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La gelida manina.


21 ott - Scoperta la natura dei decreti... son scritti senza saper gli alfabeti!.jpg

Il gergo della politica  è usato soprattutto da chi ha di essa una visione riduttiva e degradata al gioco di Palazzo nella sua versione più elementare. Una visione perfettamente interna a un ceto politico privo di fantasia ma non di vizi. Quelli che deplorano il fatto che la manina non sia stata la loro.

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Giappone, l’autunno si è fermato: i ciliegi sono di nuovo in fiore


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Una società meteorologica giapponese ha ricevuto centinaia di segnalazioni di ciliegi in fiore, in un’area che si estende da quella sud occidentale di Kyushu fino a quella settentrionale di Hokkaido. La fioritura, che di solito avviene in primavera, potrebbe essere stata causata da una serie di tifoni: i forti venti hanno fatto cadere le foglie, responsabili del rilascio di un ormone che impedisce alle gemme di sbocciare.

 

 

 

 

http://www.lastampa.it/2018/10/18/esteri/giappone-l-autunno-si-e-fermato-i-ciliegi-sono-di-nuovo-in-fiore-zhZ7JoHk1xTmznFqnk2ClI/pagina.html

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Non c’è più tempo


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Il limite dei 2 gradi di aumento della temperatura globale rispetto al periodo preindustriale non sarebbe sufficiente a preservarci da una serie di effetti negativi rilevanti, generati dal cambiamento climatico. Per questo l’Accordo sul clima di Parigi ha chiesto di fare ogni sforzo possibile per non superare un aumento medio della temperatura di 1,5 gradi, fissando comunque l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi. Oggi, grazie allo Special Report dell’IPCC, di cui è stata resa pubblica la sintesi, sappiamo con maggiore precisione quanto sarebbe enorme l’impegno necessario per non superare la soglia di 1,5 gradi. Servirebbe un taglio delle emissioni mondiali di CO2 dal 40 al 60% entro il 2030, per poi arrivare a emissioni nette nulle entro il 2050.

È un percorso decisamente più impegnativo rispetto a quello, pure ambizioso, dei due gradi, che richiederebbe un taglio del 20% delle emissioni al 2030 e la neutralità carbonica da raggiungere entro il 2075. Secondo l’IPCC l’obiettivo del contenimento al di sotto di 1,5°C sarebbe ancora raggiungibile solo con una serie di misure drastiche che, ad oggi, non sono nell’agenda dei decisori politici. E che dovrebbero comportare enormi investimenti nel settore energetico, pari al 2,5% del Pil annuo per i prossimi 20 anni.

Constatando che nel 2017 e nella prima parte del 2018 le emissioni di gas serra nel mondo sono tornate a crescere, con questo Rapporto dell’IPCC si certifica che la finestra per poter contenere l’aumento globale delle temperature entro 1,5 gradi sembra essere oramai chiusa. Non esporre chiaramente la gravità della situazione potrebbe contribuire ad alimentare l’idea sbagliata di avere ancora molto tempo a disposizione. E a continuare nella sottovalutazione della crisi climatica nella percezione dell’opinione pubblica, e al suo continuo scivolamento in posizione secondaria nell’agenda dei governi.

 

 

http://www.lastampa.it/2018/10/11/scienza/politici-e-cittadini-sappiano-che-non-c-pi-tempo-aJFWVI0uX0ESIUJoPFngUK/pagina.html

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Cosa non facciamo più da quando ci sono internet e il digitale


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Cercare un numero sull’elenco telefonico. Il 21 febbraio 1878 veniva pubblicato il primo elenco telefonico negli Usa: conteneva 50 nomi e rispettivi numeri. Da allora e per più di un secolo, è stato un crescendo, fino a quando, con l’avvento di Internet, sono arrivate le versioni online delle pagine bianche (con i numeri di telefono delle abitazioni dei privati) e gialle (per le aziende). Tutto questo senza contare che con il boom dei cellulari l’uso del “telefono fisso” si è ridotto di parecchio. Oggi gli elenchi telefonici sono poco diffusi e hanno tirature risibili rispetto al passato.

Avere un’enciclopedia in casa. Fino ai primi anni 2000, il sapere  universale aveva bisogno di scaffali robusti in grado di contenere i (numerosi) volumi di un’enciclopedia. Tutto ha cominciato a cambiare il 15 gennaio 2001 quando è nata Wikipedia, l’enciclopedia “libera” aperta ai contributi degli utenti, nata dalle ceneri di Nupedia (2000). In realtà già i CD rom avevano messo in crisi il modello enciclopedico tradizionale, ma da internet è arrivata la spallata decisiva, che nel 2013 ha portato addirittura alla chiusura in Germania dell’enciclopedia Brockhaus: un mito della cultura mittel-europea in 24 volumi, in piedi dal 1809. Ma c’è una buona notizia: resistono altri “miti” come l’Enciclopedia Britannica e la nostrana Treccani, che nella sua versione online evidenzia il limite di Wikipedia: quest’ultima, diffusa e democratica, risulta non sempre affidabile come si converrebbe a un’enciclopedia.

Noleggiare un film. Molti anni prima dello streaming e della diffusione della tv via internet, per guardare un film prima che lo trasmettesse la tv l’unica strada era noleggiarlo in videocassetta. Ma il passaggio da Vhs al dvd (prima) e al bluray (dopo) con relativo salto tecnologico, non è bastato a tenere all’erta il settore del videonoleggio, che ha visto avvicinarsi la fine nel 2013, quando è fallito il gigante Blockbuster, la cui fondazione risaliva al 1985. Alcuni esperti però sono convinti che il suo grande errore è stato quello di non evolversi, come invece, per esempio, ha fatto Netflix: nato nel 1997 come servizio di noleggio di dvd online, in 20 anni si è completamente trasformato, fino a diventare il dominus della tv on demand nel mondo, con 125 milioni di utenti.

Fare la fila davanti alla cabina telefonica. Fino all’avvento dei cellulari, e anche un po’ dopo, le cabine telefoniche hanno fatto parte del nostro universo comunicativo. E spesso per poterle utilizzare era necessario attendere il proprio turno, anche a lungo. Ma la loro scomparsa è ormai ineluttabile: a Milano per esempio oggi ce ne sono 770, la metà di quante erano 5 anni fa. Che siano destinate a scomparire del tutto? Forse no: anche in Italia si stanno sperimentando le cabine telefoniche del futuro, con tanto di touch screen che offrono collegamento wi-fi nei dintorni e la possibilità di ricaricare un cellulare.

Aspettare lo sviluppo delle foto. Più che il boom delle fotocamere digitali è stato probabilmente quello degli smartphone a farci perdere l’abitudine di usare le pellicole fotografiche. L’anno della svolta è stato il 2012, quando la Kodak ha dichiarato fallimento, anche se in tempi più recenti la gloriosa azienda, fondata da George Eastman nel 1888, ha ripreso fiato prima lanciando uno smartphone “fotografico”, poi con una criptovaluta, il Kodakcoin. Non solo: nel 2017 Kodak ha annunciato di voler riprendere la produzione della linea Ektachrome, la pellicola amata da fotografi e registi cinematografici per la sua grana finissima e la sua ricchezza cromatica. Ma nell’epoca dei fotofonini è difficile pensare che stampe e negativi ci riconquistino in massa.

Perdere di vista i compagni di classe. “Insegna ancora il professor Rossi?” “E Bianchi, il primo della classe ha mantenuto le aspettative?”. Un tempo per risolvere i misteri di “che fine hanno fatto i compagni di classe”, l’unica possibilità era aderire a una rimpatriata scolastica. Poi è arrivato Facebook e le vecchie foto di classe hanno ripreso vita, anche se digitale e dei compagni di banco oggi sappiamo vita, morte e miracoli. Del resto lo scopo del social network di Zuckerberg al principio era proprio quello: sostituirsi all’annuario scolastico (che nei paesi anglosassoni si chiama appunto “Facebook”). E sembrerebbe che ci sia riuscito proprio bene…

Guardare una serie tv, senza spoiler. La programmazione televisiva prima della diffusione del web e dei social network aveva un altro ritmo: potevano passare anche mesi prima che una serie tv attraversasse l’oceano. E non c’era da preoccuparsi che qualcuno ci avrebbe rivelato chi aveva sparato a J.R. in Dallas. Oggi invecela diffusione degli spoiler è incontrollabile. Anche se non tutti i mali vengono per nuocere: secondo una ricerca di due psicologi dell’Università di California, gli spoiler non ci tolgono la voglia di seguire una storia, anzi. Sebbene la ricerca prenda in considerazione i libri e non le serie tv, si legge: “Gli scrittori usano la loro arte per rendere interessanti le storie, per impegnare i lettori e per sorprenderli, ma abbiamo scoperto che eliminare certe sorprese fa piacere le storie ai lettori anche di più. Lo spoiler può permettere loro di organizzare gli sviluppi, anticipare le implicazioni degli eventi e risolvere le ambiguità nel corso della lettura”

Passarsi i bigliettini in classe. Prima dell’avvento di Whatsapp, i messaggi tra i banchi di scuola circolavano spesso in forma di bigliettini e brevi note, scritte frettolosamente su un pezzo di carta. Metodo buono anche per far circolare le soluzioni ai compiti in classe. Era un processo rischioso, specialmente se un insegnante li prendeva in flagrante. Poi sono arrivati gli smartphone e i sistemi di messaggistica come Whatsapp, Telegram hanno mandato in pensione i “bigliettini”.

Leggere gli annunci di lavoro sui giornali. Prima di Linkedin e Monster.com e gli altri siti di job recruiting, il metodo principe per trovare lavoro era spulciare gli annunci pubblicati dai giornali, nelle pagine economiche. Seguiva invio del curriculum via posta ordinaria e l’attesa (spesso vana) di una risposta. Oggi l’operazione si fa in pochi clic, attraverso siti specializzati. Ma neppure la digitalizzazione garantisce che la risposta arrivi in ogni caso.

https://www.focus.it/cultura/curiosita/10-cose-che-non-fai-piu-da-avvento-internet-digitale

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North Sentinel Island: L’isola assassina nel Golfo del Bengala


L’isola in questione si chiama North Sentinel, ed è localizzata nel Golfo di Bengala, in India, insieme alle altre Isole Andamane. Si tratta di un’isola estremamente attraente dal punto di vista turistico: mare splendido, barriera corallina e folta vegetazione ne farebbero una meta ideale per chi si vuole concedere una vacanza di mare e relax… se non fosse per l’ostilità dei Sentinelesi, gli abitanti di questo magnifico posto i quali vivono totalmente isolati dal resto del mondo, rifiutando qualsiasi tipo di contatto o di aiuto e reagendo a ogni tentativo di approccio con atteggiamento aggressivo e bellicoso.

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Come vivono i Sentinelesi sulla “loro” North Sentinel? Nessuno lo sa con esattezza: non si è a conoscenza della loro lingua e delle loro abitudini, e nemmeno di come vivano il rapporto uomo / donna e di come entrino in relazione l’uno con l’altro. Quel che si sa, dalle poche osservazioni che è stato possibile fare, è che gli abitanti praticano la caccia e la pesca, e vivono in capanne comunitarie. Che sappiano appiccare il fuoco è stato dedotto da alcuni focolari intravisti proprio nella zona delle capanne; ma come lo sappiano appiccare, non è dato saperlo con maggiore certezza. Forse che utilizzino un metodo differente rispetto all’Homo Erectus?

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Di sicuro c’è che i Sentinelesi hanno più volte dimostrato di voler difendere a tutti i costi il loro territorio e la loro indipendenza: si vocifera che questa tribù abbia persino assassinato due pescatori intenti a pescare nelle acque attorno all’isola. Addirittura, a seguito dello Tzunami del 2004, un elicottero inviato dalle autorità sorvolò l’isola di North Sentinel per accertarsi che gli abitanti fossero sopravvissuti: la conferma fu data dall’ennesimo attacco di lance e frecce da parte dei Sentinelesi. Per questo motivo il governo indiano ha decretato il cessare di tutti i tentativi di avvicinamento all’isola di North Sentinel, sia per non far correre rischi agli inviati, sia per preservare l’esistenza della tribù.

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Gli ostili abitanti dell’isola sono presumibilmente privi di difese immunitarie anche solo verso le malattie da noi considerate come le più comuni, come raffreddore o tosse. Per cui basterebbe un minimo contatto per rischiare di essere intaccati da un batterio che possa causare la totale estinzione di questa specie umana: motivo per cui l’India ha deciso di tutelarne l’esistenza.

 

https://www.travel365.it/north-sentinel-isole-andamane.htm

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Il cambiamento climatico ci toglierà (anche) la birra


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NIENTE ORZO, NIENTE BIRRA
La birra è di gran lunga la bevanda alcolica più consumata al mondo. Ed è noto da tempo che la resa del suo ingrediente principale, l’orzo, è legata a stretto giro alle condizioni ambientali, ed è particolarmente suscettibile ad aumenti di calore e siccità. Nonostante ciò, fino a oggi nessuno aveva ancora valutato quantitativamente l’effetto di questi eventi climatici estremi sulla produzione e sulla disponibilità globale di birra. Gli autori di uno studio appena pubblicato, coordinati da Wei Xie, hanno simulato al computer cinque diversi scenari climatici futuri e ne hanno calcolato l’impatto sulle coltivazioni di orzo: ne è emerso che, a seconda della “gravità” dello scenario, le produzioni potrebbero diminuire dal 3 al 17 percento. Il che si tradurrebbe in una corrispondente diminuzione della disponibilità di birra e in un aumento del prezzo della bevanda, variabile a seconda dello stato economico e delle abitudini alimentari delle singole nazioni.
Una delle nazioni più colpite  sarebbe l’Irlanda, dove nel 2099 il prezzo di una pinta potrebbe aumentare tra il 43% e il 338%, a seconda della gravità dello scenario. Ma anche da noi c’è poco da star sereni: se le emissioni di gas serra non saranno drasticamente ridotte, correremo il rischio di pagare quasi quattro euro in più per una birra media. Oltre a quello di far estinguere la nostra specie.

 

 

https://www.repubblica.it/ambiente/2018/10/15/news/il_cambiamento_climatico_ci_togliera_anche_la_birra-209034609/

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Mimmo Lucano “in esilio”


“Vien dietro a me, e lascia dir le genti: sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti “.

Dante Alighieri.

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Sono stati revocati i domiciliari al sindaco Mimmo Lucano per il quale è arrivato però il divieto di dimora a Riace. Questa la decisione del Tribunale della libertà depositata nella serata di ieri, giorno stesso dell’udienza.

Il primo cittadino del piccolo comune calabrese era finito agli arresti domiciliari il 2 ottobre per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

 

 

http://www.ilroma.net/news/attualit%C3%A0/mimmo-lucano-esilio

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Che piaccia o non piaccia, la manovra è fatta.


17 ott - La manovra è fatta... la gente sembra molto insoddisfatta!

Ci sarà anche il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro” che dovrebbe portare un miliardo in 3 anni. Flat tax per gli autonomi al 15%. Sconti per start up create dagli under 35. Tagli di 7 miliardi a ministeri e immigrazione. Pace fiscale al 20% con tetto 100mila euro. Via la Fornero, pensioni a quota 100

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Roma, 16 ottobre 1943 il rastrellamento del Ghetto.


All’alba di sabato 16 ottobre 1943 a Roma  un centinaio di tedeschi catturarono 1022 ebrei tra cui circa 200 bambini. Caricati su un treno che due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, parte verso Auschwitz. Dei 1022 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna (Settimia Spizzichino). Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.

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Nel Ghetto, ma anche nel resto della città, i tedeschi caricano la gente sui carri. Roma addormentata assiste silenziosa alla tratta di. questa “povera carne innocante”. Gli arresti continuano a Trastevere, a Testaccio e a Monteverde. La gente di Roma, la Roma città aperta, guarda e non vuole credere ai suoi occhi, quando scopre che quell’ordine riservatissimo, partito qualche giorno prima da Berlino per “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei romani “mediante un’azione di sorpresa”, arrivato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS, viene davvero eseguito.

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Non ci possono credere. Non ci vogliono credere. Pensano ai 50 chili d’oro richiesti dai tedeschi in cambio della tranquillità, oro che con enormi difficoltà la comunità ebraica ha messo insieme e consegnato qualche giorno prima in Via Tasso. Pensavano che i tedeschi sarebbero stati di parola e che nessun atto di violenza  sarebbe stato compiuto contro di loro. Ed ora guardano quella “povera carne innocente” strattonata, mentre il sole comincia ad illuminare il cielo plumbeo di Roma, riflesso nei camion grigi fermi davanti alla case con il motore acceso. Camion che partono si portano via più di mille persone senza colpa. Partono nel silenzio atterrito di chi è riuscito a scappare in tempo ed ora guarda nascosto il fratello, la madre, l’amico che parte. Partono quei camion, viaggiano nel mattino romano, vanno verso Via della Lungara, entrano nel Collegio Militare di Palazzo Salviati. Restano lì per ore interminabili, mentre fuori la gente passa distratta, persa nei fatti suoi, in questa Roma abbandonata dal Re vigliacco, aperta per davvero, ma ai soprusi di bestie senza cuore e senza anima.

Dentro, si sente la voce di qualche madre e il pianto di qualche bambino. Ma tutto è tranquillo, ordinato, mentre i soldati preparano il viaggio di questa “povera carne innocente”, di quest’umanità senza futuro che parte: carne da macello, bestiame pronto per l’olocausto. Vanno via, verso la stazione Tiburtina, silenziosi e senza forza, caricati dolcemente e con ordine su un convoglio di 18 carri bestiame. Bestiame pronto per la Soluzione finale. Partono muti e con gli occhi senza luce, verso un viaggio senza ritorno, in una livida giornata di un ottobre romano di tanti anni fa. Partono per non tornare, mentre intorno il venticello romano soffia, sempre più forte. Un vento che soffia e che cresce, un urlo straziante che si perde nella notte dell’uomo.

Un urlo che ancora si sente distintamente: a Roma, in Italia e in tutto il mondo. Ogni giorno. Ogni notte.  Anche oggi.

 

 

http://www.focusonisrael.org/2010/10/16/deportazione-ebrei-roma-16-ottobre-1943/

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Obiettivo fame zero


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820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2017, un male che uccide più dell’aids e della tubercolosi. Di queste, il 70 per cento vive in aree rurali e lavora in agricoltura, mentre il 45 per cento delle morti infantili è dovuto alla denutrizione. Il paradosso, dunque, è che una persona su nove versa in questa situazione nonostante sulla Terra si produca cibo a sufficienza per tutti.

Degli 820 milioni di persone a rischio fame il 60 per cento è donna, mentre 151 milioni di bambini con meno di cinque anni soffrono di rachitismo. Al contempo, oltre un quarto della popolazione mondiale (1,9 miliardi di persone) è in sovrappeso e ogni anno in 3,4 milioni perdono la vita per problemi legati all’obesità. Altri due aspetti contribuiscono ad aggravare il quadro: un terzo del cibo prodotto nel mondo va perduto o sprecato, e il 6 per cento delle emissioni di gas serra è provocato dagli sprechi alimentari  che conferiscono nelle discariche.

Fame e sviluppo rurale, oltretutto, sono strettamente connessi al fenomeno migratorio. L’obiettivo deve essere quello di fare della migrazione una scelta, non una necessità, per massimizzare gli impatti positivi e ridurre al minimo quelli negativi. In molte situazioni ha senso facilitare la migrazione e aiutare i futuri migranti a superare i vincoli che potrebbero affrontare, consentendo loro di sfruttare le opportunità offerte dalla migrazione. Allo stesso tempo, significa anche offrire interessanti opportunità alternative ai futuri migranti rurali, non da ultimo promuovendo lo sviluppo nelle aree rurali o nelle loro vicinanze.

C’è poi l’aspetto della migrazione internazionale, sulla quale da anni si concentra il confronto politico; e invece la migrazione interna rappresenta un fenomeno significativamente più ampio: oltre un miliardo di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo si sono trasferiti all’interno del loro Paese, con l’80 per cento delle mosse che riguardano un’area rurale.

 

 

https://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/giornata-mondiale-alimentazione-2018

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Un anno dopo


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Un anno fa (il 16 ottobre del 2017) Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese, veniva uccisa. L’autobomba e l’inchiesta della polizia, ferma al palo, sottolineano, se ve ne fosse bisogno, il modo strano e anomalo in cui è stata trattata, in vita e in morte, una giornalista che ha messo il dito nella piaga della corruzione e della malapolitica, scoperchiando il mare magnum del traffico di carburante, di droga, di denaro e di evasione fiscale che attanaglia la piccola isola di Malta e passa per uffici finanziari e bancari. Un Paese che sta in Europa, accetta le regole fiscali dell’Unione e poi attira investitori e imprenditori con una tassazione al 5%. Una sorta di hub per il denaro di dubbia provenienza.

 

http://www.giustiziaeinvestigazione.com/daphne-caruana-galizia-un-anno-dopo/

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Cinquant’anni di sport ribelle: dai pugni alzati di Messico ’68 agli atleti in ginocchio contro Trump


Il 16 ottobre 1968 la protesta approda alle Olimpiadi. Nel mondo non si sono ancora spenti gli echi del Maggio francese, della Primavera di Praga, delle lotte per la decolonizzazione, di quelle per i diritti civili e anche lo sport si apre alle tensioni e alle utopie che attraversano la società. Sono due velocisti statunitensi, Tommie Smith e John Carlos, e una ginnasta ceca, Vera Cáslavská, a ricordare al mondo che, fuori dagli stadi e dai palazzetti di ‘Messico ‘68, il mondo è scosso da un terremoto.

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Cinquant’anni dopo lo sport continua a essere un palcoscenico dove parlare di diritti civili, politica, antirazzismo, diritti dei più deboli. Dalle proteste degli atleti americani contro le violenze della polizia ai danni della comunità nera ai gesti in favore dei migranti; dalle prese di posizione contro le dittature fino alle utopie che prendono forma su un campo da gioco: ecco quando lo sport ha saputo incarnare le istanze di cambiamento

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https://video.repubblica.it/sport/cinquant-anni-di-sport-ribelle-dai-pugni-alzati-di-messico-68-agli-atleti-in-ginocchio-contro-trump/316893/317522?video&ref=RHPPBT-BS-I0-C6-P7-S1.6-T1

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La donna che gira il mondo in bici e raccoglie storie per salvare il Pianeta


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Devi Lockwood è una ragazza con un sogno: salvare il pianeta dai  cambiamenti climatici.  Una missione che ha deciso di portare a termine in maniera bizzarra, facendo una scelta di vita molto radicale: girare il mondo in bici per raccoglie storie positive per il Pianeta da mettere sul suo blog. Un modo, attraverso lo “storytelling”, per sensibilizzare le persone sui rischi che stiamo correndo. Questa ragazza di americana di 23 anni (è nata a Boston il 23 settembre 1993), sorridente e ottimistasi è  laureata ad Harvard in “Folclore e Mitologia”, e da quando ha iniziato il suo tour per narrare i cambiamenti climatici e l’acqua ha già attraversato tutti gli Stati Uniti e l’Oceania. Ha raccolto 1.001 racconti (dei quali 441 in formato audio) poi pubblicato sul suo blog BIKE ONE YEAR. Storie come quella di un gruppo di pinguini, in Nuova Zelanda, che dopo mesi trascorsi in un centro di riabilitazione, sono entrati di nuovo in contatto con l’acqua e con la natura selvaggia. Oppure la storia di Devorah, 21 anni, che vive a Labasa, nelle isole Fiji, dove si è trasferita provenendo da Suva, la capitale. Aspettava un bambino e non era sposata, una condizione che il padre, un pastore metodista, non poteva accettare: da qui la decisione di trasferirsi e di occuparsi della vita delle piante. E ancora, Sue Cooke, un artista che vive in Antartico e compone, sul territorio e dal vivo, opere sullo scioglimento dei ghiacci in seguito al surriscaldamento del Pianeta.

 

 

http://www.nonsprecare.it/come-sensibilizzare-sui-cambiamenti-climatici-devi-lockwood?refresh_cens

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Sunita Narain, l’ambientalista che in India si batte per modelli di sviluppo più ‘green’.


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Vive in uno dei Paesi più inquinati del mondo e proprio per questo ha deciso di dedicare la propria vita alla promozione dello sviluppo sostenibile.Un’impresa decisamente ardua se lo Stato in questione è l’India, eppure l’ambientalista Sunita Narain ha deciso di non darsi per vinta, compiendo milioni di chilometri per studiare, ad esempio, la gestione delle foreste e il loro mantenimento. Quello dell’inquinamento è un problema con radici profonde. In India, ad esempio, secondo Sunita Narain non è solo imputabile a una politica locale poco lungimirante, ma anche agli effetti che ha la globalizzazione sui Paesi in via di sviluppo. L’attivista, infatti, ritiene che i paesi occidentali e le loro economie basate sui combustibili fossili siano la causa di questa crisi ambientale evidenziata dai cambiamenti climatici. Dipendenza dal carbone che è stata adottata anche in India, dove forme di approvvigionamento energetico green (tranne rarissime eccezioni) sono ancora molto rare. Per questa ragione, con l’obiettivo di portare avanti la sua battaglia, l’attivista ha fondato una Ong, denominata Centre for Science and Environment (CSE) che oggi dirige a New Delhidirige.

Negli anni il suo attivismo, animato da una passione perpetua, le ha permesso di guadagnarsi la ribalta internazionale, tanto da essere inserita tra le persone più influenti del mondo dalla rivista Time. Oltre a questo riconoscimento, Sunita Narain ha contribuito anche alla buona riuscita di “Before the Flood”, il documentario dedicato alla salvaguardia del pianeta a firma Leonardo Di Caprio. Nella pellicola, infatti, l’attore e l’ambientalista dialogano prendendo in esame possibili soluzioni per diffonderemodelli di sviluppo sempre più sostenibili. A tal proposito Sunita sostiene a più riprese che l’India dovrebbe costruire un percorso di crescita autonomo invece di imitare i paesi più ricchi. L’obiettivo deve pur sempre essere lo sviluppo, affinché si possa diffondere il benessere, ma è indispensabile farlo in modo diverso perché, di questo passo, si rischia nel lungo periodo di ottenere il risultato contrario.

 

 

http://www.nonsprecare.it/sunita-narain-ambientalista-india

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Tempi amari per la zucchero italiano.


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Tempi amari per lo zucchero italiano. Interventi urgenti oppure è a rischio la sopravvivenza della produzione di zucchero. Lo sostiene Coldiretti che accoglie, ovviamente positivamente, la richiesta dello stato di crisi nel settore dello zucchero che l’Italia si appresta a chiedere alla Commissione europea durante il Consiglio agricoltura, in programma domani, lunedì, a Lussumburgo.
Da una parte il consumo nazionale è arrivato a oltre 1,7milioni di tonnellate; dall’altra la produzione interna è bloccata su 300mila tonnellate. Negli ultimi anni sono stati chiusi ben 16 zuccherifici su 19 azzerando l’84% del potenziale industriale nazionale ed entro il 2018 un altro stabilimento dovrebbe cessare l’attività.
Ora il drastico calo del prezzo dello zucchero sta generando un forte impatto negativo che mette a rischio anche la produzione tricolore rimasta, in una situazione di sostanziale colonizzazione straniera. Accanto alle necessarie misure di politica comunitaria urge ancor più la creazione di contratti di filiera con i grandi utilizzatori dello zucchero basati su una maggiore equità e sostenibilità sociale, conclude Coldiretti.

 

 

 

https://www.teleborsa.it/News/2018/10/14/tempi-amari-per-la-zucchero-italiano-rischia-di-scomparire-chiesto-lo-stato-di-crisi-11.html#.W8NRiHszYdU

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Umanità? Sostantivo impopolare


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Prima si aboliscono le parole, poi le persone che difendono quelle parole, poi si cancella il concetto che descrivono. Sta andando così per “umanità”. Nel decreto Salvini sui migranti è cancellata la protezione umanitaria per chi fugge da guerre e persecuzioni, e solo da quelle, perché i cosiddetti migranti economici non devono permettersi di mettere a rischio la nostra prossima compera su Amazon (ma cristosanto: ma gli italiani in giro per il mondo non scappavano pure loro dalla fame?). Poi è arrivato l’arresto del sindaco di Riace, uno che meriterebbe il Nobel per la Pace, un caso di scuola che andrebbe studiato se solo questi laureati all’università della vita avessero confidenza con la pratica di alfabetizzare corpo e anima. Colpevole di umanità e subito deriso da quello che aveva abolito la protezione di cui sopra. Un circolo vizioso di cattivismo che però può diventare un embrione di rinascita, un seme, molto più che le parate difensive in piazze di partito più o meno piene. L’umanità è prepolitica. Mimmo Lucano e la sua storia sono un discrimine. Di umanità, appunto. Perché la battaglia per ripristinare la parola è appena cominciata, e sarebbe un delitto combatterla divisi.

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La tenerissima coperta di Linus.


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Una politica che è tutta d’opposizione. Contro governi o giunte di sinistra, contro una vecchia leadership di partito (Bossi e i suoi) per Salvini o contro un intero sistema politico per il M5s, contro l’Europa, le multinazionali, la globalizzazione. Oppositori a tutto tondo,  più adatti a criticare che a governare:  in perenne campagna elettorale.

 

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Oggi Ilaria ha vinto. Oggi abbiamo vinto tutti noi.


Il muro del silenzio è crollato. Ilaria ha vinto. La verità, la giustizia hanno vinto.  Uno dei carabinieri imputati nel secondo processo per la morte di Stefano Cucchi ha raccontato il pestaggio del ragazzo da parte di due suoi  colleghi. Sono tutti indagati per abuso di ufficio e omicidio preterintenzionale. Vale a dire che volevano, sì, fare del male a Stefano, ma non pensavano di causarne addirittura la morte.

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In tanti devono chiedere scusa alla famiglia Cucchi. Nella Direttiva europea del 2012 sulle vittime di reato la parola “rispetto” o qualche suo derivato compare 29 volte. “Gli Stati membri assicurano che le vittime siano riconosciute e trattate in maniera rispettosa”, “di trattarle con dignità e in modo rispettoso e sensibile”, e via dicendo. Bene: Ilaria Cucchi e i suoi genitori troppo spesso in questi anni hanno subito un trattamento tutt’altro che rispettoso. Troppo spesso hanno dovuto ricordare a se stessi di non essere loro gli accusati, di non essere loro ad aver commesso qualcosa al di fuori della legge e del rispetto per il prossimo. Troppo spesso sono stati calunniati, guardati con dispregio, perfino querelati.

Ricordo, durante un momento di pausa da un’udienza del vecchio processo, un alto funzionario dello Stato – lì chiamato a testimoniare – trovarsi a passare accanto a Ilaria lungo il corridoio esterno all’aula bunker, alzare il naso all’aria, metter su una faccia sdegnata, guardare diritto davanti a sé quasi che lei non esistesse. Qualsiasi principio di pietà umana o solamente dibuona educazione (potrà scegliere lui tra i due, se mai si riconoscerà nella descrizione) avrebbe spinto chiunque a tendere la mano, a salutare, a esprimere dispiacere per la circostanza e per un fratello morto.

Non è la sola volta che tutto questo accade. Ricordiamo un sindacato di polizia battere le mani ai poliziotti assassini di Federico Aldrovandi e protestare sotto le finestre della madre colpevole di aver voluto sapere chi le aveva strappato il figlio diciottenne a calci. Ricordiamo la compagna di Aldo Bianzinotrattata come una criminale petulante e noiosa perché chiedeva quando avrebbe potuto rivedere Aldo e le veniva gridato che doveva aspettare l’autopsia.

Oggi Ilaria ha vinto. Oggi abbiamo vinto tutti noi. L’omicidio di Stefano Cucchi non è un delitto privato. È qualcosa che ci riguarda. Poiché Stefano è morto mentre era nelle mani di quello Stato che lo avrebbe dovuto custodire e che dovrebbe rappresentare ciascuno di noi. L’Italia delle persone per bene sta dalla parte di chi non usa la violenza, dalla parte dei tantissimi agenti onesti delle forze dell’ordine ma non dei disonesti. Non sta “sempre dalla parte di polizia e carabinieri, come recitano i tweet del nostro ministro dell’Interno. Questa Italia saluta oggi una grande pietra posta sul cammino della verità e della giustizia, in un processo che era diventato un simbolo contro l’omertà e gli abusi.

 

 

 

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/11/oggi-ilaria-cucchi-ha-vinto-e-la-cosa-riguarda-anche-noi/4686574/

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La Cina alla guerra del pesce


Dopo aver prosciugato i propri mari, Pechino spinge la sua flotta di pescherecci a sconfinare. E gli attriti coi i Paesi vicini salgono. Dietro ci sono anche mire espansionistiche e militari

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Decenni di pesca intensiva hanno progressivamente svuotato i mari cinesi. Spingendo il Dragone a una politica sempre più aggressiva di sconfinamenti nelle acque dei Paesi vicini e in alto mare.  Non si tratta di solo di un’attività “spontanea”, ma di “qualcosa organizzato e promosso dallo StatoI dati catturano l’entità del fenomeno. Nel 1979 il volume del pescato era pari a 4,7 milioni di tonnellate, nel 2003 era schizzato a  47 milioni di tonnellate. La Cina importa circa 1,1 milioni di tonnellate di prodotti ittici, mentre le esportazioni ammontano a 1,3 milioni di tonnellate. Secondo i dati del ministero dell’Agricoltura cinese, la flotta cinese impegnata nelle acque oceaniche ha aumentato il volume del pescato di quasi il 50 per cento negli ultimi cinque anni. Pechino promette di “contenere” le sue attività, adottando misure per proteggere l’ambiente. L’obiettivo indicato è di ridurre la pesca del 20 per cento entro il 2020, riducendo, al tempo stesso, il numero di pescherecci impiegati a 3mila unità.

La lista degli incidenti e delle frizioni che hanno visto protagoniste delle imbarcazioni cinesi è praticamente sconfinata. Nel marzo 2016, le unità di pattuglia argentine hanno affondato una barca da pesca cinese, la Lu Yan Yuan Yu 010, mentre tentava di fuggire in acque internazionali dopo aver presumibilmente pescato illegalmente al largo della costa della città argentina di Puerto Madryn. Un episodio simile, con tanto di rocambolesco inseguimento di una imbarcazione cinese, la Jing Yuan 626, si è ripetuto nel marzo di quest’anno. Nel novembre del 2016, la guardia costiera della Corea del Sud ha aperto il fuoco su due pescherecci cinesi che avevano minacciato di speronare un’imbarcazione di pattuglia nel Mar Giallo nei pressi di Incheon.

Fino a pochi decenni fa, la pesca in alto mare era resa impossibile dalle difficoltà tecniche che essa comporta, oggi questi “ostacoli” sono largamente superati. Oggi non solo navi cinesi, ma anche di Taiwan, scaricano quantità colossali di plastica. E le previsioni sono funeste: entro il 2050 ci sarà più plastica che pesce negli oceani del mondo.

 

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/la-cina-alla-guerra-del-pesce

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La strage dei pedoni: in strada ne muoiono 4 volte più degli automobilisti


Nel 2017 in Italia, i 174.933 incidenti stradali totali hanno causato 600 morti e 21.125 feriti solo tra i pedoni. Una strage. In aumento, perché nel 2016 i morti sono stati 570 (leggero calo dei feriti, erano 21.155). Tutti dovremmo sentirci poco tranquilli leggendo questi numeri.

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Un altro dettaglio importante da evidenziare. Dei 600 pedoni morti nel 2017, ben 145 (il 24%) sono deceduti per “cause riferibili ai pedoni“, come scrive l’Istat; i feriti sono stati 4.750 su 21.125 (22%). Cioè perché i pedoni stessi avevano fatto qualcosa di contrario alle norme del Codice della strada o comunque un’azione talmente imprudente da causare l’incidente.

L’unica azione efficace per ridurre queste e altre sciagure della circolazione è l’aumento consistente e sistematico delle pattuglie in strada. Autovelox e compagnia bella non impediscono all’ubriaco di guidare dopo aver bevuto, al distratto di usare il telefonino al volante, all’autista “cotto” di fermare l’autobus per cambiare turno, allo scellerato di scambiare la strada per una pista.

Servono invece agenti ben equipaggiati e addestrati e in numero adeguato, assistiti da centrali operative altrettanto ben fornite in personale e mezzi, dove si sfruttino tutte le possibilità offerte dalla tecnologia attuale in fatto di videosorveglianza e calcolo informatico. Per fare tutto ciò serve denaro, un fiume di denaro. Ma con tutte le tasse che gravano sull’automobile siamo stufi di sentire questa scusa. Vogliamo che i nostri soldi vengano usati per proteggere e facilitare la nostra vita, non per riempire le tasche di chi vive alle nostre spalle. Ad esempio cominciamo ad usare in modo pertinente almeno il 50% delle colossali somme incassate dalle multe (1,67 miliardi di euro nel solo 2017 per i comuni), come prescrive il Codice della strada all’articolo 142.

 

 

http://www.autoblog.it/post/927317/incidenti-stradali-mortali-la-strage-dei-pedoni

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10 ottobre ‘Giornata Sfratti Zero’.


Questo hanno prodotto, non solo una vasta precarietà, ma anche un modello sociale che ha creato divisioni tra i soggetti sociali e razzismo facendo in modo di imporre una cultura che afferma che il nemico è colui che ha i tuoi stessi bisogni. Più i diritti venivano limitati o azzerati più il nemico è diventato colui come te senza lavoro o senza casa

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Ogni anno 65/70 mila famiglie subiscono sentenze di sfratto, nel 90 per cento motivata da morosità. Ogni anno oltre 35.000famiglie sono sfrattate con l’uso della forza pubblica. Sono 650.000 le famiglie collocate nelle graduatorie per una casa popolare, alle quali non viene data nessuna risposta concreta. 

Ogni anno decine di migliaia di lavoratori e pensionati sono costretti ad andare in sofferenza nel pagamento dei mutui per l’acquisto della prima casa e migliaia ogni anno si vedono espropriati dalle banche della loro casa.

Il 10 ottobre 2018 si svolge la VII Giornata Nazionale Sfratti Zero, una giornata di lotta e di iniziative in decine e decine di comuni non solo dedicata alla denuncia e al contrasto della precarietà abitativa ma una giornata che si collega direttamente ai lavoratori, ai precari, ai pensionati, perché non c’è diritto alla casa senza il diritto al lavoro.

Oggi il lavoro e le politiche abitative non sono al centro dell’Agenda politica e amministrativa di Governo, Regioni e Comuni che continuano a perseguire politiche economiche oppressive delle condizioni di vita in tutti gli aspetti. E’ il momento di rilanciare con forza una iniziativa che unifichi tutti i percorsi e i soggetti costretti alla precarietà.

http://www.pisorno.it/unione-inquilini-10-ottobre-giornata-sfratti-zero/

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Il Nobel vinto da tre donne.


Il Nobel per la Pace assegnato a Nadia Murad, per la Fisica è stata premiata  Donna Strickland  e per la  Chimica Frances Arnold. Manca ancora l’assegnazione del premio Nobel per l’Economia, che verrà annunciato lunedì.

Tre donne sono certamente una eccezione per un premio che è sempre stato dominato dalla presenza maschile. In 118 anni di storia, da quando venne assegnato per la prima volta nel 1901, il Nobel è andato solo 50 volte a una donna e 844 volte a un uomo.

Il campo in cui la presenza femminile è stata più forte è il premio per la Pace. Anche in questo caso la speciale commissione che viene nominata dal parlamento norvegese ha scelto però solo sedici volte una donna. Quattordici sono state le vincitrici del Nobel per la Letteratura (che per quest’anno è stato sospeso).

La presenza femminile tra i Nobel appare in aumento nel tempo. Negli ultimi dieci anni, dal 2009 al 2018, le premiate sono state sedici; nel decennio precedente, tra il 1999 e il 2008, erano state sei e dal 1989 al 1998 sette.

http://www.lastampa.it/2018/10/06/societa/il-nobel-mai-stato-vinto-da-tre-donne-nello-stesso-anno-prima-dora-ke2dKBhD3GgnRH9v72nuNN/pagina.html

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Nadia Murad Nobel per la Pace 2018.


La battaglia di Nadia Murad, personale e di divulgazione al mondo di quello che ha significato in termini di violenze il regime dell’Isis, vede oggi il riconoscimento del Nobel per la pace. La Murad,  è un simbolo delle sofferenze al limite del genocidio subite della sua comunità, gli yazidi, considerati dal Califfato adoratori del diavolo.

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A vent’anni aveva il sogno di truccare e pettinare le spose, e di aprire, magari dopo gli studi, un proprio salone di bellezza. Invece nel 2014 i miliziani dell’Isis sono arrivati a Kocho, il villaggio dove abitava nell’Iraq settentrionale, hanno ucciso gli uomini, fatto scomparire le donne anziane e rapito lei con altre ragazze e bambini. Divenuta schiava sessuale e provando sulla sua pelle l’ignobile orrore dello stupro come arma di guerra, Nadia è poi miracolosamente riuscita a scappare. Mentre era prigioniera, la ragazza é stata continuamente umiliata, brutalizzata, stuprata anche in gruppo: un inferno che sembrava senza fine e che ha minato la sua mente e il suo corpo, ma non ha distrutto la sua dignità, né il suo istinto di sopravvivenza, anche se più di una volta ha invocato la morte come unica fonte di liberazione.

Nemmeno la paura della ritorsione l’ha fermata. Un coraggio, il suo, che l’ha portata a chiedere aiuto bussando a una porta a caso mentre Mosul era piena di terroristi: Nadia quegli uomini senza onore né anima li ha di fatto sfidati e li ha vinti, ed è riuscita a salvarsi ricongiungendosi con quello che resta della sua famiglia. Diventata ambasciatrice di buona volontà delle Nazioni Unite (ha vinto anche tra gli altri il premio Sakharov 2016 e Donna dell’anno 2016) la giovane persegue con tenacia il duplice obiettivo di divulgare il più possibile lo sterminio di migliaia di yazidi e di veder processati i suoi aguzzini come Abu Omar, il famigerato Barba Bianca. Una prima vittoria l’ha già ottenuta, con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha istituito un team investigativo per raccogliere le prove dei crimini dell’Isis.

 

 

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/10/05/chi-e-nadia-murad-nobel-per-la-pace-2018-la-yazida-che-ha-sconfitto-lisis-_bad59527-0d5c-40d8-9430-d1ee463a0289.html

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Un secolo fa le vittime dei naufragi erano italiani emigranti in America


 Le pessime condizioni delle imbarcazioni utilizzate per trasportare la “tonnellata umana”, come veniva chiamato il carico di emigranti, anche un secolo fa provocavano spesso sciagure come quella avvenuta al largo della Libia: 576 italiani (quasi tutti meridionali) morti il 17 marzo 1891 nel naufragio dell'”Utopia” davanti al porto di Gibilterra; 549 morti (moltissimi dei quali italiani) nella tragedia del “Bourgogne” al largo della Nuova Scozia il 4 luglio 1898; 550 emigrati italiani vittime, il 4 agosto 1906, del naufragio del “Sirio” in Spagna; 314 morti (secondo la conta ufficiale, ma per i brasiliani le vittime furono più di 600) nel naufragio della “Principessa Mafalda” il 25 ottobre 1927 al largo del Brasile.

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Proprio quella della “Principessa Mafalda” è la peggior sciagura che abbia mai colpito gli emigranti italiani. Varata il 22 ottobre 1908 ed entrata in servizio il 20 marzo 1909, era l’ammiraglia della flotta del Lloyd italiano (assorbito poi nel 1918 nella Navigazione Generale Italiana) e il più prestigioso piroscafo tricolore, invidiato dalle compagnie di navigazione del resto d’Europa sia per i lussuosissimi arredi della prima classe, sia per il salone delle feste esteso, per la prima volta nella storia della navigazione, in verticale su due ponti. E anche la terza classe era stata concepita in modo innovativo, con ampi stanzoni muniti di servizi igienici capaci di ospitare fino a 1.200 passeggeri, generalmente migranti. In occasione dell’ultimo viaggio prima del disarmo e dello smantellamento, la nave partì da Genova l’11 ottobre 1927 con a bordo 1.259 persone, tra le quali diversi migranti siriani ma soprattutto numerosi emigranti piemontesi, liguri e veneti. Il piroscafo, che secondo la società armatrice era in perfette condizioni, in realtà non era più considerato sicuro dagli addetti ai lavori dopo vent’anni di scarsa manutenzione e di usura. Tanto che, solo nel tratto di Mediterraneo verso Gibilterra, la nave subì 8 guasti ai motori, uno alla pompa di un aspiratore, uno all’asse dell’elica di sinistra, uno alle celle frigorifere.

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Dopo una navigazione relativamente tranquilla nell’Atlantico, e nonostante il comandante, a causa di continue vibrazioni al motore di sinistra, avesse inutilmente chiesto alla compagnia di trasbordare i passeggeri su un altro transatlantico, il 25 ottobre la nave era a 80 miglia al largo della costa del Brasile, tra Salvador de Bahia e Rio de Janeiro. La “Principessa Mafalda” procedeva a velocità ridotta e visibilmente inclinata verso sinistra, quando alle 17.10 venne percepita una forte scossa: l’asse dell’elica sinistra si era sfilato e, continuando a ruotare per inerzia, aveva provocato un enorme squarcio nello scafo. E l’acqua, dopo aver allagato la sala macchine, invase anche la stiva poiché le porte stagne non funzionavano correttamente.

Lanciato l’SOS, le navi accorse si fermarono però a distanza temendo che la caldaia del piroscafo italiano potesse esplodere, e non fu possibile comunicare loro che il pericolo era stato scongiurato aprendo le valvole del vapore perché l’unico generatore di corrente presente a bordo era stato danneggiato dall’acqua impedendo così l’uso del telegrafo. Poco dopo le 22, quando la nave restò completamente al buio, a bordo scoppiò il panico: il capitano fece calare le scialuppe di salvataggio, ma a causa dell’inclinazione a sinistra quelle di dritta colpirono lo scafo andando in pezzi. Di quelle calate in mare, molte erano danneggiate e imbarcavano acqua; altre vennero prese d’assalto e si ribaltarono. Molti passeggeri si tuffarono cercando di raggiungere a nuoto le navi di soccorso, e alcuni di loro vennero divorati dagli squali; mentre altri si suicidarono, sparandosi pur di non morire annegati.
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Secondo i dati ufficiali forniti dalle autorità italiane (le quali – si era in pieno regime fascista – minimizzarono il disastro, parlando inizialmente di poche decine di vittime solo tra l’equipaggio) i morti furono 314, ma i sudamericani diedero un numero di morti più che doppio, ben 657. Ancor oggi, però, non è chiaro quanti furono i migranti italiani che persero la vita a bordo del “Titanic italiano”, una carretta del mare sulla quale si erano imbarcati sognando un futuro migliore.

 

 

http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/sicilia/un-secolo-fa-le-vittime-dei-naufragi-erano-italiani-emigranti-in-america_2106975-201502a.shtml

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Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione.


Dal 2014 hanno perso la vita nel Mediterraneo oltre 17mila migranti. A settembre 2018 sono 8 morti al giorno, un migrante su 5 che provano la traversata

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Sono passati cinque anni dalla tragedia del 3 ottobre del 2013, quando al largo dell’isola di Lampedusa 368 migranti persero la vita in uno dei più tragici naufragi avvenuti dall’inizio delle ondate migratorie degli ultimi anni, ma nel mar Mediterraneo si continua a morire. Da gennaio 2014 al 20 settembre scorso sono stati oltre 17mila i migranti che hanno perso la vita o che risultano dispersi nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Lo ricorda Fondazione ISMU in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione[1], che si celebra il 3 ottobre. Nonostante nel corso dell’ultimo biennio ci sia stato un considerevole calo degli sbarchi di migranti sulle coste europee rispetto agli anni passati, dovuto soprattutto agli accordi con la Turchia prima e con la Libia successivamente, il tasso di mortalità è aumentato. Infatti, le traversate sono sempre più pericolose e le operazioni di ricerca e soccorso in mare ad opera delle navi delle Ong hanno subito diverse restrizioni di tipo legale e logistico. Secondo le stime dell’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, più di 1.600 migranti hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il Mediterraneo nei primi nove mesi del 2018, 21 persone ogni mille sbarcati. In particolare, nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia diretti in Italia è salito a un morto ogni 14 persone, rispetto a un decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017.

L’articolo 1 della legge 21 marzo 2016, n. 45, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n.76 del 1° aprile 2016, ha istituito la ricorrenza della “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”, per ricordare chi “ha perso la vita nel tentativo di emigrare verso il nostro paese per sfuggire alle guerre, alle persecuzioni e alla miseria”.

 

http://www.vita.it/it/article/2018/10/03/oggi-giornata-in-memoria-delle-vittime-dellimmigrazione/149196/

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Aznavour e la sua Armenia.


La casa di Charles Aznavour a Erevan ha la vista sul Monte Ararat, quello che segnò la fine del Diluvio Universale sostenendo il peso dell’Arca di Noè. Luogo caro agli ebrei, segnati nella storia del secolo scorso dal più grande genocidio della storia, così come lo erano stati gli armeni qualche anno prima della Soluzione Finale.  Uno sterminio voluto da un gruppo di ufficiali nazionalisti turchi, che fecero fare il lavoro sporco ai curdi per non avere troppi imbarazzi: tipico di ogni impero multietnico come lo era quello ottomano. Secondo alcune stime i morti furono un milione e mezzo, ma è impossibile dare cifre certe.

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La storia personale di Aznavour iniziava proprio con quella orribile strage, e la fuga dei superstiti in ogni angolo d’Europa e del mondo. Proprio come gli ebrei. Lui non era ancora nato, ma sua madre gli trasmise in quel di Parigi dove si era rifugiata con il padre, armeno anche lui, due cose. La prima il senso dell’identità, per cui si possono avere due patrie ed essere fedeli a entrambi; la seconda il senso di una presenza cupa di violenza e dolore che pervade le esistenze. Forse è per questo che lui, Aznavour, una piega amara nell’espressione l’ha sempre mantenuta, anche se per sua stessa ammissione la parte piacevole della vita non gli era per nulla estranea. Francese e armeno, tutta la vita senza concessioni alle facili argomentazioni dei sovranisti per cui sei una cosa o dei un’altra: l’animo umano è troppo stretto per comprendere due continenti.

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Ora, non è che Aznavour abbia fatto una bandiera della sua doppia identità culturale. Parlava francese (e altre quattro lingue) ed in francese cantava. Ma soprattutto dopo il 1989, quando il crollo dell’Urss fece scoprire agli occidentali l’altra metà del mondo scongelando antiche culture e vecchie rivalità, sentì la voce dell’altra metà dell’Io che lo chiamava suadente come se stesse cantando ” Devi Sapere”. “La dignità devi salvare / malgrado il male che senti … ”. Sarà stata anche una canzone d’amore del 1962, ma sembrano le sensazioni di qualcuno a cui la Storia torna addosso, tutta in una volta con il suo peso schiacciante.Le vicende dell’Armenia da quel momento diventano quasi un’ossessione, come se lui, scampato al massacro, cercasse di farsi perdonare da chi non era riuscito a mettersi in salvo.

In realtà l’impegno risale a poco tempo prima: era il 1988 – piena era gorbacioviana, quando nessuno nemmeno immaginava cosa sarebbe successo di lì a pochi mesi – e  la Repubblica Sovietica d’Armenia venne sconvolta da un terremoto. Venticinquemila morti, forse il doppio, intere città distrutte e Gorbaciov in persona che si deve umiliare a chiedere aiuto all’America di Ronald Reagan. Lui canta (in francese) “ Pour toi Armenie”, e la fa interpretare a 90 suoi colleghi di ogni cultura e lingua. I proventi serviranno alla ricostruzione. Lui ha ritrovato la sua prima casa. Parafrasando un libro che ha fatto conoscere all’Italia il massacro degli armeni, la sua prima masseria.  Il salto di qualità, comunque, viene spiccato quando l’Urss già non esiste più: l’Armenia è indipendente da appena un anno e si scatena la guerra con il vicino Azerbaigian, a causa di un’enclave in territorio azero chiamata Nagorno Karabakh. Di nuovo, come settant’anni prima, l’incubo della pulizia etnica. Lui, senza dire niente a nessuno, paga il biglietto per fuggire in Occidente a migliaia di persone. Un ponte aereo privato.

A Erevan non se lo dimenticano: lo nominò rappresentante permanente presso l’Unesco, poi ambasciatore in Svizzera (lui vi vie per alcuni anni; si dice anche a causa di problemi con il fisco francese, ma l’uomo è essere molto complicato, alle volte), poi “eroe nazionale”. Gli intitolano una piazza: è l’immagine dell’Armenia nel mondo e al tempo stesso quella di una identità nazionale che non ha bisogno del nazionalismo per affermarsi. Anche se la lingua prediletta resta sempre quella, il francese.Una lingua, per l’appunto, imparata da piccolo, armeno errante, sulle strade di Parigi vivendo la condizione  psicologica (ancora una volta la  Masseria delle Allodole di Antonia Arslan di chi cerca “il caldo nido di una volta: non estranea, non ospite, ma passeggera in attesa di un treno di cui non conosco l’orario”. Forse è anche per questo che, quando nella Parigi occupata dai nazisti inizia la caccia all’ebreo, nelle tre stanze della casa degli Aznavourian (il vero nome della famiglia Aznavour) vivevano madre, padre, due figli e  11 uomini e donne in fuga dall’Olocausto. Due popoli, un unico dolore. Anche se lui, verso la fine della vita, annoterà con mestizia: “Mi duole molto che Israele non abbia riconosciuto il genocidio degli Armeni: fu quello il modello a cui i nazisti si rifecero per la Soluzione Finale degli Ebrei”.

 

https://www.agi.it/estero/aznavour_genocidio_armenia-4436596/news/2018-10-02/

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Prendili per la gola e poi… annientali!


In studi su uomini e topi, i patogeni hanno confuso un metallo (il gallio) con il ferro di cui si nutrono. Ma la sostanza, ingerita, si comporta come un cavallo di Troia.

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Durante le infezioni i superbatteri  hanno bisogno di ferro (26Fe) per nutrirsi e replicarsi, e lo sottraggono all’organismo ospite con ogni sorta di stratagemma. I ricercatori hanno allora pensato di nutrirli con gallio (31Ga), un metallo chimicamente affine al ferro che, tuttavia, non solo non è “nutriente”, ma è anche dannoso.

Questa sostanza distrugge infatti gli strumenti molecolari che i batteri impiegano per produrre nuovo DNA, e quindi per replicarsi. Senza nuovo codice genetico, i patogeni non possono moltiplicarsi, e l’infezione è debellata. Non solo: in test di laboratorio, i batteri hanno sviluppato resistenza al gallio molto lentamente, e l’efficacia del metallo è risultata potenziata in combinazione con alcuni antibiotici.

I risultati sono incoraggianti, ma occorreranno ulteriori studi per valutare efficacia ed effetti del trattamento. L’idea di combattere i batteri disturbandone le attività nutrizionali è di difficile applicazione, ma non è nuova: l’aveva proposta lo stesso Louis Pasteur, il microbiologo francese padre degli studi su immunità e vaccini, già nel corso del 1800.

 

https://www.focus.it/scienza/salute/batteri-resistenti-agli-antibiotici-pasto-avvelenato

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Ambiente e sviluppo sostenibile, ultima chiamata.


Se proseguirà l’attuale modello di sviluppo, circa la metà della popolazione mondiale soffrirà di mancanza d’acqua nei prossimi 25 anni, cioè 3,2 miliardi di persone su sette. gas di scarico prodotti dai combustibili fossili faranno aumentare l’effetto serra e la conseguenza è che le foreste continueranno a sparire.
E’ il rapporto, reso noto il 13 agosto, che le Nazioni Unite presenteranno al vertice sullo Sviluppo sostenibile di Johannesburg (26 agosto-4 settembre).

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CHI PAGA? – Il vero dilemma è: chi tira fuori i soldi per la protezione dell’ambiente, le risorse idriche, la diminuzione delle emissioni dei gas serra e per tutte le altre politiche per lo sviluppo sostenibile? In pratica: come conciliare le esigenze dei ricchi globalizzati (l’Occidente) e dei poveri localizzati (tutti gli altri)? Tenuto conto inoltre delle economie emergenti, nelle quali la percentuale di «ricchi globalizzati» aumenta sempre di più, e delle economie in recessione dei Paesi industrializzati dove chi vive sotto il livello di povertà non può più essere considerato un fatto statistico. Inoltre: come far progredire i Paesi più poveri senza inquinare ulteriormente il pianeta? Se ogni famiglia cinese e indiana possedesse un’automobile (400 milioni di veicoli in più), che fine farebbe l’atmosfera? D’altronde non si può negare loro il diritto di acquistarne una.
Un dato però è incontrovertibile: i Paesi industrializzati a Rio avevano rinnovato l’impegno (già assunto alla conferenza di Stoccolma del 1972) a versare lo 0,70% annuale del loro prodotto interno lordo per i piani di sviluppo delle nazioni più povere. A dieci anni di distanza solo Danimarca, Lussemburgo, Olanda, Norvegia e Svezia hanno mantenuto le promesse, mentre la media degli aiuti delle nazioni del primo mondo è dello 0,22%.Gli Stati Uniti sono allo 0,11%. Bush ha annunciato un aumento degli aiuti americani del 50% (5 miliardi di dollari) a partire dal 2004, ma ciò porterà il contributo a solo lo 0,17% del pil Usa. L’Ue aumenterà il proprio contributo di 7 miliardi di dollari dal 2006, portando la percentuale allo 0,39% del pil europeo.

A RISCHIO FALLIMENTO
 – A Johannesburg quindi «lo sviluppo sostenibile» coinvolge molti aspetti cruciali dell’inizio del XXI secolo e non solo l’emergenza ambientale. Proprio per questo motivo i rischi del fallimento del vertice sono elevati.

https://www.corriere.it/speciali/sviluppo_sostenibile/

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Discarica di Bussi, disastro ambientale impunito


Mega discarica abusiva di rifiuti di Bussi sul Tirino (Pescara), la Cassazione ribalta la sentenza. Il disastro ambientale resta impunito.  Quattro imputati assolti “per non aver commesso il fatto” e sei posizioni cadute in prescrizione relative al reato di disastro ambientale colposo aggravato

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Per quasi quarant’anni lo stabilimento Montedison di Bussi sul Tirino, esteso su 17 ettari, ha avvelenato acqua e suolo per un totale di 500mila tonnellate. Nel 2014, in primo grado, la Corte d’assise di Chieti, il 19 dicembre, aveva assolto gli imputati “perché il fatto non sussiste” dal reato di avvelenamento delle acque, e dichiarato il non doversi procedere per prescrizione per il reato di disastro ambientale, derubricato da doloso in colposo.
La Corte d’assise d’appello dell’Aquila, invece, il 17 febbraio 2017, condannò 10 imputati su 19 a pene tra i 2 e i 3 anni, dopo un ricalcolo dei termini relativi al reato di disastro, per il quale non si ritenne intervenuta la prescrizione. Il reato di avvelenamento colposo delle acque, invece, venne dichiarato prescritto.

 

 

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/09/28/news/discarica_bussi_cassazione-207632005/

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Russia, il pianista sull’Oceano di rifiuti: un concerto per salvare il pianeta


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Si chiama ‘Breath of the Planet’ il progetto di sensibilizzazione ai problemi ambientali a cui il pianista russo Pavel Andreev ha partecipato con una performance singolare. Invece di tenere un concerto in un posto meraviglioso per invitare la gente a fare attenzione al mondo che rischiamo di distruggere con troppi rifiuti, ha scelto come location della sua esibizione una immensa discarica a San Pietroburgo. Un pianoforte a coda è stato posizionato tra le montagne di rifiuti con i gabbiani che si alzano in volo mentre una gru scarica altra spazzatura. Lo smaltimento dei rifiuti è diventato un argomento ampiamente discusso in Russia l’anno scorso e il fetore di una discarica nella regione di Mosca ha causato continue proteste tra la popolazione locale.

 

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