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Un mare di alberi.


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Rotterdam è la città olandese che detiene il porto più grande ed importante d’Europa. E proprio qui è stato realizzata una vera e propria foresta galleggiante, che la abbellisce in modo ecosostenibile.

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Il progetto dell’artista Jorge Bakker ha portato all’installazione di alcuni olmi olandesi su boe dismesse e recuperate nel mare del Nord, raggiungendo così l’obiettivo di rendere più verde il porto.

 

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https://www.tuttogreen.it/nel-porto-di-rotterdam-ideata-foresta-galleggiante/

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Il controllo dell’acqua è sempre stato il segreto della potenza di Roma


 

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Acqua Appia, Acqua Claudia, Acqua Ania, Acqua Marcia e, per contrappeso, persino Acqua Vergine: può restare a secco una città così? Solamente Roma l’Eterna si è potuta concedere nei secoli il lusso di imporre il nome dei suoi figli all’elemento più diffuso nell’Orbe che, per l’appunto, si chiama terraqueo. Padrona della terra, Roma, e dominatrice dell’acqua ben prima di costituire la sua flotta micidiale. Anzi, all’acqua in qualche modo consustanziale, giacché all’acqua si deve la vita di Romolo e Remo, salvati dal Tevere così come Mosè lo era stato dal sacro Nilo, e se si hanno dubbi sulla fondatezza dell’accostamento si vada al crocevia delle Quattro Fontane, in cima al Quirinale, a vederne le sculture.

Roma, una città nata per dominare l’acqua

Consustanziale anche perchè Roma sull’acqua è stata fondata e per il controllo dell’acqua è stata immaginata. Il Palatino altro non è se non un avamposto che permette il controllo del passaggio sul Tevere, all’Isola Tiberina, nel punto in cui si incrociano l’antica Via del Sale e gli attracchi delle navi focesi a carena ridotta. Soprattutto, però, l’acqua è naturalmente dentro Roma, che nel suo attuale sottosuolo è ancora attraversata da rigagnoli e fiumicelli nascosti all’immaginazione dei più.

Ne resta uno solo ancora udibile e visibile: scorre discreto tra le pareti in laterizio di un mitreo nascosto, a sua volta, nelle fondamenta della chiesa di San Clemente, a due passi dal Colosseo. Il quale Colosseo, è risaputo, all’acqua anch’esso deve la nascita, essendo stato eretto sul lago della Domus Aurea neroniana ed accanto alla più grande fontana della Roma imperiale, la Meta Sudans che sul luogo del colosso dell’Imperatore suicida era stata costruita dai Flavi. acqua02

Anche il Colosseo deve la sua costruzione all’acqua

Erano la vera ricchezza delle nazione romana, i suoi ruscelli, il primo passo verso la conquista di un Impero: permisero, scendendo dai fianchi di sei dei sette Colli, la costruzione dei primi insediamenti, la nascita di una federazione e le lotte vincenti con i Sabini accampati sul Quirinale: colle secco e arido anche se oggi le fontane ne nascondono la vergogna. Il Ratto delle Sabine probabilmente nasconde la prima guerra per l’acqua della Storia occidentale.

I Romani avevano preso dagli Etruschi, noti per seguire il corso dei fiumi nella loro ansia di fondare città, a costruir cunicoli scavati nel tufo per farla passare e distribuirla. Se ne riconosce uno ai piedi della Rupe Tarpea, sul Campidoglio: uno spazio angusto nella pietra rossa e solo apparentemente duttile. Vi si calava un solo schiavo alla volta, a scavare di martellina e olio di gomito nella perfetta oscurità rotta, nel fumo insopportabile, dal chiarore di una torcia.

La prima crisi idrica, e gli acquedotti

Per mezzo millennio quell’acqua bastò, fino a quando una serie di estati aride si fecero sentire su una città ormai pronta a prendersi il mondo. Ma la Repubblica funzionava e progettava, e soprattutto realizzava: nacquero i grandi acquedotti all’aria aperta, quelli teorizzati da Vitruvio e grazie ai quali anche le ville rustiche pensate da Catone il Censore alla fine avevano di che dissetarsi. Opere pubbliche, pagate dall’erario per il bene comune, patrizio e plebeo. Si costruiscono così gli Stati che sopravvivono nei secoli.

Infatti Roma perde i suoi acquedotti solo con il finire dell’Impero. Prima restano a secco le monumentali Terme di Caracalla, poi i Goti di Totila cingono d’assedio l’Urbe e, per assetarla, interrompono i flussi e spaccano le tubature. Il Mediovo nasce proprio in questo momento: insieme ad un ritrovato rapporto, che sarà ultrasecolare, con il Tevere. Acqua poco salubre, quella del Tevere, che Traiano usava solo per far girare i mulini che aveva collocato ai piedi del Gianicolo, ma pur sempre acqua.

Ne bevono a grandi sorsate gli assediati e i loro figli, tra lo stupore e il leggero disgusto, mille anni più tardi, di un Petrarca imbevuto di sogni classici e chiamato a Roma per ricevere, primo dai tempi dell’Impero, il titolo di poeta laureato. Lascia Avignone carico di entusiasmo, trova una Roma sporca e stracciona, che nel Tevere si tuffa  si lava e pesca all’unisono,  senza badarci troppo. Altro che la ricerca delle acque termali che aveva spinto i legionari a impiantare accampamenti per svernare in mezza Europa, e su quelli fondare nuove città che portano nel nome, ancora adesso, l’antica destinazione d’uso.

E’ la Roma papalina del Barcarolo che vive in simbiosi con il suo fiume, boiaccia maledetto come anche fonte di un sostentamento da poveri, con il pesce preso alla bilancia all’attaccatura dei ponti realizzati quando i piemontesi costruiscono, tra mille scandali finanziari, imponenti argini a fare il verso a quelli della Senna. Ma prima dei Savoia il più ambizioso dei Papi di Roma, Sisto V il francescano, aveva provato a ripetere le gesta degli antichi, ristrutturando, allungano e dando il suo nome di Felice Peretti alla vecchia condotta Alessandrina.

La Roma dei Papi e la nuova acqua ‘insipida’ di Roma

Continua a sgorgare, l’Acqua Felice, alla Mostra in Piazza di Santa Susanna. Vi troneggia, con i piedi a mollo tra mille bottigliette lasciate lì a galleggiare mollemente dai turisti, un Mosè che non è certo tra i capolavori del Rinascimento, tozzo e burbero nel suo scimmiottare quello di Michelangelo. Ma anche adattissimo a simboleggiare il carattere del suo committente, e il motivo per cui si era preso tanta cura. Quanto al primo,il carattere, basti dire che dopo aver vessato per anni architetti e operai con le sue continue richieste, una volta portogli il primo bicchiere della nuova acqua di Roma, la prima potabile dopo tanto tempo ad essere riportata in città, non trovò niente di meglio da dire se non: “E’ insipida”.

Quanto allo scopo, il Peretti intendeva muovere il centro di Roma dal Vaticano al Quirinale, facendo del palazzo di Gregorio XIII suo predecessore, la residenza del Papa Re. Talmente re, se non imperatore, da far imprimere il megalomane sulle fistole di piombo dell’Acqua da lui rinominata il motto “Unda semper Felix”. Detto che sa di abbondanza imperitura, e così è stato, almeno fino ad oggi. Tanto che il Comune rinato dopo i potestà ha a Roma nelle fontanelle, i Nasoni, uno dei suoi simboli più umili e più diffusi. Ve ne sono circa 300 sparsi per i vicoli ed il nome, che è dovuto ad un profilo aquilino e quindi italico, rimanda a quel Publio Ovidio Nasone che, all’inizio di tutto, cantava l’acqua e per dare dell’idiota a qualcuno affermava: “Non vede nè le fronde dei boschi, nè l’acqua di un fiume in piena”.

Il Nasone simbolo della Capitale

Tra tutti i nasoni di Roma se ne ricordi uno, uno dei più nascosti. Si trova vicino a Vicolo Scanderbeg, dove una volta ci si inerpicava sul Vicus Caprarius. Due passi dalla Fontana di Trevi. Una sera d’agosto una bella ragazza bionda e svedese passeggiava nella frescura a piedi scalzi. Mai farlo, a Roma: si tagliò il delizioso piedino con un coccio di bottiglia, e fu costretta a metterlo sotto il getto del nasone. Poi si lasciò prendere dall’entusiamo e si mise a camminare dentro la Fontana dell’Oceano. Acqua miracolosa, quella di Trevi:  la curò dall’infezione.Lei allora lo raccontò al suo datore di lavoro, che faceva il regista. E questi le fece ripetere la scena di fronte alla macchina da presa, e pazienza se il replay ebbe luogo a febbraio invece che ad agosto. Anita dal piedino ferito entrò per sempre nell’immaginario collettivo di un’epoca. Se ne è andata non molto tempo fa: bella, prorompente e fresca, semper felix. Un’altra Roma.

 

 

 

 

http://www.agi.it/cultura/2017/07/25/news/roma_acqua_storia-1979258/

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SE VOSTRO FIGLIO È APPESO A UN VOUCHER


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Voucher è un termine inglese. Significa tagliando oppure buono oppure coupon. Con quello puoi comprare un prodotto. Nel caso di cui si discute ormai da mesi si compera il lavoro. Quasi sempre il lavoro di una giovane o di un giovane. Non per tutta la vita o per qualche mese. Per tempi assai brevi. Li chiamano lavori estemporanei, lavoretti. Chi non ha bisogno in famiglia di ricorrere all’aiuto di qualcuno per riparare qualcosa che si è rotto, per compiere mansioni occasionali che in famiglia nessuno vuole portare a termine? Non pensate però di poter chiamare che so un idraulico o un falegname agitando il foglietto del voucher. Quelli hanno le loro tariffe.
Il fatto é che il problema dei voucher é divampato a tal punto da costringere la Cgil a raccogliere oltre tre milioni di firme per un referendum abrogativo. Perché quei foglietti venivano via via utilizzati per lavori normali in normali aziende, saltando i contratti e i diritti delle persone. Come il diritto di ammalarsi, di fare un figlio, di organizzarsi in sindacato. Quel referendum, però, faceva paura al governo e così hanno decido di abrogare i voucher. Subito dopo, con un guizzo, li hanno resuscitati sostenendo che era una cosa tutta nuova, riservata alle famiglie, a piccole imprese.
Non si capisce perché queste nuove misure, considerate così modeste, non le abbiano discusse con i promotori dei referendum, per rassicurarli. Resta il fatto che c’è, anche sulla rete, chi si è fatto convincere della bontà dell’operazione e grida alla modernità dei voucher, ennesima parola magica del lavoro flessibile.
 Ecco, io non so che cosa direbbero queste signore e questi signori se le loro figlie e i loro figli (magari brillantemente  laureati) fossero costretti, in mancanza di alternative, a intraprendere il cammino dei voucher. Ovvero a saltellare in lavori occasionali, ennesimo tassello di una miriade di forme contrattuali ‘a termine’ che hanno frantumato la novecentesca era del ‘posto fisso”, senza nemmeno mettere in piedi diritti e tutele tra un saltello e l’altro. Comunque la beffa è compiuta, i voucher sono rinati, la Cgil ha indetto una protesta di massa il 17 giugno a piazza San Giovanni a Roma. Vedremo se saranno 4 gatti. Pensosi osservatori dicono: così la Cgil fa politica. Certo queste iniziative hanno un effetto politico, però che cosa poteva fare un sindacato? Lasciar correre? Scegliere l’indifferenza?

 

http://ugolini.blogspot.it/2017/06/se-vostro-figlio-e-appeso-un-voucher.html

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Il Movimento 26 luglio di Fidel Castro, che guidò la Rivoluzione cubana


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La Rivoluzione cubana, l’insurrezione dei guerriglieri guidati da Fidel Castro e Ernesto Che Guevara che rovesciò nel 1959 il dittatore Batista, nasce dall’assalto fallito alla Caserma Moncada del 26 luglio del 1953. Nel marzo del 1952 un colpo di stato a Cuba aveva portato al potere il generale Fulgencio Batista. Un giovane avvocato attivista, Fidel Castro, organizzò un gruppo di ribelli che attaccò la base militare Moncada di Santiago di Cuba, tentando di impadronirsi dell’arsenale per intraprendere la lotta armata. Quasi tutti i ribelli furono catturati e uccisi. Fidel e Raul Castro dopo due anni di reclusione, nel maggio 1955 furono amnistiati.

Usciti di prigione, i fratelli Castro organizzarono il Movimento 26 luglio

Fondato a Cuba il Movimento 26 luglio (M26), Fidel fu costretto all’esilio, prima in Messico poi negli Stati Uniti. A Città del Messico con il fratello Raul conobbe il medico argentino Ernesto Che Guevara de la Serna, idealista rivoluzionario.
Ottenuto anche negli USA l’appoggio di altri esuli cubani e trovate le necessarie fonti di finanziamento, i due fratelli Castro, Guevara e alcuni militanti dell’M26 partirono su una vecchia imbarcazione, la Granma, sbarcando a Cuba all’alba del 2 dicembre 1956. Vennero intercettati e accerchiati dalle truppe governative, una ventina di superstiti riuscì a nascondersi nella fitta vegetazione sui monti della Sierra Maestra. I “barbudos”, così vennero chiamati i guerriglieri, attaccarono una caserma e si impossessarono di armi e munizioni.
Che Guevara ebbe l’iniziativa di realizzare la stazione Radio Rebelde, allo scopo non soltanto di promuovere l’operato dei ribelli ma anche di rassicurare l’opinione pubblica internazionale (soprattutto il governo statunitense) che il fine della rivoluzione fosse instaurare una repubblica democratica, che nulla avesse a che fare con il comunismo.
Batista fuggì la notte del 1° gennaio 1959, l’esercito si arrese e Che Guevara si impadronì dell’Avana.
Il Movimento 26 luglio si fuse nel 1961 con le altre organizzazioni rivoluzionarie, e nel 1965 divenne il “Partito Unito della Rivoluzione Socialista cubana”.

https://www.ilgazzettinodisicilia.it/2017/07/25/movimento-26-luglio/

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Le bombe italiane sulla guerra civile spagnola: una ferita ancora aperta


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Tra il febbraio 1937 ed il gennaio 1939 i trimotori italiani Savoia-Marchetti colpirono più volte Barcellona ed altre 143 località catalane, mentre gli Stuka della Legione Condor tedesca martellavano il fronte centro-settentrionale della Spagna. I raid aerei si inquadravano nelle operazioni di supporto militare che Mussolini ed Hitler garantirono a Francisco Franco nella Guerra Civile, risultando decisivi ai fini della vittoria franchista.

Gli attacchi avevano il duplice obiettivo di sfiancare la resistenza repubblicana e sperimentare la nuova tecnica dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili; una tattica militare impiegata su larga scala, successivamente, nella Seconda Guerra Mondiale. Il bilancio finale delle incursioni italiane fu di circa 5000 morti, cifra resa meno pesante dalla costruzione di migliaia di bunker antiaerei da parte della popolazione.

Nel 1998 il Parlamento tedesco ha presentato scuse ufficiali per la distruzione di Guernica, la cittadina basca rasa al suolo dall’aviazione nazista nel 1937. L’Italia, dal canto suo, non ha mai ammesso la propria responsabilità per i bombardamenti sulla Catalogna, allineandosi al “pacto del olvido” in vigore tra le istituzioni spagnole dopo la caduta del franchismo.

Un silenzio che ha indotto l’associazione “AltraItalia”, fondata da italiani antifascisti residenti a Barcellona, ad agire legalmente contro gli autori dei bombardamenti, accusati di violazione del diritto internazionale. La denuncia, presentata nel 2011 davanti al Tribunale centrale di Madrid, è stata inizialmente rigettata per incompatibilità territoriale, venendo accolta due anni più tardi dal Tribunale di Barcellona. A sporgerla formalmente sono state alcune vittime dei bombardamenti ancora in vita, appositamente sollecitate da “AltraItalia” che si è poi costituita parte civile. “Si tratta di una causa per crimini di guerra e lesa umanità, reati imprescrittibili secondo la giurisprudenza internazionale, contro i membri dell’Aviazione Legionaria responsabili dei raid su Barcellona” spiega a L’Espresso l’avvocato Anais Franquesa “I denuncianti sono Anna Raya, 85 anni, rimasta ferita dallo scoppio di una bomba, ed Alfons Cánovas, 95 anni, il cui padre fu ucciso mentre lavorava al porto. Si chiede all’Italia di fornire le generalità di tutti i militari coinvolti negli attacchi, così da stabilire chi è ancora vivo e dove risiede”.

L’obiettivo dell’azione legale è fare pressione sul governo italiano, in quanto istituzione succeduta nel tempo al regime di Mussolini, affinché garantisca una riparazione ufficiale per i reati contestati agli aviatori legionari. Il processo, ancora nella fase istruttoria, è stato finora contrassegnato dalla reticenza delle autorità di Roma a trasmettere informazioni sull’identità dei piloti, limitandosi a confermare il decesso di alcuni di loro.

Una condotta che ha generato forte tensione tra le parti, acuita dalla notizia della medaglia conferita dal Ministro della difesa a Luigi Gnecchi, pluridecorato aviatore che aveva operato in Spagna ed Inghilterra, per i suoi 100 anni. La scoperta dell’esistenza in vita di uno dei piloti ha spinto il magistrato titolare dell’inchiesta a presentare una rogatoria, non accettata, per interrogare Gnecchi sul ruolo avuto nella campagna spagnola; lo stesso ex militare ha poi dichiarato alle autorità italiane di non aver preso parte ai bombardamenti sulla Catalogna.

Nell’ottobre 2015 il Comune di Barcellona si è costituito parte civile, una decisione in linea con il nuovo corso politico instaurato dall’elezione a sindaco di Ada Colau, come sottolinea l’assessore Jaume Asens: “Avevamo un obbligo giuridico e morale verso la cittadinanza, è una causa terapeutica per le vittime ed i loro familiari perché non si tratta di avvenimenti lontani nel tempo. Il governo italiano ci deve delle risposte”. Il processo ha assunto un importante significato storico, trattandosi dell’unica causa su reati commessi durante la Guerra Civile e la dittatura franchista attualmente aperta in Spagna. I militari italiani sono giudicabili perché non beneficiano della Legge di Amnistia del 1977, che ha impedito fino ad ora ogni giudizio sui crimini del franchismo.

Le bombe italiane sono una ferita ancora aperta nella società catalana, come dimostrano le numerose iniziative sorte in ambito pubblico e privato per mantenere viva la memoria di quegli anni. Un ricordo tragico, fortemente legato all’ideologia indipendentista che permea attualmente la Catalogna, di cui è espressione la campagna “Bombe di impunità”, presentata a Barcellona nei mesi scorsi. “Apparteniamo tutti alla società civile, alcuni provengono da associazioni di quartiere, altri dai sindacati…Ci accomuna il bisogno di ristabilire la verità storica sui bombardamenti e di garantire giustizia alla popolazione aggredita” raccontano alcuni sostenitori.

A differenza della causa intentata da AltraItalia, la campagna si dirige contro tutti i regimi (Spagna, Italia e Germania) coinvolti nella Guerra Civile, esigendo dagli attuali governi in carica un riconoscimento ufficiale delle violazioni di diritto internazionale perpetrate dai loro predecessori istituzionali ed un risarcimento simbolico per le vittime civili. Insieme ad attività di lobbying presso istituzioni locali ed europee, gli organizzatori si propongono di agire anche per via giuridica, facendo leva sulla responsabilità civile che ricade sui governi nel caso di crimini di guerra. Lo scopo, sottolineano con fermezza, è quello di chiudere i conti col passato una volta per tutte.

http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/12/16/news/le-bombe-italiane-sulla-guerra-civile-spagnola-una-ferita-ancora-aperta-1.291384?ref=fbpe

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25 Luglio 1943: la caduta del Fascismo e l’arresto di Benito Mussolini


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In appena due settimane, dallo sbarco degli Alleati in Sicilia, crollano vent’anni di Regime fascista! Nella notte tra il 24 ed il 25 Luglio 1943, il Gran Consiglio, un organo perdipiù consultivo, in una pantomima indecorosa, vota la sfiducia a Mussolini che l’indomani verrà arrestato nella villa del Re, da un capitano dei Carabinieri e portato prima al Sud e poi al Gran Sasso.

La radio trasmette il seguente comunicato: “Sua Maestà il re e imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo, primo ministro e segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato capo del governo, primo ministro e segretario di Stato S.E. il Cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”.

Alle ore 22.45 il maresciallo legge alla radio un proclama alla nazione nella quale dichiara che “La guerra continua”.

Una fermezza terribile che vuol dire tutto e nulla!

Vi è una confusione generale, ma il popolo non può fare a meno di esultare e riversarsi nelle piazze per festeggiare. Non può immaginare quello che di lì a poco accadrà.

http://www.dilucca.it/archivio-notizie/cronaca-a-attualita/spettacolo-e-cultura/23416-accadde-oggi-25-luglio-1943-la-caduta-del-fascismo

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Un ritardo inatteso per il buco nell’ozono


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La diffusione in atmosfera di una sostanza ampiamente usata nell’industria potrebbe rallentare di trent’anni il lento recupero del buco nell’ozono osservato di recente grazie al bando dei cosiddetti CFC.

Il diclorometano, noto anche come cloruro di metilene (gas incolore dalla struttura simile al metano, ma con due atomi di cloro al posto di due di idrogeno ), è una sostanza ampiamente usata nell’industria a vari scopi, da solvente per la rimozione di vernici alla produzione di estratto di luppolo fino alla preparazione dei poliuretani espansi (polimeri con un vasto ambito di applicazione). Meno aggressivo dei CFC nei confronti dell’ozono, il diclorometano non era stato inserito nella lista delle sostanze sottoposte al Protocollo di Montreal.

Le nuove proiezioni mostrano che se l’incremento del diclorometano in atmosfera proseguisse con i ritmi medi osservati dal 2004 al 2014, il recupero dell’ozono sull’Antartide sarebbe ritardato di 30 anni rispetto alle stime precedenti. Se le concentrazioni restassero ai livelli attuali, il ritardo sarebbe invece contenuto in soli cinque anni.

http://www.lescienze.it/news/2017/06/28/news/buco_ozono_rallntamento_recupero_diclorometano-3584540/

 

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PERCHÉ LA RIVOLUZIONE? Piccole e grandi curiosità sulla rivoluzione che ha cambiato il mondo (e la storia).


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Perché nel 1789 scoppiò la Rivoluzione Francese? La regina Maria Antonietta che invita il popolo a mangiare “brioches”, visto che è finito il pane è una leggenda, ma rende l’idea di quanto l’aristocrazia che governava la Francia fosse poco attenta alle esigenze del popolo e della borghesia.
Ma secondo gli storici furono diverse le cause, di cui alcune sottovalutate:

 

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COLPA DEL TEMPO? La goccia che fece traboccare il vaso potrebbe essere stata… il clima. La Francia era il paese più popoloso d’Europa e i cattivi raccolti in gran parte del paese a causa dell’inverno rigido del 1788 aggravarono un lungo periodo di difficoltà economiche, esasperando i contadini.

ALLA BASTIGLIA! Il 14 luglio 1789, i parigini avevano paura che l’esercito stesse per attaccarli. Così si armarono e marciarono verso la Bastiglia, il forte reale utilizzato come prigione, alla ricerca di polvere da sparo. La rivoluzione era ufficialmente iniziata… per un motivo futile e concreto. Non avendo cannoni a disposizione, donne e uomini e bambini conquistarono la Bastiglia, “strappando” i mattoni, che poi vennero venduti o regalati come simbolo della rottura della “tirannia”, proprio come è successo ai pezzi del Muro di Berlino.
Per gli storici la Rivoluzione francese, che considerano come una lunga sequenza di avvenimenti durata quasi 10 anni, iniziò con la convocazione degli stati generali il 5 maggio 1789. Fu allora che il terzo stato (la borghesia) si pose alla testa della rivolta contro il sistema feudale (l’ancien régime).

PRIGIONIERI- All’interno della Bastiglia, c’erano solo 7 prigionieri. Se fossero arrivati 10 giorni prima, i rivoltosi ne avrebbero trovato un ottavo: il famoso Marchese De Sade, che scontava una pena per “libertinaggio”, ed era stato appena trasferito.

DUE SECOLI DI TESTE MOZZATE. La ghigliottina fu il mezzo con cui i rivoluzionari (non senza accanimento) condannavano a morte i nemici: è rimasta una forma giuridica di esecuzione in Francia fino al 1981, quando il neoeletto Presidente Francois Mitterand ha abolito la pena di morte. Le stime del numero di vite portate via dalla ghigliottina durante la rivoluzione francese vanno da 17.000 a 40.000. Si pensa che i tre quarti delle persone giustiziate fossero innocenti. Nei suoi giorni di “gloria”, la ghigliottina si prese fino a 3.000 vite in un mese, cioè circa 100 persone in media in un solo giorno. Ecco perché il periodo successivo alla Rivoluzione fu denominato “Il Terrore”.execution_de_marie_antoinette_le_16_octobre_1793.900x600

VANITÀ. Il re Luigi XVI, la regina Maria Antonietta e i loro figli cercarono di fuggire ma furono scoperti grazie a Jean-Baptiste Drouet, un mastro di posta, che riconobbe il re dopo aver visto il suo volto impresso su una moneta: fu insomma la vanità a giocare un brutto scherzo all’ultimo re di Francia.

ROBESPIERRE, BUONO O CATTIVO? Uno dei principali leader della Rivoluzione francese fu l’avvocato Maximilien de Robespierre, definito “l’incorruttibile”. È ricordato per la facilità con cui inviava i suoi avversari (e non solo) sulla ghigliottina, nonostante all’inizio si fosse detto sempre contrario alla pena capitale. Non durò molto: nel 1794 fu catturato e decapitato. È vero che fu uno dei maggiori responsabili del Terrore, ma a suo modo cercò di attuare gli ideali di fratellanza, eguaglianza e libertà: per esempio nel 1794, Robespierre riuscì a ottenere l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi, obiettivo che si prefiggeva dal 1789. Il movimento di liberazione degli schiavi prese le  mosse  proprio da quell’atto.

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PANTALONI. I sanculotti erano i militanti più radicali della rivoluzione: operai, artigiani e contadini che credevano nella democrazia diretta e usavano ampiamente il termine “cittadino”. Si chiamavano sanculotti perché indossavano i pantaloni lunghi, invece delle culottes, i calzoni al ginocchio usati dai nobili con le calze di seta: erano dunque “sans culottes”.

MODA RIVOLUZIONARIA. A parte la diffusione dei pantaloni, la rivoluzione francese impose anche altre mode: portare i capelli corti del colore naturale divenne un simbolo repubblicano. Anche la cipria venne messa al bando: l’utilizzo su volti e parrucche era considerato “antisociale”, poiché per produrla si usava la farina, “sottraendola al popolo”.

UNA PREZIOSA EREDITÀ. Alla Rivoluzione francese dobbiamo la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, un testo giuridico che contiene una solenne elencazione di diritti fondamentali dell’individuo e del cittadino, che in gran parte è confluito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dalle Nazioni Unite venerdì 10 dicembre 1948.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/rivoluzione-francese-14-luglio?gimg=75392#img75392

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Nella Foresta dipinta di Maui, dove gli eucalipto sono degli arcobaleni viventi


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Nella foresta di Maui, nelle Hawaii, i tronchi degli alberi di eucalipto sono di tutti i colori dell’arcobaleno. Merito  di una corteccia stagionale che sfaldandosi in momenti diversi e seccandosi man mano, assume colori diversi rendendo le piante  delle vere e proprie opere d’arte della natura.

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E se il colore non fosse abbastanza, anche il profumo di questi alberi di eucalipto è sorprendente. L’odore acuto balsamico e legnoso inonda tutta la foresta pluviale.foresta1

i Rainbow Eucalyptus non sono nativi di qui: arrivano dalle Filippine e sono stato introdotti alle Hawaii nel Settecento per il loro celebre e robusto legno, a lungo utilizzato in campo edile.

 

http://www.lastampa.it/2017/05/02/societa/viaggi/mondo/nella-foresta-dipinta-di-maui-dove-gli-eucalipto-sono-degli-arcobaleni-viventi-4KioV47bVJOV6O02AkabQN/pagina.html

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Siccità: danni per 2 miliardi


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I due terzi dell’Italia è a secco.Dieci Regioni pronte a chiedere stato di calamità.

La misura prevede, per le aziende, sospensione delle rate dei mutui, blocco dei pagamenti dei contributi e accesso al Fondo per il ristoro danni. Cala la produzione di latte, timori per raccolta della frutta,.Allevatori senza pascoli, dighe ai minimi. Eppure ogni giorno se ne disperdono 9 miliardi di litri

In Italia ogni giorno c’è una dispersione dell’acqua di quasi 9 miliardi di litri al giorno a causa delle perdite registrate lungo la rete di 474 mila chilometri di acquedotti, è questo il dato drammatico che fa a pugni con l’emergenza siccità di queste ore. Ogni 100 litri di acqua immessa negli acquedotti , quasi 40 vengono persi per l’obsolescenza della rete idrica, una delle medie più alte d’Europa che fa il paio con il fatto che gli investimenti realizzati per rimodernare gli acquedotti sono tra i più bassi del continente: 32 l’anno per abitante a fronte della Francia che ne investe 88, il Regno unito 102 e la Danimarca 129 (dati Utilitalia). Per ogni abitante ben 144 litri di acqua al giorno non arrivano a destinazione (dati UNC -Unione Nazionale Consumatori) e da qui si arriva alla folle cifra di quasi 9 miliardi di acqua dispersa al giorno. Cosa ha fatto il governo finora per fronteggiare questa situazione? Non si può dichiarare lo stato di crisi senza dire che per uscire dalla perenne emergenza è necessario una enorme opera infrastrutturale per rimettere a posto gli acquedotti. La classe politica sa parlare solo di emergenza ma non fa nulla per prevenire e ridurre il danno oggi si chiama siccità e incendi domani alluvioni e dissesto idrogeologico. Ma chi dovrebbe realizzare le infrastrutture necessarie  per far fronte al problema: lo Stato o le aziende che gestiscono l’acqua? Visto che queste sono di fatto in gran parte in mano ai privati come ACEA, quotata in borsa e praticamente dominata dal gruppo Caltagirone e dalla multinazionale francese Suez, non sarebbe il caso che il Governo imponga a queste che le realizzino con i lucrosissimi ricavi della gestione?  La verità è che è necessario tornare allo spirito del referendum vinto da milioni di italiani: l’acqua e la sua gestione tornino pubbliche e lo Stato reinvesta tutti gli utili per la manutenzione della rete idrica. Quindi bisogna urgentemente convocare le camere unite per questa emergenza ambientale che era ampiamente prevedibile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/23/siccita-i-due-terzi-dellitalia-e-a-secco-dieci-regioni-pronte-a-chiedere-stato-di-calamita-danni-per-2-miliardi/3748852/

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Il paradosso del Giappone.


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Gli anziani sognano un posto in carcere. Un detenuto su cinque ha più di 60 anni.A far gola agli anziani giapponesi, disposti a commettere crimini e farsi arrestare, è il «comfort» della vita in carcere, dove servono pasti caldi, ogni cella è illuminata, con scrivania, tv, dietologo e badante per meno autosufficienti, quasi un terzo dei carcerati ha più di 65 anni, il 27 per cento.  Il fenomeno dilagante del «crimine d’argento» è preoccupante per la società e per l’economia giapponese. Secondo le cifre della Customer Products, dal 2001 gli arresti per taccheggio degli over 60 sono aumentati del 35 per cento. Ma è del 470 per cento l’aumento dei recidivi. La prova che gli anziani vogliono andarci davvero in prigione. Si chiedono: vado in ospizio a pagamento o vado in prigione gratis?

La pensione statale è 6000 euro l’anno. Il carovita ha raggiunto i 7700 euro l’anno. Ma c’è un altro motivo, secondo Ochi Keita, della facoltà di criminologia della Hosei University: «Molti anziani sentono d’aver dato così tanto alla crescita economica della nazione che una piccola trasgressione gli sarà perdonata». Il furto come risarcimento.  Ma è soprattutto l’indebolimento della rete familiare e della società, » a spingere i pensionati a ruberie, aggressioni, stalking.  Il Giappone è vicino all’Italia che è il Paese con più criminali dai capelli bianchi in Europa, più del doppio della media.

 

 

http://www.lastampa.it/2017/07/23/esteri/giappone-indigenti-e-con-la-mano-lesta-gli-anziani-sognano-un-posto-in-carcere-ZYwesbfJ7q3PhaAsSpxyBL/pagina.html

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I misteri di Pino Pelosi, l’assassino di Pasolini


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E’ morto a Roma Pino Pelosi, l’uomo condannato in via definitiva per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, brutalizzato a morte nella notte tra il primo e 2 novembre del 1975 in un campetto sterrato di Ostia.

Pelosi, che aveva da poco compiuto 59 anni, era malato di tumore ed è morto nella notte al Policlinico Gemelli. Nato a Roma il 22 giugno 1958, era cresciuto nel quartiere Setteville di Guidonia.

Il delitto Pasolini 10 tappe

  1. Il 1 novembre 1975 alle 22.30 di fronte alla stazione Termini, Pier Paolo Pasolini invita Pelosi a “fare un giretto”.
  2. Alle ore 23 Pasolini porta Pelosi a mangiare alla trattoria Al biondo Tevere
  3. Alle 23.30 i due lasciano la trattoria e vanno a Ostia nei pressi dell’Idroscalo del Lido di Roma in uno sterrato accanto a un campetto di calcio
  4. Alle ore 1.30 del 2 novembre 1975 Pelosi venne fermato sul Lungomare Duilio di Ostia alla guida dell’Alfa di Pasolini, mentre guida contromano a folle velocità
  5. Inizialmente accusato solo di furto dell’auto, che risulta intestata allo scrittore.
  6. Pelosi viene trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo, dove al compagno di cella confessa: “Ho ammazzato Pasolini”.
  7. Il 5 novembre 1975 Pino Pelosi viene interrogato. Racconta di un duro alterco con Pasolini per una prestazione sessuale non gradita, sfociato in una feroce colluttazione. Pelosi sostiene anche che lo scrittore l’avrebbe colpito per primo con un bastone, e che lui si sarebbe difeso colpendolo a sua volta con una tavola di legno e poi, lasciatolo a terra, sarebbe fuggito.
  8. La morte di Pasolini sarebbe stata involontaria in quanto provocata dal fatto che l’Alfa ha investito il poeta durante la fuga di Pelosi schiacciandogli il torace e rompendogli il cuore. Pelosi sostiene anche che non vi fossero altre persone sul luogo del delitto.
  9. Il 10 dicembre 1975 Pelosi viene rinviato a giudizio al tribunale dei minori per omicidio volontario, furto d’auto e atti osceni in luogo pubblico. Il processo si apre il 2 febbraio 1976 e si concluse il 26 aprile con una conmdanna a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni
  10. Al processo di appello nel dicembre 1976 viene assolto dai reati di atti osceni e furto, ma è confermata la condanna di omicidio. La sentenza divenne definitiva in Cassazione il 26 aprile 1979 che confermò la sentenza.[2] Rinchiuso a Civitavecchia, Pelosi il 26 novembre 1982 otterrà la semilibertà e il 18 luglio 1983 la libertà condizionata.

    Le cose che non tornano

    • Il 7 maggio 2005 Pelosi afferma in tv di non aver ucciso Pasolini che sarebbe stato massacarto a bastonate e catenate da tre persone, a lui sconosciute, che parlavano con accento siciliano
    • Nel settembre 2011, nella sua autobiografia, Pelosi racconta di non aver incontrato per la prima volta Pasolini la sera del delitto ma di averlo conosciuto all’inizio dell’estate e di averlo frequentato con una certa assiduità.
    • Affermò di essere stato minacciato di morte assieme ai suoi genitori da parte di uno degli aggressori, e di aver atteso la loro morte per iniziare a parlare. I due potrebbero essere i fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, criminali comuni di origini siciliane, spacciatori, militanti nell’Msi morti di Aids negli anni novanta. Si erano vantati con un agente di polizia che operava sotto copertura di aver preso parte al massacro, ma davanti al magistrato negarono tutto.

http://www.agi.it/cronaca/2017/07/21/news/pino_pelosi_delitto_pasolini_misteri-1970337/

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Un viaggio nel vocabolario della stagione più bella


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L’italiano è una lingua bellissima perché le sue parole hanno spesso una storia complicata ed affascinante. Ecco una carrellata sulle origini delle parole estive.

 

Spiaggia: è la regina delle vacanze, ed in genere è considerata un luogo ameno ma decisamente inadatto a pesanti sforzi culturali. Eppure spiaggia è una parola con una storia di tutto rispetto. Viene dal latino plaga, forse intersecatasi con il greco plaghia che significava costa, pendenza, fianco. Nel medioevo era meglio conosciuta come piaggia, ma esistevano anche le varianti plaia al femminile e persino un plaiu al maschile. Il termine piaggia è usato spesso da Dante,  la s iniziale odierna è invece un rafforzativo. Un derivato è il verbo spiaggiare/spiaggiarsi, che dovrebbe indicare le balene arenate, ma spesso è utilissimo per indicare alcuni umani distesi come enormi cetacei sulla sabbia, in caccia di abbronzatura.

Il solleone invece è una crasi, cioè una parola nata dalla fusione di due parole preesistenti. In antico era scritto sollione, perché nasceva dall’unione di sole con Leone, nel senso della costellazione. Infatti in agosto, periodo di massima calura, il sole si diceva “entrasse” nel Leone. Il segno del leone era considerato quello dei grandi di imperatori. Agosto infatti deve il suo nome ad Ottaviano Augusto, il primo imperatore, che era nato proprio in questo mese, mentre lo zio Giulio Cesare dà il nome a Luglio, derivato da Iulius.

La sedia sdraio invece deriva da sdraiarsi, a sua volta derivato dal verbo latino *exderadiare. In realtà l’etimologia è incerta perché questo verbo non era noto al latino classico, ma solo forse a quello medioevale. Indicava molto probabilmente l’atto di allungarsi con mani e piedi su di una sedia, facendo con braccia e gambe delle specie di raggi, atto che i Romani classici non avevano bisogno di fare perché le loro case erano arredate con i triclini, comodi divanetti su cui ci si stendeva anche per mangiare.

Ombrellone invece è un accrescitivo di ombrello, a sua volta derivato da ombra. In origine l’ombrello non era usato per ripararsi dalla pioggia, ma dal sole, perché l’abbronzatura era considerata una cosa volgare, che avevano solo i contadini perché lavoravano nei campi all’aperto. Oggi invece viene esibita come status symbol spesso da ricchi cafoni, quindi, sotto sotto, sempre un po’ volgarotta rimane, soprattutto quando è color cuoio e viene usata per farsi selfie a ripetizione su Instagram.

 

 

http://espresso.repubblica.it/visioni/cultura/2017/07/17/news/da-spiaggia-a-ombrellone-ecco-come-nascono-le-parole-dell-estate-1.305834?ref=fbpe

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Orti e giardini quasi impossibili


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L’ORTO IN CUCINA. Wall Farms è l’orto verticale realizzato dall’azienda americana Click&Grow che può essere installato sul muro della cucina. Permette di coltivare dentro casa erbe aromatiche ma anche verdura e frutta. Completamente bio e a km zero.
Utilizza un terreno ad alta tecnologia capace di mantenere i livelli ideali di PH, umidità ed elementi nutritivi, per un risultato ottimale con il minimo sforzo.

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ORTI SOTTERRANEI. Chi l’ha detto che orti e giardini hanno bisogno di aria fresca e luce del sole? In mancanza di meglio è possibile realizzarli anche sottoterra e con ottimi risultati. È quello che ha fatto l’imprenditore Yasuyuki Nanbu, che una decina di anni fa ha realizzato Pasona 02, una vera e propria fattoria ad alta tecnologia nei locali in precedenza occupati dal caveau di una banca. Qui si coltivano erbe aromatiche, frutta, verdura e addirittura riso.
Obiettivo del progetto è quello di offrire nuove competenze ai giovani in cerca di lavoro e alle persone di mezza età in cerca di una nuova occasione professionale.orto2

VERO KM ZERO. E quale posto migliore per un orto urbano se non il tetto di un supermercato? Sopra si coltiva bio, sotto si vende a km zero. È il progetto Food from the Sky (cibo dal cielo) inaugurato a Londra nel 2011 nella zona di Crouch End.

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L ‘APICULTURA URBANA. A Londra apicoltori urbani producono il miele sui tetti delle case trasformati in giardini nel centro della città. In Europa e negli Stati cresce il numero di alveari urbani, integratori di reddito al tempo della crisi ma anche segnale di attenzione ai temi dell’inquinamento e dell’ambiente, è in costante crescita.

 

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VIGNETI IN CITTÀ. Un orto e un vigneto di 1000 metri quadri nel cuore di Parigi. Per la precisione sul tetto del palazzo del comune. L’esperimento è partito lo scorso mese di ottobre e durerà 3 anni.|

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/sp1-2017-12-orti-e-giardini-quasi-impossibili

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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CHE NE SAI TU DI UN CAMPO DI GRANO?


grano

Sappiamo poco.  I passaggi oscuri dalla terra alla tavola sono sconosciuti a milioni di comuni mortali.

In effetti il prezzo del grano in Italia è paralizzato al 1987, ma il pane dal fornaio costa il 1450 per cento in più. Eppure il consumatore non se ne accorge: oggi ci vogliono trenta chili di grano per arrivare alla quotazione di un chilo di pane. Questa è la situazione denunciata pubblicamente e in più occasioni da Coldiretti, ma non solo. A livello nazionale gli ettari coltivati sono 600 mila per 30 milioni di quintali. Se invece si passa al grano duro, quello per la pasta, coltivato soprattutto nelle regioni meridionali (Puglia, Sicilia, Basilicata, Molise), gli ettari sono 1,3 milioni e i quintali 49 milioni. Tanti? No, pochi se si pensa che importiamo 23 milioni di quintali di grano duro e ben 48 di quello tenero: gli arrivi dall’Ucraina sono quadruplicati, raddoppiati dalla Turchia. Ma allora perché esportiamo frumento in Nord Africa? Comunque, la pasta è la terza voce del nostro export commerciale (vale 2,4 miliardi di euro all’anno), mentre di prodotti da forno ne esportiamo per 1,7 miliardi. A fronte di tutte queste cifre da capogiro e di crescita percentuale, resta quella misera del prezzo pagato ai coltivatori, che fra l’altro è crollato nell’ultimo periodo quasi del 30 per cento. Sarà l’effetto perverso della globalizzazione, ma qui ci confrontiamo con concorrenti che non hanno i nostri obblighi fiscali e soprattutto sanitari. Certo, ci sono controlli a campione nei porti, ma non è che facciano da seria barriera. Insomma, rari controlli, legislazione carente, speculazione dilagante, import selvaggio. Solo a Manfredonia – dove un privato spadroneggia nel porto, un’area demaniale dello Stato – dall’inizio del 2017 ad oggi sono approdate una mezza dozzina di navi portarinfuse ricolme di grano straniero (Ucraina, Russia, Bulgaria, Canada), poi scaricato in camion che trasportano di tutto. E l’igiene? Ma la salute pubblica conta qualcosa – in uno Stato di diritto almeno sulla carta – o vale e prevale soltanto il profitto economico a scapito della vita umana.

E poi la speculazione: il grano si può stoccare anche per due o tre anni e quindi immetterlo sui mercati a seconda delle quotazioni. Un giochetto che riesce molto bene alle «5 sorelle» dei cereali (il colosso Usa, Adm; la Cargill di Minneapolis; i franco-statunitensi della Louis Dreyfus; gli argentini della Bunge Y Borne e gli svizzeri senza scrupoli della Glencore) con speculazioni finanziarie che prima o poi metteranno in ginocchio l’agricoltura reale.

Che si mette nel piatto? C’è anche un problema di tracciabilità:  il consumatore deve poter scegliere, per questo è opportuno, oltre al rafforzamento dei controlli sul grano importato, anche l’etichettatura trasparente per i prodotti da forno, pane e pasta. Quanti vedono il simbolo del tricolore e pensano di mangiare «italiano», quando invece la farina arriva magari da Kiev?

Secondo la CIA «Risulta che enormi quantità di grano italiano sono state esportate nel Nord Africa, insieme all’arrivo, in contemporanea con i raccolti di navi piene di frumento provenienti da Paesi terzi», e questo,  «ha determinato questa ‘guerra del grano’, con prezzi insostenibili. Venticinque anni fa il frumento valeva 30 mila lire, più o meno le stesse quotazioni di oggi».

Rilievi ai quali risponde Italmopa – Associazione Industriali Mugnai d’Italia, in un’audizione in Commissione agricoltura alla Camera.  «Il raccolto 2016 di frumento duro – ha precisato Ivano Vacondio, Presidente Italmopa – è caratterizzato da livelli produttivi particolarmente elevati, ma anche da carenze qualitative riconducibili alle condizioni meteo sfavorevoli verificatesi nel corso del raccolto, in particolare in Puglia, principale zona di produzione nazionale di frumento duro».  Per Italmopa «la produzione nazionale di frumento duro è strutturalmente deficitaria rispetto al fabbisogno dell’Industria, la quale si trova pertanto nell’obbligo di importare significativi quantitativi di frumento duro, essenzialmente dal Canada e dagli Stati Uniti, le cui quotazioni risultano più elevate rispetto alle quotazioni del frumento nazionale».

La produzione di grano in Italia è a un bivio. Sono cambiate le esigenze dell’industria del pane e della pasta, il prezzo viene definito da un mercato globale in un contesto internazionale instabile e i produttori di cereali italiani si ritrovano (da soli e senza garanzie) a fare i conti con le importazioni massicce di grano dall’estero, la mancanza di norme che regolino il mercato mondiale e limiti notevoli nella capacità di stoccaggio. Ecco la cornice che fa da contorno alla crisi del grano in Italia, diventata ormai guerra tra i produttori di frumento e l’industria. Anche il Codacons è intervenuto con un esposto. Come uscire dalla crisi? «Sfatiamo il mito che il nostro grano non è di qualità –  spiega il responsabile dell’area Produzioni cerealicole di Confagricoltura, Mario Salvi – Il punto è che spesso quello ad alto contenuto proteico viene mescolato con frumento più scadente dal punto di vista delle caratteristiche organolettiche».

L’ Associazione industriali mugnai d’Italia ha stimato che la produzione nazionale 2016 di frumento duro supera le 5,5 milioni di tonnellate.  I pastai affermano che è necessario importare grano a causa del basso tasso proteico di quello italiano, ma per Coldiretti le flessioni dei prezzi sono dovute «alla mancanza di norme che regolano il mercato mondiale», leggi l’etichettatura di origine obbligatoria e la tracciabilità, «al divario dei prezzi corrisposti alla produzione rispetto al consumo e alle importazioni speculative». Ufficialmente, l’Italia produce, infatti, 3 milioni di tonnellate di frumento tenero all’anno per la produzione di pane e biscotti, pari al 50% del fabbisogno, e oltre 4 milioni di tonnellate di grano duro per la pasta (il 60% del fabbisogno).  Così nel 2015 sono stati acquistati dall’estero circa 4,8 milioni di tonnellate di frumento tenero e 2,3 milioni di tonnellate di grano duro. Nello stesso periodo, però, sono più che quadruplicati gli arrivi di grano dall’Ucraina, fino a superare i 600 milioni di chili, e raddoppiati quelli dalla Turchia per un totale di circa 50 milioni di chili. Ogni anno alle importazioni di grano destinato all’industria se ne aggiungono altre in chiave speculativa da diversi Paesi che si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime anche attraverso un mercato non sempre trasparente. I grossi importatori di cereali acquistano da diversi Paesi a settembre, quando il raccolto italiano è stato chiuso e inizia a essere disponibile quello canadese.  Il ricorso alle importazioni serve a non fare salire i prezzi. La Commissione Agricoltura della Camera sta avviando intanto la discussione sulle risoluzioni per il rilancio del settore, depositate nei giorni scorsi. Tra queste quella per predisporre un piano nazionale presentata dal Movimento 5 Stelle, che sollecita i decreti attuativi della legge 91/2015 con cui il deputato grillino Giuseppe L’Abbate ha istituito le Commissioni Uniche Nazionali in sostituzione delle Borse Merci, datate 1913.

«L’anno scorso sono state acquistate all’estero 2,3 milioni di tonnellate di frumento – denuncia Saverio de Bonis, presidente di Granosalus – A scapito della sicurezza alimentare. Anche perché in Italia i limiti alle sostanze contaminanti sono più alti che nella maggior parte del mondo: in Canada quella materia prima non si usa neanche per gli animali». Gli industriali rispondono che il grano straniero, che ha più glutine, migliora la qualità della pasta. Ma spesso il frumento proviene da paesi come l’Ucraina, dove secondo i rilievi scientifici dell’IAEA, la radioattività ha contaminato i terreni per migliaia di anni. Non è tutto. «In Italia può essere consumato anche dai bambini ciò che in Canada non va bene neppure per gli animali». È la denuncia di Coldiretti, che segnala la mancanza di trasparenza sull’etichetta.  «Una cosa è l’alta quantità di glutine – dichiara il portavoce di Granosalus – un’altra è l’assenza di sostanze tossiche». I vuoti sono da ricercare anche nelle leggi comunitarie, non tarate sugli interessi del consumatore.

E’ sufficiente aggirarsi in una dozzina di porti italiani per rendersi conto delle nostre frontiere colabrodo. Sono due i principali nodi: il lungo periodo di navigazione che può alterare il prodotto e la mancanza di indicazione sull’etichetta circa l’origine. «Ci preoccupa – aggiunge De Bonis – anche la presenza di Deossinivalenolo (Don o vomitossina)”. Questo perché i parametri europei sui limiti di Don nei cereali utilizzati per l’alimentazione umana sono quasi il doppio rispetto a quelli imposti in Canada. In Italia è considerato commestibile ciò che i canadesi non darebbero neppure agli animali».

I dati dell’Agenzia delle Dogane attestano che da luglio 2015 a febbraio 2016 al porto di Bari è stato scaricato un milione di tonnellate di grano. «Arriva da Canada, Turchia, Argentina, Singapore, Hong Kong, Marocco, Olanda, Antigua, Sierra Leone, Cipro – spiega il direttore di Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti – e spesso passa da porti inglesi, francesi, da Malta e Gibilterra». E tutto ciò non accade solo a Bari: navi cariche di grano duro arrivano a Napoli, Ravenna, Palermo e in altre città».

Chi controlla tir e silos? Nessuno. Ho avuto modo di verificarlo costantemente dal 2 gennaio 2017 ad oggi. E della tutela della salute parla anche il presidente di Confagricoltura Puglia, Donato Rossi: «Tutti i tir, container e silos devono essere controllati». E non accade.

“Chi verifica il ciclo della pasta? Sempre nessuno”, attesta Slow Food, che aveva lanciato il primo allarme nel 2010. Per capire se la pasta è di qualità bisogna analizzare alcuni fattori: la presenza di micotossine nel grano duro (estero o italiano), eventuali deterioramenti del prodotto durante i trasporti, i limiti imposti dall’Ue che pare non accorgersi che un italiano medio consuma più pasta (27 chilogrammi all’anno) di un norvegese. Il Regolamento Comunitario 1881/2006 è calibrato su un consumatore medio europeo e non mediterraneo, che storicamente consuma più pasta, pane e cereali. Su questa base l’Europa ha dettato i valori massimi di alcuni contaminanti nel grano. Si parla di piombo, cadmio, mercurio e micotossine (come aflatossine e Don). Per la maggior parte dei Paesi al mondo, ad esempio, i valori del Don sono allineati tra 750 e 1000 ng/g nei cereali, mentre in Italia il limite è fissato a 1750, come nel nord Europa (dove si mangia molta meno pasta). Sempre lo stesso regolamento riconosce per pasta e pane una quantità di Don che scende miracolosamente a 750 e 500. Com’è possibile? E dato che quel limite scende a 200 ng/g negli alimenti a base di cereali o comunque destinati a lattanti e bambini sotto i 3 anni bisogna chiarire che al di sotto dei 6 anni non si può mangiare la stessa pasta degli adulti. Questi i limiti delle norme. Poi c’è un mondo che si muove al di fuori delle regole. Importiamo cereali a uso zootecnico: non è legale, ma c’è chi lo fa proprio per mancanza di controlli. E, una volta nel silos, il grano diventa per miracolo tutto italiano.

Esattamente sulla vomitossina un progetto delle Politiche agricole (Micocer 2006-2008) ha definito “la minore incidenza nei grani del Sud, rispetto a quelli del Nord Italia”. Questo perché il clima umido e le piogge favoriscono la presenza di micotossine, mentre il grano del Mezzogiorno viene raccolto a temperature molto elevate (tra i 28 e i 48 gradi) che non ne permettono la proliferazione. Ma in Canada il clima è umido e spesso si miete con la neve. A ciò bisogna aggiungere gli effetti di lunghi viaggi transoceanici a bordo di navi cargo: scarsa aerazione, umidità ed escursioni termiche. Altra fase: la miscela. Il regolamento 1881 vieta di miscelare frumenti in norma con quelli che superano i valori massimi, con lo scopo di  stemperarne il carico di tossina. Vietato il taglio insomma. Che pur riducendo i valori, non li rende idonei all’alimentazione dei bambini.

http://laveritadininconaco.altervista.org/che-ne-sai-tu-di-un-campo-di-grano/

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No centro commerciale a Castelluccio di Norcia


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Abbiamo appreso dalla stampa locale (umbria24del 7 luglio 2017) che la Regione Umbria e il Comune di Norcia hanno deciso di far costruire un centro commerciale ai piedi del rilievo di Castelluccio, nel Piano Grande, cuore dei Monti Sibillini. Riteniamo che la piana di Castelluccio, per il suo straordinario valore paesaggiistico e storico-ambientale, debba essere risparmiata da nuove occupazioni di suolo, sebbene confezionate da archi-star autoproclamatisi “ambientalisti” (nella fattispecie l’arch. Cellini) e che i fondi in dotazione della Protezione civile andrebbero meglio spesi concentrandosi sulla finalità primaria del recupero delle abitazioni per consentire il ritorno dei residenti, procedendo con rapidità e qualità. Invitiamo quindi la Regione Umbria e il Sindaco di Norcia di perseguire la tutela di un paesaggio, quello della Piana di Castelluccio, che molti vorrebbero vedere riconosciuto come patrimonio dell’umanità.

 

https://www.change.org/p/no-centro-commerciale-a-castelluccio-di-norcia

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150 fa “il Capitale”: ma Marx è morto (e Gesù pure)


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Tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori dl Tempio.
Esattamente 150 anni fa usciva il libro de “Il Capitale” di Marx, l’unico dei tre pubblicati con il filosofo di Treviri ancora in vita.
Molti dei suoi seguaci hanno visto nell’opera della “vecchia Talpa” un autore alieno dalla morale, concentrato su una disamina analitica e materiale del capitalismo e delle sue contraddizioni, che prima o dopo avrebbero portato al suo crollo e all’affermazione della società comunista (di cui peraltro Marx non fornì che rarissime e superficiali descrizioni).
Ma in realtà non è così. Perché il filosofo tedesco operò una vera e propria difesa dei più deboli, che seppure condotta in termini scientifici e rigorosi, presupponeva un altissimo anelito morale ed umanistico. Fra i pochi grandi del pensiero che si accorsero di ciò, e che lo applicarono a propria volta in un’ottica marxiana, vi fu Antonio Gramsci.
La “lotta di classe” vera e propria “summa” del pensiero di Marx, si articolava attraverso tre filoni strettamente intrecciati: da una parte era la lotta fra i detentori del capitale e i lavoratori salariati, questi ultimi sfruttati all’interno di un sistema iniquo e politicamente favorevole ai primi. Poi vi era la questione femminile, per cui Marx si spingeva a scrivere che nel microcosmo domestico la donna era l’equivalente del proletario nel macrocosmo sociale: sfruttata. Le due questioni si intrecciavano, poiché il proletario maschio sfruttato in fabbrica poteva diventare lo sfruttatore della moglie in casa. Così come la donna benestante poteva esercitare un dominio su altre donne di condizione sociale più bassa (le serve), ed essere sottomessa a sua volta al marito. Questione economica e questione di genere, insomma, erano inscindibili in Marx.
Infine vi era la questione nazionale, o meglio: internazionale. Per la quale Marx prendeva le difese delle nazioni colonizzate e sfruttate contro quelle imperialistiche e dominatrici. Anche tale aspetto è intrecciato con gli altri due, poiché nessun cittadino può vivere un’emancipazione di alcun tipo all’interno di una nazione sfruttata. Ma anche perché l’individuo che in una nazione benestante occupa una posizione economicamente e socialmente subordinata, può diventare un dominante e sfruttatore qualora si impegnasse a esercitare la propria superiorità su persone di etnia diversa e più debole rispetto alla propria.

Ecco, se prendiamo questi tre aspetti centrali del pensiero marxiano, al di là di ogni retorica giornalistica o promozionale possiamo capire come nella nostra epoca Marx risulti quantomai sconfitto. La disuguaglianza economica ha raggiunto livelli indecorosi e insostenibili (solo in Italia l’1,2% della popolazione detiene il 20% della ricchezza, per non parlare del medesimo tema su scala globale); il maschilismo torna in auge e, anzi, possiamo dire che non ha mai smesso di operare (come denuncia l’ultimo numero de l’Espresso, la cui redazione è stata sommersa da messaggi di uomini

incattiviti per l’affronto). Ma anche la questione etnica e nazionale vede il predominio degli stati ricchi del nord su quelli deboli del sud, per non parlare dello sfruttamento dei migranti (che spesso fuggono da guerre o da una miseria di cui sono causa gli stati ricchi), nonché della negazione dello “ius soli” a coloro che, figli di stranieri, sono tuttavia nati ed educati in Italia.
Ma che Marx sia ideologicamente defunto, lo si vede anche da quei sedicenti ammiratori del suo pensiero che, senza averlo letto o compreso, pretendono di dichiararne tutta la vitalità (e di sfruttarne il nome) pur assumendo posizioni contrarie ai migranti o alla difesa non solo dei diritti civili delle donne ma anche di quelle categorie umane che sfuggono da una rigida divisione di genere. Sono quegli stessi autori che criticano la fumosa e malmessa Sinistra in nome del fatto che essa difende donne, omosessuali e migranti dimenticandosi di combattere il capitalismo sfruttatore.
Peccato che il capitalismo, mai come oggi imperante, non si riesca a combatterlo per assenza di ricette alternative (che infatti non posseggono neppure i sedicenti allievi di Marx critici della malconcia Sinistra), non perché intanto si cercano delle soluzioni ragionevoli alla qualità della vita di migranti e di categorie umane a vario titolo subordinate.
Con Gesù Cristo si pensa il contrario, che il suo fosse un messaggio esclusivamente morale, ma sostanzialmente privo di implicazioni concrete sul piano sociale. Niente di più sbagliato. La sua voleva essere una lotta anzitutto sociale, volta a liberare il popolo dalla casta sacerdotale e farisaica, per risollevare i poveri e gli umili. Gesù intendeva fornire rappresentanza (e non solo conforto) agli umili e ai poveri, “i quali sono come pecore senza pastore” (Marco VI,34).
Feroce e implacabile la sua guerra contro la casta del Tempio: “Voi onorate Dio solo esteriormente e con le labbra, ma in realtà andate appresso alle vostre tradizioni umane e per esse negligete la vera legge di Dio” (Marco VII, 8-13).
Fino all’affondo finale contro l’uomo che opprime ogni proprio fratello e ogni propria sorella: “Voi imponete bensì al popolo una catena grave di precetti, ma in fondo, per vostro conto, non li osservate, dite e non fate. Voi avete solo l’apparenza e la fama della santità, e con le lunghe preghiere divorate le case delle vedove. Voi edificate le tombe dei profeti e onorate i monumenti dei giusti. Ma perseguitate i profeti che Dio manda per richiamare il popolo alla vera legge. Guai a voi, che avete fuori l’apparenza di uomini giusti e dentro siete pieni di rapacità e di ipocrisia” (Luca XI, 37 sgg.; Matteo IX, 13).
Le priorità sono chiare, e non sono morali o ideologiche: “Prima l’amore fraterno, poi la preghiera; prima la carità, poi i sacrifici; prima l’adempimento dei doveri filiali, poi l’offerta al tempio” (Marco VII,10; Matteo IX,13).
Basterebbe leggere un qualsiasi giornale di questi giorni per sapere come fare ad applicare l’insegnamento del grande filosofo e del grande profeta. Se non fosse che, a partire dalle nostre menti e dai nostri cuori, tanto Marx quanto Gesù sono morti da un pezzo. Lasciando gli oppressi, tutti gli oppressi (poveri, donne, bambini, “diversi”), in balia degli ipocriti e cinici signori del Tempio.

http://lurtodelpensiero.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/07/18/150-fa-il-capitale-ma-marx-e-morto-e-gesu-pure/?ref=fbpe

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Assalto al litorale della Sardegna. Addio legge salvacoste. La giunta vara la controriforma dell’edilizia.


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La contro-riforma è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.
Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti.

All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive». Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.

 

http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/07/18/news/sardegna-assalto-alle-coste-1.306266?ref=fbpe

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Siccità e diluvi cambiano agricoltura e infrastrutture.


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I segnali sono evidenti. C’è siccità. Ci sono temporali furiosi. Gli incendi inceneriscono i boschi sulle colline del Messinese e sui fianchi del Vesuvio. Le colture si disseccano. Il clima cambia, questo ormai pare sicuro; ma la questione del clima non è solo il distacco dell’iceberg Larsen C dai ghiacci del Polo Sud, ma anche cosa accadrà in Italia. E accade che l’Italia deve prepararsi a un cambiamento del modo di produrre e a un cambiamento nel modo di gestire il territorio. Con un clima diverso, con un modo diverso di piovere e di non piovere, cambiano la produzione e il consumo di elettricità, le colture, i princìpi per progettare le infrastrutture.

Primo, questi fatti dicono che bisogna cambiare il modo in cui pensiamo la produzione agricola. Le colture tipiche del Mezzogiorno si sposteranno verso l’Alta Italia e ci saranno oliveti assai più a Nord, per esempio in val Lagarina o in Valtellina, rispetto a quelli che oggi rendono celebre il Garda e la Liguria.

Secondo effetto, cambia il modo di consumare elettricità. Si useranno molti più chilowattora per raffreddare primavere e autunni caldi ed estati torride, e molto meno per riscaldare inverni mitissimi. E raffreddare non significa solamente il funzionamento del condizionatore dell’ufficio, della casa o dell’automobile: significa che dovranno lavorare più a lungo i compressori dei frigoriferi di casa, dei banchi refrigerati nei supermercati e di tutta la catena del fresco e del freddo. Significa maggiore quantità di derrate deperite e immangiabili. Significa maggiore stress per le centrali elettriche. E un diverso utilizzo delle centrali idroelettriche.

C’è un altro elemento. Il clima, come si sta sperimentando, tenderà ad accentuare i fenomeni estremi: lunghissimi periodi senza pioggia interrotti da tempeste furiose e brevissime.. Pioggia sulle cui quantità non sono tarati i canali e le rogge, le misure delle gronde, le inclinazioni dei ponti, la forma dei tetti e il dimensionamento delle tegole, le spallette e gli argini dei fiumi, l’uso dei fiumi per le acque di raffreddamento delle centrali termiche, l’uso irriguo delle acque del sottosuolo, più scarse e spesso salate.

Il cambiamento del regime di pioggia, con enormi quantità d’acqua concentrate in tempi brevissimi e accompagnate da venti furiosi, chiederà criteri diversi di progettazione delle infrastrutture, concepite ancora oggi secondo gli standard climatici dell’Ottocento e del Novecento. E chiederà un diverso modo di pensare il territorio, fragilissimo e infiammabile. Messina e il Vesuvio chiedono più forestali, più aerei antincendio, una cultura più attenta del territorio in cui viviamo.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-07-14/siccita-e-diluvi-cambiano-agricoltura-e-infrastrutture-193131.shtml?uuid=AEJOglvB

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I fari bellissimi in Italia


Un patrimonio storico-artistico da tutelare e visitare per ammirarne l’incredibile bellezza.

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La moderna tecnologia ne ha un po’ scalzato l’importanza nella navigazione, ma rimangono per tutti noi un luogo magico ricco di fascino e suggestione. Imponenti, luminosi, guardinghi, proprio grazie al ruolo che hanno avuto nella storia, sono sempre costruiti in posti difficili da raggiungere e, nel tempo, hanno dovuto sopportare la forza della natura tra mareggiate, terremoti e usura.

Il fascino dei fari, che si ergono lungo le coste italiane, sono impareggiabili  per la loro maestosità indiscussa.

 

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Faro della Vittoria – Trieste, Friuli Venezia Giulia

Questo faro è una vera e propria opera d’arte. Lungo la panoramica Strada del Friuli, che dal centro città conduce verso la frazione di Prosecco, si può ammirare questo faro alto più di 67 metri, realizzato immediatamente dopo il primo dopoguerra con il duplice scopo di illuminare il Golfo di Trieste e celebrare il passaggio della città al Regno d’Italia.

 

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Faro di Vieste – Vieste (Foggia), Puglia

Il Faro di Vieste è costituto da una torre ottagonale in mattoni che si erge sull’ex-abitazione del guardiano, sullo scoglio di Santa Eufemia. È stato progettato nel 1867 e la torre in cui è ubicata la lanterna, a causa dell’automazione della struttura, è ora disabitata. Una lanterna in ottone è posta al culmine della torre e si accende ogni giorno al tramonto, illuminando la città.

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 Faro di Capo d’Otranto o Punta Palascìa – Otranto, Puglia

Il faro di Capo d’Otranto, detto della “Palascìa” è situato poco fuori Otranto lungo la litoranea che dalla città dei martiri conduce fino Santa Cesarea. In questo punto la penisola Italica raggiunge il suo estremo punto orientale. La struttura si compone di due piani abitati dalle famiglie dei due guardiani del faro. Il faro è ad oggi meta di molti turisti che, nella notte di San Silvestro, vi si recano per ammirare quella che è considerata la prima alba del nuovo anno in Italia. Ristrutturato da poco, è uno dei cinque fari del Mar Mediterraneo tutelati dalla Commissione europea.

 

http://www.donnamoderna.com/lifestyle/viaggi/16-fari-da-non-perdere-in-Italia

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Coltrane vive ancora! L’eredità infinita di un artista rivoluzionario


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Cinquant’anni fa, il 17 luglio 1967, moriva John Coltrane. Prematura e improvvisa, causata da un cancro al fegato, la sua scomparsa fu uno shock inatteso anche per molti nell’ambiente del jazz inconsapevoli della malattia del sassofonista afroamericano. Venuto a mancare a soli quarant’anni, lasciava un vuoto incolmabile: nessuno negli anni sessanta, né nel jazz né in altri ambiti musicali, si era spinto tanto avanti. Nessuno era stato altrettanto rappresentativo del suo tempo.

Nella musica, l’urgenza della trasformazione radicale dell’esistente si fonde con l’aspirazione a un nuovo equilibrio umano, ad una nuova dimensione spirituale: un po’ come se in Coltrane si ritrovassero assieme, riuniti in un’unica personalità,Malcom X  e  Martin Luther King.

Il linguaggio a cui Coltrane approda negli ultimi anni lascia  trasparire poi sollecitazioni politiche e culturali e la sensibilità e la storia della musica afroamericana, il tutto con una poetica di portata universale, ancora intatta nella sua forza malgrado il passare degli anni: Coltrane è più che mai vivo.

https://www.youmanist.it/currents/jazz/coltrane-vive-ancora

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Le donne del Congresso sfidano il dress code


Unite per sfidare le regole sull’abbigliamento in vigore a Capitol Hill che vietano a chiunque ci lavori – uomini e donne – di indossare abiti senza maniche. Persino ad alcune giornaliste è stato impedito di entrare nella ‘lobby’, l’area dove la stampa può avere accesso ai politici.

17 luglio - L'America puritana... ancora più puritana

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Sei milioni non vanno in vacanza, la crisi cancella un sogno italiano


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Non c’è ripresa o ripresina che tenga. Nonostante per il turismo si annunci un’estate da record, rispetto all’anno passato aumenta il numero degli italiani che rinuncia alle vacanze. Per ragioni economiche, ovviamente. Stando all’ultima indagine Swg-Confesercenti il 26% degli italiani prevede infatti di non andare in ferie, contro il 25% dell’anno passato. La variazione è minima, ma si tratta della prima inversione di tendenza dopo tre anni di calo. Ancora più significativo è l’aumento di quanti forniscono motivazioni di tipo prettamente economico per restare a casa: si tratta infatti del 58% delle risposte, contro il 55% del 2016, e corrisponde al dato più alto mai registrato da Swg dal 2009 ad oggi. Senza contare poi che un altro 8% dice di andare in vacanza «in altri periodi» e molto probabilmente lo fa per tenersi alla larga dai prezzi dell’alta stagione. In totale, stima Confesercenti, saranno circa 6 milioni gli italiani che non andranno in vacanza per motivi economici, una fetta di popolazione consistente e che va ben oltre i 4,7 milioni di poveri appena conteggiati dall’Istat.

A fronte di tanti che rinunciano alle ferie c’è però anche una (piccola) quota di irriducibili. Secondo le stime del sito Facile.it sino a tutto maggio sono stati ben 60mila gli italiani che hanno attivato un prestito personale per andare in vacanza, per un ammontare complessivo di 33 milioni di euro. In media hanno ottenuto circa 5mila euro. Nel 72% si tratta di uomini, età media 42 anni, nel 76% dei casi occupati presso un’azienda privata con contratto a tempo indeterminato. Segno che anche i più garantiti possono avere grossi problemi a far quadrare i conti.

http://www.lastampa.it/2017/07/16/economia/sei-milioni-non-vanno-in-vacanza-la-crisi-cancella-un-sogno-italiano-A2p2fHbZ3Zpq32v3AiHeAN/pagina.html

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La Terra ha sete, nel 2050 servirà il doppio dell’acqua


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Tra 40 anni le bocche da sfamare sul nostro pianeta saranno 9 miliardi. Se vogliamo che ci sia cibo per tutti occorre una nuova, più responsabile gestione delle risorse idriche in campo agricolo.

Una migliore gestione dell’acqua in ambito agricolo potrebbe incrementare la produzione alimentare. E con 9 miliardi di bocche da sfamare è un passo quanto mai indispensabile.

Se continuiamo con questi ritmi di crescita, tra poco meno di 40 anni, nel 2050, sul nostro pianeta vivranno 9 miliardi di persone. Per dissertarle, e nutrirle, occorrerà il doppio delle risorse idriche attualmente utilizzate. E considerando che già ora l’acqua scarseggia, è necessario correre ai ripari.Attualmente 1,6 miliardi di persone vivono in condizioni di reale scarsità d’acqua, e il numero potrebbe presto salire a 2 miliardi se continuiamo con questo tiro . Con le stesse tecniche agricole, la crescente urbanizzazione e le nostre abitudini alimentari, il fabbisogno d’acqua per l’agricoltura in termini di evapotraspirazione aumenterebbe dai 7.130 chilometri cubici attuali al 70-90% in più per nutrire 9 miliardi di persone entro il 2050.

Già oggi la scarsità d’acqua colpisce alcuni tra i maggiori paesi produttori di derrate alimentari come la Cina, la regione indiana del Punjab e la zona occidentale degli Stati Uniti. E i cambiamenti climatici, con i picchi di siccità e l’irregolarità dei cambi stagionali, non migliorano certo le cose. Solo un progresso nelle tecniche agricole potrà allontanare questo quadro a tinte fosche. Alcuni consigli pratici per razionalizzare le risorse idriche nei campi e costruire un nuovo equilibrio con l’ecosistema provengono dal documento stesso: innanzi tutto, è opportuno scegliere raccolti che resistano alla siccità e all’irregolarità delle piogge. Piantare alberi e cespugli sul perimetro dei campi aiuta a trattenere l’umidità del suolo e a non far scivolare via l’acqua. Inoltre, come sempre, occorre la collaborazione di governi, agricoltori e urbanisti per pianificare una nuova e più razionale gestione delle risorse idriche. Ne va del bene di tutti: in termini economici (gli unici che certi governanti sembrano sentire), le zone umide del pianeta – paludi, acquitrini, bacini d’acqua dolce o marina – valgono 70 miliardi di dollari.

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/24082011-1025-489-la-terra-ha-sete-nel-2050-servira-il-doppio-dell-acqua

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Morta Maryam Mirzakhani, prima donna a vincere la medaglia ‘Fields’per la matematica


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Nata nel 1977 a Teheran, la storia di Mirzakhani è un mix tra dedizione, ingegno e un pizzico di buona sorte. È stata lei stessa a raccontare di essere stata fortunata per aver finito le scuole elementari giusto al termine della guerra tra Iran e Iraq. Un tempismo che le ha permesso di frequentare buoni istituti e avere delle opportunità impossibili altrimenti.

Laurea a Teheran, dottorato ad Harvard con una tesi sui cammini chiusi sulle superfici in geometria iperbolica, considerata da molti colleghi “spettacolare”. La prima cattedra è a Princeton. Poi il passaggio a Stanford, dove insegnava da sette anni. Amava definirsi una “pensatrice lenta”. Forse proprio questa sua qualità, di soffermarsi sulle questioni un po’ più a lungo, le ha permesso di concentrarsi su problemi che riguardano le strutture geometriche sulle superfici e il modo in cui si deformano. Viaggi nel mondo della matematica che descriveva come “lunghe escursioni, senza un sentiero tracciato né un traguardo visibile”.

Nel 2014, la medaglia Fields. Le è stata consegnata nella capitale della Corea del Sud, Seoul, durante il ventisettesimo Congresso internazionale dei matematici che si tiene ogni quattro anni. Quel giorno Mirzakhani ha rotto un tabù, dato che il premio non era mai finito tra le mani di una donna da quando la medaglia è stata assegnata per la prima volta: nel lontano 1936. “Spero che questo riconoscimento sia d’ispirazione per sempre più giovani ragazze”, è stato il commento di Frances Kirwan, dell’Università di Oxford, membro della giuria. L’invito è “di credere nelle proprie capacità e sperare di essere le vincitrici del futuro”.

 

http://www.repubblica.it/scienze/2017/07/15/news/addio_a_mirzakhani_prima_donna_a_vincere_il_nobel_per_la_matematica-170862620/

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Quando è nato l’aperitivo?


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Se è vero che molte invenzioni che usiamo ancora oggi sono state realizzate nell’antico Egitto, è anche vero che gli antichi romani hanno dominato il mondo lasciandoci in eredità diverse “invenzioni”. Una di queste è proprio l’aperitivo.

La moda dell’aperitivo, infatti,  era già in voga 2.000 anni fa, nell’antica Roma. I Romani (ricchi) avevano l’abitudine di anticipare la cena con bevande alcoliche e stuzzichini vari.

Era la gustatio, un momento previsto nei banchetti  più sontuosi, di grande convivialità, nato per stimolare l’appetito con antipasti saporiti accompagnati dal mulsum, vino ad alta gradazione alcolica miscelato a miele aromatizzato.

 

APERITIVO MODERNO.Tuttavia, solo nel XVIII secolo questa moda iniziò a diffondersi indistintamente in ogni ambiente sociale, esattamente dal 1786, quando a Torino il distillatore piemontese Antonio Benedetto Carpano ideò il celebre Vermut rerererere la bevanda da aperitivo per eccellenza. Ottenuto da vino bianco moscato aromatizzato con oltre 30 varietà di erbe e spezie, il Vermut riscosse nel giro di pochi anni un enorme successo, grazie anche ai costi contenuti, che ne favorirono la larga diffusione.

 

http://www.focus.it/cultura/storia/quando-e-nato-laperitivo

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Da rifugiati a campioni, l’esperienza di un camp di atletica in Kenya


Atletica Kenya

– Hanno commosso e stupito il mondo alle Olimpiadi di Rio 2016 e ai Mondiali di staffetta di quest’anno alle Bahamas, ma per arrivare ai grandi eventi gli atleti della squadra dei rifugiati devono allenarsi tutto il giorno e possono farlo grazie al camp di Tegla Llorupe a Ngong, in Kenia. L’ex mezzofondista keniota, cinque volte oro ai Mondiali di Mezza Maratona, ha aperto le sue porte a coloro che scappano dalle guerre e che in questi giorni partecipano ai Mondiali Under 18 di Nairobi, In Kenia. Nei giorni scorsi il team dei rifugiati ha ricevuto anche la visita di Sebastian Coe, l’ex grande campione inglese che ora è presidente della Iaaf, la federazione internazionale di atletica leggera. Le giovani stelle del team dei rifugiati pronti per Nairobi sono Lydia Philip Mamun, che impegnata sui 400m, e il suo connazionale del Sud Sudan Sunday Kamisa Peter (800 metri) oltre all’Etiope Mohammed Ahmed Abubakar (1500 metri). “Tegla Lorupe – ha raccontato Coe in dichiarazioni riportate dal sito della Iaaf – mi parlò dei suoi progetti già in occasione delle Olimpiadi di Londra nel 2012, aveva una visione ed è diventata realtà quattro anni dopo a Rio, l’ha portata avanti con la stessa umiltà e tenacia che aveva in gara. Siamo stati molto orgogliosi come Iaaf di poter contribuire con na piccola somma di denaro”. Tegla Lorupe ha mostrato a Coe le nuove attrezzature del suo camp nel campo profughi di Ngong con una nuova palestra che sarà finita per la fine dell’anno, nuovi alloggi e un piccolo ambulatorio. E nel camp ci sono anche mucche e galline per fornire di latte fresco e uova gli atleti. “Ho visto questo progetto nascere e crescere – ha continuato Coe, due volte oro Olimpico nell’80 e nell’84 – oggi abbiamo davanti un esempio di passione, visione e umanità”. Coe si è rivolto direttamente ai giovani rifugiati: “Costruite le vostre carriere in pista al meglio – ha detto loro – ma pensate anche al futuro come ha fatto Tegla, che dopo aver corso ha lavorato perché voi oggi possiate avere una carriera da atleti”. I tre giovani atleti sono arrivati nel camp della Lorupe nel 2016 e oggi studiano nella scuola vicina al campo, oltre ad allenarsi. Abubakar e Peter sono arirvati a Ngoong dal campo profughi di Kakuma, mentre Mamun dal campo di Dadaab. “Anche io vengo da una situazione difficile – ha detto Lorupe – ma ho imparato a non perdere la speranza. Dico sempre ai ragazzi che devono dare il meglio non solo nello sport ma anche nello studio, che è importante allo stesso modo”.

 

http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/sport/2017/07/13/atletica-presidente-iaaf-coe-visita-camp-team-rifugiati-in_6a3d9f2a-bf56-4f4c-9c80-9c76e599855b.html

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Cina, addio a Liu Xiaobo eroe di Tienanmen e Nobel per la Pace


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“La grandezza della resistenza non violenta risiede nel fatto che, nel momento in cui l’umanità deve confrontarsi con la tirannia e con i suoi tormenti, la vittima – diversamente da come ci si aspetterebbe – risponde all’odio con l’amore, al pregiudizio con la tolleranza, all’arroganza con la modestia, all’umiliazione con la dignità, alla violenza con la razionalità.  L’amore per la dignità e la modestia d’animo delle vittime sono un invito rivolto ai carnefici a ripristinare le regole dell’umanità, della pace e della ragione, per superare il circolo vizioso del rispondere alla violenza con la violenza”

Liu Xiaobo

 

Il dissidente cinese Liu Xiaobo si è spento, in prigionia, a 61 anni per un cancro all’intestino. La sua sedia vuota alla cerimonia di premiazione del Nobel per la pace nel 2010 resterà per sempre un simbolo della repressione di Pechino e della sua battaglia contro la negazione dei diritti umani.

Se n’è andato nel modo peggiore: prigioniero fino all’ultimo. Liu Xiaobo, il Premio Nobel per la Pace condannato a 11 anni per ‘incitamento al sovvertimento dello stato’, era stato trasferito dal carcere  all’ospedale di Shenyang, ma la libertà concessa il 26 giugno scorso perché malato di tumore terminale era condizionale solo a parole.

Nella primavera del 1989 aveva partecipato alle proteste di piazza Tienanmen, diventando un simbolo della Primavera cinese. L’ultimo arresto era avvenuto nel 2008 per aver firmato insieme ad altri dissidenti il documento intitolato ”Carta 08”, per promuovere riforme volte alla democrazia

 

http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/13/foto/cina_morte_liu_xiaobo_premio_nobel_foto-170705607/1/#1

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L’Italia brucia.


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Dal Roma alla Puglia, dal Vesuvio alla Sicilia è emergenza incendi

Dal 15 giugno a oggi sono state 430 le richieste di soccorso aereo giunte dalle Regioni alla Protezione Civile per gli incendi: un picco mai raggiunto nello stesso periodo negli ultimi dieci anni. Lo rileva il Dipartimento che ricorda come nel 2007, ‘anno nero’ con una stagione estiva davvero complicata, erano state 308 le domande. “Le conseguenze per l’equilibrio naturale sono gravissime e i tempi per il riassetto dell’ecosistema forestale e ambientale molto lunghi – spiegano dalla Protezione Civile – Le alterazioni delle condizioni naturali del suolo causate dagli incendi favoriscono inoltre i fenomeni di dissesto dei versanti provocando, in caso di piogge intense, lo scivolamento e l’asportazione dello strato di terreno superficiale”.

La salvaguardia e la tutela dei boschi sono oggi strettamente connesse al grado di civilta’ degli uomini, alla loro cultura e sensibilita’.
Si rilevano, infatti, insufficienti i divieti e le sanzioni, i sistemi di lotta tecnologicamente avanzati, o altre iniziative adottate, in presenza di una coscienza sociale poco attenta alle esigenze dell’ambiente.

 

http://www.comunevitulano.it/avvvpc/pages/studio.htm

http://www.huffingtonpost.it/2017/07/11/litalia-brucia-dal-roma-alla-puglia-dal-vesuvio-alla-sicilia_a_23024731/

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I motivi dell’ODORE del MARE


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L’odore del mare: si avverte in maniera molto densa, ma pochi si domandano quali siano i composti che lo caratterizzano. Sono per l’esattezza tre. Il primo è il Solfuro dimetile, responsabile dell’odore di salsedine. Poi ci sono i Dictioptereni, composti volatili che costituiscono i feromoni sessuali di alcune specie di alghe, usate dalle parti femminili per attrarre le controparti maschili. Infine si annoverano i Bromofenoli: sono composti chimici che in alte concentrazioni causano un odore di iodio piuttosto forte. In conclusione, quando ci rechiamo in spiaggia e avvertiamo questo odore pungente nell’aria, ora sappiamo che dipende da un mix di questi tre elementi.

 

https://www.ilmeteo.it/notizie/curiosita-i-motivi-odore-del-mare

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Delitto Kennedy, il mistero di quel fucile trovato a Pistoia


Mostre: a Historical Society Ny ritratto intimo Jfk

In ex fabbrica munizioni, sullo sfondo la commissione Warren

Il fucile Carcano 91/38 con cui Oswald sparò al presidente John Kennedy il 22 novembre 1963 a Dallas è custodito negli Usa. Ma il ritrovamento di un fucile analogo, un anno fa in un capannone della ex fabbrica di munizioni Smi (Società metallurgica italiana) di Campo Tizzoro, sulla montagna pistoiese – vicenda emersa ora sulla stampa – ha aperto un caso se non un mistero. Perchè quell’arma, disattivata e arrugginita, è stata trovata avvolta in una busta Smi con un cartellino con scritto C.Warren, ovvero il nome della prima commissione che indagò sul delitto Kennedy, insieme ad alcuni documenti. Tutto era in un armadio metallico, acquistato come il resto del materiale dell’archivio difesa della Smi 5 anni fa all’asta per 5.000 euro, dopo che il relativo ramo dell’azienda era stato ceduto al pubblico.

La scoperta è stata fatta da Gianluca Iori, architetto e direttore dell’Istituto di ricerche storiche e archeologiche di Pistoia, a cui si deve il progetto, poi realizzato, del museo della Smi a Campo Tizzoro, in onore della stessa fabbrica e della famiglia Orlando che ne fu proprietaria.

Iori considera già di per sè “eccezionali” i documenti rinvenuti, “ora custoditi in cassaforte”. Quanto al fucile azzarda più ipotesi, in attesa di scoprirne di più: da quella che sia finito nell’armadio per caso, che possa essere il secondo fucile che sparò a Kennedy, o che sia stata un’arma lasciata a Campo Tizzoro dalla commissione Warren per prove balistiche. Visita che era nota: risale al 1966, quando arrivarono investigatori della Cia per alcune verifiche in quanto due delle tre pallottole esplose da Hoswald, oltre a un caricatore, erano state prodotte a Campo Tizzoro: a quei tempi la Smi “era la principale ditta di munizioni in ambito Nato”.

 

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/07/11/delitto-kennedy-il-mistero-di-quel-fucile-trovato-a-pistoia_5109f8bd-b5f1-4eb2-b326-ef3a9be8e890.html

 

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L’imponente vulcano che nessuno trova


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Responsabile di una serie di anomalie climatiche a metà del 1400, lo si era individuato nel Pacifico… ma era una falsa pista.

Il 10 ottobre 1465 qualcosa di strano accadde durante lo sfarzoso matrimonio tra Alfonso II d’Aragona e Ippolita Maria Sforza, a Napoli: in pieno giorno il Sole si fece dapprima azzurrognolo, poi calò l’oscurità – fatti che in molti interpretarono come presagi di sventure.

Nei mesi seguenti le stranezze continuarono  in tutta Europa. In Germania piovve talmente forte e talmente tanto che nei cimiteri le sepolture tornavano in superficie. Nel villaggio di Thorn, in Polonia, ci si spostava soltanto in barca. In tutta Europa il clima si fece ancora più freddo: i laghi ghiacciarono insieme ai pesci, l’erba smise di crescere e i fiori di sbocciare. A Bologna, si passava con carrozze e cavalli sugli specchi d’acqua ghiacciati.

Responsabile della strana serie di eventi fu un’eruzione vulcanica devastante  persone. Le tracce dell’acido solforico precipitato ai poli in seguito all’evento sono ancora oggi custodite nei ghiacci.

Di quale vulcano parliamo? Per la globalità dell’evento è probabile che l’eruzione sia avvenuta ai tropici: da qui i venti d’alta quota spingono l’aria dall’equatore ai poli. Tuttavia poiché nel Pacifico ci sono centinaia di vulcani, e il colpevole è quasi certamente ormai svanito sul fondo del mare, l’enigma sulla sua identità è destinato a rimanere tale. Altri scienziati suggeriscono di cercare tra gli archi insulari – Micronesia, Polinesia, Melanesia

 

 

http://www.focus.it/scienza/scienze/eruzione-imponente-il-vulcano-che-nessuno-trova

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