande importanza per la trasmissione di conoscenze tra la fine dell’Età della pietra e l’inizio dell’Età del bronzo.

GLI SCAVI. Nello studio tedesco pubblicato su PNAS, sono stati esaminati i resti di 84 individui sepolti tra il 2500 e il 1650 a.C. in diversi cimiteri nella valle del Lech, un fiume affluente del Danubio tra Austria e Germania. I siti di sepoltura appartenevano a singole famiglie, e comprendevano da uno a diverse dozzine di defunti di generazioni successive.

RICCHEZZA. Nella linea ereditaria femminile è stata notata una grande diversità genetica, che si sarebbe verificata perché, nel corso del tempo, molte donne migrarono dall’esterno verso la valle di Lech, dove trovarono marito. L’analisi degli isotopi di stronzio nei molari delle salme ha consentito di stabilire che la maggior parte delle donne non era originaria del luogo. Ma il fatto che le donne fossero state sepolte come la popolazione nativa, sta a indicare che erano perfettamente integrate.

SCAMBI. Lo studio prova l’importanza della mobilità femminile nella vitalità culturale che caratterizzò l’Età del Bronzo: i viaggi delle donne e la successiva integrazione con le famiglie dei compagni permisero di acquisire informazioni su utensili, tecniche e costumi dei loro paesi di provenienza.

CIASCUNO PER SÉ. La scoperta racconta inoltre un aspetto meno trattato delle migrazioni umane: quello degli spostamenti individuali. La mobilità individuale fu una caratteristica importante delle vite degli abitanti dell’Europa centrale anche nel terzo e all’inizio del secondo millennio a.C. Sembra che almeno parte di quella che si riteneva essere stata una migrazione di gruppo, fosse in realtà basata su una forma istituzionalizzata di migrazione individuale.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/le-migrazioni-femminili-nel-neolitico-chiave-della-conoscenza

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Il Times travolge Trump con una vignetta, più feroce di Harvey


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Londra – Più di mille editoriali. È bastata la vignetta del Times per travolgere Donald Trump. E per raccontare non soltanto il suo protagonismo, ma quanto sia scollato dalla realtà.

E se Melania è finita bersagliata sui social per gli stiletti sfoggiati per il viaggio nelle zone spazzate dall’uragano Harvey – salvo cambiarsi precipitosamente in volo prima di scendere dall’elicottero, in scarpe da ginnastica candide – al marito non è andata tanto meglio.

Il serissimo quotidiano britannico travolge The Donald con una vignetta micidiale. Trump, in gommone, ma rilassato manco fosse in gondola a Venezia, scortato da due bodyguard dei servizi – con occhiali neri, in pieno uragano – felice e sorridente. Il motivo? La gente sui tetti delle case sommerse dall’acqua si sbraccia per chiedere aiuto. Ma lui è convinto siano suoi fan…

 

http://www.ilsecoloxix.it/p/mondo/2017/08/30/ASOqle9I-vignetta_feroce_travolge.shtml

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Mense scolastiche, la compartecipazione delle famiglie 


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Troppi alunni non possono usufruire delle mense scolastiche. E’ quello che emerge dal quarto rapporto di Save the Children “(Non) Tutti a Mensa 2017”, lanciato alla vigilia dell’inizio dell’anno scolastico.

Quasi metà degli alunni (il 48%) delle scuole primarie e secondarie di primo grado, infatti, non ha accesso alla mensa. L’assenza di regole condivise, inoltre, contribuisce alla disparità nelle modalità di accesso e di erogazione.

All’interno del rapporto, Save the Children ha analizzato la proposta di refezione scolastica per le scuole primarie di 45 Comuni capoluogo di provincia con più di 100mila abitanti, valutando tariffe, agevolazioni, esenzioni e trattamento delle famiglie morose. Il servizio mensa non è presente in modo uniforme nelle scuole: solo in 17 Comuni è disponibile in tutti gli istituti primari.

E ancora una volta sono al sud (Reggio Calabria, Siracusa e Palermo) le città in cui la refezione scolastica è presente in un numero di scuole inferiore al 10%. Osservando, invece, il numero di alunni che ne usufruisce, è stato rilevato che 17 comuni offrono la mensa a meno del 40% dei bambini, con cifre al di sotto del 5% a Reggio Calabria, Siracusa e Palermo. Solo in quattro Comuni a fruirne è il 100% degli alunni (Cagliari, Forlì, Monza, Bolzano).

Agevolazioni e tariffe applicate sono molto variabili: un quarto dei Comuni non prevede l’esenzione totale dal pagamento della retta né per reddito, né per composizione del nucleo familiare, né per motivi di carattere sociale. La residenza, inoltre, continua a essere un requisito restrittivo per l’accesso alle agevolazioni in 27 dei Comuni esaminati.

Nei Comuni monitorati le tariffe massime variano dai 2,30 euro (Catania) ai 7,28 (Ferrara), mentre quelle minime vanno da 0,30 (Palermo) a 6 euro (Rimini). Il risultato di questa disomogeneità è che, per esempio, la tariffa minima di Rimini (6) corrisponde quasi al triplo della tariffa massima prevista a Catania (2,30).

Una famiglia con reddito basso (Isee 5.000 euro) sarebbe esentata dal pagamento in 9 comuni mentre a Rimini, Bergamo, Modena e Reggio Emilia pagherebbe una tariffa superiore a 3 euro.

Anche la compartecipazione delle famiglie ai costi è disomogenea: varia da un massimo a Bergamo, Forlì e Parma, che caricano sulle famiglie il 100% circa del costo, a un minimo dichiarato da Bari (30%), Cagliari, Napoli e Perugia (35%).

Fattore di forte discriminazione è, infine, la scelta di 9 Comuni monitorati di non consentire l’accesso alla mensa a quei bambini la cui retta non è stata pagata regolarmente. In questo caso agli alunni è imposta la separazione al momento del pasto, e ai bambini i cui genitori sono in ritardo col pagamento è imposto di mangiare in classe. Sono 35 i Comuni che, invece, non si rivalgono sugli alunni in caso di insolvenza, attivando la procedura di recupero crediti senza la sospensione del serviz

http://parma.repubblica.it/cronaca/2017/09/06/news/mense_parma-174738370/

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Siamo ottavi in Europa per numero di stranieri. Ma primi per xenofobia. La situazione nel nostro Paese: tra miti da sfatare, dati spiacevoli e qualche nota positiva.


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Articolo 3 della nostra Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

9 cose da sapere sul razzismo in Italia.

1. L’invasione che non c’è

Secondo una ricerca Ipsos Mori, gli italiani credono che il 30% della popolazione sia composta da immigrati, 20% dei quali musulmani.
Una vera e propria «invasione», su cui si sviluppano convinzioni xenofobe del tipo: «ci rubano il lavoro», «stuprano le nostre donne», «rubano», «puzzano».
IL 5,7% DELLA POPOLAZIONE È EXTRA-COMUNITARIA. Un lucido sguardo ai dati prova che non c’è nessuna invasione in corso: secondo l’ultima rilevazione Istat, gli stranieri residenti in Italia si assestano intorno all’8,3%. Tra questi, un buon numero proviene dall’Unione Europea, mentre i cosiddetti “extra-comunitari” sono il 5,7% della popolazione totale; scende al 3,7% la percentuale dei musulmani. È vero, nell’ultimo anno le richieste di asilo sono aumentate, ma vanno considerate relativamente a un paese di 742 milioni di abitanti. Prendiamo il primo semestre del 2015: in Italia le richieste sono state 251 per ogni milione di abitanti, vale a dire circa 83 al mese. Non basterebbero a riempire una pizzeria.

2. Italia ottava in Europa per numero di stranieri

Sempre secondo l’Istat, il primato degli stranieri residenti in Europa è detenuto dalla Svizzera con il 23,8%, seguita da Austria (12,4%), Irlanda (11,8%) e Belgio (11,3%).
Sono dati da interpretare: gli Stati che prevedono lo ius soli (nascendo in un dato territorio se ne acquisisce la cittadinanza) tendono ad avere una percentuale di stranieri più bassa, perchè i figli di immigrati non entrano in queste statistiche. Inoltre, la preminenza della Svizzera è dovuta alla forte presenza di immigrati da territori limitrofi (Francia, Germania e Italia).
SPAGNA E GERMANIA NE OSPITANO DI PIÙA ogni modo l’Italia, con l’8,3% di stranieri residenti, si classifica all’ottavo posto. Il saldo migratorio è quindi superiore alla media europea, ma inferiore ai Paesi cui ci si paragona: oltre a quelli citati, contano più stranieri di noi anche Spagna, Norvegia e Germania. Fa eccezione la Francia, al 6,3%: proprio per la questione dello ius soli.
Occorre anche notare che non tutti gli immigrati approdati in Italia vi rimangono: molti proseguono il viaggio verso altre destinazioni europee.

3. La comunità più presente è quella romena

La comunità straniera più numerosa sul suolo italiano è quella romena (22,0%) seguita a distanza da quella albanese (10%) e marocchina (9,2%).
Completano la top 5 cinesi (5,2%) e ucraini (4,5%).
Le cinque regioni con la maggiore incidenza della popolazione straniera sono: Emilia-Romagna (12%), Lombardia (11,5%), Umbria (11%), Lazio (10,8%), Toscana (10,5%).
A OGNUNO IL SUO LUOGO COMUNE. Ognuna di queste comunità è vittima di luoghi comuni. I romeni, in particolare, sono diventati un capro espiatorio; qualcuno continua a chiamarli “zingari” e pensa vivano di accattonaggio, in campi abusivi ai margini delle città. Eppure, i romeni non sono più nomadi: la maggior parte di loro vive in abitazioni stabili e lavora – di fatto, l’1,2% del Pil italiano è garantito dai “rom”.

4. La retorica populista alimenta l’intolleranza

Le destre sono in avanzata in Europa e non solo, e l’Italia non fa eccezione: i militanti di CasaPound e Forza Nuova sono cresciuti costantemente negli ultimi anni, soprattutto tra i giovani delusi dalla politica e depressi dalla crisi. Questi gruppi, talvolta in sintonia con Lega Nord, promuovono una retorica anti-immigrati che arriva ad attacchi volgari e apertamente razzisti.
GIORNALI ANTI-IMMIGRATI. Complici del razzismo anche siti o pagine web come Informare per Resistere, che ha raggiunto un numero imponente di “like” su Facebook, oTutti i crimini degli immigrati, che hanno spesso il preciso obiettivo di spargere bufale online, alimentando l’intolleranza.

5. Gli italiani sono i più razzisti d’Europa

Una recente ricerca condotta dal Pew Research Center ha rivelato che l’86 % degli italiani è prevenuto nei confronti dei rom, mentre il 61% è sfavorevole ai musulmani e il 21 % guarda gli ebrei con sospetto. L’atteggiamento nel resto dell’Ue è più rilassato: Germania, Spagna e Gran Bretagna hanno una visione più positiva dei rom – la Francia è più vicina a noi, con il 60% di “antipatia”.
L’INTOLLERANZA DEI POLACCHI. Gli stessi Paesi hanno percentuali invertite rispetto alle nostre per i musulmani: meno del 40% della popolazione ne ha un’opinione ostile.
Nel caso degli ebrei, solo i polacchi sono più intolleranti: 28%.

6. Il 60% è diffidente nei confronti degli immigrati

Il Censis rileva che appena il 17,2 % degli italiani afferma di trovare “comprensione” e di avere un approccio “amichevole” nei confronti degli immigrati; quattro italiani su cinque si dividono invece tra “diffidenza” (60,1%), “indifferenza” (15,8%) e “aperta ostilità” (6,9%), mentre due italiani su tre (65,2%) pensano che gli immigrati in Italia siano semplicemente troppi.
PRIMA GLI ITALIANI. La metà della popolazione (55,3 %) ritiene che nell’attribuzione degli alloggi popolari, a parità di requisiti, gli italiani dovrebbero essere inseriti in graduatoria prima degli immigrati e circa la metà pensa che in scarsità di lavoro sia giusto dare la precedenza agli italiani nelle assunzioni.

7. Solo il 32% dei detenuti è straniero

Sebbene sia opinione comune dei razzisti che gli stranieri siano tutti – o in gran parte – criminali, secondo i dati dell’ associazione Antigonesolo il 32% di detenuti è straniero: 17.403 su un totale di 53.889. Spesso si trovano dietro le sbarre per reati minori: il 50% di loro sconta pene inferiori o pari a un anno, mentre il 12% è condannato a oltre 20 anni, contro l’88% dei nostri connazionali. Rispetto alla media europea, quella italiana di stranieri incarcerati è superiore di 11 punti percentuali.

8. Gli stranieri contribuiscono all’8,6% del Pil

Secondo il Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, i 2,3 milioni di occupati stranieri sul suolo italiano producono l’8.6% del Pil: 125 miliardi di euro.
Il rapporto costi/benefici dell’immigrazione è in attivo: 12,6 miliardi contro 16,5. Il guadagno per lo Stato è dunque pari a 3,9 miliardi di euro.
GLI STRANIERI AUMENTERANNO Se dieci anni fa gli stranieri erano 2,2 milioni (il 3,8% dei residenti totali) e oggi sono saliti a oltre 5 milioni (8,3%), nel 2025 si prevede una crescita a 8,2 milioni, il 13,1% degli abitanti.

9. Aumentano le unioni multietniche

In Italia le unioni miste sono sempre meno anomale: secondo l’indagine “Il matrimonio in Italia” dell’Istat, nel 2011 si sono celebrati 18 mila matrimoni misti, circa l’8,8% delle nozze totali.
METÀ DELLA POPOLAZIONE È INDIFFERENTE. Nel 2011, metà della popolazione (50,1%) considerava la crescita né positiva né negativa, mentre quasi un terzo (28,2%) si esprimeva a favore e poco più di un quinto (21,7%) dichiarava di avere un’opinione negativa.
I dati cambiano quando il diverso ci tocca da vicino: la stessa indagine registra reazioni molto varie da parte di intervistati la cui figlia sposi uno straniero – anche in base alla provenienza dello sposo.

http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2016/03/21/razzismo-in-italia-9-cose-da-sapere/164838/

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L’eredità tossica dell’amministrazione Trump


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Sul fronte delle politiche ambientali Trump cambierà l’America: e il suo lascito sarà letteralmente tossico.

Trump non ha un programma reale, al di là di «vincere». Ha istinti e pregiudizi, ma nessun interesse per i dettagli, o anche semplicemente le linee generali, delle politiche concrete. Per esempio, è evidente che non ha mai avuto la minima idea dei contenuti del piano di riforma sanitaria del suo partito. E non ha mostrato alcun interesse per trasformare la sua retorica populista in qualcosa di concreto.

Il che mi porta al secondo punto: mentre l’agenda legislativa sembra effettivamente in stallo, molte delle cose che quei gruppi di interesse desiderano non necessitano di un passaggio parlamentare, e su quel fronte non c’è nessuno stallo. Vale in particolare per la politica ambientale, dove le decisioni su come interpretare e applicare le leggi già esistenti possono avere un impatto enorme.
La reale eredità di Trump, quindi, forse più che dalle leggi che farà approvare, o più probabilmente non farà approvare, sarà definita dalla sua decisione di mettere Scott Pruitt a capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (Epa).
Quando era procuratore generale dell’Oklahoma, Pruitt di fatto agiva non nell’interesse dei cittadini, ma nell’interesse delle industrie inquinanti. Non è una semplice accusa: è confermato dalle sue stesse email.
Ora, in un momento in cui gran parte dell’amministrazione Trump appare paralizzata dalla mancanza di leadership e uomini chiave, Pruitt viaggia a pieno regime. Non perché stia rendendo l’Epa più efficace: al contrario, si sta impegnando per sabotarla dall’alto, agendo con rapidità per minare alla base la missione dell’agenzia che dirige: non semplicemente i suoi sforzi contro i cambiamenti climatici, ma il suo ruolo generale di tutela dell’ambiente.
Trump non tornerà a rendere grande l’America, ma Pruitt, che gode chiaramente del pieno sostegno del presidente, può fare molto per tornare a renderla inquinata.
Questo è un programma impopolare, o per meglio dire lo sarebbe se la gente ne fosse a conoscenza.
Il miglioramento della qualità dell’aria e dell’acqua da quando l’Epa è stata fondata, nel 1970, è una delle grandi storie di successo della politica americana. Ed è anche una storia che non viene quasi mai raccontata.
Quando Donald Trump era giovane, l’aria di New York era lurida, e lo smog a volte uccideva centinaia di persone; lo stesso governatore dello Stato di New York definiva il fiume Hudson «una grande fossa settica». Trump probabilmente non se lo ricorda, o non si rende conto che è stata la regolamentazione a cambiare le cose; e lo stesso vale per gran parte degli elettori.
Certo, le cose potrebbero cambiare rapidamente se la gente si accorgesse che la qualità dell’aria e dell’acqua che dà per scontata è a rischio. Pensate a quanto è cresciuto il consenso per la riforma sanitaria di Obama quando le persone si sono rese conto che c’era veramente il pericolo che togliessero la copertura a milioni di persone. Avremmo un’impennata di consenso simile, ma forse ancora maggiore, per la tutela dell’ambiente se i Repubblicani, per esempio, cercassero di abrogare il Clean Water Act.
Pruitt può fare un bel po’ di danni senza cambiare la legge. Per esempio può annullare la messa al bando di un pesticida che secondo gli scienziati dell’Epa può danneggiare il sistema nervoso dei bambini. Oppure può decidere di abolire una norma che limitava la contaminazione da metalli pesanti negli effluenti delle centrali elettriche.
E può paralizzare l’applicazione di quelle norme che non revoca, semplicemente lavorando con il signor Trump per privare la sua stessa agenzia di fondi e personale. La finanziaria presentata a maggio da Trump non diventerà legge, ma rimane indicativa delle priorità: e in quel documento si chiedevano riduzioni dei fondi per l’Epa del 31 per cento, più che per qualsiasi altra agenzia.
Presa singolarmente, con ogni probabilità nessuna di queste iniziative finirà sulle prime pagine dei giornali, soprattutto alla luce di tutto le altre cose che stanno succedendo. Sommate insieme, però, uccideranno o renderanno invalidi moltissimi americani: perché è questo quello che fa l’inquinamento, anche se il danno è graduale e a volte invisibile.
Un programma antiambientalista  non servirà  a creare nuovi posti di lavoro. In particolare, non torneranno i posti di lavoro nell’industria del carbone, anche se venisse lasciata al grande capitale piena libertà di far saltare in aria la cima delle montagne e scaricare tossine nei corsi d’acqua. In compenso, un programma che frutterà miliardi di dollari di contributi elettorali da parte di certi donatori.
Perciò evitiamo di dire che il programma del Governo è in stallo. In alcuni casi è vero, ma in altri casi sta procedendo spedito.

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-09-05/l-eredita-tossica-amministrazione-trump-185402.shtml?uuid=AE6sZ5NC

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Tutta la plastica che beviamo


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Dai rubinetti di casa di tutto il mondo, da New York a Nuova Delhi, sgorgano fibre di plastica microscopiche, secondo una ricerca originale di Orb Media, un sito di informazione non profit di Washington.

Lavorando insieme ai ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, la Orb Media ha testato 159 campioni di acqua potabile di città grandi e piccole nei cinque continenti. L’ottantatré per cento di questi campioni, compresa l’acqua che esce dai rubinetti del Congresso degli Stati Uniti e della sede dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, a Washington, e quella del ristorante Trump Grill nella Trump Tower, a New York, conteneva microscopiche fibre di plastica. E se ci sono nell’acqua di rubinetto probabilmente ci sono anche nei cibi preparati con l’acqua1, come pane, pasta, zuppe e latte artificiale, dicono i ricercatori.

È una notizia che dovrebbe scuoterci», ha scritto Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. «Sapevamo che questa plastica tornava da noi attraverso la catena alimentare. Ora scopriamo che torna da noi attraverso l’acqua potabile. Abbiamo una via d’uscita?». Yunus, il fondatore della banca di microcredito Grameen Bank, progetta di lanciare un’iniziativa contro lo spreco di plastica nei prossimi mesi.

Sono sempre più numerose le ricerche che dimostrano la presenza di microscopiche fibre di plastica negli oceani, nelle acque dolci2, nel suolo3 e nell’aria4, in tutto il mondo. Questo studio è il primo a provare l’esistenza di una contaminazione da plastica nell’acqua corrente di tutto il mondo.

Gli scienziati non sanno in che modo le fibre di plastica arrivino nell’acqua di rubinetto, o quali possano essere le implicazioni per la salute. Qualcuno sospetta che possano venire dai vestiti sintetici, come gli indumenti sportivi, o dai tessuti usati per tappeti e tappezzeria. Il timore è che queste fibre possano veicolare sostanze chimiche tossiche, come una sorta di navetta che trasporta sostanze pericolose dall’acqua dolce al corpo umano.

http://lab.gruppoespresso.it/repubblica/2017/ambiente/inquinamento_plastica_acqua/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S1.8-T1

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Tanzania, un’immensa diga nella riserva degli elefanti


 

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L’ipotesi di una diga da 2100 MW nella Selous la dice lunga sulla direzione intrapresa dal Paese africano nella gestione delle risorse faunistiche ed idriche da almeno un decennio. Lo sfruttamento intensivo dell’acqua potabile, confinato agli opportunismi del momento, non è più un’opzione innocente in un Paese che già lotta con l’instabilità climatica, e quindi con la necessità di rafforzare la resilienza degli ecosistemi ancora integri. Un copione che la Tanzania, già conosce nei parchi nazionali Katavi e soprattutto Ruaha, dove il fiume è stato in parte drenato per irrigare migliaia di risaie. Il Ruaha si sta trasformando da ecosistema tropicale umido ad uno tropicale secco

Ma nella Selous – un habitat composito di savana ad arbusti e piccoli alberi (miombo), praterie e paludi – sopravvive il 40% degli elefanti della Tanzania, duemila rinoceronti neri e migliaia di giraffe. La diga  impatterà sulle faune selvatiche terrestri e acquatiche. Un bacino idrico di queste dimensioni bloccherà il deposito dei sedimenti e il flusso naturale di acqua, e porterà nuove malattie collegate all’acqua che finiranno con l’affliggere anche gli abitanti della regione. Purtroppo il governo vuole puntare esclusivamente sui bisogni energetici del Paese.

Analoghe le preoccupazioni della Frankfurter Zoological Society, che opera alla Selous dai primi anni ’80: «Negli ultimi 5 anni il nostro coinvolgimento è aumentato di nuovo per far fronte a minacce immediate a fianco delle autorità della riserva e più di recente collaborando alla iniziativa Selous Conservation and Development Programme del ministro delle Risorse Nazionali e del Turismo; l’iniziativa è finanziata dalla cooperazione internazionale tedesca della banca KfW in cui siamo un partner. Il nostro lavoro segue azioni riconosciute sia dal governo della Tanzania che dall’Unesco. Ci auguriamo che tutti gli attori coinvolti in un simile progetto siano presi in considerazione».

 

http://www.lastampa.it/2017/09/01/scienza/ambiente/il-caso/tanzania-unimmensa-diga-nella-riserva-degli-elefanti-gcAvgzDzLWMEXpHwwCKrmL/pagina.html

Pubblicato in: CRONACA

Il sale dell’Appennino, tra Piemonte, Lombardia, Emilia e Liguria


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Montebore, Timorasso, salame del Giarolo, … qui, dove le terre si incrociano, con lingue, forme e paesaggi; è qui che si trova il gusto della diversità, della contaminazione. Un Appennino dove le culture hanno trovato, nei secoli, il punto di contatto: Piemonte, Liguria, Lombardia ed Emilia-Romagna hanno confini sottili e a ogni passo si penetra in un territorio che è la somma di tradizioni, scambi e condivisioni.

La Via del Sale attraversa queste valli da tempo e ha lasciato la memoria di identità che hanno plasmato un patrimonio fatto di storia: sentieri che collegavano e creavano occasioni di scambio. La storia delle vie del commercio, come se ne trovano in montagna, dove i prodotti viaggiavano, spesso a dorso di mulo, per raggiungere i mercati. Lungo la Via del Sale, da Varzi, nell’Oltrepo pavese si incontrano valli strette e torrenti e si percorrono sentieri che sanno di profumi antichi, con il vento che porta, con sé, il sapore salmastro del mare della Liguria che è lì, in fondo al cammino.

L’Appennino, quello che a ogni passo è capace di stupire, perché il paesaggio cambia e le nuvole corrono in fretta, spinte dal vento: calanchi, piccoli borghi, mulattiere e boschi. Un paesaggio da scoprire, emozionandosi per la ricchezza di memoria e di storie che questi luoghi sono in grado di narrare. I borghi e i campanili hanno forme che, ogni volta, richiamano a luoghi lontani, perché anche un viottolo di ciottoli, in mezzo a queste valli, ricorda un carruggio e l’idea che da lì siano passati i commercianti genovesi.

Un formaggio, un vitigno, un salame: sapori rari, che rappresentano un valore perché tramandati da secoli: il sale era una materia prima da acquistare e scambiare, affrontando la difficoltà di strade che bisognava saper conoscere, per superare dislivelli e intemperie, trovando il posto sicuro dove fare tappa. Oggi questi sapori sono l’occasione per riscoprire questi percorsi, da fare con calma, a piedi o in bicicletta, anche in e-bike, per godersi la possibilità di arrampicarsi con uno sforzo più accettabile.

Più a valle, scendendo dai colli tortonesi, si incontrano luoghi che narrano di vicende legate all’epica del ciclismo: Castellania dove, tra colline e vigne correva Fausto Coppi e che oggi rappresenta una tappa capace di regalare l’emozione di rivivere quei momenti.

Paesaggi che per colori e forme sono stati la fonte di ispirazione per le opere di Giuseppe Pellizza da Volpedo: luoghi, tuttora, carichi del fascino che possiamo ammirare nei dipinti. Volpedo dove è possibile visitare lo studio e il museo dedicato all’autore  de Il Quarto Stato: qui ogni scorcio del piccolo borgo racconta gli episodi che portarono alla creazione delle opere artistiche che divennero un simbolo per la lotta dei lavoratori per vedere riconosciuti diritti e dignità.

Il torrente Curone, le campagne e le colline sono gli ambienti che si ritrovano nei quadri di Pellizza: luoghi da ripercorrere, seguendo i percorsi ad anello che portano a vivere l’esperienza di rivedere quei colori e quelle atmosfere che furono l’ispirazione per i dipinti.

Percorsi dolci, da compiere pensando anche al gusto, assaggiando le fragole di Volpedo, le ciliege, le pesche, frutti che caratterizzano l’agricoltura di queste zone: la vocazione rurale continua a restare il fulcro attorno al quale ruotano le occasioni di turismo slow, dove la bicicletta è il mezzo più adatto per inoltrarsi tra campi e filari, ripercorrendo paesaggi storici e, in alcuni periodi dell’anno, profumati di rose e fragole. Un modo naturale per scoprire terre che mantengono, tuttora, la discrezione di essere rimaste legate alla tradizione, rispettando la storia e sognando di continuare a veder correre sulle colline i campioni del ciclismo.

http://www.lastampa.it/2017/08/26/scienza/ambiente/inchiesta/il-sale-dellappennino-tra-piemonte-lombardia-emilia-e-liguria-4a27titSMxQNiBMUs0f2aK/pagina.html