Federalismo Criminale


“Sì, la ‘ndrangheta corteggia la Lega. E investe in Lombardia. Ma c’è un fenomeno più inquietante di cui dovrebbe occuparsi Maroni: le mafie puntano su un’Italia divisa”. Così Roberto Saviano risponde al ministro.

La ‘ndrangheta al Nord? “Certo, cerca di interloquire con la Lega, ma le inchieste mostrano come in tutte le Regioni si stia manifestando un fenomeno molto più inquietante, quello sì che dovrebbe indignare il ministro dell’Interno: le mafie scommettono sul federalismo”.

Roberto Saviano non è per niente pentito del monologo di “Vieni via con me” che ha segnato il record di ascolti, anzi a sorprenderlo è la veemenza della reazione di Roberto Maroni: “Quello che ho detto è documentato. L’incontro tra il consigliere regionale leghista e gli uomini delle cosche è negli atti dei pm Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone. E ricordo al ministro che l’unico direttore di una Asl arrestato per ‘ndrangheta è quello di Pavia, dove comune, provincia e regione sono amministrati anche dal suo partito: stiamo parlando di una Asl che gestisce strutture di eccellenza e fa girare 700 milioni di euro l’anno. E ricordo che l’ultimo sindaco arrestato in un procedimento per collusioni con le cosche calabresi è quello di Borgarello: un paese alle porte di Pavia non una cittadina della Locride”.

Il ministro Maroni sostiene che l’incontro tra il consigliere leghista e le persone poi arrestate per ‘ndrangheta non ha nessuna rilevanza penale. E nel centrodestra c’è chi ritiene che accostare la Lega alle cosche su questa base equivalga a usare gli stessi metodi della macchina del fango che lei ha denunciato.
“La mia frase era chiara, chiunque può riascoltarla: “La ‘ndrangheta al Nord, come al Sud, cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega”. Non si tratta di illazioni, ma di elementi concreti che emergono dalle indagini e che devono essere sottoposti all’attenzione dell’opinione pubblica: in Lombardia la Lega è forza di governo e oggi gli uomini delle cosche calabresi, attivi nella regione da decenni, puntano a investire i loro capitali nei cantieri dell’Expo 2015. È un’analisi della Superprocura antimafia, lungamente discussa nella commissione parlamentare proprio perché per entrare negli appalti loro hanno bisogno della politica e soprattutto della politica che controlla la spesa sul territorio. Per questo tutta la criminalità organizzata guarda con favore a una riforma federalista del Paese: vogliono centri di costo alla loro portata”.

Alle mafie piace il federalismo?
“Piace un certa idea di federalismo, quella che potrebbe consegnargli gran parte del Sud. In passato Cosa nostra l’ha cavalcata per contrastare la prospettiva di un potere centrale troppo forte: meglio la secessione dell’isola che dovere fare i conti con uno Stato deciso a cancellare la mafia. E la stessa istanza è stata riproposta dall’ala dura dei corleonesi negli anni delle stragi, quando di fronte al crollo della prima Repubblica Gianfranco Miglio, il “padre nobile” della Lega, benediceva la nascita al Sud di tanti partitini autonomisti intrisi di massoneria e amici degli amici: sono fatti acclarati, non illazioni. Oggi la prospettiva è semplice: la mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c’è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l’essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero “cose nostre”, un nome che non è stato scelto a caso. Perché oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale”.

E questi capitali sembrano muoversi verso Nord. Una rotta indicata da oltre venti anni con gli investimenti in aziende venete, lombarde e piemontesi e la penetrazione nei cantieri di tutte le grandi opere: quelle di ieri e quelle di domani, come svelato nell’inchiesta de “L’espresso” citata durante la trasmissione. Non è un caso se il più importante pentito di ‘ndrangheta operava a Milano, alternando attività manageriali a omicidi.

“Quelli che vanno ad incontrare il consigliere leghista non indossano coppola e lupara: sono un imprenditore e un manager pubblico, che al telefono parlano come killer ed evocano “di far saltare con le bombe quelli che non vogliono capire” e si vantano “di essere primitivi, come in Calabria”. Ma sono persone che sanno muoversi negli uffici del Pirellone”.

Oggi le indagini sulla capacità dei clan di infiltrare le amministrazioni regionali del Sud mostrano situazioni raccapriccianti. Lei ha raccontato come i casalesi avessero interlocutori nella maggioranza di Bassolino. In Calabria è stato assassinato il vicepresidente Francesco Fortugno e come mandante del delitto è stato arrestato un altro consigliere regionale di centrosinistra. In Sicilia il governatore Totò Cuffaro si è dovuto dimettere per i processi di mafia e il suo successore Raffaele Lombardo, leader di un movimento autonomista che ricalca alcune delle istanze di Umberto Bossi, è sotto inchiesta. Questo dimostra che il Sud non è maturo per il federalismo?
“Il federalismo, a partire da quello fiscale, potrebbe anche dimostrarsi un’occasione, un punto di partenza per una rinascita del Sud. Ma a due condizioni, e cito l’analisi del magistrato Raffaele Cantone: creare controlli rigorosi sulle uscite di denaro pubblico e fare una selezione sulla classe dirigente politica e burocratica. Le istituzioni regionali dovrebbero rispondere in prima persona del denaro, che oggi invece alimenta consorterie, sprechi e arricchisce le nuove mafie, che – come evidenziano le indagini condotte in Calabria, in Sicilia ma anche quelle sulle infiltrazioni dei clan a Milano – stanno spostando il cuore del loro business dai cantieri alla sanità. Oggi però il quadro generale è desolante: si amplificano le retate e i sequestri di beni, presentandoli come la panacea contro la criminalità organizzata mentre non c’è nessuna strategia per contrastare il dilagare di questa nuova imprenditoria mafiosa, che investe i suoi capitali soprattutto al Nord. Credo che questa dovrebbe essere la preoccupazione di Maroni, leader di un partito che fa del progetto federalista la sua ragione d’essere: creare un sistema di controlli che prevenga questa minaccia, emersa con chiarezza nelle inchieste dei magistrati e nelle analisi delle forze dell’ordine che rispondono al suo dicastero”.

Lei però proprio nella prima puntata di “Vieni via con me” impugnando il tricolore nazionale ha duramente criticato le “balle che racconta la Lega quando chiama il suo centro di ricerche Carlo Cattaneo”.
“Quanto è lontano il federalismo di Cattaneo dagli slogan di Pontida? Cattaneo sognava un federalismo solidale, un federalismo che unisse l’Italia: non voleva una secessione che abbandonasse il Sud al suo destino. La sua visione e quella degli altri pensatori federalisti risorgimentali voleva fare delle diversità italiane una ricchezza: renderle cerniera tra Mediterraneo e Mitteleuropa. Come si fa a credere che spaccare il Paese serva a renderlo più forte? Un’ideologia del genere per me è miope e insostenibile, perché farà sì che a decidere il nostro futuro saranno altri. E se la Padania rischia di tornare ad essere la periferia di altre potenze, come lo erano il NordOvest sabaudo nei confronti della Francia e il Lombardo-Veneto dominato dall’Austria, invece il Mezzogiorno potrebbe precipitare nel baratro di un’economia in mano ai capitali di mafie che si trasformerebbero in potere legale. Un incubo, la tomba di un sogno di emancipazione e di giustizia nato centocinquanta anni fa con l’Unità d’Italia”.

E a quel punto, per restare nel tema della trasmissione che lei ha creato assieme a Fabio Fazio, l’unica scelta sarebbe andarsene via?
“Io non mi arrendo. Il risultato di pubblico di “Vieni via con me” mi ha stupito e convinto di quanto sia importante continuare su questa strada. La gente vuole sapere, è avida di informazione, domanda verità ma non trova risposte dalla televisione e si abbandona nella sfiducia che è l’elemento di cui si compone la palude in cui il Paese rischia di affondare: fango, solo fango, niente altro che fango”.

fonte :  http://espresso.repubblica.it/dettaglio/le-mani-sul-federalismo/2138641//0

http://www.federalismocriminale.it/Default.asp

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