Pubblicato in: antifascismo, razzismo

IERI HO VISTO HIMMLER


11000824_928446727192714_7342885555517161732_nIeri a Treviso sono arrivati alcuni profughi e gli abitanti del quartiere sono insorti. Nella notte qualcuno di loro è entrato negli appartamenti e ha incendiato i mobili, i divani, i vestiti, le sedie e perfino le ciabatte destinate ai profughi. Poi il giorno dopo, gli stessi abitanti del quartiere, hanno impedito a una cesta di cibo di arrivare alle bocche dei profughi a cui quel cibo era destinato.

Io qualche mese fa sono stato ad Auschwitz, e vi dico che le vostre idee non sono per niente originali, ci avevano già pensato i vostri nonni. Era già accaduto che qualcuno denunciasse la dodicenne clandestina Anna Frank nascosta in soffitta, era già accaduto che la colpa fosse data ai rom e ai sinti, tra l’altro gli unici popoli che nella storia umana non hanno mai dichiarato una guerra. Era già accaduto che gli invalidi, gli handicappati e i matti fossero allontanati perché erano un costo. Era già accaduta, insomma, la storia del capro espiatorio.
Voi, gente di quartiere e spada che oggi impedite l’accoglienza bruciando vestiti e sedie di quelli più poveri di voi, siete i nipoti scaduti di idee che stanno un gradino sotto la melma.
E se quello che voi siete è la mia razza, voglio dirlo chiaramente, la mia razza mi fa schifo. Ma se ci penso un attimo no, voi non siete la mia razza. Perché la mia sola razza è quella umana, e la vicinanza all’essere stronzo o all’essere Uomo non la fa il colore della pelle, e neanche il luogo di nascita, e nonostante lo urliate, con la bava alla bocca, continuerete ad avere torto.

PS. voi sarete anche dei capoccioni razzisti e velenosi, ma noi siamo dei testardissimi uomini e donne di razza umana che conoscono delle storie che voi non avete mai voluto ascoltare. Per questo siamo più forti, perché sappiamo di non essere soli.

Solidarietà a ogni donna e uomo e bambino, in fuga da guerre, persecuzioni, leghisti e povertà.
Saverio Tommasi

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Una brutta figura che si doveva evitare


kyenge CalderoliLa Giunta per le Autorizzazioni in Senato, chiamata ad esprimere il proprio parere sulle parole espresse dal leghista Calderoli , che durante un comizio aveva dato dell’ orango all’ ex Ministro dell’ Integrazione Cecile Kyenge, giudica come ‘’ una personale  opinione ‘’ le parole di Calderoli, cosa quindi non perseguibile. Si sottolinea che i parlamentari possono avere le loro opinioni in merito alle vicende e alle persone e che cio’ non costituisce reato. Si rimane stupiti da questa presa di posizione, visto che la Giunta e’ composta da una maggioranza di Senatori del PD, che si presume dovessero tenere la parte della Kyenge, che e’ del PD. Anche gli esponenti della Lega difendono il loro Senatore, adducendo l’ esempio di Charlie Hebdo e delle sue vignette blasfeme. Cerchiamo di dare il nostro giudizio su quanto accaduto.

Innanzitutto credo vada sottolineato che, come quando in un certo luogo devi tenere certi comportamenti, allo stesso modo se ricopri certe cariche dovrai avere comportamenti diversi da una persona qualunque. Se io cittadino comune, ovvero senza cariche istituzionali, per strada o dentro a un bar, bestemmio o paragono la Kyenge ad una scimmia, potro’ essere indicato come un maleducato e un cafone ma certamente le mie parole e le mie opinioni non avranno alcun seguito. Se io bestemmiassi tra le mura di una chiesa, che viene considerata la casa di Dio, verrei certo ( giustamente ) allontanato. Quando ricopro cariche pubbliche, le mie parole e i miei comportamenti dovranno avere una valenza superiore a quella del singolo cittadino, in quanto io non sono piu’ persona singola ma rappresento quella parte di popolo che mi ha eletto. Forse, dopo anni in cui si sono viste in Parlamento, ( che e’ e rimane il nocciolo del potere ), figure che stonerebbero anche nella piu’ infima bettola, ci si dimentica che chi siede in Parlamento viene chiamato Onorevole. Questa parola, differente dal solo Parlamentare, sottolinea che chi sieda a Montecitorio debba tenere un comportamento onorevole anche al di fuori del palazzo, servendo il Paese con onore e rispetto delle Istituzioni. Se questa teoria dell’ opinione personale passasse, ci potrebbe sempre essere qualcuno che in un intervento alla Camera o al Senato, potesse tranquillamente dire ‘’ Adesso che ha finito di parlare quell’ asino che mi ha preceduto, parlo io e poi lascio la parola a quella vacca che parlera’ dopo di me ‘’ senza incorrere in sanzioni . Vi sembra questo un modo di esprimersi onorevole ??

Certamente in Aula vi saranno delle correzioni e il giudizio in merito alla questione verra’ sicuramente capovolto, ma si tratta comunque di una brutta pagina per la politica ; e’ stata una brutta figura che si poteva e doveva evitare !!!

Gianluca Bellentani

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Dio “Salvini” i siciliani dalla colonizzazione leghista…


di Giovanni Chianta

salvini frase in sicilianoMatteo Salvini è in cerca di consensi nel meridione per il suo nuovo partito-movimento. Oggi è stato a Palermo dove, per usare un eufemismo, non ha ricevuto una bella accoglienza.

Salvini è corso subito ai ripari dichiarando: “Se abbiamo avuto toni eccessivi in questi anni sul Sud e i meridionali, chiedo scusa e cercheremo di evitare di ricadere negli stessi errori, ma se ci chiamano in migliaia vuol dire che il problema è la forma ma non la sostanza”

Giusto per rinfrescare la memoria sia allo stesso leader del Carroccio che a quei meridionali che volessero farsi infinocchiare,  ricordiamo alcuni (dei tanti) “toni eccessivi”…

Cominciamo proprio da Salvini: “Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani o colerosi terremotati con il sapone non vi siete mai lavati…napoli merda, …” . Borghezio:“Noi siamo Celti e Longobardi..! Non siamo MERDACCIA Levantina e Mediterranea.. Noi siamo Padani..!”. “Questa parte del Paese non cambia mai, l’Abruzzo e’ un peso morto per noi come tutto il Sud.” Leonardo Muraro: “E’ proprio per questo che invito ad assumere trevigiani: i meridionali vengono qua come sanguisughe.” Luca Zaia: “Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano.”

Partiamo dall’autocritica. Noi siciliani abbiamo moltissimi difetti, su tutti, quello (storico) di non aver fatto molto, per troppo tempo, per combattere la mafia.

Però abbiamo un grande pregio: siamo un Popolo accogliente. E nulla potremmo avere mai a che fare con esponenti della Lega che pensano:

Gentilini: “Gli immigrati bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile.” Erminio Boso: “Agli immigrati bisognerebbe prendere le impronte dei piedi per risalire ai tracciati particolari delle tribù”. Giacomo Rolletti: “Sono stato, sono e rimarrò un razzista secondo le ultime direttive UE poichè credo, e aspetto smentita da quei pochi che mi leggono, che certe notizie riportate solo da Il Giornale definiscano chiaramente che tra razza e razza c’è e ci deve essere differenza. Luca Zaia: “E’ un reato offrire anche solo un the caldo ad un immigrato clandestino. Sempre Gentilini: “Rispediamo gli immigrati a casa in vagoni piombati.” ” “I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka.”

Sicuramente non siamo un Popolo immune da razzismo (la mamma dei cretini è sempre incinta anche qui). Ma mi sento di poter affermare che siamo un Popolo accogliente perché abbiamo una memoria storica. Ci ricordiamo che senza l’immigrazione noi nemmeno esisteremmo come Popolo essendo il frutto di diverse colonizzazioni della Sicilia. Questa memoria storica appartiene anche a chi vive al nord (anche loro sono in parte il frutto di una colonizzazione interna) ma purtroppo lì esiste da oltre un ventennio un partito xenofobo che facendo leva sulle paure alimenta odio al solo fine di continuare ad esistere come partito.

Per queste ragioni, quando un essere umano arriva sulle nostra coste cerchiamo di aiutarlo facendo del nostro meglio. Non oso immaginare cosa accadrebbe se Lampedusa fosse amministrata da un leghista.

Però, oltre ad una colonizzazione positiva abbiamo subito una colonizzazione negativa. Quella dei partiti che da decenni utilizzano la Sicilia come bacino elettorale. La mafia e la politica collusa hanno distrutto la nostra società costringendoci a vivere in Sicilia in miseria oppure ad emigrare. Mea culpa !

Siamo stati distrutti soprattutto da siciliani come noi che fingevano di volere in nostro bene. Non saprei dire se abbiamo imparato la lezione ma una cosa oggi ci appare chiara: certamente non potrà salvarci un partito che ci disprezza profondamente e che viene qui al solo fine di raccattare qualche voto in piu’ per ottenere la maggioranza in Parlamento alle prossime elezioni politiche. Un film già visto troppe volte da queste parti.

Fonti:http://www.nocensura.com/2010/11/tutti-gli-insulti-dei-leghisti.html

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Fuck Israel. Fuck Hamas


ADThe Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda fuori di noi, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni.Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui.DICIAMO di STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

 

 

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

FONTE http://comune-info.net/2014/07/fuck-hamas-fuck-israel/

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L’allarme non è la negritudine, ma sono i negrieri


La campagna xenofoba della Lega contro la Kyenge è fatta per nascondere l’unica vera emergenza: lo sfruttamento degli immigrati. [Miriam Vicinanza]

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERIKyenge ministro della negritudine. Complimenti alla Lega per aver rispolverato il movimento letterario francofono che voleva riscoprire i valori culturali dei popoli neri (Negritude, in italiano negritudine). Già che c’erano avrebbero potuto tirar fuori dal cilindo il “negrismo”, che della nerritude fu l’antesignano.

Ma ai nostri ex ammiratori di Bossi e Trota, oggi rappresentati da Salvini (quello di “senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani…”) cosa importa della cultura nera? Meno di zero. Importa solo di trovare un modo elegante e formalmente inattaccabile per dire “brutti negri” senza dirlo. Del resto è dai tempi dell’Eiar fascista, quando venne bandito il jazz come musica “negroide”, che a molti italiani il razzismo solletica la pancia e dà alibi ai propri fallimenti.

Peccato solo che se si scendesse dai proclami para xenofobi ai dati, sarebbe più facile capire come le corbellerie leghiste non siano altro che subdoli pretesti per indirizzare l’odio politico contro la “nera” Kyenge, ossia la scimmia e l’orango che è tanto utile per tenere stretto lo zoccolo duro del proprio elettorato più becero, altrimenti distratto dalle mutande verdi di Cota o dai tanti magna-magna a cui la Lega ha partecipato, dalle false lauree in Albania (a proposito di paesi stranieri…) fino ai più recenti rimborsi allegri.

Cosa dicono i dati? Al 1 gennaio del 2013 la popolazione straniera in Italia era stimata in 4 milioni e 900 mila persone. Di questi, secondo il ministero degli Interni i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti erano 3 milioni e 700 mila.

I paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (513.374), Albania (497.761), Cina (304.768), Ucraina (224.588) e Filippine (158.308). A questi si aggiungano i rumeni, che sono stranieri ma comunitari. Come dire: nulla a che vedere con la negritudine.

Ma andiamo avanti, a proposito dell’allarme sulla Kyenge accusata di voler trasformare l’Italia in un provincia del Congo: se parliamo di presenza di stranieri sul proprio territorio, più di noi, come percentuale della popolazione, ci sono Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Dietro solo Malta e Grecia.

Se poi passiamo ai rifugiati, quelli che secondo la vulgata leghista si metterebbero in marcia dagli sperduti villaggi della Somalia, dell’Eritrea e dell’area sub-sahariana dopo aver saputo (ma come poi? ) che in Italia c’era Cecile Kyenge che li aspattava a braccia aperte, vediamo come insieme con Spagna e Grecia l’Italia è il paese che ospita il minor numero di rifugiati: 0.96 per ogni mille abitanti. Contro i 17 (17!) della piccola Malta, i 7 della Germania e i 3,2 della Francia.

Ma l’Italia è all’avanguardia su un altro terreno: lo sfruttamento dell’immigrazione. Soprusi, discriminazioni, ricatti, manovalanza nelle mani dei gruppi criminali, speculatori che si arricchiscono sulla pelle degli stranieri.

Allora ecco che la mia visione è assai diversa da quella della Lega, che usa la Kyenge per i suoi alibi d’accatto. Se in questo paese c’è un’emergenza e un allarme da lanciare, quello non è la “negritudine” ma sono i negrieri. Quelli che sfruttano gli immigrati e, sempre più, anche gli italiani. Peccato che nessuno abbia la forza e la voglia di lanciare un crociata contro i negrieri. E perché nessuno lo fa lo sappiamo tutti.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=53422&typeb=0

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Un popolo si, di merda no


nopasaranFrancesca Pilla

Pubblichiamo un’articolo tratto dal blog del manifesto “Napoli Centrale” a cura di Francesca Pilla. Il suo blog è un diario di bordo che racconta la complessità di Napoli e della Campania senza remore e filtri politici. In questa riflessione Francesca risponde ai tanti Adinolfi che hanno la memoria corta sulle responsabilità dei disastri della Campania. (Red)

Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd ha scritto su Twitter che i napoletani sono un popolo di merda. Ha ragione? Ma dov’era quando dal 2002 (circa) al 2006 (circa) gli acerrani insieme ai napoletani, ai campani protestavano contro l’inceneritore? Solo il 30 agosto del 2004 in una manifestazione oceanica, con bambini che avevano portato i palloncini, i contadini le loro mucche, le donne tantissimi fiori, finì tutto in una repressione di lacrimogeni e cariche. Anche il primo cittadino venne manganellato, si chiamava Espedito Marletta, gli spaccarono la testa. Io c’ero.

Il partito con cui è stato eletto al parlamento Adinolfi, all’epoca rappresentato dall’Ulivo nel frattempo continuava a spingere e sostenere l’Impregilo che pure verrà poi indagata per gravi mancanze nel ciclo dei rifiuti e per aver creato la cittadella della munnezza a Giugliano, 6 milioni di ecoballe. Proprio Prodi chiuse un accordo (alias firmò un decreto) per la società che prevedeva l’impiego dei Cip6 (una sorta di truffa per far passare come fonte energetica rinnovabile la termovalorizzazione) solo per la Campania.

Dov’erano i politici quando sempre nel 2004 la rivista Lancet coniò la definizione del triangolo della morte da parte degli studiosi Kathryn Senior e Alfredo Mazza? Dopo quasi 10 anni ci siamo dovuti sentire dall’ex ministro Balduzzi che da noi si muore 3 volte tanto di tumore perché abbiamo uno stile di vita sbagliato.

Dov’era Adinolfi quando nel 2008 Lucia De Cicco si è data fuoco proprio davanti al sito di stoccaggio di Giugliano? Dov’eranp quelli che fanno finta di non sapere nel 2008 durante le sollevazioni di Chiaiano dove è stata aperta la più grande discarica cittadina tra i palazzi. Nel maggio di quell’anno gli abitanti vennero picchiati, malmenati, alcuni perfino arrestati. Anche i giornalisti (tra cui Romolo Sticchi) furono bastonati. L’ordine l’aveva dato Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti, perché quello era stato dichiarato sito militare e chi protestava era sottoposto a leggi speciali. Dov’era dunque Adinolfi a Pianura, a Quarto a Pozzuoli, alla famosa “Rotonda” contro le discariche nel parco del Vesuvio?

E’ una storia lunga. Io c’ero e so che chi ha osato dissentire contro l’avvelenamento dei nostri territori è stato trattato come oggi i no tav: camorristi (invece di terroristi), estremisti, attentatori dell’ordine precostituito ecc ecc.. E’ facile offendere per “categorie”, rom, migranti, arabi, Lgtb, e in Italia i napoletani oggetto dei più sprezzanti commenti. Bisogna stare molto attenti a soffiare sul fuoco dell’odio “etnico”.

Allora resta da dire solo una cosa si è vero siamo un popolo, ma di merda no. La testa l’abbiamo sempre alzata. E siamo stati governati dalle stesse persone.

Adinolfi comunque si giustifica così: http://www.napolitoday.it/cronaca/adinolfi-popolo-di-merda.html

– See more at: http://www.manifestosardo.org/popolo-si-merda/#sthash.bj8zZbQn.dpuf

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Non ci sono soldi e i CIE diventano ancora più lager


corelliby Luca Fazio

Dopo 15 anni l’esperienza concentrazionaria più disumana e rimossa del Paese – i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – forse è giunta al capolinea. Certo non per un sussulto antirazzista, e nemmeno per un ripensamento della politica, ma solo perché sono finiti i soldi anche per gestire queste prigioni per stranieri che non hanno commesso alcun reato.
Il fallimento totale dell’esperimento palesemente razzista è sotto gli occhi di tutti. Rinchiudere inutilmente persone fino a 18 mesi senza alcun utile tornaconto non è un buon modo di utilizzare soldi pubblici, e il Viminale non può far finta di niente di fronte all’evidenza: nel 2012 sono state «trattenute» 7.700 persone nei Cie di tutta Italia e ne sono state rimpatriate meno della metà. Un numero insignificante se confrontato con il dato ufficiale – e sicuramente sottostimato – degli immigrati senza documenti: 326 mila secondo uno studio della Fondazione Ismu.
La situazione ormai è sfuggita di mano anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, per non parlare dei diritti umani. Ogni giorno si ripetono episodi di autolesionismo, fughe, denunce di maltrattamenti, blocchi stradali, risse e rivolte sedate spesso con la violenza: ieri, per esempio, una rissa «per futili motivi» scoppiata nel Cie in contrada Imbriacola di Lampedusa, con un poliziotto ferito in maniera piuttosto seria (in quel centro sono imprigionate 977 persone a fronte di una capienza massima di 300).
Il caso del Cie di via Corelli, a Milano, che dal 1998 è sempre stato gestito dalla Croce Rossa Italiana (Cri), è esemplare per comprendere la drammaticità della situazione in tutta Italia. Scaduto il bando, la Cri si è detta disponibile a gestire il centro chiedendo una cifra doppia rispetto a quella messa a disposizione dal ministero degli Interni: 60 euro al giorno a persona contro i 30 proposti per affidare l’appalto «selezionando la migliore offerta con il criterio del prezzo più basso» (scrive la Prefettura di Milano). Solo la cooperativa siracusana L’Oasi è rientrata nel tetto fissato offrendo 27,50 euro per persona (fino ad oggi la Cri gestiva a fatica la prigione ricevendo 54 euro a persona). Problema risolto? Tutt’altro. Anzi, in corso Monforte, visti i precedenti della coop L’Oasi, sono piuttosto preoccupati. Lo scorso giugno il prefetto di Bologna ha rescisso il contratto con la medesima coop (28 euro a persona) dopo che diverse associazioni, sindacati compresi, avevano denunciato condizioni degradanti, e stipendi non pagati… (il Cie di Bologna è ancora chiuso). Stessi problemi anche al Cie di Modena, dove in questi giorni i lavoratori sono in agitazione perché non ricevono paghe regolari, e anche in questo caso la Cgil ha chiesto alla prefettura la revoca del contratto con la cooperativa L’Oasi. Ancora non è certo come andrà a finire a Milano, perché l’abbandono della Cri in autunno potrebbe anche provocare l’impensabile, almeno come soluzione temporanea: fine di via Corelli?
Alcuni amministratori già stanno premendo per questa soluzione. Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, proprio ieri ha proposto la chiusura del Cie cittadino: «Chiudiamolo, sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane». Il degrado, le situazioni umilianti, sono ovunque una costante. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», così ha commentato l’Unione camere penali italiane che ha appena visitato il centro trapanese riscontrando «condizioni di invivibilità». Anche il sindacato di polizia ormai definisce lager questi luoghi. Felice Romano è segretario del Siulp e dopo le proteste scoppiate in questi giorni in diversi Cie (Torino, Modena, Caltanisetta) ha voluto esprimere «solidarietà a tutti gli operatori di polizia che assolvono al gravoso compito di contrastare le rivolte che caratterizzano ormai ciclicamente la vita e la gestione di questi ambigui e pericolosi lager per immigrati e poliziotti». Per il Siulp, «detti accadimenti avvalorano la tesi che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».

http://www.milanox.eu/non-ci-sono-soldi-e-i-cie-diventano-ancora-piu-lager/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+Milanox+%28MilanoX+heretic+news+feed%29

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MARICICA HAHAIANU (ROMANIA 1978 – ROMA 15.10.2010)


MICHELE AUDISIO AG TOIATI Foto donna in coma dopo pugnodi 

Il nome di questa donna è difficile da ricordare.

Sono certo che molto presto sparirà dalla memoria collettiva e diventerà solo “quella donna rumena che ha avuto sfortuna”. Quella che ha trovato il classico bullo di paese. Uno che dopo averla insultata per futili motivi, urlandole di tornarsene da dove veniva ha visto bene, per sentirsi più uomo e più virile, di tirarle un cazzotto in faccia e ammazzarla all’interno di una stazione della metropolitana di Roma. La Anagnina per la precisione, per poi andarsene  lasciandola agonizzare tra l’indifferenza dei passanti.

L’orrore è continuato quando poi quel tipo mentre veniva arrestato uscendo di casa scortato dagli agenti, si è messo a sorridere perché la folla del suo rione lo stava difendendo e protestava con la polizia per l’arresto in corso.

Non oso poi immaginare che cosa sarebbe successo se lei fosse stata italiana e lui un rumeno invece.

Non sono riesco a non pensare ai nostri compatrioti emigranti ad inizio novecento. Mi viene da ricordare come venissero presi a calci nel sedere, insultati e umiliati e talvolta persino uccisi dai “nativi”. Quando guardiamo i film che parlano delle loro storie ci commuoviamo tutti. Sono certo anche quella bestia (perché questo è chi compie gesti come quello che ha fatto quel tipo che non voglio nemmeno nominare da quanto mi ripugna).

Tuttavia, quando occorre trovare la forza di affrontare il razzismo strisciante che alberga in ognuno di noi, ci scordiamo di ciò che è capitato anche alla nostra gente. E che potrebbe succedere di nuovo. La tolleranza è parola semplice da pronunciare ma amica difficile con cui convivere in una qualunque delle nostre città.

Per cercare di fare qualcosa, fosse anche stupida e banale, per combattere questa tendenza alla degenerazione senza limiti ho deciso di non scordare mai il tuo nome Maricica. Ho deciso di portarti con me e raccontare la tua storia finché qualcuno avrà voglia di ascoltarmi.

http://discutibili.com/2013/07/19/maricica-hahaianu-romania-1978-roma-15-10-2010/

 

         

 

 

 

 

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Calderoli si tolga dai piedi


calderoliPresa di posizione dei missionari comboniani contro le mancate dimissioni da vice presidente del Senato dell’esponente leghista, e sull’inerzia colpevole della maggioranza parlamentare.

La decenza evidentemente non appartiene all’etica politica di Roberto Calderoli, vice presidente, pro tempore, del Senato. Le dimissioni? Ma quando mai? Bastano le scuse personali, a suo dire, a Cécile Kyenge  per chiudere in modo indolore la vicenda delle offese alla ministra dell’integrazione (“Quando la vedo non posso non pensare a un orango”).

Ma non può finire così. Rievocare quel parallelo (negro=scimmia) significa sdoganare uno schema di pensiero che, in un passato non molto lontano, ha portato alla morte di milioni di africani. È questa la differenza con gli altri beceri insulti (dal caimano, al nano, alla pitonessa…) che si scambiano quotidianamente i politici d’alta scuola del teatrino italiano e che contribuiscono all’imbarbarimento del linguaggio, dei rapporti e della vita pubblica. Perché battersi contro il cattivo linguaggio significa anche opporsi al declino della civiltà.

Sappiamo che la paura dello straniero è un bacino inesauribile per chi fa politica. Ma la Lega Nord, da sempre si è spinta oltre: nell’annientamento dell’altro/a già nelle parole. La biografia di Calderoli e dei suoi sodali lo testimonia. La ricchezza del pensiero invece richiede, anzi esige, ricchezza di linguaggio. Mentre è da più di 20 anni che il linguaggio leghista disegna una democrazia povera di principi e ricca di angoscia.

Come missionari comboniani, come Fondazione Nigrizia, riteniamo inaccettabile il girare la testa dall’altra parte. Questa non assunzione di responsabilità, non solo del gruppo dirigente leghista, ma della stessa maggioranza che controlla le aule parlamentari e che avrebbe i numeri per sfiduciare Calderoli.

Riteniamo che le parole siano degli atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. E se moralismo significa battersi per evitare che sia espulso dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile, riteniamo sia giusta questa battaglia moralista. Anche, se non soprattutto, all’interno delle istituzioni.

Può infatti, come ha ricordato Gad Lerner, “un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini?!”.

Noi pensiamo di no. Per questo ribadiamo, assieme alla nostra vicinanza alla ministra Kyenge, il nostro sconcerto per l’impermeabilità del parlamento italiano alle ragioni che dovrebbero portare alle immediate dimissioni di Roberto Calderoli.

Fondazione Nigrizia
Missionari Comboniani

 

http://www.nigrizia.it/notizia/calderoli-si-tolga-dai-piedi/notizie

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Il leghismo come eversione e come viltà


grande-638x425Oggi Salvini difende Calderoli scagliandosi contro Napolitano che aveva mostrato indignazione. L’elenco delle scandalose parole razziste di esponenti leghisti è lunghissima. E basta sintonizzarsi su “Radio Padania” per capire come pietà, solidarietà, comprensione e compassione siano concetti che non hanno patria qui, in questa Patria farlocca che chiamano “Padania”.

Voglio segnalare solo due cose: la viltà di certi leghisti e il fondamento essenzialmente eversivo della loro azione.

La viltà leghista è quella tipica del branco di bulli. Assieme sono gradassi, insultano il debole, l’omosessuale, l’immigrato e via via si superano l’un l’altro con l’annullamento di chiunque non rientri nel loro ristretto orizzonte culturale. Ma come tutti i bulli sono dei vili e non vogliono mai assumersi le responsabilità (eventualmente anche penali) di ciò che dicono. Se guardate agli insulti contro la Ministra Kyenge, da Borghezio in poi, l’insulto è sempre frettolosamente stato seguito da scuse (“Mi scuso…”, “Non volevo…”, “Era una battuta…”); se non ricordate più la catena di insulti-scuse potete leggere QUI.

La strategia leghista è eversiva. Poiché sono convinto dell’intenzionalità di questi gesti è necessario chiedersi “Perché?”. A che scopo? Cosa ci guadagnano? Se, come me, non cadete nell’illusione della voce dal sen fuggita, bensì pensate a una volontà, una strategia (rozza, inaccettabile…), occorre chiedersi quale ne sia lo scopo, per opporre un’indispensabile resistenza democratica. La strategia è questa: poiché le parole costruiscono la realtàhanno conseguenze pratiche (ne ho parlato QUI), soffiare sul fuoco dell’intolleranza, dell’odio, della discriminazione serve per perpetuare uno stato emergenziale in Italia, alimentare il torbido, spaventare la gente, indurla a tenere la testa bassa e affidarsi a chi, con parole roboanti, pretende di difenderla: contro i froci che distruggono la famiglia; contro gli immigrati che rubano; contro i negri che hanno osato diventare ministri! E se per alimentare questo vomito si devono calpestare le Istituzioni, svillaneggiare il Presidente della Repubblica, minacciare l’insurrezione armata… Chi se ne frega? Al massimo, se le cose si mettessero male, si chiederà scusa, si dirà che si è scherzato…

Se volete, continuiamo a resistere su Twitter (@bezzicante).

fonte   http://www.fanpage.it/il-leghismo-come-eversione-e-come-vilta/#ixzz2Z7JwFl7i
http://www.fanpage.itt

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Calderoli, il Pitecantropo Padano


88279 Il Ministro Calderoli da fuoco a 375.000 leggi inutiliRoberto Calderoli, vicepresidente del Senato, ha insultato ieri il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge durante un comizio della Lega a Treviglio: “Quando la vedo non posso non pensare a un orango”. Sul web si moltiplicano le iniziative per chiederne le dimissioni.

La sinistra milanese è particolarmente indignata, perché ci siamo ritrovarti Maroni a governare in regione con gli stessi uomini di Formigoni, e poi perché nn dimentichiamo certo le stronzate di Salvini (che ne ha anche per la Boldrini) & C sull’apartheid in metropolitana, la pulizia etnica dei rom e la sinistra che complottava per construire la più grande moschea d’Europa (ancora non se n’è fatta una a Milano..). Riportiamo qui le opinioni di due esponenti della sinistra della Madonnina,Paolo Limonta, il cuore a sinistra di una giunta Pisapia che sembra aver smarrito quell’orientamente, e Emanuele Patti, presidente dell’Arci Milano, il ganglio centrale della società civile di sinistra in città.

Ha scritto Limonta: “Calderoli che insulta il Ministro Kyenge alla festa della Lega di Treviglio per soddisfare gli istinti beceri e xenofobi dei militanti del suo piccolo partito non è che un povero razzista. Ma Calderoli è anche il vice presidente del Senato. E allora circondiamolo di sdegnato silenzio solo dopo averlo costretto alle dimissioni da una carica istituzionale che, semplicemente, non avrebbe mai dovuta essergli assegnata..”

E Patti amplia il quadro d’analisi: “Napolitano II, Calderoli vicepresidente del Senato che insulta Kyenge, l’affaire kazako ed il ruolo complice del ministero italiano nella deportazione di una dissidente, il 30 luglio, la magistratura e tutto quello che gira attorno a quella data, il carosello sull’iva e imu.. Lo stato sembra non esistere più, imprigionato dalla crisi di PD e PDL, e il governo di larghe intese che non può far altro che aggravare la situazione. Se pensavamo di aver toccato il fondo..”

MilanoX è per l’estizione delle specie leghista e per la salvezza degli oranghi giavanesi, messi a rischio d’estinzione dalla deforestazione, e infinatmente più intelligenti di un odontotecnico pitecantropo, malvagio e piromane.

FONTE   http://www.milanox.eu/calderoli-il-pitecantropo-padano/

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Francesco


Papa Francesco a LampedusaDi  Giulio  Cavalli

Se quel Papa che oggi è sbarcato a Lampedusa senza fronzoli e vestali e ha parlato all’Italia e all’Europa dicendo che “Dio ci giudica da come trattiamo i migranti” è il rappresentante “istituzionale” (credenti o no) più coraggioso nel campo della solidarietà e dei diritti significa che che abbiamo una notizia buona e una notizia cattiva.

La notizia buona è che la Chiesa in queste parole assomiglia molto alla Chiesa che in molti vorrebbero (credenti o no) e finalmente parla ai cuori senza perdersi in mediazioni.

La notizia cattiva è che il messaggio politico più forte di questi ultimi mesi (e, forse più di sinistra) non arrivi dal centrosinistra (nessuno con un po’ di sale in zucca se lo aspetterebbe, figurarsi, dal Governo Pd – PDL) ma da una figura esterna (potremmo chiamarlo “tecnico” della solidarietà, eh) mentre la sinistra si accartoccia su se stessa e il Partito Democratico si spende per regole congressuali e regole d’ingaggio con gli amici berluscones.

Fa venire le vertigini in questa epoca di nani, Francesco.

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/08/francesco/

 

Radio Vaticana ha pubblicato sul suo sito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha tenuto sull’isola di Lampedusa. 

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!

Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.

Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/

 

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Con un briciolo di gusto


li-amoIl Comune in cui vivo, Treviso, è uno di quelli attualmente in procinto di eleggere una nuova amministrazione. Domenica prossima avrà luogo il ballottaggio fra il candidato del centro-sinistra, in vantaggio al primo turno, e il candidato della destra-e-basta: trattandosi del sindaco-sceriffo leghista che si è reso famoso anche oltre confine, per panchine divelte e “panteganizzazione” (pantegana = rattus IV norvegicus = topo di fogna) di chiunque non la pensi come lui, aggiungere a “destra” la parola “centro” non avrebbe gran senso.

Naturalmente sono vent’anni che NON voto per lui ma ho trovato veramente interessante il modo in cui pensa di convincermi a farlo ed è per questo che lo condivido con voi lettrici/lettori. Sappiate, mie care e miei cari, che secondo i volantini con cui i suoi accoliti stanno ingozzando le cassette postali dell’intera città, “con la sinistra a Treviso tutti avranno gli stessi diritti”. Avete letto bene. Rileggete pure, non sto scherzando.

Dopo un ventennio di occupazione in stile militare di istituzioni, aziende pubbliche correlate, informazione locale, costoro ancora non sanno cosa sono i diritti umani. In questo lungo periodo, avranno messo le loro firme, come sindaci e presidenti di provincia e assessori e direttori di questo e quello su migliaia di convenzioni e ratificazioni e dichiarazioni d’impegno relative ai diritti umani, ma ancora non li distinguono da “benefici”, “concessioni” o “gesti caritatevoli” garantiti dal Principe in carica ai suoi servi della gleba (se si comportano bene, ove bene indica nel modo che il Principe desidera).

Un tetto sopra la testa, acqua potabile, cibo, accesso all’istruzione ed alle cure sanitarie, esistenza sicura e dignitosa senza discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione, sull’opinione politica, sull’origine sociale o nazionale, sull’orientamento sessuale: questi sono i diritti umani basilari di cui ogni persona è titolare, semplicemente perché è nata umana. Tale è il fondamento di tutti i documenti in proposito sottoscritti dalle nazioni, dalla Dichiarazione del 1948 alle Convenzioni più recenti. Una persona viene al mondo e non deve essere buona, non deve essere bella, non deve essere trevigiana doc, per essere trattata umanamente.

Sul serio? Si chiederanno stupiti i sostenitori dell’imitazione locale di John Wayne. Anche se le persone sono delinquenti, anche se sono zingari, anche se sono Kabobo? (tutte cose che avete scritto nei vostri foglietti disinformativi) Sì. Se uno zingaro delinque o un Kabobo uccide – come delinquono e uccidono gli italiani in generale e i trevigiani in particolare – la reazione della società per la salvaguardia della propria sicurezza è contenuta principalmente in una cosa che si chiama Codice Penale. Nessuno perde i propri diritti umani perché commette reati. Così come non possono portarvi via degli anni una volta che li abbiate compiuti. Nascete, e questa roba – almeno sulla carta, anzi, su moltissime Carte, Costituzione italiana compresa – vi appartiene; compite gli anni e una candelina in più fa la sua comparsa sulla torta. Le premiazioni e le vendette esercitate da un singolo, anche se investito della carica di Sindaco, non hanno nessun potere sulla questione.

Cercate di seguirmi: come comunità umana li abbiamo stabiliti, questi benedetti diritti, proprio per raddrizzare sbilanciamenti di potere e contrastare le ingiustizie, quali la povertà e l’esclusione. Sono attrezzi che incarnano un consenso diffuso su quali siano le condizioni minime per un’esistenza decente. Usare la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani consente di individuare con maggior chiarezza le necessità delle persone, fa avanzare eguaglianza, benessere e sicurezza, fornisce parametri che sanno dirci se un’azione, una legge, un progetto siano accettabili o no. Un buon Sindaco queste cose deve saperle, questa conoscenza deve metterla in pratica, sempre che veda la sua città come una comunità di esseri umani in cui vivere apertamente, gestendone anche le difficoltà e le sfide, e non come una serie di bunker antiatomici con aria condizionata in cui rinchiudere i meritevoli mentre si lascia che il resto dei cittadini respiri veleno.

Ecco, se mi permettete di continuare ad essere onesta e franca, vi dirò che un effetto la vostra propaganda lo ha avuto. Non quello che speravate, e cioè di suscitare in me la paura dell’alterità (sono una donna e una femminista, per antonomasia questo approccio con me non può funzionare): avete invece acceso una piccola speranza.

Davvero posso pensare che se il candidato del centro-sinistra vince si impegnerà affinché a Treviso tutti noi si goda pienamente dei nostri diritti umani? Be’, lo avrei votato per disperazione, dopo vent’anni di leghismo. Adesso lo voterò con un briciolo di gusto. Maria G. Di Rienzo

FONTE  http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/07/con-un-briciolo-di-gusto/

Pubblicato in: antifascismo, cose da PDL, CRONACA, libertà, magistratura, razzismo

La Svastica Sul Busto


manja-448x180Se si leggono le dichiarazioni dei dirigenti della Pro Patria e del sindaco di Busto Arsizio, i cori razzisti del 3 gennaio contro Kevin Boateng e i giocatori di colore del Milan sembrano dei fulmini saettati inspiegabilmente da un cielo limpidissimo. La narrativa post-incidente si è infatti concentrata sui Quattro Deficienti Allo Stadio Che Hanno Rovinato Tutto e infangato un’oasi pacifica e civile.

Danilo Castiglioni, dirigente del club dei tifosi della Pro Patria, ha detto: «Quello avvenuto ieri è stato un episodio inqualificabile e spero che i quattro deficienti autori dei cori vengano individuati e puniti come meritano». E ancora: «Gli autori dei cori non fanno parte del tifo organizzato della Pro Patria, non penso siano persone che frequentano abitualmente lo stadio». Opinione condivisa anche da un tifoso del Pro Patria Club: «È un gesto da condannare. Gli autori dei cori non fanno parte dei gruppi di tifosi abituali, ma con il loro gesto hanno messo in cattiva luce tutta la città».

Il patron della Pro Patria, Pietro Vavassori, si è sintonizzato sulla stessa linea d’onda: «Innanzitutto preciso che sono stati isolati quei signori che hanno fatto cori razzisti e non sono ultras della Pro Patria: sono persone che non vediamo mai allo stadio, persone che hanno utilizzato questo grande evento per rovinare la festa a tutti, che hanno rovinato la partita contro una delle squadra più prestigiose al mondo».

E Boateng? In fondo, il giocatore del Milan poteva essere più flessibile: doveva stare muto, non frignare, non scagliare la palla in tribuna a «200 all’ora» e continuare a giocare. Il sindaco di Busto Arsizio, Gianluigi Farioli (Pdl), si è lamentato della scarsa professionalità di arbitro e giocatori: «Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare. Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su di un tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria». Già.

Il deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto su Facebook:

Boateng lancia a 200 all’ora la palla su un tifoso perchè infastidito da “buuu” e cori sulla fidanzata. Tutta l’informazione contro il razzismo di Busto ??!! Ma quale razzismo, è il gesto di una “mammoletta” che guadagna milioni l’anno e non sa fare il professionista. Busto non è razzista, e chi aveva pagato aveva il diritto di vedersi la partita. Basta con il “politically correct” ad ogni costo!

In pratica, Boateng dev’essere grato ai tifosi per non essersi beccato una banana, come successe aRoberto Carlos in Russia. Francesco Iadonisi, segretario dell’Udc di Busto, sempre su Facebook se l’è presa con i giocatori del Milan, un presunto complotto digestivo e la lingua italiana:

Cari amici Milanisti, vi invito a stracciare gli abbonamenti nel caso ne abbiate, se questi signori dovessero tornare e spero di no, lo stadio li dovrebbe accogliere vuoto. Ieri hanno colto la “palla al balzo” per evitare di giocare, magari ancora appesantiti dal pranzo natalizio. Si vergognino di aver offeso una città, lo facessero durante Milan – Inter o Milan – Juve.

Dopo la partita, le autorità sportive e comunali di Busto Arsizio si sono fatte prendere da una certa smania solidaristica. Vavassori ha comunicato la decisione di «aprire lo stadio ‘Speroni’ a tutte le persone di colore ospitandole in tribuna d’onore per festeggiare insieme la gioia di una partita di calcio» 1. Il Sindaco ha proposto, in successione, la cittadinanza onoraria a Boateng, la costituzione di parte civile del comune di Busto Arsizio nel caso di un procedimento penale e la creazione di un «laboratorio permanente per l’estirpazione del razzismo dentro e fuori dagli stadi», eventualmente presieduto dall’ex calciatore francese Lilian Thuram.

Il messaggio che si vuole lanciare non potrebbe essere più chiaro: Busto Arsizio non è una città razzista. «Non è gente di qui – ha detto il Sindaco – non deve andarci di mezzo tutta la città, qui non siamo a Verona» 2. Tuttavia, le prime denunce contro i tifosi della Pro Patria mettono in discussione l’auto-narrazione bustocca. Cito da Repubblica:

Un tifoso della Pro Patria è stato già denunciato a piede libero. E’ un giovane di 20 anni: aveva la tessera del tifoso e l’abbonamento della Pro Patria, anche se non sarebbe legato a gruppi di tifoseria organizzata. Secondo quanto è emerso dalle indagini anche gli altri autori dei cori sarebbero giovani che frequentavano abitualmente lo stadio Speroni.

Il Fatto Quotidiano rende conto del primo identikit degli autori dei cori: «Hanno tutti tra i 20 e i 28 anni, sono tifosi abituali della Pro Patria e non appartengono alle frange estreme del tifo organizzato, sebbene gli elementi raccolti facciano pensare che abbiano quantomeno una marcata simpatia politica per l’ultradestra».

olimpico_incidentiInsomma, la tesi dei Quattro Deficienti/Non-Veri-Ultras Che Sbagliano non sta in piedi. In effetti, dietro i cori razzisti del 3 gennaio si agita un bell’ambientino in camicia scura e braccia spianate al cielo.

Nella stagione 2003-2004, l’ex direttore sportivo della Pro Patria Riccardo Guffanti portò in squadra l’attaccante di colore Ikechukwu Kalu. «La reazione fu agghiacciante», ricorda VareseNews:

I tifosi in questione accolsero l’attaccante Ikechukwu Kalu disertando prima la presentazione della squadra e poi non presentandosi per tutta la stagione 2003-2004 sugli spalti. Nel corso della stagione un numero ristretto di persone non ha lesinato delle minacce nei confronti del dirigente, reo di aver fatto questa scelta.

L’anno precedente (aprile 2002), la tifoseria del Pro Patria si meritò una citazione nel rapporto Racism, Football and the Internet stilato dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia:

The Pro Patria supporter group site shows more interest for football, but Fascist symbols and racist references are still abundant. What seems to be really alarming in this site is the area containing songs and chants (presented in a downloadable format). This section contains stadium chants as well as other slogans like “there are no Italian niggers” and the monkey imitation racist supporters make when a black player touches the ball.

Nel 2009, dopo una partita contro il Varese, la Pro Patria venne multata di 5000 euro per gli insulti ai calciatori avversari Osuji e Ebagua; nel novembre 2011, i cori nei confronti di Dimas del Montichiari vennero sanzionati con 7500 euro di multa; e nell’ottobre 2012, le frasi razziste rivolte ai giocatori Kanouté e Jidayi del Valle d’Aosta costarono alla società altri 5000 euro.

Fuori dagli spalti dello stadio “Speroni”, la situazione a Busto Arsizio (città a cui è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta di Liberazione) e dintorni non è certamente migliore. Nel settembre del 2007 la Digos fece un blitz contro il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, fondato nel 2002 dall’albergatore di Castano Primo (Milano) Pier Luigi Pagliuchi. Il movimento neonazista 1aveva presentato dei candidati in occasione delle amministrative del 2006-2007 in alcuni comuni delle province di Varese, Como, Lecco e Milano, riuscendo ad eleggere un consigliere a Nosate.

Dall’indagine spuntarono fuori «volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, manifesti del periodo hitleriano, un pugnale, felpe con simboli», una raccolta fondi per terroristi neri ed una festa di compleanno di Adolf Hitler celebrata il 23 aprile 2007 in una birreria di Buguggiate. Secondo le carte dell’inchiesta, questo è quello che è successo 5 anni fa alla birreria “Centro del lago”:

[…] Quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «…la stella gialla sui negozi ebrei». Di male in peggio: la bellissima «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’ improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale nazista Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciao e divenne. «Priebke, cuore di acciaio». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri du du du…in cerca di guai».

Il 25 ottobre 2012 il pm Luca Petrucci ha notificato 22 avvisi di comparizione ad altrettante persone, indagate per istigazione all’odio razziale. Tra gli indagati, riporta VareseNews, c’è anche il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada (ex capogruppo di An, ora Pdl), che all’epoca era il gestore del locale. Repubblica lo descrive così: «un signore che per gli ultrà “neri” della Pro Patria è una specie di totem».

Nel 2007, il partigiano e reduce dei lager nazisti Angioletto Castiglioni (scomparso nel 2011) venneaggredito verbalmente («sporco partigiano») da una ventina di neonazi nel pieno centro della città. Nel 2009, un cittadino segnalò che una bancarella al mercato dell’antiquariato di Busto «esponeva e vendeva esclusivamente oggetti ineggianti al fascismo e nazismo, come coltelli con svastiche, magliette con simboli e scritte nazifasciste, manganelli, busti del duce e quant’altro». Non mancano i raid razzisti: il 2 ottobre 2010, a Gallarate, tre estremisti di destra (armati di fido manganello) entrarono nel circolo Juventus di Sciarè e, al grido di «bastardi extracomunitari dovete andarvene dall’Italia», aggredirono cinque uomini originari del Bangladesh. Infine, negli scorsi mesi sui muri della città sono apparse diverse celtiche accompagnate da scritte concilianti quali «Calci in pancia a compagna incinta».

Dal 2009, inoltre, a Busto Arsizio è molto attiva l’associazione culturale Ardito Borgo («nata per offrire un’alternativa giovanile»), che periodicamente organizza concerti di band RAC (Rock Against Communism), “identitarie”, “non conformi” e qualsiasi altro aggettivo si possa tirare in ballo per non dire nazifasciste. Secondo Paolo Berizzi di Repubblica, molti iscritti all’Ardito Borgo «sono vicini a Forza Nuova, sono collegati con la Skinhouse di Bollate e con i duri di Militia Como, altri due avamposti dell’estremismo nero in Lombardia».

oltrenero_0039E non solo: il Borgo «è considerato, di fatto, un solo corpo con gli ultrà della Pro Patria». Il 4 giugno del 2011, l’associazione aveva organizzato una festa (intitolata “Avanti le pinte – atto II”) proprio insieme agli ultras della Pro Patria. «Tra sedi chiuse e altre vicende ben note legate alla Pro Patria 2 abbiamo deciso di unire le forze e dimostrare che nessuno dei due vuole mollare e continuare a testa alta con lo spirito di aggregazione giovanile che ci accomuna».

Secondo «il ragionamento informale» di un investigatore che segue le tifoserie più estreme e violente della provincia di Varese, i fatti del 3 gennaio fanno parte di una strategia premeditata e non estemporanea: «È vero che si giocava col Milan, ma 200 ultrà della Pro Patria schierati il 3 gennaio in un giorno feriale alle due e mezza del pomeriggio, non si vedevano dal ‘45…» La sensazione, scrive Berizzi

è che il pacchetto-Boateng […] sia deflagrato, in realtà, in modo tutt’altro che imprevisto da parte dei leader della curva. Un’esibizione organizzata, magari proprio con l’intenzione di «fare casino», sfruttando la visibilità offerta da una squadra blasonata, e seguita in tutto il mondo, come il Milan.

Missione compiuta, non c’è che dire. Con buona pace della consolatoria storiella dei Quattro Pirla che guastano la «festa».

Autore: Blicero

La Svastica Sul Busto

 

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CASO-MARÒ, eroi o assassini?


marò

di Igor Riccelli

Ma chi ha detto che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono due eroi nazionali? Un po’ tutti i media tradizionali, è vero; ma siamo sicuri che sia davvero così? Persino l’anticonvenzionale, rispetto altri direttori di tg italiani, Mentana si è spinto in un «augurio di tutti – tutti chi? Gli amici e i parenti dei due, gli spettatori di La7? O l’Italia intera? Perché è questo che sono diventati i due marò: un caso nazionale attorno a cui stringersi, tirando fuori quella bandiera impolverata di patriottismo che – ma come si fa a dubitarne ancora?! – non ha nulla di onorevole.

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Pubblicato in: diritti, INGIUSTIZIE, lega, libertà, opinioni, politica, razzismo, sociale, società

23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

http://www.milanox.eu/

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Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

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Mare Chiuso


Tra maggio 2009 e settembre 2010 oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla marina e dalla polizia italiana;  in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze.

Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia. Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, tutto è cambiato. Migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche rifugiati etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati. Nel documentario sono loro, infatti, a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti; sono racconti di grande dolore e dignità, ricostruiti con precisione e consapevolezza. Sono quelle testimonianze dirette che ancora mancavano e che mettono in luce le violenze e le violazioni commesse dall’Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione. Una strategia politica che ha purtroppo goduto di un grande consenso nell’opinione pubblica italiana, ma per la quale l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea per i Diritti Umani in seguito ad un processo storico il cui svolgimento fa da cornice alle storie narrate nel documentario.

“Abbiamo voluto realizzare questo film – commentano Andrea Segre e Stefano Liberti – per alzare l’attenzione contro le derive incivili e pericolose delle politiche di contrasto all’immigrazione irregolare. Siamo per questo molto contenti e onorati dell’invito a Venezia da parte del Consiglio d’Europa e della Biennale: rappresenta sia un riconoscimento prestigioso del ruolo sociale e artistico del nostro lavoro, sia un’occasione assai rilevante per riconoscere le responsabilità del nostro Paese rispetto a politiche inaccettabili come quella dei respingimenti, ancora mai ufficialmente ripudiata dal governo Italiano.”

Mare Chiuso, prodotto e distribuito da ZaLab con il sostegno di Open Society Foundations e la collaborazione di JoleFilm, raccoglie le testimonianze dei migranti vittime delle operazioni di respingimento nel Mediterraneo: in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi del 2009, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2000 persone, avrebbero avuto diritto d’asilo. Dalle loro storie emergono le pesanti responsabilità dell’Italia, che è stata per questo condannata da una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012.

Uscito pochi giorni dopo la sentenza, Mare Chiuso ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia e UNHCR, ha ottenuto immediata visibilità sulla stampa nazionale e internazionale ed è stato premiato, tra gli altri, al Festival di Cinema Africano, Asia e America Latina di Milano, al Bif&st di Bari, al Festival Libero Bizzarri e ha ottenuto il Globo d’Oro come miglior documentario. Grazie alla collaborazione tra Parthenos e ZaLab, è stato distribuito in decine di città italiane con oltre 300 proiezioni in pochi mesi. Il coinvolgimento della società civile è stato determinante: il 20 giugno l’Italia si è mobilitata aderendo a “Mai più respinti!” 100 proiezioni contemporanee di Mare Chiuso per dire no ai respingimenti e per chiedere una nuova politica di accoglienza. Lo stesso giorno Mare Chiuso è andato in onda sull’emittente SKY-Cielo.

il programma completo è disponibile qui
per informazioni: comunicazione@zalab.org
l’entrata è libera con prenotazione: info.venice@coe.int

 

FONTI :  http://marechiuso.blogspot.it/

http://www.zalab.org/newsite/documentari/mare-chiuso/

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E SI MUORE….


di Franco Trapani
E si muore anche se si è stati un campione tale da partecipare alle Olimpiadi. E se sei etiope e se sei donna, se sei stata una così sfortunata partecipante agli antichi giochi che non sei riuscita ad importi contro i tuoi antagonisti, come richiede il mercato delle nuove Olimpiadi liberiste, allora muori di sete e di fame mentre cerchi di approdare laddove speravi di trovare una goccia d’acqua dolce, un tozzo di pane o, almeno,  in una pietosa carezza, quel calore umano che ti aiutasse al momento dell’atroce morte. Morir di sete e morir di fame, un orribile modo di morire a vent’anni.

E noi, invece, noi benestanti di questa società europea occidentale, noi oggi come ieri non siamo più capaci di offrire né un sorso d’acqua dolce, né un tozzo di pan secco e men che mai una mano solidale a chi sta morendo prosciugata da un sole implacabilmente nemico e ladro di vita. Al massimo noi avremmo potuto dare una distaccata elemosina e, con ciò metterci a posto per sempre la coscienza.

Noi benestanti oggi siamo tutti così: incapaci.

Non nascondiamoci la verità: in queste morti, troppi morti e tutte eguali, c’è chi cerca uno spiraglio d’umanità nel suo simile, ma dall’altro lato della stessa scena, ci siamo noi, come in uno specchio.

Sì noi, sì noi tutti, tutti noi liberisti alla Ayn Rand o meno, ma anche noi ex social-comunisti d’ogni tipo e colore. Sì tutti noi che a queste tragedie abbiamo fatto il callo e non vediamo, non sentiamo né capiamo i fatti che incrociamo.

Oggi tutta la nostra parte, tutti noi insieme, credenti in una qualsiasi religione o atei, colti o ignoranti, maschi o femmine, formiamo una sinistra in fuga disordinata dai nostri ideali, inseguiti da un mondo liberale o liberista o libertarista che ci ammalia e ci conquista con i suoi modi di adulare e bastonare fatto di promesse e di cose. Promesse alle quali noi facciamo finta di credere e gadget che ci attraggono e ci perdono rendendoci schiavi.

Ma non schiavi che potrebbero sempre accarezzare il momento di una libertà avvenire, meglio dire servi, anzi servili comodi, stupidi idioti, ben felici, spesso, d’essere asserviti a quel mondo.

Come ci siamo ridotti male tutti noi cari compagni, tutti. Mentre molti ci abbandonano, gli operai sostengono un padronato che li affama e li riempirà di malattie mortali. E nella tragedia che incombe i loro rappresentanti stanno lì a cercare un inesistente equilibrio tra salute e servitù. I figli e i nipoti di quei potenziali compagni ci hanno tradito:  e stanno inebetiti tra un Gramsci dimenticato o mai letto in una mano e la frusta o la mannaia del carnefice nell’altra.

Non sanno per chi decidere, ma c’è sempre chi colpire più in basso, qualcuno più piccolo o più mite o comunque diverso per nazionalità e provenienza su cui sfogare con rabbia i proprii limiti e le proprie frustrazioni. Non avranno mai il coraggio civile di sostenersi l’un l’altro nelle loro baracche senza acqua né luce e di farsi sparare addosso, cadendo a decine.

Poche chiacchere e sentimentalismi.

Dopo una secolare storia di sfruttamento di tutto il mondo e dopo averne lasciato gli avanzi ai capitalisti e ai figliastri semicivilizzati di un socialismo traviato, oggi noi a questo basso ruolo servile siamo decaduti: fare i carnefici al soldo dei ricchi.

Se vogliamo cambiare le cose, ma nei tempi lunghi o lunghissimi e senza facili entusiasmi, abbiamo solo una strada da percorrere: lasciare la città dei faraone e riprendere un faticoso ritorno alla terra tradita, in una peregrinazione di nuova cultura e di antichi ideali.

Ciò che ci misero, di pratico e duro, gli Stalin e i Lenin, non è bagaglio utile e sano. Non conterrà acqua per strada, ci porterà ancora odio, dolori e morte.

Dobbiamo avviarci per una strada tutta nuova e tutta nostra, tanto nelle difficoltà a percorrerla che nella felicità di raggiungerla.

Noi e i nostri morti, noi e le nostre vittime, noi e i nostri nuovi compagni, noi ed i nostri ideali. Almeno potremo almeno sperare una vita nuova con inizio diverso ed opposto. Solamente da un primo germe di unione solidale potrà nascere il nuovo, ma nello stesso tempo il germe sarà portatore del vecchio nucleo universale. Che è poi il nostro stile di essere veramente di sinistra.

Anche la morte per sete e per fame di una donna che non potrà mai più sperare in niente e in nessuno, anche quel funerale non celebrato, potrebbe diventare l’occasione di una rinascita.

Invio sconsolati saluti ai pochi sopravvissuti maestri e ai molti compagni perduti: che rimangano dove stanno, a servizio, se la loro felicità consiste solo in questo.

Invio a tutti i miei saluti sperando che qualcuno cominci a cambiare ed aspettando che cambi il mondo. Mi scuso per le iperboli e le metafore.

…………………………………

Nella foto:
Samia Yusuf Omar, la più grande di sei figli di una famiglia di Mogadiscio cresciuta, come i suoi fratelli, in povertà. Nel 2008, questa ragazza piccola e gracile, partecipò alle Olimpiadi proprio in rappresentanza della Somalia. Figlia di una fruttivendola e di un uomo ucciso da un proiettile d’artiglieria, questa ragazza era riuscita con molti sacrifici a partecipare alla gara dei 200 metri femminili di Pechino 2008. Da testimonianze di un gruppo di naufraghi, Samia è morta durante una traversata del mediterraneo nel tentativo di sbarcare in Italia per poi raggiungere Londra per partecipare alle ultime olimpiadi.

FONTE : http://cambiailmondo.org/2012/08/22/e-si-muore/

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Il cattolicesimo puzzone di Camillo Langone


Lo sapevo che Camillo Langone a gioco lungo ci avrebbe dato grandi soddisfazioni. Le premesse c’erano tutte, il suo cattolicesimo puzzone una garanzia. Oggi Femminismo a Sud segnala questa sua perla. Incommentabile per quanto razzista, criminale e complice di criminali. Non a caso lo avevo elencato tra i cattivi maestri dei nostri Breivik. Cattivi maestri pagati da Silvio Berlusconi, vero e proprio mandante morale e sponsor di questo abominio, che qualcuno s’ostina a passare per un esercizio legittimo di giornalismo. Evidentemente, in casi del genere la vergogna e il controllo sociale cedono il passo al fanatismo più becero.

 

fonte : http://mazzetta.wordpress.com/2012/08/27/il-cattolicesimo-puzzone-di-camillo-langone/

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Angelica Varga, Colpevole Perché Rom


di 

Maggio 2008, Ponticelli, quartiere di Napoli. Angelica Varga, una ragazzina rumena di neanche 16 anni, di etnia rom, arrivata da poco in Italia, viene accusata di tentato rapimento di una bambina italiana. Presa e condannata successivamente a tre anni e otto mesi di carcere. Non ci sono prove né testimoni, solo la testimonianza della mamma della bambina, ritenuta dagli inquirenti pienamente credibile, nonostante le contraddizioni e la non verosimiglianza del suo racconto documentate dalla difesa. La stessa Polizia, nel suo rapporto conclusivo consegnato all’autorità giudiziaria, esprimerà “fortissimi dubbi” sulla “verosimiglianza” di quanto accaduto. Chi la giudica – dopo otto mesi di carcere preventivo – però non ha dubbi. Scrive addirittura che Angelica è “incline a compiere delitti analoghi” in quanto “zingara”. E questo la dice lunga su come certi pregiudizi siano presenti anche dove uno meno se lo aspetterebbe.
Lei si dichiara disperatamente innocente. Nulla conta il fatto che sia incensurata, nulla conta la sua giovanissima età. Niente attenuanti, niente benefici di legge previsti per i minorenni, niente misure alternative al carcere, come ad esempio l’inserimento in strutture di recupero. Il suo dichiararsi innocente aggrava addirittura la sua posizione. Infatti gli “sconti” di pena vengono concessi solo se l’imputato ammette di essere colpevole. Questa è la ragione per cui molti immigrati di fronte ad una condanna ritenuta inevitabile si dichiarano colpevoli. Questi casi andranno ad alimentare le statistiche, permettendo alle Lega e simili di “dimostrare” che gli immigrati e gli zingari commettono più reati degli italiani.

Angelica non ha confessato, si è “rifiutata di collaborare”. Starà in galera quasi quattro anni e mezzo. Così impara che essere zingara è un’aggravante.

Sei colpevole? Allora siete tutti colpevoli
Dopo l’arresto di Angelica, si scatena – come da copione in casi simili – la “sacrosanta rabbia popolare”. Ottocento rom devono scappare abbandonando nel giro di poche ore le loro misere abitazioni per evitare il linciaggio di massa da parte di gruppi di “pacifici cittadini” di Ponticelli aizzati da elementi della malavita locale e da improvvisati giustizieri che si fanno sempre vivi in circostanze come queste. Trionfa ancora una volta il “nobile e civilissimo” principio di ogni razzismo, per cui se uno zingaro è colpevole, allora tutti gli zingari sono colpevoli. Non è una novità nella storia delle persecuzioni di massa. Si saprà poi che due anni dopo, nel 2010, una serie di incendi in alcuni campi rom di Ponticelli erano stati commissionati da “onesti cittadini” di Ponticelli a personaggi della camorra per spingere alla fuga le famiglie rom ed evitare che i propri figli andassero a scuola con i bambini rom. In nome dell’integrazione, naturalmente. Gli arresti dei presunti responsabili sono stati effettuati proprio qualche settimana fa.

Il giorno dopo
Davide Varì è un giornalista (“pentito”, dice di se stesso) che nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei rom da Ponticelli è andato a intervistare alcuni dei testimoni dei fatti. La sua testimonianza, riportata nel suo blog, inizia così: Sono stato a Ponticelli, i rom non ci sono più e quanto segue è quello che ho visto … “Certo, io tengo paura degli zingari. Però, mo’ che li hanno cacciati, il mio amichetto di classe non ci sta più e a me mi dispiace assai”. Sta nelle parole di Marco – otto anni, della scuola elementare Enrico Toti – il senso di quel che è accaduto a Ponticelli nei giorni della caccia al rom. Nei giorni dei roghi, della furia popolare e delle strane infiltrazioni della camorra. D’o sistema. C’è ancora l’accanimento contro gli zingari “scocciatori, ladri e puzzolenti”; ma c’è anche la pietà, “perché in fondo – dice una giovane donna in attesa che il figlio esca da scuola – non facevano proprio nulla di male. Qui a Ponticelli, il vero problema sono gli spacciatori che arrivano fin sotto la scuola a vendere chilla merda”. E poi quella storia del rapimento della bambina a cui non crede nessuno. “Quella ragazza rom la conoscevano tutti. Mi sembra strano. E’ tutto molto strano”.

La fine dell’incubo
Oggi, scontata la pena, Angelica è libera e sta per compiere vent’anni. Dice che vuole dimostrare la sua innocenza (ci sarà il processo di appello), che vuole un lavoro (sa fare la parrucchiera), che vuole una famiglia, l’integrazione. Tanti auguri, Angelica.

Gli zingari che rubano i bambini, ovvero – come ebbe a dire Albert Einstein – “È più facile disintegrare un atomo che un pregiudizio”
Nello stesso periodo in cui avvenivano questi fatti, veniva pubblicata parte di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Verona, dal titolo “La zingara rapitrice”, a cura di Sabrina Tosi Cambrini (2008). Eccone una sintesi tratta dalla presentazione della ricerca: “Nella pubblicazione si esaminano minuziosamente le carte processuali di tutti gli episodi in cui una notizia di reato per sequestro di minore da parte di una rom è arrivata presso gli sportelli delle procure italiane, negli anni dal 1986 al 2007. In questi anni i ricercatori segnalano 40 accuse di rapimento da parte di rom. Di queste solo sette hanno portato all’attivazione di un procedimento penale. Tutte e quaranta si sono dimostrate infondate e non c’è mai stata alcuna condanna. Ennesima dimostrazione che tra le carte giudiziarie da una parte e quello che i giornalisti scrivono e quello che il senso comune reputa dall’altra, c’è spesso una distanza che si può colmare solo con pregiudizi razzisti e leggende metropolitane. La sceneggiatura tipica dei racconti delle madri che hanno denunciato una rom per aver tentato di portar via il loro bambino è estremamente convenzionale, e ribadisce il carattere stereotipo e favolistico di questi episodi: l’accusatrice è l’unica testimone ed è la madre del bambino che si vorrebbe rapito; è una giovane donna, di solito madre del primo figlio di pochi mesi; è una madre coraggio che riesce a sventare il sequestro del proprio figlio”.
La condanna di Angelica rompe questo schema. Per la prima volta, il 12 gennaio del 2009, data del processo contro Angelica, un giudice ha emesso una condanna di colpevolezza ai danni di una donna rom per l’accusa di sequestro di persona, creando così un precedente giudiziario. C’è solo da sperare nel processo di appello.

fonte :  http://www.mentecritica.net/angelica-varga-colpevole-perche-rom/informazione/bruno-carchedi/29164/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, OMOFOBIA, politica, razzismo, sessismo, sociale, società, violenza

Quaresimale


Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un’infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l’unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la “sua” donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l’acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende “naturalmente” confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E’ rimasto qualcosa d’incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell’anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all’indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell’ossessione.

Poi, viene il giorno dell’abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E’ un volo cencioso, un’anima singola non può che appartenere all’aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E’ stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l’unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l’articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. ]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.

Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d’una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch’essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove. Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d’un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra (“Repubblica” di ieri), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell’evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.

Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell’ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all’apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest’incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all’urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

FONTE : http://www.mentecritica.net/quaresimale/leggere/daniela-tuscano/24946/

Pubblicato in: cultura, lega, politica, razzismo, satira

Capitan Padania contro l’asse del male


di Blicero (sito)

Cosa viene fuori quando una corazza/calzamaglia verde celtica e dei disegni a metà strada tra i fumetti erotici degli anni ’70/’80 e Mr. No incontrano dei terroristi turchi infiltratisi ad una manifestazione della Lega Nord per far fuori Kim Jong-Bossi con un Rpg? Semplice. Succede che nasce un nuovo supereroe: Capitan Padania, ovvero il Santo Protettore di tutti i leghisti.

Il .pdf scannerizzato del numero 1 (vergato da un certo Roberto Volpi) delle avventure di questo Übermensch Onetiano mi arriva tramite una mail speditami dall’amico e sodale Marco Tonus. Nel volume non c’è nessuna data e sull’internet non si trova alcuna informazione. Potrebbe essere dei primi anni 2000 come degli ultimi anni del XX secolo. In realtà non ho la più pallida idea di quando questo fumetto grondante una spudorata propaganda leghista sia stato realizzato – e soprattutto distribuito. Presumo che venisse dato durante le manifestazioni, tra copricapi vichinghi, litri di birra dozzinale e incesti di gruppo.

Ad ogni modo, è lo stesso Capitan Padania – con un italiano traballante, ma perfettamente in linea con le capacità dei lettori – a presentarsi a p. 3 nell’apposito “Angolo di Capitan Padania”:

Capitan Padania è il mio nome di battaglia. Infatti tutto ebbe inizio con la battaglia combattuta a Legnano il 29 maggio 1176 tra i Comuni Padani e l’esercito romano-germanico di Federico Barbarossa. In quel giorno i padani sconfissero il nemico e divennero i legittimi padroni delle proprie terre e di sé [sic, nda] stessi. Alberto da Giussano fu il condottiero che portò i padani a conquistarsi con il loro sangue, la libertà ed un giorno non lontano il popolo padano si leverà in piedi per chiedere l’Autogoverno e si riprenderà ancora la libertà. Combatto il male in nome della giustizia, della verità, della pace e dell’amore, affinché si raggiunga un’autonomia della Padania salvaguardando le nostre tradizioni e la storia, con la riaffermazione della cultura e della lingua padana. Il mio costume si ispira al grande condottiero, ma di questo parleremo nella prossima storia. Buona lettura.

E iniziamola, questa lettura.

È una splendida giornata a Legaland. Il popolo padano, stanco di tasse e soprusi, scende dai camion e si dirige verso la piazza, pronto ad accogliere il Verbo.

E cos’ha in mente il piccolo Alex (ah, che nome squisitamente celtico!)? Vuole l’action figure di Capitan Padania, in vendita su una bancarella.

Da notare le parole lascive della moglie (“ci meritiamo un regalino anche noi”) e lo sguardo pregno di perversione del vecchio a sinistra. Alex, alla fine, riesce ad ottenere l’agognato pupazzo di plastica.

Qui sopra possiamo vedere il bambino armeggiare con Capitan Padania mentre un’ondata di xenofobia/islamofobia sta marciando verso di lui. Il Lidèr Maximo, intanto, ha già cominciato a parlare dal palco. Siamo chiaramente nel periodo pre-ictus. “Difendiamo il Vecchio Continente dall’invasione islamica facilitata dall’assurda decisione di aprire la strada allo stato turco. Difendiamo la Padania!” Ma ecco che la minaccia islamica si materializza sotto forma di Idea Che Un Rappresentante Di Infissi Della Provincia Di Bergamo Ha Di Un Terrorista Islamico.

L’intento dei terroristi è piuttosto chiaro.

Kim Il Bossi non ci sta e cerca di disinnescare la violenza terrorista con parole ponderate e una faccia à la Harvey Dent/Two Face.

I militanti di Hamas lo ignorano. In più, nonostante ci siano 121.931.598 milioni di manifestanti, nessuno reagisce. Lo spazio di manovra per i talebani è totale.

Per la Padania e il sogno di libertà dei leghisti è arrivata la fine. O no?

Ciumbia, il federalismo è salvo e uno sconosciuto sta per franare sul segretario del Partito!

Espletati i convenevoli di rito, è arrivato il momento di disinnescare gli Hezbollah-marrani. Il simil Calderoni incita Capitan Padania (“Dàgh na petenàda!“), e i militanti leghisti sono galvanizzati.

Il terrorismo ormai ha i minuti contati. La furia di Capitan Padania è incontenibile.

Nota per i lettori: il “bel sinistro piantato nel muso” viene dato con il braccio destro. Ma, come si sa, in Padania la sinistra equivale alla destra – e viceversa. I terroristi non si danno ancora per vinti e sfoderano gli Ak47. Nessuna paura: Capitan Padania sguaina la sua spada laser (che assomiglia in maniera inquietante ad un trincia-kebab) e ha la meglio.

Nota del traduttore: “scarliga merlùss che l’è minga el tò uss” può significare “vai altrove che qui non è aria” oppure “mi sto lasciando prendere la mano dalla propaganda goebbelsiana”. Insomma, grazie alla spada laser-taglia-kebab i jihaidisti sono sconfitti. Ma non è finita qui. Un altro nemico – ben più pericoloso – attende loscamente all’ombra di un vicolo.

Capitan Padania sembra avere la peggio. Anche perché nessuno lo aiuta a rimettersi in piedi, sebbene abbia appena salvato il fondatore della Lega Nord. La riconoscenza è sinonimo di mollezza.

Dopo qualche vignetta di combattimento, anche il temibile RIMBABUL è costretto a capitolare malamente.

Gioite, camicie verdi delle rivoluzioni e delle legioni: la cassoeula trionferà! Per festeggiare, Jack “Joker” Calderoli-Nicholson si sfila la cravatta e la agita nell’aria.

I pargoli e le bambine padane mostrano un entusiasmo nei confronti di Capitan Padania che è pari a quello delle scene dell’assalto al ghetto di Schindler’s List. Ed in effetti, come dimostra la tavola qui sotto, la prospettiva di crescere in ambiente xenofobo e politicamente infervorato èdavvero esaltante.

A differenza dei terroristi islamici e dei terroni, Capitan Padania è uno che non sta tutto il tempo a girarsi i pollici. Altre sfide e battaglie aspettano lui e il popolo padano. Ma, ne sono sicuro, con l’aiuto di C.P. la Lega riuscirà una volta per tutte a sconfiggere Roma Ladrona, i boiardi di Stato, Equitalia e i negri.

Salüt, Padania.

(Per scaricare il pdf del volume completo di “Capitan Padania” – 39mb – clicca QUI.)

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Pubblicato in: OMOFOBIA, razzismo

Trova il razzista e l’omofobo: l’ha detto il leghista, il fascista o il nazista ?


1-“Bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su questa linea che i marinai chiamano del bagnasciuga.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

 2-“Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato. Chi teme ancor oggi che si tratti di un’imitazione straniera non si accorge di ragionare per assurdo: perché è veramente assurdo sospettare che il movimento inteso a dare agli italiani una coscienza di razza […] possa servire ad un asservimento ad una potenza straniera.

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

3-“I negri sono delle mezze scimmie”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

4-“Gli omosessuali? La tolleranza ci può anche essere ma se vengono messi dove sono sempre stati… anche nelle foibe.” 

 L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

5-“Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante affinché faccia pulizia etnica dei culattoni.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini.

6- “Chi non è di buona razza in questa terra, è loglio.”

L’ha detto:

A)Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

7- “I disabili nella scuola? Ritardano lo svolgimento dei programmi scolastici, più utile metterli su percorsi differenziati.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

8-“Si potrebbe definire l’ebreo come un’incarnazione deviata del complesso d’inferiorità. Non lo si può colpire più profondamente che descrivendolo con la sua effettiva essenza. Chiamalo mascalzone, farabutto, mentitore, criminale, assassino e omicida. Tutto ciò lo toccherà appena, internamente. Guardalo calmo e severo per un breve tempo e digli: «tu sei proprio un giudeo!» e tu ti accorgerai con stupore come nello stesso istante egli diverrà insicuro, imbarazzato e consapevole della propria colpa.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

9- “Finché ci saremo noi, i musulmani non potranno pregare in comunità.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

10- “La parola d’ordine è questa: intransigenza assoluta ideale e pratica”

L’ha detto:

A)Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

11-“Quegli islamici di merda e le loro palandrane del cazzo! Li prenderemo per le barbe e li rispediremo a casa a calci nel culo!”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

12- “Sono stato, sono e rimarrò un razzista secondo le ultime direttive UE poichè credo, e aspetto smentita da quei pochi che mi leggono, che certe notizie riportate solo da Il Giornale definiscano chiaramente che tra razza e razza c’è e ci deve essere differenza.”

L’ha detto:

A)Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

13-«  Esiste ormai una pura “razza italiana”.”Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.” “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

14-“Gli sciacalli vanno fucilati. Bisogna dare alle forze dell’ordine l’autorità di provvedere all’esecuzione sul posto. Ci vuole la legge marziale.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

15-“Che altri popoli vivano nel benessere o che crepino di fame mi interessa solo nella misura in cui abbiamo bisogno di loro come schiavi al servizio della nostra cultura.”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

16-“Voglio la rivoluzione contro i campi dei nomadi e degli zingari”

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini

17“Le attività omosessuali di una non trascurabile parte della popolazione, costituiscono una seria minaccia per la gioventù. Tutto ciò richiede l’adozione di più incisive misure contro queste malattie nazionali. » 

L’ha detto:

A) Himmler  B) Gentilini  C) Interlandi D) Hitler E) Colombo F) Goebbels G) Muraro H) Rolletti I) Borghezio L) Fontanini M) Valmori  N) Almirante O) Mussolini.

Cosa di “vince” associando ad ogni dichiarazione l’autore ? I primi dieci lettori che abbineranno ad ogni dichiarazione l’autore avranno la possibilità di pubblicare, a partire dal primo Aprile un post sui temi: omofobia, razzismo, xenofobia e piu’ in generale sul tema delle discriminazioni.

Il senso del quiz-antirazzista:

La premessa è doverosa, non possiamo generalizzare dicendo che tutti i leghisti siano razzisti, omofobi o xenofobi, ci sono tanti bravi amministratori della Lega e tra di loro c’è gente civile. Molti esponenti della Lega, tra i più importanti nella gerarchia leghista, nel corso degli anni sono diventati “famosi” non per le loro imprese politiche ma per le dichiarazioni omofobe, razziste e lesive delle dignità umana.  Sono passati decenni dal nazismo e dal fascismo ma certe offese contro il genere umano sono rimaste sempre le stesse. In realtà questo non è un quiz o un gioco, è semplicemente un modo per dire che il razzismo non ha tempo, un tempo i nazisti se la prendevano  con gli omosessuali, gli zingari e gli ebrei, oggi parte dei leghisti, se la prendono sempre con gli omosessuali e gli zingari, mentre gli ebrei di un tempo sono diventati gli islamici di oggi.

Perchè la parte della Lega civile non prende le distanze da certi rappresentanti di partito ?

Pubblicato in: CRONACA, diritti, DOSSIER, estero, INGIUSTIZIE, lega, libertà, politica, razzismo, sociale, società

MAMADOU VA A MORIRE : L’ITALIA CONDANNATA PER I RESPINGIMENTI


La Corte europea dei diritti umani (Cedu) di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Era il 6 maggio del 2009, e alle motovedette italiane venne dato per la prima volta l’ordine di invertire la rotta. E di riportare in Libia i naufraghi che avevano intercettato in mare 35 miglia a sud di Lampedusa. Sul molo di Tripoli li aspettava la polizia libica, con i camion container pronti a caricarli, come carri bestiame, per poi smistarli nelle varie prigioni del paese. A bordo di quelle motovedette c’era un fotogiornalista, Enrico Dagnino, che ha raccontato la violenza di quell’operazione. Poi fu censura. In Libia vennero respinte altre mille persone in un anno. Ma nessuno vide. E nessuno si indignò. Fortuna che a Roma uno studio di avvocati non ha mai smesso di crederci, e tramite alcuni buoni contatti in Libia, è riuscito a raccogliere le procure di 24 di quei respinti, undici eritrei e tredici somali. Sono stati loro a denunciare il governo italiano di fronte alla Corte europea. Per essere stati espulsi collettivamente e senza identificazione, per non aver avuto il diritto a un ricorso effettivo davanti a un tribunale, e per essere stati respinti in un paese terzo, la Libia di Gheddafi, dove sono stati incarcerati in condizioni inumane e degradanti e in alcuni casi sottoposti a torture.

Quei due avvocati sono Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Oggi raccolgono il frutto del lavoro di quasi tre anni di processo. La Corte europea ha riconosciuto la colpevolezza dell’Italia e ha condannato il governo a risarcire con 15.000 euro di danni i ricorrenti, due dei quali nel frattempo sono morti annegati tentando di nuovo la traversata. Una condanna importante, che però lascia senza risposta due domande fondamentali. Che fine hanno fatto i mille respinti del 2009? E che conseguenze politiche avrà la sentenza, visto che in Libia è cambiato tutto?

Le storie dei 24 ricorrenti le avevamo già raccontate due anni fa. Ma nel frattempo in Libia c’è stata una guerra e oggi c’è da chiedersi dove si trovino loro e gli altri mille respinti. La stessa domanda che si sono fatti Andrea Segre e Stefano Liberti, autori del nuovo documentario “Mare chiuso“, che sarà presto distribuito in tutta Italia con la sperimentata diffusione dal basso che in passato ha permesso di far circolare il film “Come un uomo sulla terra“. In “Mare chiuso”, sono andati a cercare i respinti di un altro respingimento, quello effettuato dalla Marina militare il 30 agosto 2009. E hanno scoperto che alcuni di loro sono nei campi profughi di Shousha, al confine tra Tunisia e Libia. Altri sono arrivati in Italia con gli sbarchi di metà 2011, mentre a Tripoli c’era la guerra. Altri ancora sono morti annegati, nei tanti, troppi naufragi che sono accaduti quest’anno in frontiera.

L’Italia non è l’unico Stato ad avere effettuato respingimenti. La Grecia respinge in Turchia, la Spagna respinge in Marocco e in Mauritania. Eppure l’Italia è l’unico paese ad aver collezionato una condanna così forte. Sarebbe banale dire che è la giusta condanna alle politiche xenofobe dei Berlusconi e dei Maroni. Sia perché l’accordo sui respingimenti porta la firma del governo Prodi e dell’allora ministro dell’interno Amato. Sia perché fino alla fine del 2010 la Commissione europea e Frontex stavano lavorando a un accordo quadro con Gheddafi proprio sul tema dell’immigrazione. Tutto questo in realtà dà un peso politico ancora maggiore alla sentenza della Cedu, che di fatto boccerebbe tutte le politiche europee di controllo delle frontiere. Se non fosse che…

Se non fosse che nel frattempo Gheddafi è stato ucciso e il suo regime sostituito da un governo transitorio tutt’altro che ostile verso le Nazioni Unite e le convenzioni internazionali. La Libia di oggi non è la Libia di ieri. Certo ci sono ancora episodi di torture in carcere e di morti sospette. Ma a differenza di prima iniziano a diventare l’eccezione anziché la regola. Tutta la società lavora per la costruzione di un paese fondato su uno Stato di diritto. E lo svolgimento delle elezioni amministrative a Misrata la settimana scorsa sono un buon esempio in questa direzione, come pure la formazione di decine di partiti politici, centinaia di testate giornalistiche e di associazioni culturali e sociali. In questo quadro di rinnovamento, c’è da aspettarsi che cambierà anche l’approccio al tema immigrazione. 

Sono stato un mese fa a Tripoli e a Kufra ed ho avuto modo di verificare di persona come per la prima volta in Libia le Nazioni Unite hanno accesso regolare nelle prigioni, e come per la prima volta in Libia si stia distinguendo tra richiedenti asilo politico e non. A Tripoli un’associazione caritatevole libica gestisce un centro di accoglienza ricavato nelle casette abbandonate degli operai del cantiere della stazione del treno di Tripoli, bloccato da quando è iniziata la guerra. Ci vivono circa 700 somali, sono tutti entrati dal deserto di Kufra negli ultimi mesi, senza documenti, e da Kufra sono stati rilasciati in quanto ritenuti rifugiati politici. Così con una sorta di attestato rilasciato dall’associazione che gestisce il campo, sono lasciati liberi di circolare e di lavorare in Libia.

Gli stessi funzionari delle Nazioni Unite ci hanno detto che il governo transitorio è molto più disponibile a collaborare di quanto non fosse il regime. E allora c’è da aspettarsi che presto la nuova Libia firmi la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, probabilmente appena ci sarà un governo legittimato dal voto popolare, le elezioni sono previste a giugno 2012. E a quel punto sarà ritenuta tecnicamente un paese terzo sicuro. Con lo stesso ragionamento che si applica oggi alla Turchia quando la Grecia vi respinge qualcuno. E con qualche accortezza i respingimenti potranno riprendere. Ad esempio basterà non prendere i naufraghi a bordo delle motovedette italiane, e lasciare fare il tutto ai mezzi libici purché in acque internazionali, restando così fuori dalla giurisdizione europea. 

Insomma la sentenza della Corte europea rischia di avere un valore più storico che politico. Di condannare una pratica del passato, mentre tutti sono al lavoro per ripetere le stesse politiche nel presente. Con un soggetto politico nuovo, la Libia del dopo Gheddafi, e con condizioni materiali migliori. Perché non c’è dubbio che con l’apertura delle prigioni libiche alla stampa, alle organizzazioni internazionali e alle ong, le condizioni di detenzioni stanno migliorando molto.

L’ho visto personalmente anche a Kufra, dove il vecchio infernale campo di detenzione è stato sostituito da una sorta di centro di accoglienza, con le camerate ricavate nei vecchi uffici di un commissariato dato alle fiamme durante la rivolta, e le sbarre sostituite dalle tendine, con la porta aperta ogni mattina per chi vuole andare in strada a cercarsi un lavoro alla giornata. Il tutto in attesa che da Benghazi arrivi l’ordine di trasferire tutti al nord. I somali, e in alcuni casi gli eritrei, per essere rilasciati come rifugiati tramite le Nazioni Unite. Gli altri per essere rimpatriati. Perché è vero che c’è un trattamento migliore per i somali. Ma per tutti gli altri non ci sono eccezioni. Nigerini, sudanesi, maliani, nigeriani, ghanesi, chadiani, tutti vengono sistematicamente detenuti fino al giorno dell’espulsione, di cui per ora si occupa l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni), ai cui programmi di rimpatrio volontario assistito partecipano anche i detenuti arrestati in frontiera senza documenti. 

E questo è il punto. Che cambierà la forma ma non la sostanza. Ovvero che anche una prigione libica con degli standard di detenzione dignitosi, resta una prigione, nella migliore delle ipotesi assomiglierà ai nostri centri di identificazione e espulsione (Cie). E nel ventunesimo secolo non è accettabile privare qualcuno della libertà, sia per una settimana o per un anno, sia in un carcere o in un Cie, perché colpevole di viaggio.

Viaggi che, a dire il vero, non è affatto certo che ricominceranno. Perché è bene sapere che esiste anche questa possibilità. Che dalla Libia non riprendano più le partenze, o almeno non con la consistenza degli anni passati. Certo è vero che in Libia stanno rientrando molti lavoratori da tutta l’Africa, con e senza documenti. Ma l’economia libica ha un grande bisogno della loro manodopera in questo momento di ripresa e di annunciato boom economico per gli anni a venire. Mentre i racconti telefonici che arrivano a Tripoli dall’Italia, degli amici e dei parenti partiti durante la guerra, sono racconti di amarezza e delusione. L’Europa non è più quella di una volta. La crisi, la disoccupazione, il razzismo. Tutti fattori che di certo non incoraggiano a rischiare la propria vita in mare, almeno finché in Libia c’è lavoro.

E in più c’è da dire che, mai come adesso, le autorità libiche stanno puntando a azzerare le reti degli organizzatori delle traversate. E a fermare le imbarcazioni in partenza per l’Italia. Dalla liberazione di Tripoli, ad agosto, fino a dicembre, praticamente non ci sono stati sbarchi, salvo un paio di imbarcazioni soccorse nel canale di Sicilia. A gennaio sono stati fermati circa duecento somali in partenza, tanti quanti quelli giunti a Malta e in Italia nello stesso mese, mentre altri 55 sono morti in un naufragio. E a febbraio non è ancora arrivato nessuno. Sembrano finiti i tempi in cui il regime incoraggiava le reti del contrabbando quando doveva presentarsi al tavolo del negoziato con l’Italia e con l’Europa. Anche se le mafie del contrabbando sanno sempre riciclarsi, se le opportunità di guadagno valgono il rischio. Ad ogni modo sarà la primavera a svelarci i risultati di queste operazioni di contrasto. Quando il mare sarà buono capiremo se la Libia è ancora un corridoio di ingresso sull’Europa. Quel che è certo è che i giovani del sud continueranno a viaggiare, magari su altre rotte verso l’Europa, o magari – sempre di più – verso altre mete in questo mondo di cui l’Europa è sempre meno una centralità e sempre più una periferia decadente.

Il testo della sentenza può essere scaricato qui

MAMADOU VA A MORIRE

Una vera e propria fortezza con dentro, però, un tesoro che può trasformare la sopravvivenza più becera in vita dignitosa. Questa è l’Europa come la vedono migliaia di immigrati clandestini che ogni anno tentano il tutto e per tutto affrontando viaggi che spesso rasentano le file più basse della disperazione. A raccontarlo è chi è andato a trovarli di persona nei loro paesi di origine, per ricostruirne rotte, percorsi, ricatti e naufragi, dato che molte di quelle storie non hanno avuto e continuano a non avere un lieto fine. È questo il meritevole lavoro, quasi certosino, di Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio mediatico sulle vittime dell’immigrazione clandestina. Con il suo Mamadou va a morire (Infinito edizioni), l’occhio del reporter si mescola alla realtà nuda e cruda che l’Europa spesso si rifiuta di vedere. E così, dai deserti della Libia alla miseria del Maghreb con un salto in Senegal e in Turchia, le mappe si sovrappongono unificate da un unico comune denominatore: la miseria. Che dà il coraggio di affrontare viaggi disumani, a bordo di barche inconsistenti o dentro carichi stipati di merci e di uomini.

Dal 1988 più di 12.000 giovani sono morti, così, tentando di espugnare la fortezza Europa. Morire di frontiera, come è stato definito questo stillicidio pressocché quotidiano, è diventata una delle cause di morte più alta dei paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. Il titolo del volume scritto da Del Grande trae spunto da una delle tante storie narrate nel libro, quella di Mamadou appunto ma non si fa in tempo a scorgere il suo volto che subito si sovrappone a quello di migliaia di altri. Una generazione in viaggio. Il più delle volte, però, senza ritorno.

Italiani Brava Gente

Le foto di Enrico Dagnino, pubblicate dal magazine parigino Paris Match, sono un reportage straordinario sulla nostra gentile strategia di ‘respingimento’ dei Migranti.

In ossequio a tutti i trattati internazionali, come assicurava  L’ex ministro Maroni. 

Eccoli qui, i pericolosi criminali che assediano le nostre coste e vanno ad ingrossare le fila della malavita che mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani (o quella degli anacronistici e generosi padani?).

Bossi, con voce stentorea (avete fatto caso che tutti i leghisti hanno un tono da duri del Far West?), ghigna che lui va tra la gente e sa quali sono le reali esigenze del Paese; mica come quelli della sinistra, arroccati nella loro turris eburnea a registrare la continua perdita di voti, rei di aver aperto indiscriminatamente le porte a tutti i clandestini dell’universo, .

Mi chiedo come mai, in una nazione che compatta chiede sicurezza (da chi, da cosa?), una nazione che negli ultimi 15 anni ha goduto soprattutto delle strategie politiche di Berlusconi&Company, a colpi di sondaggi popolari a pagamento, tema lo spauracchio – vero o indotto – dell’orda clandestina che giunge a depredare le nostre ricchezze e stuprare le nostre donne, e non si preoccupi di combattere la vera criminalità organizzata? Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare perché le mafie mondiali abbiano eletto l’Italia a perfetta sede per il riciclaggio del denaro sporco globalizzato, perché l’esecutivo   continuava ad affossare o rinviare la class action o il vero contrasto ai grandi truffatori ed evasori? Chissà… Credo che combattere questi reati e questi criminali siano azioni molte più concrete per la ‘sicurezza’ dei cittadini.

Poi, se davvero il paese reale, chiede questo tipo di trattamento per i disperati che vengono fatti passare per ‘feroci saladini’, se davvero la maggioranza degli italiani approva il razzismo mascherato da legalità, allora rinuncio volentieri alla cittadinanza italiana per diventare apolide e clandestino.

Sul sito di Paris Match si leggono i commenti dei lettori a queste immagini terribili: “Ignobile”, “Inquietante”, ecco gli aggettivi più gettonati. Anche qualche nostro compatriota lascia la propria testimonianza e dice: “Mi vergogno di essere italiano”.

Se le ‘attenzioni’ rivolte ai migranti rispecchiano il sentimento attuale del Belpaese popolato dalla ex brava gente, allora, come Gaber e Prezzolini, non mi sento, non voglio più essere, non sono italiano.

FONTI  :  http://fortresseurope.blogspot.com/2012/02/la-corte-europea-condanna-litalia-per-i.html#more

http://blog.panorama.it/libri/2008/08/02/mamadou-va-a-morire-rotte-ricatti-e-naufragi-di-migranti/

http://pensierosuperficiale.ilcannocchiale.it/?TAG=paris%20match

Pubblicato in: antifascismo, facebook, lega, OMOFOBIA, politica, razzismo

Ti odio su Facebook, due anni dopo.


Quando nel 2010 ho pubblicato ‘Ti odio su Facebook’ ero convinto che il libro sarebbe diventato presto obsoleto. I gruppi inneggianti al Duce o alle Br, le miriadi di manifestazioni di violenza e intolleranza di personaggi anche pubblici a livello locale: pensavo che tutto questo, raccontato nelle sue pagine, sarebbe scomparso da bacheche e giornali, sopraffatto dalla graduale presa di consapevolezza da parte degli utenti della pubblicità del mezzo, da un lato, e delle dinamiche del trolling, dall’altro.

Impossibile stabilire un confronto quantitativo, naturalmente, che permetta di tirare delle conclusioni statisticamente fondate sulla diffusione dell’odio sul social network di Mark Zuckerberg. Eppure le cronache di questi giorni sembrano indicare che mi sbagliavo. Con 20 milioni di italiani iscritti, e un fenomeno che  a livello planetario riguarda ormai 800 milioni di individui, ci sono ancora docenti che su Facebook non fanno mistero delle proprie posizioni antisemite, consiglieri che sostengono che contro gli immigrati «servono i forni» e assessori che dichiarano candidamente che a loro avviso l’omosessualità è una «turba psichica».

Posizioni in certi casi degni del ‘miglior’ trolling: manca solo il tiro al bersaglio contro i bambini down. Con la differenza che, in tutti questi casi, non c’è nemmeno l’intento (per quanto maldestro, azzardato o sopra le righe) di far ridere, farsi notare o denunciare ipocrisie: è pura e semplice idiozia messa in bella mostra, senza alcuna remora, davanti a milioni di concittadini.

Due anni fa ho scritto quel libro per raccontare come molti giornalisti avessero travisato alcune dinamiche dell’odio in rete, finendo mani e piedi nelle trappole di buontemponi e provocatori – con la conseguenza, per fortuna finora sventata, di legittimare strette repressive della libera espressione sul web. Oggi mi viene da pensare che, mentre la gran parte dei professionisti dell’informazione ha colmato in breve tempo la lacuna, altrettanto non si possa dire di alcuni personaggi pubblici.

O forse hanno capito, ma se ne infischiano. Il che sarebbe anche più grave.

FONTE http://ilnichilista.wordpress.com/2012/01/08/ti-odio-su-facebook-due-anni-dopo/

Pubblicato in: lega, politica, razzismo

I baschi non riconoscono la Padania


L’atto d’amore della Lega, all’indomani delle elezioni spagnole, verso il movimento indipendentista basco (che ha ottenuto un eccellente risultato), non è affatto ricambiato: «La Padania è un territorio immaginario nella valle del Po e solo la Lega ci vede un passato glorioso di radici celtiche, di druidi e forse anche uno gnomo… Ma quando sono al governo i leghisti abbandonano la cravatta verde e i costumi di Asterix e Obelix».
I baschi sono separatisti, ma non certo dalla realtà

http://www.diariovasco.com/v/20111115/mundo/liga-norte-convoca-parlamento-20111115.html

IL CASO

Il Carroccio scivola in basco

Alla dimostrazione di affetto del Carroccio, il partito basco ha risposto picche. Dalle pagine di diariovasco.com gli indipendentisti iberici hanno definito l’esperienza della Lega come quella di «un’operetta italiana», confermata dalla decisione del Carroccio di piantare in asso il nuovo primo ministro Mario Monti (chissà che scriveranno ora che Umberto Bossi ha detto addirittura «che fa schifo»!).
IL PREZZO DELL’INCOERENZA. Ma il sito non si ferma qui e prosegue col colore: «Il meglio si è avuto quando hanno deciso di riaprire il parlamento padano, invenzione del 1997, quando erano all’opposizione e volevano fare la secessione. Poi l’esperienza si è conclusa nel 2001 dopo aver vinto le elezioni con Berlusconi. Stavano abbandonando l’idea dell’indipendenza per il federalismo fiscale. Ora vorrebbero riconquistare la verginità, lavandosi il viso dall’alleanza con Berlusconi per riconquistare il proprio elettorato».
PADANIA IMMAGINARIA. E anche sulla Padania come entità territoriale ed etnica hanno espresso qualche dubbio: «La Padania è un territorio immaginario nella valle del Po e solo la Lega ci vede un passato glorioso di radici celtiche, di druidi e forse anche uno gnomo… Ma quando sono al governo i leghisti abbandonano la cravatta verde e i costumi di Asterix e Obelix».
La verità è che l’anelito indipendentista basco non ammette sacrifici di opportunità politica.
COMPROMESSO IMPENSABILE. «Tutti i partiti, dalla sinistra estrema al partito nazionale basco sono indipendentisti. Qui non andrebbero mai a sedersi in un parlamento nazionale», ha spiegato a Lettera43.it Laura, valtellinese di nascita, ma basca d’adozione in quanto Phd student a San Sebastian, capitale della provincia basca di Gipuzkoa. «Sono allibiti», ha continuato la ricercatrice, «di come sia possibile che un partito indipendentista sieda al Parlamento di Roma».
Insomma, questi baschi sono duri e puri per davvero. La Lega di Varese è avvisata. E non solo quella.

“Noi baschi offesi dalla bandiera leghista”

All’attenzione del Sig. Roberto Rotondo
Le scrivono due cittadini baschi residenti in Lombardia. Ci sentiamo molto offesi e sconcertati dopo aver letto il suo articolo “Addio Lega di governo. Si torna ruvidi” apparso sulla testata Varese News il 23 novembre 2011 (http://www3.varesenews.it/politica/articolo.php?id=219343). Abbiamo visto la nostra bandiera appesa sul balcone della sede della Lega Nord di Varese. Doppiamente offesi. Da un lato come baschi per l’insulto e affronto della Lega Nord di Varese che, strumentalizzando la lotta basca, millanta somiglianze e affinità inesistenti; non siamo come loro, non lo siamo mai stati e non lo saremo mai. Dall’altro lato, come lettori per la continua manipolazione dei media italiani e la totale disinformazione e impreparazione dei giornalisti italiani.
Il movimento della sinistra abertzale (nazionalista) basca nasce con la finalità di “unire”: unire le nostre terre e unire le popolazioni basche sparse in territori spagnoli e francesi. Il Paese Basco era uno Stato tanti anni fa, il celebre Regno di Navarra, e ha poi subito una dura invasione. L’anno prossimo ricorrono i 500 anni di questa invasione; un’invasione militare, che non è riuscita però a cancellare il nostro sentimento di popolo, e nemmeno a zittire la nostra bocca né la nostra lingua. Euskaldun (basco in lingua basca), vuol dire portatore dell’euskera (lingua basca). Qualunque immigrato che parli l’euskera può essere riconosciuto tanto basco quanto noi. Siamo orgogliosi e felici di avere una componente di immigrati così alta nelle nostre terre, vera e propria ricchezza sociale e culturale. Questa è una delle grandi differenze con la Lega Nord: l’inclusione da una parte e l’esclusione dall’altra. Per questo siamo fieri di sottolineare ogni volta ciò che ci differenzia da chi costantemente fa campagne di odio e razzismo, dentro e fuori le istituzioni.
Lo stato spagnolo ci ha invaso militarmente, perché questo è l’unico campo in cui sono forti. Per questo noi baschi vinceremo con la parola, con le idee, con le nostre azioni quotidiane, per far fronte ad un assedio che è quotidiano, da 500 anni, e ad una persecuzione diretta verso qualunque traccia che odori di basco, sia politica che culturale. E quotidiana è stata anche la nostra resistenza. In questo contesto, 50 anni fa, è nata E.T.A., organizzazione armata, nata dalla volontà di molti studenti universitari che, durante la dittatura fascista di Franco, si sono espressi a difesa popolare e contro il fascismo. ETA ha però terminato pochi mesi fa la lotta militare perché il popolo basco ha chiesto questo. Recentemente tutte le organizzazioni, partiti, collettivi, associazioni che hanno fatto o fanno parte del Movimento di Liberazione Nazionale Basco hanno deciso, con convinzione, di far confluire la lotta ideologica e politica della popolazione in organizzazioni politiche come quella, per esempio, di Amaiur, una coalizione formata da numerosi partiti che rivendicano la sovranità popolare e la difesa dei diritti di base, tutt’altro che scontati in Euskal Herria (Paese Basco). Il nuovo panorama politico evidenzia come Euskal Herria rappresenti un’anomalia nel contesto europeo: una sinistra reale che compete alla pari con forze politiche il cui riferimento sociale e politico è quello dominante attualmente in crisi. Il Paese Basco sta lanciando un chiaro messaggio all’Europa: un’altra democrazia è possibile. La proposta e l’azione della sinistra indipendentista non è per una nuova gestione del presente ma per il cambio delle gerarchie di potere sociale e per una democrazia realmente partecipativa. I neo eletti della coalizione Amaiur, rappresentanti politici eletti democraticamente dai cittadini, porteranno le rivendicazioni di giustizia e libertà fino a Madrid, utilizzando solo l’arma della politica. Definire la coalizione politica di Amaiur “terrorista” vuol dire non conoscere e non sapere leggere e analizzare gli accadimenti che poco lontano dall’Italia accadono.
Avevamo detto di essere doppiamente offesi. Sappiamo che la manipolazione dell’informazione negli stati francesi e spagnolo è una cosa sistematica, ma non capiamo come paesi che non hanno interessi in questo conflitto si facciano complici, sia con il silenzio che con la manipolazione. Un silenzio che occulta le denunce delle torture subite dai cittadini baschi nelle carceri spagnole, torture che anche organismi come Amnesty International e relatori internazionali per i diritti umani riportano e smascherano costantemente. In Italia la manipolazione è addirittura doppia, visto che la Lega utilizza, sempre a sproposito, il conflitto basco-spagnolo, per il proprio interesse.
Siamo quindi offesi sia come cittadini baschi sia come lettori. Ci auguriamo che, almeno nel secondo caso, si debba ad un errore o a semplice ignoranza. Capiamo che chi non è informato sull’indipendentismo basco possa fare confusione con la Lega Nord, ed è per questo motivo che vorremmo invitare il Sig. Rotondo ed i lettori del giornale in cui scrive ad essere maggiormente attenti, interessati e curiosi, con la voglia di capire cosa sta loro intorno, con la voglia di capire cosa accade a un migliaio di km da casa loro, nel territorio basco.
Vorremmo invitar loro anche alla lettura dell’opuscolo “Lega chi la conosce la evita, chi la capisce la combatte” a cura del Comitato Autonomo Varesino dove si spiegano le differenze che abbiamo prima citato (inclusione/esclusione per fare un esempio) ed alle iniziative dei diversi comitati Euskal Herriaren Lagunak / Amici e amiche dei Paesi Baschi, sparsi in tutta Italia. A febbraio, da numerosi anni, si organizza una settimana di solidarietà con il Paese Basco con dibattiti, proiezioni, conferenze con rappresentanti baschi, a Milano e dintorni. Vi invitiamo calorosamente a queste iniziative, sperando che siate numerosi e numerose, perché siamo convinti che se per noi vale la frase “Lega, se la conosci la combatti”, allo stesso modo per voi potrebbe valere la frase “Sinistra Abertzale, se la conosci la condividi”.
Lucia Ezker, Mikel Leyun

fonti :

http://www.meridionalismo.it/2011/12/02/i-baschi-non-riconoscono-la-padania/

LINK SITO DIARIOVASCO
NOVITA’, “DOMANDE E RISPOSTE SULL’ARTICOLO 18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI”. Aspettiamo i vostri commenti: punti di vista, opinioni, idee per modificarlo e via dicendo…https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/09/23/domande-e-risposte-sullarticolo-18-dello-statuto-dei-lavoratori/
Pubblicato in: razzismo

Io non sono razzista, ma… Sappi che quel “ma” elimina il “non”.


Ci sono i razzisti per ignobile scelta e poi ci sono i razzisti che non sanno di esserlo. Quelli che: “io non sono razzista ma è meglio che stiano a casa loro”, “io non sono razzista ma non devono venire qui a rubarci il lavoro”. Tu, che dici di non essere razzista, sappi che non esistono “ma” contro il razzismo, se quel “ma” esiste vuol dire che sei razzista. Perchè quel “ma”  prima o poi ti porterà alla convinzione che forse i razzisti per ignobile scelta abbiano pure delle ragioni.

Gio’ Chianta

Pubblicato in: CRONACA, cultura, donna, INGIUSTIZIE, politica, razzismo, sociale, società

Pugni alla nera: gli italiani che si declassano da soli


Picchiata e insultata su un bus pieno di passeggeri. Tempestata di pugni, una costola fratturata, e due settimane di prognosi, Suad Omar, mediatrice culturale italo-somala, è stata vittima di una violenta aggressione venerdì scorso, sulla linea 63, alla fermata davanti all’ospedale Maurziano di Torino. Lei stessa racconta « Un passeggero voleva che mi scostassi per passare. Gli ho detto che anch’io stavo per scendere, e a quel punto ha iniziato a insultarmi, mi ha detto cose irripetibili. Gli ho risposto indignata, lui ha reagito alzando le mani».

Del responsabile un italiano, di circa 50 anni, non si sa altro: perché alla fermata, l’autista ha aperto le porte e lui si è dileguato. In soccorso della vittima sono intervenuti due ragazzi, un somalo e un marocchino. Solo un terzo giovane un italiano ha protestato contro l’autista per aver permesso che l’aggressore scappasse. Ma il conducente obietta: ho solo agito secondo il regolamento. Vi ricorda altre banali ubbidienze? Vi ricorda altra banale indifferenza? Vi ricorda altri banali “distogliere gli occhi” per non vedere?
Berlusconi e i suoi, padani e non, sono riusciti nell’empia impresa di estrarre il peggio dagli italiani brava gente, qualcosa che forse era affondato sotto quel po’ di affrancamento e di dignità di sé, prodotto pare effimero della resistenza e della ricostruzione.

Il grande spot retorico della disumanità come virtù commerciabile e profittevole ha persuaso una parte di molta gente, con l’ostentazione pubblicitaria dei respingimenti, con l’evocazione impudica e esplicita dell’apartheid, con l’esibizione ostentata della durezza non negoziabile contro i migranti. Spingendoci sempre più giù quel piano inclinato della civiltà e dei diritti sul quale scivoliamo senza pudore, come fosse legittimo anzi obbligatorio, in quanto dettato dalla “necessità”.

Ha ridotto sempre di più la cerchia degli inclusi nella dimensione di persone (soprattutto maschi, soprattutto ubbidienti, soprattutto spregiudicati, soprattutto abbienti, soprattutto conformisti anche nelle inclinazioni, nelle convinzioni e perfino nell’estetica) e allargando la schiera degli esclusi, dei non riconosciuti. Gialli, neri, omosessuali, critici, poveri, vecchi, malati, meridionali, ingovernabili, ormai noialtri che stiamo a incazzarci sul web e altrove.

Si ci vuol poco a dire che l’Italia si è berlusconizzata nel suo tessuto più intimo, nei comportamenti più profondi, nei sentimenti e nelle emozioni, nei desideri e nei consumi. E nelle immagini del mondi e di sé che si porta dentro. Ma quando qualcuno di chiede a distanza di settantatre anni come mai gli italiani furono acquiescenti alle leggi razziali, o perché si fecero trascinare al macello per un incubo di potenza si capisce che la nube tossica che questo ceto politico esala, le sue acqua putride, le sue sacche infette di nuovi egoismi e antiche volgarità vengono da lontano. Che Berlusconi non è un errore nel processo di riproduzione del codice genetico della classe politica italiana. E non è nemmeno la causa della malattia. È semmai il sintomo, il volto più orrendo ma più rappresentativo di quel particolare genere di italiano che si è moltiplicato nella decostruzione sociale del Paese, scomponendone valori e capisaldi, nella trasformazione aberrante dei cittadini produttori in mobili e liquidi ubbidienti consumatori e spettatori. E che si è fatto merce tra le merci, utente di corruzione e affiliazione. Soli in balìa di qualunque potenza mediatica condizionati da messaggi di diffidenza, egoismo e paura.

Ma ci vorrebbe poco per cambiare le regole del gioco, basta immedesimarsi. Basta per un momento scendere dal sedile dell’autista ossequiente del regolamento e immaginare di essere Suad Omar. Si ci vuole poco perché non occorre una grande immaginazione per prevedere che le nostre figlie, se sono intelligenti e capaci e anche fortunate potrebbero essere come lei, se invece non hanno prerogative, forza e buona sorte potrebbero diventare le nuove schiave. Come d’altra parte cinque giovani donne bianche bianchissime che facevano le schiave e sono morte sotto le macerie dei nostri sogni di benessere e privilegio.

fonte : http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2011/10/05/pugni-alla-nera-gli-italiani-che-si-declassano-da-soli/

Pubblicato in: lega, MALAFFARE, politica, razzismo

Gridare alla secessione coi soldi di Roma.


(dal blog il Nichilista)

L’Italia è un Paese meraviglioso per molti motivi. Non ultimo quello di elargire quasi 4 milioni di euro (per l’esattezza, 3.896.339,15 nel corso del 2010 per l’anno 2009; dati aggiornati al 6 giugno 2011) a un quotidiano che non solo lo schifa sistematicamente ma che domani, in prima pagina, chiede attraverso le parole di un ministro della Repubblica italiana, Umberto Bossi, un improbabile «referendum per la libertà» della Padania.

Insomma, noi italiani paghiamo per dare voce alla loro secessione, per quanto ammuffita, propagandistica e di cartapesta. E nonostante questo dobbiamo pure sentire Bossi dirci che la democrazia è finita e «il fascismo è ritornato con altri nomi e facce».

Vallo a trovare un ‘regime’ che ti paga per urlare alla secessione a tutta pagina, Umberto.

Io invece mi chiedo se non siamo in presenza di un caso di eccesso di democrazia. In altre parole: evviva la libertà di espressione, ma non possono almeno pagarselo di tasca loro, il quotidiano indipendentista? L’articolo 5 della Costituzione non dice forse che l’Italia è «una e indivisibile»? E noi riempiamo di soldi chi vuole smembrarla, magari lasciando nel frattempo morire tanti progetti che meriterebbero l’aiuto dello Stato?

Solo un Paese meraviglioso potrebbe farlo. E infatti.

fonte : http://ilnichilista.wordpress.com/2011/09/18/gridare-alla-secessione-coi-soldi-di-roma/

Pubblicato in: economia, lega, politica, razzismo

Bossi, l’Italia e la padania inesistente


Di Francesco (dal blog discutendo insieme)

 

“L’Italia finisce male”, dice Bossi in un comizio a Schio, “bisogna essere pronti per il dopo e, per noi il dopo è la padania. I popoli del nord uniti sarebbero lo stato più forte d’Europa”. E ancora, “la gente ha capito nel profondo del cuore che il progetto è passato e che l’idea di vincere insieme è partita”. E ancora, “la padania vuol dire unito e libero mentre il centro sud munge il nord”. 

Che l’Italia stia finendo male è sotto gli occhi del mondo. Con un corpo politico che da decenni pensa solo al suo benessere c’è poco da sperare in tempi migliori. Però, una delle cause dello sfascio dell’Italia è proprio la Lega.

Bossi dice “meno male che siamo partiti tanti anni fa”, sì, vero, e in questi anni non ha fatto che operare, appunto, per la disgregazione dell’Italia. Quello che Bossi imputa alla crisi attuale, in realtà è da imputare al suo gruppo politico. Partendo dal federalismo, cavallo di battaglia della Lega.

Un dato recente della responsabilità leghista lo si può trarre dalle tasse locali, che in quindici anni sono cresciute del 138% contro il 6,8% di quelle centrali (questo dato dovrebbe far riflettere anche su due altri aspetti della crisi: il costante aumento delle tasse “non visibile” e lo spostamento delle responsabilità dal centro alla periferia). Ed è proprio il federalismo la causa di questo aumento. Un federalismo che, se da un parte predica l’autonomia locale, e la sua indipendenza dal centro, dall’altra si adopera affinché i costi dello stato ricadano proprio su tale autonomia. E mentre la Lega si prepara alla battaglia per “non toccare le pensioni, ma quali?” e non aumentare l’iva con dichiarazioni ridondanti, non fa menzione dei costi della sua politica e nemmeno dei tagli dal centro proprio agli enti locali (anzi, propone la scelta tra tagli e pensioni, due azioni che, comunque ricadrebbero sulla spalle dei cittadini) che si troverebbero così nella difficilissima situazione di dover scegliere tra aumentare le tasse o ridurre il welfare state, il tutto mentre il partito leghista si sta spartendo la torta con l’odiata Roma.

Che il sud sia meno produttivo del nord lo si è sempre saputo, che il nord sia più capace di creare uno stato meno debole, è cosa nuova. Basti vedere l’attuale crisi industriale del nordest; crisi che non deriva certo dalle spese eccessive dello stato e, men che meno, dalle spese per lo stato sociale, casomai, dal tipo di economia esistente basato, essenzialmente, sull’artigianato e piccola industria.
Per quanto riguarda il sud, va ricordato alla Lega che dal dopoguerra è stato tenuto come una sorta di riserva di manodopera per il nord, questo implica che il mancato sviluppo è da imputare al nord stesso. Il nord, invece, pur avendo avuto a disposizione i soldi statali per il suo sviluppo (finanziamenti per lo sviluppo del territorio sottosviluppato di cui ha attinto ampiamente), non è riuscito a porsi come garante di un’economia italiana forte nei confronti dell’Europa. E questo a causa di un disimpegno sul territorio nazionale – si preferisce delocalizzare le attività produttive in luoghi (nazioni) a basso costo di manodopera e con meno restrizioni sul piano dei controlli e dell’ambiente – che vede le industrie del nord, e anche la dove comanda la Lega, preferire soluzioni liberiste a quelle sociali.

In questo contesto, parlare di stato del nord forte in grado di assorbire la crisi senza toccare il benessere dei cittadini è fuorviante – considerando anche che la stessa Germania, l’economia trainante per definizione in Europa, si trova a dover affrontare gli stessi problemi dell’Italia – perché la crisi ha radici nella globalizzazione del commercio e nella speculazione della finanza sui conti statali e non nel welfare che, casomai, ne sta pagando le conseguenze.

Il progetto leghista – che sin dagli inizi prevedeva la separazione del nord – pur essendo ormai trentennale, non ha però raggiunto il traguardo prefissato. Che il malcontento covi nel cuore della popolazione e che lo rivolga, per la maggior parte, contro il comportamento dei politici, è vero; non è però vero che si rifaccia al progetto della Lega che, al massimo, ha ottenuto alle elezioni intorno al 12% di voti che, anche se ottenuti solo al nord, sono comunque troppo pochi per pretendere d’essere il motore trainante di un cambiamento radicale.

Ed è proprio quel federalismo “impositivo” proposto dalla Lega ad essere in prima persona colpevole dello sfascio dell’Italia; federalismo che, oltre a non dare autonomia ai territori, li costringe entro limiti di manovra impossibili, come a giustificare una successiva centralizzazione dello stato per inadempienza delle amministrazioni locali.

Concludendo, la Lega, di fatto, sta operando proprio allo sfascio dello stato italiano non per uno stato padanio indipendente ma per il controllo leghista di tutto il territorio nazionale.

Fonte notizia: la repubblica.

FONTE :   http://discutendoinsieme.ilcannocchiale.it/

Pubblicato in: antifascismo, CRONACA, cultura, OMOFOBIA, politica, razzismo

Saya? Più che uno choc è un “nazionalismo miserabile”


Donne, gay e stampa. È arrivata anche in Italia quell’onda squallida e insopportabile che imperversa su mezza Europa. E ha fatto capolino con quel grande classico presentato in apertura. Le parole di Gaetano Saya ricordano quelle che si ascoltano a Budapest, nelle sedi del Front national o delle altre formazioni anti modernità e nemiche dell’uguaglianza di genere, di etnia o preferenza sessuale. Quello del così definito Partito nazionalista più che un programma choc è una proposta miserabile, oltre qualsiasi minimo sindacale di civiltà morale e politica.

Finora abbiamo parecchio criticato la deriva populista e xenofoba di Viktor Orbán che ha fatto della destra ungherese un circolo di paranoici seduttori dei ceti inquieti. Con Saya, però, l’Italia supera anche il partito della famiglia Le Pen. Per statuto nessun incarico alle donne del sedicente difensore dell’italianità, a fronte di leadership femminili nell’estrema destra francese e ungherese. Persino i Tea party hanno esponenti di punta senza baffi né barba. 

Sempre attuale è la lotta agli omosessuali, vera minaccia alla sanità di un popolo. Discorso valido soprattutto in un paese che ha sempre fatto vanto della sua potenza sessuale, da Rodolfo Valentino alle tedesche private dell’onore sulla sabbia di Rimini. Depurare le istituzioni dalla presenza dei gay, come propone Saya, è quindi doveroso per ripristinare quella virilità romana di mussoliniana propaganda. 

Altro squallore è quello che si aggiunge col trattamento da riservare alla stampa e l’idea di un controllo governativo su cittadinanza dei giornalisti e lingua delle testate. Se è esilarante immaginare Scilipoti che autorizza la diffusione in Italia del New York Times è doveroso lanciare un appello all’Ordine dei giornalisti per verificare se il baffetto dei noantri risulta iscritto all’albo. E, in tal caso, aprire un procedimento disciplinare che porti alla sua radiazione per aver manifestato un orientamento non compatibile ai valori di una categoria che deve nutrirsi di libertà, oltre che di serietà e decenza. Il resto lo valuti la magistratura continuando a ingrossare il fascicolo col nome di Saya in copertina.

Non esente da riflessione è l’opinione pubblica. Sulla deriva della politica italiana e sulle ragioni che le permettono di partorire roba del genere. Un’Italia che viaggia spedita verso il post berlusconismo, e quindi verso la normalità della politica del sano confronto, è incompatibile con negazioni della civiltà come quella di Saya. Eppure succede, come accade che il deputato più discusso d’Italia abbia dichiarato di sentirsi onorato del fatto che il suo nome sia stato proposto per la segreteria nazionale del partito nazista di casa nostra. Del resto anche Domenico Scilipoti è uno dei pezzi migliori del pantano politico e sociale dell’Italia di Berlusconi. Eppure non ci si può arrendere al mutare della normalità. Chiedersi se un soggetto del genere non possa essere dichiarato decaduto dal suo incarico. È vero che la Costituzione assicura l’insindacabilità delle opinioni espresse dai membri delle Camere, ma prima ancora pretende la democraticità delle istituzioni. E la mera vicinanza di Scilipoti alla formazione di Saya è pura violenza carnale della Carta fondamentale.  (di Eugenio Balsamo – ilfuturista.it)

fonte : http://infosannio.wordpress.com/2011/08/22/saya-piu-che-uno-choc-e-un-nazionalismo-miserabile/

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, lega, politica, razzismo

da quanti punti parte un leghista?


In due anni dovranno imparare come funzionano il Parlamento e il Governo, cosa dice la Costituzione, come si usa un congiuntivo, quali sono le regole civiche del nostro Paese.
Dopodiché gli stranieri regolari che hanno chiesto il permesso di soggiorno faranno la conta dei ‘crediti acquisiti’.
Una sorta di “pagella dell’immigrato”.
Con almeno trenta punti, saranno promossi e otterranno di fatto la carta di soggiorno.
Con meno di trenta crediti, ma più di sedici, saranno “rimandati” e avranno un anno di tempo per recuperare.
Con zero punti o meno, risultato a cui si arriva, ad esempio, con una condanna penale, scatta la bocciatura, il che significa espulsione immediata.
Questo e quanto si legge su repubblica.it.
Ahimè tutte cose che in primis si dovrebbero applicare ai leghisti e agli italiani in genere perché non si può chiedere ad uno straniero ciò che non appartiene nemmeno all’italiano medio.
Inoltre non mi convince il ministro Maroni anche perché prima di arrivare a questo dovrebbe riuscire a rilasciare i permessi di soggiorno entro i limiti di legge e  non ci dovrebbe far aspettare per la cittadinanza Italiana per ben 13 anni ( 10 anni di residenza in Italia per richiederla e 3 anni di attesa senza garanzie dopo la richiesta). Nè dovrebbe chiamare ‘contributo’ i 200€ che chiede ai 50.000 stranieri che ogni anno richiedono la cittadinanza italiana e che sono l’ennesimo furto nei confronti nei nuovi Italiani.
Mi sembra un altra messa in scena per far vedere che lavorano e per continuare a rubare i soldi ai più deboli in quanto in questo paese anche un certificato storico di residenza ci costa 15 euro ma visto che questo non basta continuano a inventare carte da vendere, corsi, punti, pagelle ecc…
Io sono convinto che un extracomunitario che sta in Italia da 10 anni parla e scrive meglio del figlio del leader leghista e predica meglio del pupazzetto Borghezio e sono convinto che ha già dato il suo contributo economico, in termini di forza lavoro e pagamento delle tasse, che gli conferisce il diritto sacrosanto al gratuito riconoscimento della sua dignità di cittadino che partecipa alla costruzione e allo sviluppo delle Stato italiano.
Cari lettori, la mia domanda è questa: se un immigrato che fa i lavori più umili e rischiosi di questo paese spesso sottopagato deve accumulare punti e pagarsi il diritto di esistere sul suolo italiano, un leghista che continua a sprecare i soldi pubblici e predica quello che tutti sappiamo mentre vive anche con i soldi che pagano gli immigrati, con quanti punti dovrebbe partire???

fonte : http://bajrak.wordpress.com/2011/07/29/da-quanti-punti-parte-un-leghista/#wpl-likebox

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, INGIUSTIZIE, lega, politica, razzismo, sessismo, sociale, società

FANNO SCHIFO (Valter Binaghi)


Frocio. Finocchio. Busone. Culattone. Checca.
In questo paese di navigatori e poeti i termini con cui si indica l’omosessuale sono numerosi e pittoreschi, con un numero infinito di varianti vernacolari, ma il valore che vi si attribuisce è generalmente denigratorio, quando non di aperto disprezzo, e passa presto ai fatti: l’insulto, il pestaggio. Il machismo dietro a cui la piccola borghesia italiana già in epoca fascista nascondeva la propria inferiorità culturale e l’impotenza di fronte ai grandi movimenti economici e finanziari che ne minacciano perpetuamente i provvisori privilegi, ritorna ogni volta che le situazioni si fanno critiche, o governi risultano improvvidi. La ricerca del capro espiatorio si fissa intorno a chi, segnato da diversità, presenta i caratteri della vittima ideale: l’emigrato, l’omosessuale, il piccolo delinquente, il nomade. Soprattutto quando una classe politica tecnicamente incapace e ignobilmente indifferente alla propria missione di civiltà, vede in queste propensioni “popolari” una valvola di sfogo che è inutile e forse pericoloso cercare di reprimere (in quel caso la classe politica medesima sarebbe costretta a dare ben altre risposte). Così negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di xenofobia e di violenza contro gli omosessuali. Lo sanno tutti: le cronache dei giornali ne parlano, i politici esprimono riprovazione, qualcuno aveva pure deciso di dare un segnale forte aggravando le pene per i reati contro la persona che riguardano omosessuali. Sarebbe stato un gesto importante, un segnale forte con cui, per una volta in modo traversale, un’intera classe politica poteva unirsi per una battaglia di civiltà, isolando e stigmatizzando quelle sacche di ignoranza brutale in cui germinano le pulsioni peggiori del corpo sociale. E invece no.
L’attuale maggioranza, blindata in parlamento con i voti prezzolati di transfughi dell’opposizione e gestita da una coppia di leaders in evidente declino biologico e politico, ha preferito arroccarsi intorno al valore che ne ha costituito l’asse propagandistico portante, la demagogia.
Il Berlusconi del “pane e figa per tutti” e il Bossi che “ce l’ha duro” solo perchè è nato nella regione più ricca d’Italia, hanno dato ancora una volta la loro strizzatina d’occhi al ventre molle e alla parte peggiore del paese, scegliendo di ignorare il vero pericolo sociale e di avallare insieme alle altre (evasioni fiscali premiate da condoni, spregio della dignità femminile con l’allestimento di bordelli istituzionali, reiterata delegittimazione della magistratura) anche queste cattive abitudini dell’Italia più ottusa, trincerandosi dietro una formale giustizia distributiva: un aggressione è un’aggressione, dicono, che sia nei confronti di un omo o di un etero, fingendo di ignorare che, quando l’aggredito è tale proprio PERCHE’ omosessuale, andrebbe specificamente protetto in quanto evidentemente oggetto di persecuzione.
Un’altra occasione per pensare e per dire che fanno schifo: anche chi come me aveva disertato le ultime elezioni politiche per la pochezza delle alternative non può che augurarsi la fine di questa ignobile legislatura e di questi puzzolenti capipopolo, avvolti dal fetore della decomposizione. E i primi ad augurarselo dovrebbero essere proprio i “moderati” che finora hanno scelto di esserne rappresentati, a meno che la deriva genetica cui sembriamo condannati ci prepari una successione a base di Piersilvio e Trota più Emanuele Filiberto.

FONTE : http://valterbinaghi.wordpress.com/2011/07/27/fanno-schifo-di-valter-binaghi/

Pubblicato in: antifascismo, lega, politica, razzismo

Borghezio e le… sane idee


Borghezio non si smentisce. Fascista, amico dei fascisti difende le idee che definisce “sane” che hanno animato il massacratore di Utoya in Norvegia. In un’intervista pubblicata dall’agenzia di stampa agenparl, il politico leghista afferma “Il “no” alla società multirazziale, la critica dura alla viltà di un’Europa che pare rassegnata all’invasione islamica e financo la necessità di una risposta identitaria e cristiana di tipo templare al dilagare delle ideologie mondialiste, sono ormai patrimonio comune degli europei, fra cui il sottoscritto”. Poi aggiunge ”A nessuno, però, è oggettivamente lecito pensare che queste idee, profondamente sane, presenti anche – al netto dei propositi di violenza – negli stessi scritti di Anders Behring Breivik possano aver a che fare con il terrorismo assassino stile Al Qaeda. Al contrario, le numerose stranezze esecutive di questa azione terroristica, realizzata da un individuo lasciato agire impunemente da solo, noto su internet per le sue elucubrazioni ultraestremiste, fa molto pensare. Anche alle finalità oscure di quelle forze mondialiste a cui interessa criminalizzare certe idee che in Europa stanno riconquistando i cuori dei veri patrioti e che non sono certo in sintonia con l’ideologia mondialista. E allora, è più che lecito domandarsi: a chi giova la ‘mattanza’ di Oslo?”.

Insomma da una parte Feltri scarica la responsabilità della strage sulla presunta codardia dei giovani presenti all’eccidio, che chiaramente laburisti  e quindi di sinistra, hanno confermato ancora una volta l’egoismo tipico dei comunisti.
Dall’altra Borghezio si affretta a giustificare la strage frutto della società mutliculturale voluta dalla sinistra.
Proprio mentre Breivik accusa i laburisti di “aver importato musulmani in massa”.
Il mostro nazifascista norvegese nel suo “manifesto” delirante aveva messo all’indice tutti partiti politici ad eccezione di uno… indovinate quale, oppure chiedetelo a Borghezio.

fonte :   http://movimentoantilega.wordpress.com/2011/07/25/borghezio-e-le-sane-idee/#wpl-likebox

Pubblicato in: CRONACA, cultura, politica, razzismo

Utoya: Il bersaglio eravamo noi.


di Davide Sardo

Sul massacro che si è consumato lo scorso venerdì 22 luglio in Norvegia mancano ancora di numerosi dettagli. Il quadro che abbiamo a disposizione permette già, tuttavia, alcune considerazioni. Al momento sappiamo di 93 vittime, 97 feriti (di cui 10 in condizioni gravi) e 5 dispersi, e di un solo attentatore, Anders Behring Breivik, un giovane norvegese che avrebbe concepito quest’atto di terrorismo “come mezzo per risvegliare le masse europee” e favorire una “rivoluzione sociale” contro “multiculturalismo, marxismo e islam”. Soprattutto sappiamo che 86 delle 93 vittime sono dei ragazzi, la maggior parte sotto i vent’anni, che partecipavano al raduno estivo dell’Auf, l’organizzazione giovanile del partito laburista norvegese, sull’isolotto di Utoya, a pochi chilometri da Oslo.

Jens Stoltenberg, Primo Ministro norvegese, nonché leader del partito laburista, ha dichiarato: “Hanno attaccato quanto di meglio esiste in una democrazia: i giovani impegnati in politica”. In particolare, nel delirante memoriale ritrovato nel computer dell’assassino, erano i partiti i nemici da eliminare. I partiti della sinistra riformista, innanzitutto, con il loro progetto di una civiltà aperta e plurale, ma non solo. I partiti in generale erano dipinti come un ostacolo alla “dichiarazione di indipendenza dell’Europa” propugnata dall’attentatore. Nella follia del gesto, insomma, il carnefice aveva scelto con cura il bersaglio. I giovani che si erano riuniti a Utoya sotto le insegne dell’organizzazione giovanile dell’Arbeiderpartiet, infatti, sono per davvero la prima linea del fronte che si oppone alla “rivoluzione” auspicata nel memoriale di Breivik. Giovani che non si accontentano del mondo così com’è, che ne analizzano e ne criticano le disfunzioni e le ingiustizie, ma che non si limitano ad esprimere la loro frustrazione e la loro paura per il proprio futuro, e invece si organizzano e partecipano ad una struttura larga e democratica, con l’ambizione di governare il loro Paese e di contribuire al governo dell’Europa. Una struttura che non si limita a dar voce ad una protesta o ad un interesse particolare, ma si propone di rappresentare un vasto blocco sociale e di mediare gli interessi rappresentati in vista di una soluzione condivisa che persegua il bene comune. Un partito, insomma, e in particolare l’Arbederpartiet, da sempre in prima linea proprio nella battaglia per una pace costruita su una società aperta in cui le diverse culture siano messe in condizione di convivere. Non un gruppo di giovani indignati, insomma, ma un’associazione di compagni. Che non è una differenza da poco.

Il sentimento antipolitico che si nutre della paura per un futuro che non sembra più destinato a mantenere la promessa di una crescita infinita pervade ormai larghe fette di società, rendendole permeabili rispetto ad idee pericolose per il mantenimento di un ordine democratico. Ma, seppure ormai colpevolmente sdoganato anche nell’area politica e culturale della sinistra, questo sentimento resta l’alimento principale dei movimenti populisti che stanno moltiplicando le loro forze in tutta Europa. È una corrente che ha ormai riportato in superficie idee e slogan inquietanti, che mascherano razzismo e prevaricazione sociale dietro a contraddittorie affermazioni di tipo identitario. La crociata contro il multiculturalismo non è un’invenzione di Anders Breivik, ma un’idea veicolata da sedicenti intellettuali e picchiatori ripuliti per giustificare il desiderio di quella parte di classe media cha ha paura di impoverirsi, di continuare a fondare i propri privilegi sull’ingiustizia sociale. In nome della difesa di un’astratta identità che nessuno è, poi, in grado di definire con precisione, ma solo di suggerire genericamente e in funzione escludente, si giunge a sacrificare la vera cifra dell’identità comune dei popoli europei, cioè la faticosa affermazione della pari dignità di tutti gli esseri umani. Non sappiamo se Breivik ha agito da solo, ma ha ragione Eskil Pedersen, segretario dell’Auf, quando dice che “questo massacro immane non può essere liquidato come all’atto di un folle isolato”. Molti, tra coloro che condannano la cieca violenza dell’assassino, non possono in realtà ritenersi immuni da una quota di responsabilità.

Sempre a proposito di identità, i giornali di questi giorni si riferiscono generalmente a Breivik definendolo un “fondamentalista cattolico”. Credo che si tratti di un’espressione piuttosto ambigua, che merita una riflessione. Il punto è che il termine “fondamentalista” sembra richiamare l’idea di un’interpretazione intransigente e radicale di alcuni principi della religione e della cultura cattolica, mentre in questo caso mi sembra piuttosto che l’attentatore si serva liberamente di passi selezionati à la carte dal breviario dell’ateo devoto per suffragare le sue tesi disumane. Il fatto, insomma, che l’attentatore riempia le pagine del suo memoriale con riferimenti a quella che lui vorrebbe far passare come un distillato di una supposta “tradizione cattolica”, che sarebbe secondo lui tradita, tra l’altro, dallo stesso Pontefice Benedetto XVI, fa di lui un usurpatore più che un fondamentalista. Questa riflessione, tuttavia, che oggi deriva dal sentimento di chi si sente violato per l’uso improprio dell’aggettivo di “cristiano”, va, però, tenuta scolpita in mente per la prossima occasione in cui ci si troverà davanti agli occhi la definizione di “fondamentalista islamico”.

Nelle ore immediatamente successive al massacro, Eskil Pedersen, segretario dell’Auf e presente ad Utoya, ha dichiarato: “È chiaro che eravamo noi il bersaglio. Non ci faremo zittire, in onore di chi ha perso la vita. Continueremo a tenere alti i nostri ideali di tolleranza e antirazzismo”. Tanti giovani sono caduti ad Utoya, ma molti di più restano in piedi. È la rete europea dei giovani, non solo socialisti, che combattono la stessa battaglia per una società aperta ma non vuota di valori, e incamminata sul binario dell’uguaglianza e della solidarietà.

fonte : http://lettera21.wordpress.com/2011/07/25/utoya-il-bersaglio-eravamo-noi/

Pubblicato in: CRONACA, cultura, politica, razzismo, religione

Breivik è tra noi


C’è un silenzio che urla più dell’orrore di Oslo. E’ quel cupo silenzio della Chiesa che non sa esprimere  la normale, solerte, a volte rituale  pietas per le vittime della strage e soprattutto non sa prendere la parola per dirci che il fondamentalismo cristiano di Breivik, è un errore, una deviazione, un’allucinazione. Un silenzio di bomba lo si direbbe, un tacere imbarazzato che si nasconde dietro la parola follia, quella che dovrebbe spiegare tutto e invece non spiega nulla. Ancor più colpevole perché dal profondo dell’insensatezza prendono la parola i fascio integralisti che inneggiano alla strage, come un tal Bruno Berardi,presidente dell’Associazione Domus Civitas, di professione cretino.

E c’è qualcosa di più assordante delle raffiche di mitra che hanno ucciso l’innocenza di un Paese: sono quelle 1500 pagine di Breivik, un compendio di mitologie infantili, un giocare con le figurine, un maelstrom che coinvolge la lettura di wikipedia, di brani di libri, di saggistica  deteriore o superficiale. Uno zibaldone penoso dal quale emerge prepotente lo sgomento su come possa essere crudele l’ingenuità.

Poi si capisce che invece è paura, è chiusura, è una reclusione dalla realtà storica e umana. Si capisce bene anche a una prima lettura che Breivik non si è confrontato con nessun problema, tema, argomento caduto sotto la sua paranoica attenzione: l’unica cosa che gli interessa è capire se idee e uomini sono amici del suo panteon da adolescente o sono nemici. Non gli interessa capire, ma solo incasellare nel suo autismo culturale. Si tutto questo è assordante perché sono le stigmate che ritroviamo sempre più spesso attorno a noi: non più il pensiero sociale, ma la dinamica amico nemico.

E’ illuminante questa definizione che l’integralista di Oslo dà di quello che lui chiama il marxismo culturale:  un sistema politico / morale, basato sulla “correttezza politica” – un misto di marxismo, estremo
egualitarismo,’umanesimo suicida, anti-nazionalismo, anti-europeismo e capitalismo globale. Idee confuse e contraddittorie dove l’eguaglianza e l’umanesimo assumono un carattere negativo. E assieme ad esse vengono trascinate nel minestrone reazionario e al tempo stesso inconsapevole “i movimenti  politicamente corretti come: femminismo, pro-droga e pro-rivoluzione sessuale, anti-razzismo, anti-fascismo, anti-cristianesimo, anti-capitalismo, i diritti dei gay e disabilità, ambientalismo ecc. Tutto insieme come in un ‘antologia di Giovanardi o più spaventosamente come in un’antologia  delle cose che abbiamo sentito in questi anni, dette e ripetute all’infinito con stolida sicumera. E allora riconosciamo lo stesso brodo di coltura nel quale è cresciuta la follia autistica di Breivik così come la desolante banalità del berlusconismo.

Non manca in tutto questo la teoria del complotto che è una delle caratteristiche specifiche di certi integralismi ideologici che devono rappezzare in qualche modo il vuoto di spiegazione: così questi marxisti, maoisti, politicamente corretti devono  puntare “sulla decostruzione progressiva delle culture europee, le identità e la tradizionale struttura (famiglia nucleare,  morale tradizionale e la strutture patriarcale) che ha dominato l’umanità per gli ultimi 300 000 anni”. Peccato, conclude che i musulmani si siano rivelati un osso troppo duro per essere “assimilati / pacificati / femminilizzati”

Verrebbe da ridere se questo pozzo nero di stupidaggini storico antropologiche, non avesse provocato una strage, con la sua bava di veleni. E tuttavia vista la definizione che Breivik fa di se stesso, cioè di un cristiano integralista che ama la struttura patriarcale, la famiglia nucleare e disprezza ogni segno di modernità, eguaglianza, diritti, accoglienza, sarebbe interessante sapere quale differenza esiste con il leghismo. E soprattutto sarebbe interessante sapere dalle alte sfere della chiesa cattolica in che cosa differiscono le idee del vaticano dalle considerazioni del folle di Oslo. O se sono solo i mezzi utilizzati per quest’opera di evangelizzazione contro la socialdemocrazia, ad essere inopportuni.

E’ vero che Breivik se la prende anche col Papa per non essere un efficace difensore delle sue ossessioni e del suo principio di diseguaglianza, con il suo protagonismo onirico. Ma probabilmente perché non ha avuto la fortuna di vivere in Italia. Qui non c’è bisogno di fare strage di uomini: ce n’è già una di verità.

Si vorremmo sentire dalla chiesa, dai partiti conservatori e di destra, dalla società italiana una qualche parola che vada oltre la riprovazione della strage, qualcosa che ci rassicuri sulla civiltà del nostro vivere. Ma forse è già chiedere troppo.

Alberto   Capece

fonte :  http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2011/07/25/breivik-e-tra-noi/#wpl-likebox

Pubblicato in: CRONACA, cultura, eventi, politica, razzismo, società

Dieci, cento, mille nazioni come la Norvegia.


Molti di noi a leggere il profilo del cristiano fondamentalista hanno riconosciuto la matrice patologica che si annida in luoghi strutturati e “ben” frequentati come Militia Christi, Forza Nuova, il sito Pontifex e alcune frange della Lega Nord passando persino per l’UDC.

Chi fa parte della comunita’ omosessuale italiana legge ogni giorno dichiarazioni naziste e istigatorie degne delle parole dell’attentatore norvegese.

Ma la questione, oggi, e’ più profonda. Vittorio Feltri dalle pagine de IL Giornale, quotidiano di riferimento del nostro Paese insulta i morti, i feriti e i sopravvissuti dell’isola di Utoya, sostenendo che i morti sono stati cosi’ tanti perche’ quei giovani sono egoisti ed incapaci.

Ebbene dietro questa frase che appare folle c’e’ un disegno ideologico molto profondo che va politicamente e culturalmente contrastato e niente affatto trascurato.

Feltri identifca nei giovani laburisti un fattore di debolezza dovuto al modello sociale. Ci sta dicendo che in un Paese dove i gay si sposano e dove l’Islam viene “accolto” con un modello di integrazione tollerante, questo non puo’ che portare ad un indebolimento della societa’. Bisogna andare indietro di 70 anni per risentire frasi del genere e, a onor del vero, prima di Hitler le pronuncio’ persino Churchill.

Cio’ che Feltri si dimentica di analizzare sono il numero di morti per mafia, negli anni di piombo, nelle stragi di stato, nelle belle famigliole italiane che il nostro Paese conteggia dal dopoguerra ad oggi. E’ come se nel nostro Paese ci fosse stato un altro conflitto.

Oggi, mi sentirei di scambiare la nostra povera sudditanza familistica dentro una democrazia immatura e gattopardesca con quella norvegese.

Scelgo senza alcun dubbio un Paese dove centinaia di giovani non sanno difendersi da un pazzo che spara perche’ l’atto rappresenta qualcosa di geneticamente avverso al proprio popolo, piuttosto che il disordine mafioso e immaturo del nostro Paese.

Non mi vergognero’ di essere italiana quando i nostri valori saranno esportabili e non rappresenteranno solo la nostra eredita’ o la nostra capacita’ di adattamento e di reazione. Voglio essere orgogliosa di una gestione.

Oggi Feltri mi fa vergognare del mio Paese e rievoca tempi e frasi spaventose. Oggi Feltri mi ricorda che la nostra democrazia e’ ancora vittima di un clerical-fascismo serpeggiante che cambierei ora e subito per un Paese che dal dopo guerra ad oggi ricordera’ “soltanto” la strage di un pazzo fondamentalista cattolico.

E a chi dice che 21 anni sono pochi e che le carceri in Norvegia sono comode e pulite, segnalo la distanza siderale, appunto, tra la civilta’ e la caverna.

Fosse, almeno, la nostra caverna dotata di ombre platoniche e non di mostri oppiacei e di prepotenze volgari.

Cristiana Alicata

fonte : http://wordwrite.wordpress.com/2011/07/26/dieci-cento-mille-nazioni-come-la-norvegia/#wpl-likebox

Pubblicato in: CRONACA, cultura, politica, razzismo

Il delirio di Andres Behring Breivik


Chi, come Andres Behring Breivik, pensa che il mondo sia da ripulire da islamici, gay, comunisti o quant’altro, non sa riconoscere che il mondo in cui vive non è quello delle proprie fantasie. Per sua natura, il mondo è diversità e nelle diversità risiede la propria energia e la ricchezza della razza umana. Non c’è niente da ripulire, nessun giustiziere nazionalista può fare qualcosa di utile al mondo, dando sfogo agli esaltati deliri della propria perversione.

Andres Breivik ha detto di aver compiuto un atto “atroce ma necessario”, dando voce a quel suo sentimento d’onnipotenza, che altro non riflette se non la propria inettitudine al vivere nel mondo reale.

L’unico atto necessario che può compiere un uomo è la capacità di scegliere, ogni giorno, ogni ora ed ogni momento, tra il giusto e lo sbagliato, il bene ed il male. Molte persone come Andres Breivik si riempiono la bocca di parole come fratellanza ed onore, aspirando a diventare giustizieri o genocidi, per quella che considerano una buona causa, in difesa della propria cultura e della propria patria. Purtroppo per loro, però, non è un onore essere scandinavi, ariani od europei, è solo un dato di fatto nascere bianchi, neri o caffelatte, cinesi, australiani, africani o americani.

Solo chi agisce nel nome dell’amore e del rispetto degli altri uomini, chi sa vivere in società, condividendo le proprie conoscenze, la propria cultura e lottando per trovare le migliori soluzioni per tutti, è degno di parlare d’onore o fratellanza. Questo è la prima nota che dovrebbero appuntarsi Andres Behring Breivik ed i suoi seguaci.

Sono tempi difficili. Stiamo vivendo gli anni più intensi di un periodo di transizione, che sta portando l’umanità a ritrovare la coscienza e la consapevolezza del proprio essere e le risposte ai propri perché.

Oggigiorno, la maggior parte della popolazione mondiale è terrorizzata, ha paura di perdersi, non si fida del prossimo e cerca sempre un capro espiatorio. Se da una parte si sono accentuati i sentimenti nazionalisti, dall’altra i popoli del mondo stanno viaggiando sempre di più, s’incontrano, si confrontano e si mescolano, su tutti i piani ed in tutti i modi possibili. Si sta definendo quello che sarà, un giorno, un unico popolo: il grande popolo della Terra.

Ad alcuni questo suonerà forse a fantascienza, è normale in un mondo dove dall’età della pietra si è andati indietro, invece che avanti: l’odio e le guerre di razza, religione, denaro o potere ci hanno dimostrato, e continuano a farlo ogni giorno, che l’uomo ha agito sempre per salvaguardare sé stesso, il proprio ego, svincolandosi da responsabilità e dall’etica del vivere sociale, nella salvaguardia del prossimo. Si sono costruiti regni e castelli, senza mai avere piena coscienza di quello che sarebbe stato il futuro di un intero pianeta e della sua popolazione.

Così, ancora oggi, la lotta tra nazionalisti e comunisti, cristiani e musulmani continua… ed è tristemente normale che menti labili, vittime dell’esaltazione egocentrica, come quelle di Andres Behring Breivik partoriscano idee perverse, come la premeditazione del massacro dell’isola norvegese di Utøya.

Andres Breivik è un aspirante genocida, che ha voluto compiere una strage per dire al mondo che non gli piace il multiculturalismo. Purtroppo per lui, il suo massacro non verrà lodato bensì condannato, perché la guerra, l’odio e la violenza non sono, non sono mai state e non saranno mai la soluzione ad alcunché. In altre parole, i cattivi fanno male ma sono sempre destinati a perdere. La vita vince sulla morte, la materia sull’antimateria, l’essere sul non essere, da sempre e per sempre.

Comunque, senza troppe astrazioni filosofiche e tornando al piano politico: i nazionalisti devono riconoscere che la multiculturalità è parte del cammino dell’evoluzione umana. Questa è la seconda lezione per Andres Behring Breivik.

Un nazionalista dovrebbe essere una persona che ama le proprie terre, la propria cultura, tradizioni, le proprie genti, senza andare oltre e cominciare ad odiare se altre persone di altre culture si sommano e si mescolano alla propria. Ogni nazione è solo un parte del mondo che le accoglie, solo una piccola parte di terre con confini economici, politici e religiosi delimitati su un territorio che è di tutti. L’era delle manie imperialistiche è, fortunatamente, passata.

Nessuno è meglio dell’altro ed ognuno ha qualcosa da insegnare e da apprendere dall’altro: terza lezione che dovrebbero appuntarsi tutti i nazionalisti veraci come Breivik.

L’identità culturale è innanzitutto identità umana, chi pensa di perderla perché le culture ed i popoli si stanno mescolando, ha solo paura di perdere sé stesso e, di conseguenza, risponde a tale angoscia vomitando odio e violenza verso l’altro.

In fin dei conti, è il comportamento di un bambino o di un adolescente capriccioso, che non è disposto ad accettare le leggi universali d’evoluzione del mondo.Ce ne sono moltissimi di bambini come Andres Breivik, persone che si credono giustizieri massonici, quando, invece, oltre a non aver capito nulla e non avere una visione sobria del mondo reale, si rifugiano nelle guerre contro l’Islam o contro i comunisti, nel tentativo di risolvere quello che è solo e nient’altro che un problema personale legato alla frustrazione esistenziale di non-accettazione della realtà.

L’essenza della vita è la differenza e la strada è vivere secondo i principi dell’amore, del rispetto, della condivisione e della fratellanza. È un fondamento così semplice che la maggior parte delle persone non riesce ancora a riconoscerne la bellezza e la ricchezza, preferendo credere d’avere ragioni per uccidere.

Purtroppo, questi bambini capricciosi hanno spesso 32 o più anni, si credono portavoce di valori culturali storici, hanno (forse, ndr) letto decine di libri senza capire niente del mondo ed amano sparare con fucili d’assalto a giovani innocenti.

In questi tempi bui, dove tutti danno la colpa a tutti, musulmani a cattolici e viceversa, nazionalisti a socialisti e viceversa, la chiave è sapere alzare lo sguardo e cominciare a dare il buon esempio.

Condoglianze alle famiglie ed agli amici delle vittime dell’isola di Utøya e di Oslo.

Matteo Vitiello

Alcuni link interessanti (sono in norvegese ma con il traduttore automatico potete trarre, quantomeno, una traduzione approsimativa, ndr)

Di seguito trovate il video che Breivik ha pubblicato su Internet poche ore prima di compiere la strage.

Matteo Vitellio

fonte : http://buenobuonogood.wordpress.com/2011/07/25/il-delirio-di-andres-behring-breivik/

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, politica, razzismo

Oscar Giannino propone l’eruzione del Vesuvio


i problemi di Napoli non vanno risolti, va risolta Napoli

Continuano gli attacchi alla comunità Napoletana e in questi giorni si moltiplicano da più fronti. Ora è la volta di Oscar Giannino, giornalista economista che ha saputo lanciare all’utenza della solita Radio 24 un messaggio deplorevole, seppur smentendosi immediatamente dopo averlo pronunciato. Come ai tempi di Bertolaso, si torna a invocare il Vesuvio.
Mentre i rifiuti tossici illegali continuano ad essere sversati in Campania, la solidarietà verso i Napoletani è negata ad ogni livello. E nel frattempo politici e giornalisti si comportano all’italiana, non proponendo soluzioni serie ma puntando il dito e colpevolizzando Napoli, offendono un’intera comunità che soffre e subisce da 150 anni.
Se l’illegalità è diffusa nel sud, come lo è, è perchè lo Stato lascia campo libero alla malavita. Dobbiamo per forza tornare a raccontare quando e perchè le mafie hanno preso il sopravvento al sud? Risparmiamocelo, almeno stavolta.

per proteste, indirizzare a:
lettere@radio24.it  24mattino@radio24.it noveinpunto@radio24.it

 

La disarmante risposta di Oscar Giannino alla protesta
sulla falsa riga dell’invocazione al Vesuvio

Riceviamo e pubblichiamo la risposta di Oscar Giannino, che ci lascia senza parole.

«vergognatevi voi, non avete ascolktato e ragliate alo specchio cadendo nella trappola di chi fa sempre credere agli italiani che ci si debvba dar ddosso insultandosi» (Oscar Fulvio Giannino)

La trascrizione è testuale in copia e incolla, e lascia ancor più interdetti alla luce degli errori di digitazione del personaggio che raglia accusando di ragliare e col quale non intendiamo proseguire oltre la discussione perchè è sconcertante come rinneghi ciò che ha chiaramente dichiarato, prima timoroso e poi convinto di quella che ha chiaramente presentato come l’unica SOLUZIONE ai problemi di Napoli, con l’imbarazzo del suo interlocutore che gli diceva subito “adesso ci saranno sicuramente polemiche”.
«Io penso che per rifondare lo spirito e la legalità di quella città – ha detto Giannino – ci vuole questo». È evidente che per alcuni personaggi sia normale pensare, scrivere e dichiarare simili cose su Napoli e il sud, finendo poi con lo sbigottimento di fronte alle reazioni. “Ma come, si ribellano pure questi Napoletani? Si vergognino!”, ci dicono invece di porci le scuse.
No, i Napoletani perbene non si vergognino affatto ma anzi riflettano per una autentica presa di coscienza. Qui non si tratta di fare le vittime legittimando i nostri problemi e nascondendoli sotto il tappeto, ci mancherebbe. Qui si tratta di smetterla di subire la prevaricazione di certi nostri “concittadini” così come di taluni “fratelli” d’Italia che invece di costruire pur avendone l’obbligo non solo morale, distruggono.

La nostra contro-risposta:
Dopo una simile risposta, credo che Lei sia senza speranza.
La abbandono cordialmente.

.
La nostra lettera di protesta iniziale era la seguente:

Caro Giannino,
si vergogni per il messaggio da intellettuale leghista che ha saputo lanciare alla nazione, seppur smentendosi nel momento in cui lo pronunciava.
Questa è l’Italia in cui politici e giornalisti (categoria quest’ultima di cui anche il sottoscritto fa parte) non propongono soluzioni ma colpevolizzano e offendono un’intera comunità Napoletana che soffre e subisce da 150 anni.
Sappia che se l’illegalità è diffusa nel sud, come lo è, è perchè lo Stato lascia campo libero alla malavita e se ne serve. E questo è un andazzo iniziato guarda caso con il nostro caro amico Garibaldi. La conoscerà la storia dell’ordine pubblico a Napoli garantito da Giuseppe “camiciarossa”, no? O lei è uno di quelli che ancora raccontano le favolette dei padri della patria?
Abbia la decenza di chiedere scusa ad un popolo che soffre e che è costretto a sentire anche le Sue e non solo Sue idiozie. Almeno si dimostri umile.

 

http://angeloxg1.wordpress.com/2011/07/01/giannino/

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, lega, politica, razzismo

Italiani Antileghisti


ennesimo raduno dell’estrema destra leghista ! Ancora cani SS ad abbaiare proclami di odio simili a quelli dei raduni a Norimberga negli anni ’30 ! L’Italia si è svegliata e non vuole più vedere famiglie intere applaudire e ridere a battute e proclami razzisti intolleranti vomitevoli da terzo reich ! Dire che sono al governo.. Che ci rappresentano all’estero… BASTA !!!

Appello della pagina Facebook  Italia Libera Civile E Laica = Italia Antifascista

————> Attentati leghisti 24 ore su 24 contro la Costituzione, i Diritti Umani, la Repubblica italiana ! Valori della Sinistra, dell’Estrema Sinistra e che DOVREBBE essere pure del Centro Destra !!!

Da condividere per piacere grazie :

Borghezio tiene lezione ai neo fascisti francesi: infiltrazione politica.
http://www.youtube.com/watch?v=lk8vpuajKGc

la pulizia etnica dei leghisti
http://www.youtube.com/watch?v=8Pl3-VgrAiw

Festa dei Popoli – Gentilini
http://www.youtube.com/watch?v=_WCZNQJkV3E&feature=related

L’Italia Della Lega Vietata Ai Diversi
http://www.youtube.com/watch?v=B-c1nk-lc1s

L’ITALIA RAZZISTA DI COLORE VERDE….PADANO…
http://www.youtube.com/watch?v=3D66wM4v9_o

Lega Nord (Padania libera dai coglioni della lega !!!)
http://www.youtube.com/watch?v=zRipSbdaxBA

LEGA NORD – Uccidi il diverso per qualche voto in più
http://www.youtube.com/watch?v=XiH5bdEvC4o&feature=PlayList&p=58957601C27532BA&playnext_from=PL&index=2

LEGA NORD …
http://www.youtube.com/watch?v=9O8U4-dNPb8

LEGA NORD … Un “Best” Of…
http://www.youtube.com/watch?v=9O8U4-dNPb8&feature=PlayList&p=58957601C27532BA&playnext_from=PL&index=0

BORGHEZIO… (Lega Nord)
http://www.youtube.com/watch?v=1LkQZELnJCg

ECC ECC ECC

http://www.facebook.com/pages/Italia-Libera-Civile-E-Laica-Italia-Antifascista/268616425007

 

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, cultura, elezioni amministrative, politica, razzismo, satira

Benvenuti a Zingaropoli (fu Milano)


Commentando il voto di Milano, il moderato e tollerante Umberto Bossi ha detto con toni moderati: «Pisapia è un matto che vuole trasformare Milano in una Zingaropoli» (La Padania riporta “zingheropoli“, forse in lingua padana). L’estremista Pisapia, smascherato, ha dovuto ammettere la verità: ed ecco come sarà Zingaropoli (fu Milano).
Grandi Opere: il 99% degli immobili milanesi verrà raso al suolo e sostituito con delle roulotte zingare e dei tendoni da circo gitano.
Mobilità: su ogni vagone della metropolitana sarà obbligatoria la presenza di un duo di zingari (fisarmonica e violino) che suonerà Besame Mucho ininterrottamente fino al termine del servizio. L’illuminazione stradale verrà garantita da falò alimentati con il legno delle panche del Duomo, le reliquie padane, i quadri del Museo di Brera e la merda d’artista di Manzoni.
Ecopass: l’accesso al centro storico sarà gratuito solo per i carretti trainati da cavalli con meno di 3 anni. Gli altri potranno entrare lo stesso ma corrompendo le forze dell’ordine zingare.
Inquinamento dell’aria: ai cavalli non sarà concesso mangiare legumi.
Droga: la cocaina, attuale droga ufficiale di Milano, sarà vietata e sostituita con interiora di muflone cristallizzate.
Animali: vietatissimi i jack russel, gli unici animali domestici legalmente tollerati saranno: scimmiette vestite da ballerina e pappagalli drogati che dicono parolacce.
Infanzia: presso la clinica pediatrica Mangiagalli verrà istituito un servizio comunale di rapimento neonati. Negli asili-roulotte verranno insegnate le basi per il borseggio e l’elemosina infantile.
Servizi per i cittadini di Zingaropoli: l’ufficio anagrafe funzionerà a tarocchi e palle di vetro: grazie alle doti divinatorie delle fattucchiere comunali sarà possibile ottenere anche il certificato di futura morte, con la data e la modalità del decesso come da lettura dei tarocchi.
Sanità: l’intervento odontoiatrico per farsi impiantare i denti d’oro sarà a carico della ASL-Zingaropoli 1.
Sport: a parte Ibrahimovic, Inter e Milan verranno dichiarate fuori legge e tutti i giocatori saranno costretti a mendicare in Corso Como davanti all’Hollywood mettendo in mostra le unghie incarnite e i tatuaggi da calciatore. San Siro verrà riconvertito nel più grande stadio al mondo per combattimenti illegali tra cani (ogni giovedì invece galli da combattimento).
Cultura: i libri verranno usati in cucina come carta assorbente per la frittura delle interiora, tutte le opere letterarie verranno tramandate per via orale. Il ramo del lago di Como verrà sostituito con la sponda rumena del Mar Nero.
Economia: dichiarato fuori corso l’euro, la moneta corrente sarà il dente d’oro.
Sicurezza: sarà istituito lo zingaro di quartiere.
Lavoro: la politica sociale di Zingaropoli punta a raggiungere, entro 5 anni, un tasso di disoccupazione del 95% (è previsto un fisiologico 5% di milanesi irriducibili che si barricheranno nelle palestre dei vip e continueranno a lavorare usando il blackberry e nutrendosi di barrette energetiche e lattine di Red Bull). Chi verrà sorpreso a lavorare sarà dato in pasto ai cani da combattimento.
Moda:
Armani, anche sotto tortura, non rinnegherà il minimalismo e quindi verrà condannato a vivere agli arresti domiciliari in una roulotte barocca arredata in Stile Luigi XVI, dove non ci sarà traccia del colore nero e nemmeno del grigio. Dolce e Gabbana, molto più furbi, abbandoneranno Madonna per vestire la star rumena Haiducii agli Zingar Awards.
Design: il Salone Del Mobile verrà sostituito con il Salone Del Soprammobile Di Porcellana.
Folklore: O mia bela madunina non sarà più l’inno di Milano e verrà rimpiazzata da Kalashnikov di Goran Bregovic.
Formazione: il comune di Zingaropoli organizzerà dei corsi di formazione gratutiti per la cittadinanza: accattonaggio, gioco delle tre carte, furto con scasso, furto senza scasso, furto della pensione, rapimento di bambini, fisarmonica, tatuaggio non sterilizzato.
Gastronomia:
panettone e cotoletta saranno dichiarati “nemici del popolo” e al loro posto si mangerà la “ciorba”. La buona borghesia zingaropolina si riconoscerà dal sonoro rutto di apprezzamento alla fine di ogni portata (mangiata usando le mani, rigorosamente sporche, come da nuovo galateo di Lina Sotisvic).

fonte: http://bollettinodallitalia.gqitalia.it/2011/05/20/benvenuti-a-zingaropoli-fu-milano/

Pubblicato in: berlusconeide, lega, politica, razzismo

Bossi Hannibal che scatena il Razzismo, l’ultima risorsa della destra sconfitta


Secondo l’ineffabile Bossi quel matto di Pisapia vuole trasformare Milano in una Zingaropoli. Certo, detto da uno che, in una trasmissione comica di qualche anno fa, veniva raffigurato, in modo esilarante e convincente, costretto in una camicia di forza alla Hannibal the Cannibal, un simile epiteto fa giustamente sorridere…
Ma c’è qualcosa di più sotto che va portato alla luce. Si tratta di quell’intuito politico” di cui il nostro, persona peraltro di non eccelsa levatura intellettuale, ha saputo sfruttare adeguatamente finora e che consiste in sostanza nel fare leva sui peggiori istinti della gente, il razzismo anzitutto.

Non è certo un’invenzione originale. Molti prima di lui hanno fatto ricorso a questa risorsa politica e ideologica, fra gli altri un imbianchino austriaco di nome Adolf Hitler che su questa base e su altre, come l’appoggio della grande industria e lo spirito revanscista tedesco dopo le umiliazioni della prima guerra mondiale, edificò le sue devastanti fortune mediante una resistibile ascesa…

Fra le categorie su cui il Führer diresse la rabbia popolare vi furono come è noto, oltre agli ebrei e agli omosessuali, proprio gli zingari. Si direbbe quindi che questi ultimi, per le loro caratteristiche particolari di diversità culturale, si prestino in modo egregio a rivestire il ruolo di capro espiatorio a beneficio delle destre razziste. E non solo di esse, se è vero che nel poco onorevole sport dell’attacco alle minoranze si è cimentato anche Beppe Grillo, un altro profeta del quale si vorrebbe volentieri fare a meno…

Il giochino di cui queste destre, con crescente successo nella decadente Europa degli ultimi anni, si rendono protagoniste è del resto noto ai sociologi e agli psicologi di massa: identificare una o più categorie da rendere responsabili per impedire alla gente di scavare più a fondo identificando le reali ragioni della crisi e del peggioramento delle condizioni di vita: zingari, immigrati, terroni, ecc. Tutto purché non si tocchino i manovratori e i reali responsabili della crisi: il capitale finanziario e le classi dominanti, che in Italia assumono le sembianze di cricche e magliari, con buone entrature presso le varie mafie, capeggiati da Berlusconi con il quale Bossi, superate le iniziali reticenze, ha concluso oramai da tempo un patto d’acciaio. Patto d’acciaio che sembra davvero intramontabile, con buona pace di qualche furbetto che a suo tempo ebbe addirittura a teorizzare la natura di “costola della sinistra” della Lega…

Si capisce quindi che, in un momento come l’attuale di seria difficoltà di questo blocco dominante, la destra ricorra al razzismo più becero come suo autentico cemento e ultima risorsa.

Il razzismo però, è bene ricordarlo anche e soprattutto in un Paese come l’Italia, è stato dichiarato fuori legge oramai da molti anni dalla comunità internazionale, che ad esso ha dedicato una serie importante di convenzioni, affermando la validità universale del principio di non discriminazione e dell’uguaglianza che dell’odioso razzismo sono al tempo stesso l’antitesi e il mezzo risolutore. Sarà il vento della storia a disperdere i razzisti che, nel frattempo, tentano disperatamente di tradurre il loro capitale politico basato sull’odio e la paura in un congruo numero di posti di amministrazione di banche, imprese pubbliche e sottogoverno in genere.

fonte :  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/19/razzismo-lultima-spiaggia-della-destra-sconfitta/112320/

Pubblicato in: CRONACA, politica, razzismo, sociale

Italiani da ammirare


Tragedia sfiorata, oggi all’alba, a Lampedusa: un barcone con 500 persone a bordo – l’ennesimo partito dalla Libia – è finito fuori rotta e si è incagliato sugli scogli all’interno del porto, a una decina di metri dalla riva rischiando di capovolgersi a causa delle onde. Le persone si sono gettate in mare e si sono salvate grazie alla catena umana alla quale hanno partecipato tutti, forze dell’ordine, volontari e cittadini. I fatti si sono verificati alle 4.10, poco dopo che sull’isola era giunta un’altra imbarcazione stracarica di 800 migranti: 800, tra cui 138 donne e 12 bambini. Le operazioni di conta e di prima assistenza erano ancora in corso quando, lì vicino, si sono sentite le urla degli altri immigrati. Il timone della loro imbarcazione si è rotto e la carretta é finita sugli scogli. A questo punto i migranti che erano a bordo (anche in questo caso molte le donne, anche incinte, e i bambini) si sono lanciati in mare per la paura, cominciando ad annaspare perché quasi nessuno sapeva nuotare. Immediatamente sono scattati i soccorsi: una squadra di sommozzatori della Guardia Costiera è subito intervenuta con i salvagente, cominciando a recuperare i naufraghi che venivano poi passati alle persone che si trovavano sulla scogliera. Un’operazione che è andata avanti per circa un’ora e mezza, fino a quando tutti gli immigrati non hanno raggiunto la riva. “E’ stata una bella operazione di squadra – ha commentato il comandante della capitaneria di porto di Lampedusa, Antonio Morana -. Ai soccorsi hanno partecipato militari della Guardia Costiera, della Guardia di Finanza, Carabinieri, Polizia, volontari delle associazioni umanitarie, semplici cittadini e perfino alcuni giornalisti. Grazie all’apporto di tutti è stata evitata una tragedia”. I circa 500 migranti a bordo sarebbero stati tutti salvati: allo stato, infatti, non risultano né vittime né dispersi. Anche questo barcone, al pari degli altri giunti a Lampedusa nelle ultime ore, è partito dalla Libia. Avvistato già ieri pomeriggio, sembrava fosse diretto a Malta ma una vedetta maltese lo avrebbe intercettato e ‘accompagnato’ verso Lampedusa, dove è stato preso in consegna da una unità della Gdf. Sulla barca sono riusciti a salire anche tre finanzieri: “stavano dirigendo verso l’imboccatura del porto – spiegano le Fiamme Gialle – quando il timone si è improvvisamente rotto impedendogli di virare verso sinistra”. Il barcone si è così incagliato e “solo grazie alla perizia dei finanzieri che hanno mantenuto la marcia ingranata la barca non è stata ripetutamene sbattuta sugli scogli”. Di immigrazione è tornato a parlare oggi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, sottolineando che “gli ultimi sbarchi a Lampedusa, oltre 1.500, sono tutti profughi non rimpatriabili, partiti dalla Libia a causa della guerra. Il flusso di clandestini dalla Tunisia – ha aggiunto il ministro – si è invece praticamente fermato, grazie all’accordo da me firmato il 5 aprile con il governo di Tunisi”.

Il grazie del presidente della Repubblica, dell’Alto Commissariato e del capo della Protezione civile.
“Desidero esprimere sincera ammirazione per le forze dell’ordine e i volontari che hanno salvato centinaia di profughi africani, uomini, donne e bambini – ha detto Napolitano – giunti in condizioni disperate nei pressi di Lampedusa. Partono dalla Libia in questi giorni imbarcazioni al pericolo del naufragio e della morte, per iniziativa di trafficanti criminali senza scrupoli e nella complicità di autortà irresponsabili. L’Italia sta dando prova di solidarietà e spirito di accoglienza; tocca all’Europa fare la sua parte e operare perchè la Libia si dia un governo consapevole delle sue responsabilità “.

“L’Unhcr esprime gratitudine agli uomini della guardia di Finanza e della Guardia Costiera che anche stanotte a Lampedusa non hanno esitato a rischiare la propria vita per salvare i naufraghi caduti in acqua, evitando che si verificasse una tragedia”. Sono parole di Laura Boldrini, portavoce dell’organizzazione dell’Onu.

fonti : ansa,repubblica.

Pubblicato in: razzismo

Pagine FB shock: Gheddafi puo’ bombardare solo il sud. Vale la pena fermarlo ?


Sappiamo che su Facebook nascono ogni giorno tante pagine e gruppi shock, oggi mi è stato segnalato un gruppo che conta piu’ di mille iscritti, si chiama: “Gheddafi puo’ bombardare solo il sud. Vale la pena fermarlo ?” (LINK http://www.facebook.com/pages/Gheddafi-pu%C3%B2-bombardare-solo-il-Sud-Italia-Vale-la-pena-fermarlo/112300095520227

Per bloccare la pagina è necessario segnalarla agli amministratori di Fb. Come fare ? Cliccate sul link della pagina, accederete alla home della pagina, in basso a sinistra troverete scritto : “Segnala pagina” cliccate sopra e segnalate la pagina. La pagina in questione ha tra le “pagine preferite” altre ignobili pagine, segnalate anche quelle.

Pubblicato in: lega, politica, razzismo

No al Carcere per i clandestini (e la Lega e’ furiosa…)


La sentenza dalla Corte Ue cancella il carcere per i clandestini. Altre tensioni per la maggioranza che rischia di cadere sulla politica estera.

Governo in difficoltà. Al dibattito sull’impiego di aerei militari italiani in Libia in azioni di attacco, si è ieri aggiunta la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europeache dichiara il reato di clandestinità introdotto in Italia non conforme alle norme comunitarie.

La Lega furiosa. “Ci sono altri paesi europei che prevedono il reato di clandestinità e non sono stati censurati” dichiara il ministro dell’Interno Roberto Maroni. “L’eliminazione del reato, accoppiata alla direttiva europea sui rimpatri, rischia di fatto di rendere impossibili le espulsioni, trasformandole solo in intimazione ad abbandonare il territorio nazionale entro sette giorni. Questo rende assolutamente inefficaci le politiche di contrasto all’immigrazione clandestina”. Dopo le resistenze della Ue alle richieste dell’Italia di una condivisione del numero dei migranti giunti sulle coste della Penisola a causa dell’instabilità del Nord Africa, arriva un nuovo colpo al governo. “L’Italia è in Europa, occorre che le istituzioni europee si rendano conto che i problemi che ha il nostro Paese non sono solo suoi ma sono problemi che ha il resto dell’Europa. Se si rende più difficile l’espulsione dei clandestini non è un problema solo dell’Italia ma è un problema di tutta l’Europa”. Ma la Corte contesta alla normativa italiana proprio questo aspetto. La reclusione con cui si punisce “il cittadino di un paese terzo in soggiorno irregolare che non si sia conformato a un ordine di lasciare il territorio nazionale”, si legge nella nota della Corte, comprometterebbe la realizzazione dell’obiettivo della direttiva Ue “di instaurare una politica efficace di allontanamento e di rimpatrio nel rispetto dei diritti fondamentali”. Ma poco importa. Si avvicinano le elezioni e quello che conta è trovare un capro espiatorio ai mali irrisolti dell’Italia.

La maggioranza all’attacco della Ue. “Una scellerata visione giuridica e culturale dalle ricadute gravissime”, ha dichiarato Luca Zaia, governatore della regione Veneto ed esponente di punta della Lega Nord, fautrice di questa norma. La sentenza della Corte “cancella una legge votata da un Parlamento sovrano di uno stato fondatore dell’Ue. Culturalmente si vuole minare l’identità di una nazione e, dunque, della nostra stessa esistenza come popolo”. Ma che il diritto cosiddetto comunitario prevalga sulla legislazione nazionale non è invenzione della Corte ma di accordi internazionali firmati anche dall’attuale maggioranza. “Certe sentenze sono un incoraggiamento per i clandestini e l’Italia dovrà far sentire chiara e forte la sua voce a tutti i livelli europei e internazionali”, osserva Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl. Ad abbassare i toni, però, ci pensa dal Campidoglio, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. “La sentenza della Corte non cancella il reato di clandestinità, ma solo la pena di reclusione”.

Demagogia e figuracce”. “Sull’immigrazione le figuracce del governo italiano non finiscono mai”, spiega Rosy Bindi, presidente del Pd. “La Corte di Giustizia europea mette a nudo le violazioni dei diritti umani, l’approssimazione e i ritardi di norme approvate solo per fare propaganda, dimostrando un’efficacia che alla prova dei fatti pari a zero. Del resto, cosa aspettarsi da un governo prigioniero delle parole d’ordine della Lega e incapace di affrontare con serietà e giustizia il fenomeno globale e inedito dell’immigrazione”. Pier Ferdinando Casini, leader Udc rincara la dose: “A questo punto aspetto solo che Berlusconi ci spieghi che i giudici europei sono comunisti. Il governo, essendo in stato confusionale, fa provvedimenti per compiacere, demagogia che puntualmente non riesce a trovare verifica. Così non si può andare avanti”.

Schiavone (Asgi): ”Scardinato l’impianto della Bossi-Fini. Ora l’Italia si adegui alla direttiva sui rimpatri”

602 0 20110428 105434 D2768AC2 e1304030315387 “La Corte europea boccia una spirale di detenzione senza fine”“Una decisione fondamentale dal punto di vista giuridico perché scardina l’impianto sanzionatorio della Legge Bossi-Fini”. Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione), spiega a Diritto di Critica l’importanza della sentenza della Corte Europea contro il reato di clandestinità previsto dalla normativa italiana e la necessità dell’immediato recepimento della direttiva europea sul rimpatrio degli immigrati irregolari.

La bocciatura arriva dopo una serie di ricorsi dei giudici nazionali sulla mancata applicazione della direttiva del 2008 (da applicare negli stati Ue entro il 24 dicembre 2010, mai recepita dall’Italia). In particolare, la sentenza della Ue si riferisce al caso di Hassen El Dridi, un algerino condannato alla fine del 2010 a un anno di reclusione dal Tribunale di Trento per non aver rispettato l’ordine di espulsione. “Al di là delle possibili reazioni politiche, gli articoli 14 e 15 del Testo unico sull’immigrazione vengono stralciati”, spiega Schiavone. A essere cassato, un sistema “dove il trattenimento nei Cie e la sanzione penale conseguente alla mancata esecuzione dell’ordine di espulsione genera una spirale senza fine, in cui la detenzione non solo supera il tempo massimo consentito (di 16 mesi), ma in teoria potrebbe essere infinita: cioè lo straniero potrebbe trascorrere tutta la sua vita tra carcere e Cie, in mancanza di una normativa che non prevede l’irripetibilità delle misure”.

Una sentenza che arriva in un momento difficile per l’Italia, in contrasto con gli altri stati Ue sulla gestione dell’immigrazione: “Si tratta di due aspetti indipendenti che però mettono in luce entrambi la pochezza della politica italiana (nonostante la parentesi positiva dei permessi temporanei ai tunisini)”, spiega Schiavone. Emerge, così, un giudizio complessivo “su un paese che ha sempre cercato di disapplicare le normative e che adesso è caduto sia dal punto di vista giuridico che della credibilità politica. Uno stato che da un lato dovrebbe applicare la normativa europea e non lo fa, e dall’altro cerca di farla franca con la Ue, gridando all’emergenza, quando invece il numero degli arrivi è contenuto e potrebbe essere gestito con tranquillità: la credibilità italiana è nulla, a causa di una politica di immigrazione priva di coerenza e demagogica”.

Cosa cambia, dopo la sentenza? “I giudici saranno costretti a disapplicare la disposizione nazionale: ci sarà, da un lato, più caos e dall’altro il dovere della politica a rimediare agli errori, con un immediato decreto legislativo di recepimento della direttiva europea”. “Occorre introdurre un sistema di espulsioni graduale e la possibilità del rimpatrio volontario, che in Italia non è nemmeno contemplata. Il trattenimento nei Cie deve essere l’ultima misura e non quella inevitabile; inoltre l’attuale combinazione di misure penali e amministrative finalizzate all’allontanamento dello straniero deve cessare”. Partendo dalla riscrittura della Bossi-Fini: “Si dovrebbe ritornare alla Turco-Napolitano – conclude Schiavone -, ma con modifiche che accentuino la gradualità delle misure e il diritto all’opzione del rimpatrio volontario, non gravato dal divieto di reingresso”. Occorre adeguarsi allo spirito della direttiva, “cercando un punto di equilibrio tra il diritto di uno stato a tutelarsi e quello dello straniero a emigrare. Un bilanciamento di interessi che consenta una visione dell’immigrazione un po’meno drammatica e che eviti qualunque forma di demonizzazione ideologica”.

fonti :  http://www.dirittodicritica.com/2011/04/29/sentenza-ue-corte-immigrati-clandestini-reato-19113/

http://www.dirittodicritica.com/2011/04/29/corte-ue-arresto-immigrazione-clandestina-19143/

Pubblicato in: economia, LAVORO, lega, politica, razzismo

LUMBARD FORA DA I BALL Quel muro che trasforma i padani in terroni


Nel canton Ticino trionfa la Lega di Bignasca. La loro politica è quella di respingere i lavoratori italiani in Svizzera. Ma senza i frontalieri la loro economia sarebbe un disastro.
«Alziamo una barriera tra l’Italia e la Svizzera». L’ultima provocazione della Lega ticinese per fermare i magrebini, ma anche i lombardi.

Il Canton Ticino è per molti aspetti un territorio che da sempre, da decenni, vive sull’Italia. E’ legato da rapporti economici e finanziari strettissimi con i territori della vicina Lombardia. Pensiamo soltanto alle quantità enormi di depositi bancari nelle casse delle banche di Lugano che vengono da imprenditori, professionisti e quant’altro italiani, e sono questi che hanno determinato negli anni una parte importante della ricchezza delle banche Svizzere. Spesso si tratta di soldi sottratti al fisco italiano.
Sono molte negli ultimi anni le aziende italiane che si sono spostate nel Canton Ticino, attratte da favorevoli esenzioni fiscali. Ma soprattutto, il legame più forte è quello dei cosiddetti frontalieri che ogni giorno vanno a lavorare nelle aziende, nelle fabbriche del Canton Ticino o svolgono lavori spesso tra i più umili nelle città e nei paesi del Canton Ticino. Sono migliaia e migliaia di persone che riescono a portare a casa salari mediamente più alti di quelli che porterebbero a casa in Italia con gli stessi lavori e che spesso in Italia vengono visti anche con una certa invidia da parte degli altri lavoratori italiani, ma che costituiscono per il Caton Ticino una risorsa indispensabile per l’economia locale, in quanto svolgono servizi che altrimenti difficilmente sarebbero svolti dai locali, dagli svizzeri.

Quindi come mai questo risultato elettorale?

Per spiegare questo risultato elettorale come sempre bisogna considerare diversi fattori: prima di tutto il contesto generale che è quello delle paure per una crisi economica che ha colpito il Caton Ticino più che altri cantoni della Svizzera. Il Canton Ticino è quello meno ricco, quindi è stato colpito più duramente dalla crisi economica e quindi c’è un sentimento di diffusa preoccupazione da parte dell’elettorato per il futuro. E come spesso accade, lo possiamo constatare anche da noi, quando c’è paura per il futuro, si tende a prendersela con quelli che si considerano i responsabili o comunque gli obiettivi più vicini, più a portata di mano. E quale migliore bersaglio degli immigrati italiani che non solo, a sentire la lega dei ticinesi, portano via lavoro agli svizzeri, ma addirittura vengono premiati con salari e anche con tutta una serie di previdenze, di sostegni grazie a accordi che, secondo la lega ticinese andrebbero rivisti perché favoriscono troppo la controparte italiana. Quindi in questo clima la propaganda dei ticinesi ha facile presa sulla popolazione. Un’altra ragione tutta interna è la crisi del partito storicamente più forte del Canton Ticino, che è il partito liberal radicale che è stato scavalcato a destra dalla Lega dei ticinesi che è diventato il primo partito. Una crisi interna che ha portato a fratture, litigi tra gli esponenti principali del partito. Tutti fattori dei quali hanno saputo approfittare invece i leghisti che si sono presentati come una forza più compatta, dagli slogan molto semplici, molto chiari di immediata comprensione per l’elettorato.

Come mai gli svizzeri vengono in Italia a fare scouting , magari con le aziende lombardo, chiedendo di aprire le loro attività in Svizzera e poi respingono i frontalieri?
Il motivo è quello di sempre: pecunia non olet. Quindi, quando gli italiani portano denaro che siano aziende, o che siano depositi bancari, loro sono ben accetti, quando invece si pensa che portino via il lavoro agli svizzeri o che addirittura grazie ai loro stipendi (che spesso sono inferiori a quelli presi dai cittadini svizzeri per le stesse mansioni) abbassano il livello medio degli stipendi, ecco allora che scatta immediatamente la reazione difensiva da parte della gente.
 

 

Cosa sarebbe la Svizzera senza il business portato lì dall’Europa?
Certo la Svizzera per via delle sue ridotte dimensioni è una nazione che vive di particolari servizi che offre alle nazioni circostanti. Storicamente il servizio principale che è stato offerto è quello bancario, che spesso si è tradotto in attività non sempre lecite per le leggi dei paesi confinanti. Pensiamo all’evasione fiscale, pensiamo in altri casi al riciclaggio di denaro sporco. La Svizzera che trae gran parte della sua ricchezza proprio dal denaro che affluisce dall’estero, sarebbe ben poco o dovrebbe rinunciare a gran parte della sua ricchezza se da parte dei paesi confinanti o anche non confinanti non arrivassero più capitali. Negli ultimi anni ci sono stati una serie di episodi per cui la Svizzera si è sentita minacciata da parte dei paesi stranieri, soprattutto dal punto di vista fiscale. E’ stata forzata a fare degli accordi di trasparenza con gli Stati Uniti per l’accesso da parte del governo Statunitense a liste di presunti evasori che avevano i soldi in Svizzera. E’ stata messa sotto pressione dai governi francese, tedesco e anche dal Ministro Tremonti in Italia per le stesse ragioni. Quindi si è vista minacciata in quello che era il business principale e io non escluderei che almeno per una parte la reazione espressa dalla Lega dei ticinesi nei confronti dei paesi stranieri, sia proprio dovuta a questo, al fatto che la Svizzera si sia sentita minacciata da provvedimenti che in certa parte hanno diminuito l’afflusso di capitali da parte di paesi circostanti verso la Svizzera. Pensiamo per quanto riguarda l’Italia allo scudo fiscale. Lo scudo fiscale varato dal governo ha portato miliardi e miliardi di Euro che erano in Svizzera a ritornare verso l’Italia. Un altro conto è il fatto che una parte di questi capitali poi sono già ritornati in Svizzera, ma comunque c’è stato un deflusso netto di capitali dalla Svizzera verso l’Italia. Sicuramente questa è stata vissuta come un’aggressione da parte del governo svizzero e probabilmente una parte della reazione così forte da parte della Lega dei ticinesi è legata anche a questa vicenda.
 

 

Nel Canton Ticino la a disoccupazione a volte va al 3%, a volte al 5. Rispetto a quella italiana è quasi inesistente. I frontalieri sono migliaia, cosa succederebbe lì se non potessero più lavorare? Andrebbero in sott’occupazione?
Sicuramente questa è un’ipotesi. D’altra parte bisogna separare poi quelli che sono gli slogan elettorali, da quella che è poi la concreta applicazione di una politica, una volta che si è alle prese realmente con la realtà. Sicuramente non sarà possibile che caccino indietro i frontalieri perché questo provocherebbe una catastrofe all’economia ticinese. Probabilmente a livello di immagine si cercherà di portare avanti delle riforme che in qualche modo diminuiscano la collaborazione tra Svizzera e Italia per una serie di previdenze e provvidenze che ci sono da parte della Svizzera verso i lavoratori italiani e si cercherà di rendere più difficile il nuovo afflusso di italiani verso la Svizzera. E’ chiaro che gli slogan poi è difficile coniugarli nella politica normale di tutti i giorni, tanto più che bisognerà vedere quale sarà alla fine il governo che andrà al potere in Ticino, perché è vero che la Lega dei ticinesi ha oltre il 30%. Ma è anche vero che non è escluso che gli altri partiti in qualche modo si coalizzino per diminuire la forza della Lega dei ticinesi.
 

 

Si erano tanto amati fino a qualche tempo fa. Ma da qualche giorno tra i leghisti svizzeri e quelli italiani c’è un po’ di maretta. “Costruiamo un muro lungo il confine con l’Italia”. È questa l’ultima provocazione di Giuliano Bignasca, il Senatur elvetico. Ufficialmente non contro gli italiani, ma contro tutti quei magrebini che potrebbero sbarcare a Lampedusa e raggiungere la Svizzera attraverso la Penisola. Ma la bizzarra proposta sta provocando non pochi mal di pancia nel Carroccio: gli svizzeri non si fidano del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, incapace di gestire l’emergenza. In fondo per gli svizzeri anche i padani sono terroni.“Per frenare il flusso dei profughi dalla vicina penisola alla Svizzera bisognerà costruire un muro di cemento alto quattro metri lungo tutta la frontiera con l’Italia”, spiega Bignasca. Si tratta sicuramente di una provocazione elettorale visto che il 10 aprile si vota a Lugano e dintorni. Ma è anche vero che gli svizzeri sono preoccupati per la situazione libica e temono realmente un grande esodo. Per questo, l’amministrazione ticinese ha dato ordine di innalzare il livello di guardia ai valichi di frontiera.

Dall’altra parte del confine qualcuno è un po’ indispettito. “Quella di Bignasca è sicuramente una provocazione”, commenta il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana. Non credo ci sarà bisogno di rovinare le nostre belle valli costruendo un muro per fermare gli immigrati. Se lasceranno lavorare Maroni come si deve potremo stare tutti tranquilli anche su questo fronte”. Ma a non credere al ministro degli Interni italiano sono proprio gli svizzeri, soprattutto i leghisti d’oltreconfine. Secondo la Lega ticinese, il governo Berlusconi non fa abbastanza per fermare l’immigrazione clandestina. Uno strano contrappasso per l’Italia e la Lega Nord. “Gheddafi deve fermare i clandestini”, tuonava Maroni un paio di anni fa quando a Lampedusa si riaccendeva il problema degli sbarchi. Un trattato di amicizia e tanti soldi. Così il dittatore libico ha fermato (finché ha potuto, violando ripetutamente i diritti umani) l’emorragia di migranti che, dopo aver attraversato il deserto giungevano sulle coste del Mediterraneo, in attesa di fare il “grande passo” verso l’Europa. Ora la storia si ripete, ma stavolta è l’Italia a giocare il ruolo dell’ “inaffidabile” paese da cui proverrebbero “orde” di migranti.

Tuttavia, il problema non riguarda solo gli extracomunitari. La provocazione di Bignasca è solo l’ultimo di una serie atteggiamenti anti-italiani nel Canton Ticino. Sul finire del 2010, i lavoratori comaschi e varesotti, che ogni mattina attraversano il confine per motivi di lavoro, sono stati raffigurati come topi sul manifesto elettorale di un partito di estrema destra. Inaffidabili e sporchi, i padani rubano il lavoro agli svizzeri. È questo il messaggio che serpeggia tra i ticinesi. Sembrano tornati quei tempi quando sulle porte dei bar e dei ristoranti si poteva leggere: “Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. E l’atteggiamento xenofobo non appartiene esclusivamente alla “narrazione” della Lega ticinese. Anche i partiti di centro-sinistra esprimono la loro preoccupazione per la corsa al ribasso dei salari dovuta proprio al continuo approdo nel Canton Ticino di manodopera italiana. Si tratta di 45mila lavoratori che si accontentano di stipendi inferiori ai 3mila franchi mensili (poco più di 2.300 euro), un livello considerato appena sufficiente per vivere nel Paese dei cantoni.

Ma c’è di più. Con l’entrata della Svizzera nell’area Shengen, i partiti di destra denunciano l’aumento di reati (furti e rapine, in primo luogo) nelle zone frontaliere. Sembrerebbe che molti delinquenti riescano a farla franca attraversando rapidamente il confine con l’Italia, dove i controlli sarebbero più blandi.

Padani, tusini, algerini, egiziani e libici: tutti terroni. Così anche il nord padano diventa sud. Un contrappasso dantesco che non farà certo piacere a Bossi e Maroni. Una lezione di umiltà per tutti.

fonte :  http://www.dirittodicritica.com/2011/03/01/svizzera-lega-maroni-bignasca/

Pubblicato in: economia, LAVORO, politica, razzismo, società

I lavori che gli italiani non vogliono piu’ fare , o la paga che non vogliono (ancora) prendere?


Questa storia la sento fin dalle prime ondate di immigrazione in Italia, intorno alla fine degli anni ’80 (ricordate i filippini? e i polacchi?). “Fanno i lavori che gli italiani non vogliono piu’ fare” era un’osservazione che forse aveva un qualche senso, in un Paese pieno di laureati che riuscivano a trovare lavoro, ben pagato, o che erano ancora in grado di avviare con qualche sacrificio un’attivita’ professionale o imprenditoriale. Chi aveva piu’ voglia di programmarsi un futuro come muratore, bracciante, domestica, sguattero di cucina? Molto meglio, anche nei casi di scolarita’ piu’ bassa, andare in fabbrica.

Oggi questa affermazione suona molto piu’ sciocca ed e’ completamente priva di significato. La verita’ e’ che gli stranieri sono quelli che prendono le paghe che gli italiani non vogliono rassegnarsi a prendere. Raccogliere pomodori a 15 euro al giorno? Per farsi bastare una paga simile occorrono precisi requisiti: vivere in venti persone in una cantina senza servizi igienici, mangiare quel che si trova, avere come unico mezzo di trasporto il furgone del caporale.
Agli italiani mancano appunto questi requisiti fondamentali. L’italiano avrebbe l’esosa pretesa di almeno una camera ammobiliata, due pasti caldi, un’auto usata, la domenica libera, e per potergli concedere questi lussi da basso impero bisogna pagarlo almeno 40 euro al giorno. La trattativa e’ nulla ancora prima di cominciare, sarem mica matti a strapagare la gente.

La percezione di molti e’ quindi corretta: “Gli stranieri ci portano via il lavoro”, sento dire da padri di famiglia di periferia che fino a ieri facevano i muratori e ora stanno a spasso, mentre il rumeno ha preso il loro posto. Questi signori farebbero i muratori piu’ che volentieri, sapete, anche se sono italiani: ma non a 20 euro al giorno in nero. Il rumeno prende la paga che gli italiani non possono prendere. O meglio: tanti italiani la prendono gia’, negli scantinati dei terzisti napoletani, nei negozi del centro di Roma, nei call center al nord. Ma almeno riescono a stare al caldo d’inverno e magari seduti.

Forse e’ per questo che i migranti li hanno portati tutti in Puglia, in tendopoli da dove si puo’ agevolmente scappare: fuori dalla tendopoli ci sono gia’ file di furgoni di caporali a fauci spalancate, pronti ad inghiottire chi non ha una meta all’estero. E’ cosi che va avanti questa disastrata economia: braccia semigratuite consegnate deliberatamente dalla politica alla malavita che le sfrutta.

Ora, personalmente vedrei solo due vie di uscita per finirla con questo stato di cose: o gli italiani, non trovando piu’ neppure il call center, finiscono nei campi di pomodori a 15 euro al giorno, oppure si costringe chiunque dia un lavoro a chiunque, a pagare con busta paga sindacale. Quest’ultima ipotesi mostrerebbe come magicamente tanti italiani sarebbero disposti eccome a fare i braccianti o gli sguatteri o i muratori, a mille euro al mese. Ma il problema dei salari e’ l’elefante nella stanza: quando si tratta di extracomunitari, si parla di tutto meno che di questo, anche se proprio questo e’ il punto saliente.

La prima soluzione, invece, e’ quella a cui inesorabilmente sembra spingerci questo andazzo. Tutti schiavi uguale, il paradiso del datore di lavoro.

(Tratto da: http://informazionesenzafiltro.blogspot.com)

fonte : http://www.criticamente.it/culture/20213-i-lavori-che-gli-italiani-non-vogliono-piu-fare-o-la-paga-che-non-vogliono-ancora-prendere

Pubblicato in: GUERRA IN LIBIA, lega, politica, razzismo

Smascherata la farsa del «Aiutarli a casa loro»


Aiutarli a casa loro» è stato uno dei motti leghisti più utilizzati per mascherare d’ipocrisia la loro lampante xenofobia. La guerra in Libia e le altre rivolte del nord Africa hanno dimostrato il valore di questa frase: zero.

Aiutarli a casa loro voleva dire foraggiare ed incoraggiare i loro dittatori? Aiutarli a casa loro vuol dire tifare per il Gheddafi di turno affinché non perda il potere e blocchi l’immigrazione?

Aiutarli a casa loro vuol dire garantire alle ditte italiane prezzi stracciati su materiali, merci e carburanti, impoverendo di fatto il loro paese?

È triste vedere questi omuncoli sperare che il Trattato dell’amicizia con la Libia resti valido almeno per la parte che riguarda l’immigrazione, proprio dopo che l’Italia ha violato quella sulla non belligeranza.

Tifare Gheddafi è triste. Ancor più triste è pensare che se al posto del Colonnello ci fossero stati Saddam Hussein, Bin Laden e pure Al Qaida, questi omuncoli avrebbero comunque scelto loro in cambio del blocco degli immigrati, tanto utile quando c’è da prendere voti e spartirsi poltrone.

fonte :  http://2piu2uguale5.ilcannocchiale.it/post/2618299.html