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Secondo voi, riuscirà il PD a salvare Berlusconi dalla decadenza ?


Visti i numeri, solo il PD potrebbe salvare Silvio Berlusconi dalla “decadenza” (in tutti i sensi).  Conoscendo il PD la domanda è doverosa: riuscirà il Partito democratico a salvare  Berlusconi ?

Diteci la vostra commentando questo post e soprattutto, a poco piu’ di 24 ore dal voto, diteci cosa, secondo voi, potrebbero inventarsi per salvarlo ancora una volta.

Per quanto mi riguarda sono anni che parlo dei numerosi aiuti della pseudo sinistra al Cavaliere e, conoscendola, non mi stupirei se si inventasse qualcosa all’ultimo minuto. Ma si spera che, anche per sbaglio, si ricordino di avere una dignità e poi si spera anche la tolgano dal cellophane.

Gio’ Chianta

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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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Sturmundlettentruppen


Italian Premier Enrico Letta in Kabul ++ rpt ++dI Lameduck (Mente Critica)

Che ci volete fare, siamo governati da questo qui. Il bello de zio in versione “proteggo tutto tranne le palle, che tanto non ho”, ha avuto, se non altro, il potere di rimettermi di buonumore dopo un inizio di giornata abbastanza fetuso. L’effetto ilarità da associazione con le Sturmtruppen di questo condottiero armato di fuciletto a tappo che ha ribadito l’impegno italiano a difendere le piantagioni in Afghanistan, costi quel che costi, è però svanito presto.

Ma ci pensate che questo genio, che un Nouriel Roubini sotto l’effetto di sostanze e da squalificare per doping ha definito oggi sul Pude Pravo, “una persona seria e rispettata a livello internazionale” (ma forse li stava solo prendendo solo per il culo, dài), potrebbe cadere per lo sgambetto del solito personaggio che da vent’anni condiziona, sinistra permettendo, i destini di questo paese?
Certo, è ovvio, a toglierci il sonno in queste notti deve essere il pensiero che Violante sia in ambasce per le sorti del suo tecnico televisivo preferito, di nuovo in pericolo, e che Fassino sia ancora fermo tra la casella della banca e quella della barca, motivato nella vita solo dal cambio di consonante. Forse è proprio questo, il timore che questo meraviglioso governaccio di incapaci con la prevalenza del piddino e l’obbligo del controfagotto del PDL stia per tirare le cuoia, che ci provoca il risveglio precoce alle quattro di mattina, con la civetta fuori che urla, le gambe che non trovano riposo e tutti i pensieri più foschi che iniziano a tormentarti.
Come faremo, si chiedono attoniti gli italiani, senza il Giovannini e il suo ottimismo della volontà, per il quale la crisi è finita e forse è stato tutto solo un sogno, un inception di qualche mercato cattivo e invidioso dell’euro?
Come sopravviveremo senza la Kyenge, che da quando è diventata ministro non fa altro che accusare i suoi connazionali (nel senso di italiani) di razzismo e che, a sentirla parlare, dà l’impressione che Rosa Parks non sia ancora nata e che l’Italia sia il Sudafrika dell’Apartheid? Come proseguirà la nostra vita con il rimpianto di cosa mai avrebbe potuto fare la canoista per noi se quella zozza IMU non si fosse messa di mezzo?
E poi il delirio di Delrio, il sorrisetto da banchiere di Saccomanni (anche lui con l’ipotesi crisi come episodio psicotico acuto ormai superato grazie agli psicofarmaci governativi), il “saggio” Quagliariello, la “cosa” Cancellieri, il duo Mauro-Bonino, quelli che si sono arresi prima che la guerra fosse cominciata, i Lupi, le De Girolamo con le Lontre Volanti, la Carrozza fantasma, nel senso che si dice nessuno l’abbia mai vista, la Lorenzin con le mani in mano per fortuna.
E poi le Fontanelle, gli inconsistenti, le anime d’o priatorio: Fassina, Moavero Milanesi, Trigilia, Franceschini, D’Alia, Bray. Scheletrucci senza stele, morti senza nome. Una prece e una strusciatina al cranio, che porta buono.
Io sto già elaborando il lutto, non so voi.
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Venti anni persi inutilmente. E siete tutti colpevoli


999422_406241802815824_1959189296_ndiAldo Funicelli(sito)

“Il populismo democratico ha quattro ingredienti: un popolo elettore che tende ad esprimersi in uno stile plebiscitario con un rapporto di finta immediatezza con il leader; la dominanza di una leadership personale, gratificata di qualità carismatiche; un sistema partitico semplificato con un ricambio di elite politiche che è di supporto immediato al leader; il ruolo decisivo e insostituibile dei media alleati ”

Gian Enrico Rusconi, La Stampa 13 settembre 2008.

Il copione è stato eseguito fedelmente: da una parte i falchi che minacciano, pretendono, urlano. Sapendo che le loro richieste verranno comunque accettate, magari con un compromesso che porti a scegliere il male minore (la riforma dell’interdizione? Una riformina della giustizia?).

Dall’altra il perseguitato che si presenta davanti il portone di casa, su un palco abusivo, di fronte ad una platea di persone tele chiamate che sventolano le vecchie e care bandiere della discesa in campo.
E il perseguitato che usa toni da vittima, dà garanzie al governo, usa un tono moderato (ci penseranno i falchi per lui), “non lo faccio per me ma per la libertà. Sono innocente e rimango qui”.

Il potere dei magistrati e il regime della magistratura. Le sentenze politiche. Sono vittima di unapersecuzione che dura venti anni. I comunisti che vogliono andare al governo col golpe giudiziario.

Sono 20 anni che sentiamo queste bufale, al pari della rivoluzione liberale e del miracolo italiano. All’estero ridono di noi e si chiedono perché.

Il perché è semplice: è il potere dei media da una parte che mette il cerone anche di fronte alla realtà. L’enorme frode fiscale che la giustizia ha sancito.

E il gruppo di potere che si è saldato attorno al leader. Se cade lui, cadono tutti.

Anche quelli che l’hanno rimandato al governo.

E che ora si stupiscono, si indignano, “valuteranno” i toni.

Ennesimo gioco delle parti di cui siete tutti colpevoli.

Abbiamo perso venti anni: venti anni in cui abbiamo perso cultura, industria, produzione, ricerca, turismo.

E ora dobbiamo sentirci dire che questo governo, ricattato, deve essere tenuto in piedi a qualunque costo?

La scena è tratta dal film di Virzì “Ferie d’agosto” del 1995: il gruppo familiare di sinistra e quello di destra (che ha votato tutti …).

Ecco siamo tornati a questo:

http://unoenessuno.blogspot.fr/2013/08/20-anni-persi-inutilmente.html

http://www.agoravox.it/Venti-anni-persi-inutilmente-E.html

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Non ci sono soldi e i CIE diventano ancora più lager


corelliby Luca Fazio

Dopo 15 anni l’esperienza concentrazionaria più disumana e rimossa del Paese – i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – forse è giunta al capolinea. Certo non per un sussulto antirazzista, e nemmeno per un ripensamento della politica, ma solo perché sono finiti i soldi anche per gestire queste prigioni per stranieri che non hanno commesso alcun reato.
Il fallimento totale dell’esperimento palesemente razzista è sotto gli occhi di tutti. Rinchiudere inutilmente persone fino a 18 mesi senza alcun utile tornaconto non è un buon modo di utilizzare soldi pubblici, e il Viminale non può far finta di niente di fronte all’evidenza: nel 2012 sono state «trattenute» 7.700 persone nei Cie di tutta Italia e ne sono state rimpatriate meno della metà. Un numero insignificante se confrontato con il dato ufficiale – e sicuramente sottostimato – degli immigrati senza documenti: 326 mila secondo uno studio della Fondazione Ismu.
La situazione ormai è sfuggita di mano anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, per non parlare dei diritti umani. Ogni giorno si ripetono episodi di autolesionismo, fughe, denunce di maltrattamenti, blocchi stradali, risse e rivolte sedate spesso con la violenza: ieri, per esempio, una rissa «per futili motivi» scoppiata nel Cie in contrada Imbriacola di Lampedusa, con un poliziotto ferito in maniera piuttosto seria (in quel centro sono imprigionate 977 persone a fronte di una capienza massima di 300).
Il caso del Cie di via Corelli, a Milano, che dal 1998 è sempre stato gestito dalla Croce Rossa Italiana (Cri), è esemplare per comprendere la drammaticità della situazione in tutta Italia. Scaduto il bando, la Cri si è detta disponibile a gestire il centro chiedendo una cifra doppia rispetto a quella messa a disposizione dal ministero degli Interni: 60 euro al giorno a persona contro i 30 proposti per affidare l’appalto «selezionando la migliore offerta con il criterio del prezzo più basso» (scrive la Prefettura di Milano). Solo la cooperativa siracusana L’Oasi è rientrata nel tetto fissato offrendo 27,50 euro per persona (fino ad oggi la Cri gestiva a fatica la prigione ricevendo 54 euro a persona). Problema risolto? Tutt’altro. Anzi, in corso Monforte, visti i precedenti della coop L’Oasi, sono piuttosto preoccupati. Lo scorso giugno il prefetto di Bologna ha rescisso il contratto con la medesima coop (28 euro a persona) dopo che diverse associazioni, sindacati compresi, avevano denunciato condizioni degradanti, e stipendi non pagati… (il Cie di Bologna è ancora chiuso). Stessi problemi anche al Cie di Modena, dove in questi giorni i lavoratori sono in agitazione perché non ricevono paghe regolari, e anche in questo caso la Cgil ha chiesto alla prefettura la revoca del contratto con la cooperativa L’Oasi. Ancora non è certo come andrà a finire a Milano, perché l’abbandono della Cri in autunno potrebbe anche provocare l’impensabile, almeno come soluzione temporanea: fine di via Corelli?
Alcuni amministratori già stanno premendo per questa soluzione. Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, proprio ieri ha proposto la chiusura del Cie cittadino: «Chiudiamolo, sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane». Il degrado, le situazioni umilianti, sono ovunque una costante. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», così ha commentato l’Unione camere penali italiane che ha appena visitato il centro trapanese riscontrando «condizioni di invivibilità». Anche il sindacato di polizia ormai definisce lager questi luoghi. Felice Romano è segretario del Siulp e dopo le proteste scoppiate in questi giorni in diversi Cie (Torino, Modena, Caltanisetta) ha voluto esprimere «solidarietà a tutti gli operatori di polizia che assolvono al gravoso compito di contrastare le rivolte che caratterizzano ormai ciclicamente la vita e la gestione di questi ambigui e pericolosi lager per immigrati e poliziotti». Per il Siulp, «detti accadimenti avvalorano la tesi che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».

http://www.milanox.eu/non-ci-sono-soldi-e-i-cie-diventano-ancora-piu-lager/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+Milanox+%28MilanoX+heretic+news+feed%29

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Arrestato Ligresti con famiglia: la fine di un impero del mattone


ligrestisdi Giorgio Salvetti

Dopo il disastro finanziario, le manette. L’epopea del principe del mattone Salvatore Ligresti, detto Totò, uno degli uomini chiave del capitalismo italiano degli ultimi quarant’anni, è finita con l’arresto suo e di tutti i suoi figli per ordine della procura di Torino. Il patriarca è ai domiciliari a Milano. Le figlie Giulia Maria e Jonella sono in carcere rispettivamente a Vercelli e Cagliari. L’altro figlio, Paolo, è latitante in Svizzera. Sono stati arrestati anche gli ex amministratori delegati di Fonsai, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Sono tutti accusati di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. La procura sta valutando se procedere anche alla confisca dei beni. Gli arresti sono scattati per scongiurare il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Torino Vittorio Nessi, è solo una delle tante iniziative giudiziarie che stanno facendo luce sulla caduta dell’impero immobiliare e finanziario dei Ligresti. Una storia simbolo del modo di fare impresa e finanza in Italia che si è concluso con l’acquisizione da parte di Unipol di Fonsai.
Il più grande gruppo assicurativo rc auto italiano fino ad allora era controllato dai Ligresti che lo avevano portato sull’orlo del tracollo. Salvatore Ligresti, grazie al suo rapporto con Mediobanca ed ai suoi agganci politici, a cominciare da Craxi per finire con il padre e i figli di Ignazio La Russa, era riuscito a costituire Fonsai tramite la quale finanziava i suoi progetti immobiliari (era il principale costruttore a Milano e non solo) e le sue partecipazioni in moltissime società strategiche, da Pirelli a Rcs, tanto da essere soprannominato «mister 5%». Inoltre utilizzava il serbatoio di capitale di Fonsai anche per le spese di famiglia ed i capricci dei figli – Giulia Maria si lanciò nel mondo della moda, mentre Jonella, amante di cavalli, si dava all’ippica. Un salasso di risorse milionario che con il passare degli anni divenne insostenibile e costrinse Mediobanca a orchestrare il salvataggio di Fonsai puntando su Unipol.
L’indagine della procura di Torino adesso chiarisce come effettivamente venivano distratti i fondi. Secondo i magistrati, nel bilancio 2010 è stato occultato un buco da 600 milioni grazie alla sottovalutazione delle riserve da accantonare per il pagamento dei sinistri. 253 milioni sono finiti alla Premafin, la società di famiglia dei Ligresti, trasformando delle perdite in utili. Il falso è stato determinante per il piano di ricapitalizzazione del 2011, ha condizionato il mercato e danneggiato 12 mila piccoli risparmiatori. Sono state proprio le querele di alcuni di loro ad allargare il fronte delle indagini della procura di Torino che già nei mesi scorsi aveva emesso 12 avvisi di garanzia e aveva effettuato molte perquisizioni.
Come tutto questo è potuto accadere senza che nessuno se ne accorgesse? Una possibile risposta viene da un altro provvedimento, questa volta della procura di Milano che da tempo indaga su diversi filone della vicenda Ligresti, fra questi anche il papello segreto con cui Mediobanca avrebbe garantito privilegi e fondi ai Ligresti per cedere Fonsai a Unipol.
Solo ieri si è saputo che da sei mesi è indagato per corruzione e calunnia Giancarlo Giannini, l’ex presidente dell’Isvap, l’ente che avrebbe dovuto controllare le società di assicurazioni. Secondo i magistrati, Giannini avrebbe evitato per ben 10 anni di fare controlli su Fonsai in cambio di una raccomandazione di Ligresti presso Berlusconi e Gianni Letta per farlo nominare componente dell’Antitrust. A rivelare ai magistrati l’intreccio perverso tra controllore e controllato è stato Fulvio Gismondi, l’uomo di Fonsai che doveva tenere i rapporti con Isvap. In base alle carte già nel 2008 Fonsai stava sottovalutando le riserve per i sinistri. Sarebbe bastato intervenire allora per tutelare i risparmiatori, questo però avrebbe buttato all’aria i piani non solo di Ligresti, ma di buona parte del capitalismo e della politica italiani.

L’impero tossico di Ligresti: 4 miliardi di euro di esposizione bancaria

di Andrea Di Stefano, candidato etico

L’epilogo della famiglia Ligresti, da dinastia degli immobiliaristi e assicuratori a inquilini delle patrie galere, è una delle istantanee più veritiere del capitalismo cannibale italiano: parte del declino economico del Belpaese si può rileggere analizzando il rapporto perverso tra sistema del credito e il capitalismo famigliare dedito a partire dall’inizio degli anni Ottanta alla rendita e alla speculazione.
Non è possibile ricostruire la vicenda dell’ottantunenne Salvatore Ligresti senza ricordare il ruolo svolto dal salotto buono di Mediobanca. Enrico Cuccia venne incaricato da Raffaele Mattioli di mettere al riparo dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale il meglio del capitalismo nostrano, dagli Agnelli ai Pirelli, dai Falck ai Marzotto. Il grande vecchio di Via Filodrammatici governò per oltre trent’anni il sistema capitalistico italiano come un monarca assoluto, totalmente refrattario a qualsiasi forma di trasparenza, con il supporto ambiguo delle Banche di interesse nazionale azioniste di Mediobanca (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma e Credito Italiano) e con meccanismi di cooptazione ispirati a mantenere un apparente equilibrio di controllo del potere finanziario sul sistema politico. Al banchetto ha così potuto sedersi anche Don Salvatore Ligresti da Paternò.
La leggenda, costruita dallo stesso capostipite in una famosa intervista al Mondo, vuole Ligresti giovane emigrante e fortunato miliardario già nei primi anni ’60 grazie alla compravendita dei diritti per un sopralzo di un sottotetto in via Savona che, grazie al finanziamento dell’allora Credito Commerciale, permise all’Ingegnere di realizzare il suo primo miliardo. Di prestito in prestito l’impero della famiglia è cresciuto a dismisura sino a comprendere il secondo gruppo assicurativo italiano (Fonsai, Fondiaria-Sai) portato sull’orlo del fallimento con oltre due miliardi di euro di perdite cumulate proprio per garantire lauti guadagni (prevalentemente offshore) proprio alla famigliola. Insieme a Zunino, Statuto, Coppola, Ricucci e altri protagonisti minori hanno costituito a tutti gli effetti il club degli immobiliaristi «tossici»: spericolati speculatori, maghi delle compravendite di aree dismesse con i soldi del sistema creditizio che all’inizio della crisi si è trovato con circa 20 miliardi di euro di potenziali insolvenze. Solo il gruppo Ligresti al momento dell’operazione di salvataggio aveva un’esposizione complessiva nei confronti del sistema creditizio per oltre 4 miliardi di euro dopo aver bruciato oltre tre miliardi di patrimonio netto di Fonsai tra il 2007 e il 2012. Una situazione simile a quella di Risanamento, la società di Luigi Zunino, sprofondata sotto oltre 4 miliardi di esposizione, mentre per Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e Stefano Ricucci si tratta di circa un miliardo a testa. Una pioggia di miliardi (se si considerano anche personaggi come il finanziere franco-polacco Romain Zaleski) che invece di finire verso il sistema manifatturiero hanno alimentato le scalate bancarie (Antoveneta e Bnl in primis) contribuendo alla bolla immobiliare in larga parte virtuale, costruita sulla compravendita di aree dismesse per le quali, spesso, sarebbero indispensabili onerose bonifiche.
Il rappresentante simbolo del club degli immobiliaristi che hanno disegnato il boom e lo sboom edilizio milanese ha lasciato un’impronta rappresentata da numerose torri d’uffici (rimaste vuote o occupate da uffici delle pubbliche amministrazioni) e dai terreni agricoli, soprattutto del Parco Sud, sui quali si muovono gli interessi, diretti e indiretti, di Expo. È stato grazie al collettivo Macao che sono stati accesi i riflettori su una delle più significative incompiute che portano la firma di Ligresti, la Torre Galfa, nei pressi della Stazione Centrale. Alla famiglia dell’ingegnere di Paternò sono associati numerosi simboli della città di Milano. È stato don Salvatore a cercare di vendere la Torre Velasca prima del crollo del suo impero. Per l’ingegnere la Torre è sempre stata il fiore all’occhiello del suo patrimonio immobiliare, detenuto tramite FonSai. L’impresa però non è riuscita e il grattacielo «con le bretelle» con tutto il gruppo FonSai è passato all’Unipol. A raccontare la fine dell’impero immobiliare Ligresti, prima delle inchieste giudiziarie, sono stati i fallimenti dei grandi progetti. Fra i cantieri centrali destinati al maggior impatto sulla città oggi c’è Citylife: si è consumato un passaggio storico nel luglio di due anni fa quando Salvatore Ligresti, che molto aveva puntato su quell’impresa, gettò la spugna, vendendo a Generali. Chi ha acquistato gli appartamenti tra 8 e 12 mila euro al metro quadro, con l’impegno di una consegna nel 2015, dovrà vivere in cantiere sino al 2023 e con l’assistenza di Federconsumatori ha investito l’Authority per pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.
L’altro progetto destinato a cambiare lo skyline cittadino è quello Porta Nuova-Garibaldi-Isola, e anche in questo caso Ligresti ha seguito il progetto fin dall’inizio. Fortemente voluto per ridisegnare il cuore di Milano, proprio nel momento in cui il progetto è decollato e i grattacieli come il Cesar Pelli hanno iniziato a salire Ligresti è uscito dalla compagine degli investitori: a fine 2011 ha venduto le sue quote a Hines.
Sono numerose le operazioni immobiliari che hanno contribuito a drenare risorse dalla compagnia assicurativa FonSai, alcune finite nel mirino della magistratura. Sotto la lente negli ultimi anni però sono finite numerose altre acquisizioni e operazioni immobiliari: ad esempio quelle relative ai terreni limitrofi all’area dove si terrà Expo 2015 (il progetto Fiera); agli immobili di via Lancetti a Milano acquistati dalla controllata Milano Assicurazioni; ai palazzi di via Fiorentini a Roma e via Confalonieri a Milano; al porto di Marina di Loano o all’Hotel Gilli.

FONTE :  http://www.milanox.eu/arrestato-ligresti-con-famiglia-la-fine-di-un-impero-del-mattone/

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ILVA, OMISSIONI E BUGIE


di Ernesto Burgio

La replica di ISDE Italia: “La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni cagionati dall’inquinamento ambientale. Il Governo ristabilisca la verità”

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Il Commissario dell’Ilva, Enrico Bondi è stato nominato dal Governo per rappresentare gli interessi di tutti. Tuttavia le sue recenti affermazioni, che riprendono una perizia di parte aziendale, sono lungi dall’essere imparziali. Nella sua relazione al Presidente della Regione Puglia, Bondi cita infatti una relazione dei periti aziendali (Boffetta et al), secondo cui: “E’ noto che a Taranto, città portuale, la disponibilità di sigarette era in passato più alta rispetto ad altre aree del Sud Italia dove per ragioni economiche il fumo di sigaretta era ridotto fino agli anni ’70” 

La frase sottintende che non vi sarebbe un eccesso di tumori dovuti all’inquinamento ma tale eccesso sarebbe attribuibile al consumo di sigarette.

Contestiamo questo modo di porre il problema:

(a) il Commissario non può sposare un tesi di parte -, in modo peraltro superficiale;

(b) la relazione consegnata dai Periti della Procura di Taranto e degli Enti pubblici preposti (Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ARPA Puglia, Agenzia Regionale Sanitaria Pugliese) contiene un’analisi approfondita della mortalità per tumori a Taranto e nei suoi quartieri, e va considerata nella sua interezza.

La parzialità e la superficialità delle dichiarazioni di Bondi sono coerenti con il decennale disinteresse delle nostre classi dirigenti per i danni che l’inquinamento ambientale arreca all’ambiente e alla salute umana.

Sia il Commissario sia la perizia di parte sembrano ignorare le prove del fatto che l’inquinamento atmosferico è causa del cancro del polmone anche nei non fumatori. L’autorevole rivista Lancet Oncology pubblica in questi giorni i risultati di un grande studio epidemiologico europeo che dimostra come l’inquinamento atmosferico svolga un ruolo importante nell’aumentare il rischio di cancro del polmone anche nei non-fumatori.
Se Bondi, come sarebbe stato suo dovere, si fosse preoccupato di informarsi sulle prove scientifiche nel loro insieme, e non solo sul parere dei periti di parte, avrebbe tratto delle conclusioni diverse. In tal modo avrebbe dimostrato rispetto per i cittadiniper i lavoratori e per gli operatori sanitari anziché agire sulla base di un’agenda precostituita.

Sulla base di queste semplici riflessioni ISDE Italia chiede al Governo Italiano di provvedere a ristabilire la verità e a richiamare i suoi rappresentanti a un maggiore equilibrio e senso della giustizia.

Dal blog di Ernesto Burgio

http://www.cadoinpiedi.it/2013/07/16/ilva_omissioni_e_bugie.html#anchor

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Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

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Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

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Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

Pubblicato in: cose da PDL, CRONACA, diritti, estero, lega, politica, razzismo

Francesco


Papa Francesco a LampedusaDi  Giulio  Cavalli

Se quel Papa che oggi è sbarcato a Lampedusa senza fronzoli e vestali e ha parlato all’Italia e all’Europa dicendo che “Dio ci giudica da come trattiamo i migranti” è il rappresentante “istituzionale” (credenti o no) più coraggioso nel campo della solidarietà e dei diritti significa che che abbiamo una notizia buona e una notizia cattiva.

La notizia buona è che la Chiesa in queste parole assomiglia molto alla Chiesa che in molti vorrebbero (credenti o no) e finalmente parla ai cuori senza perdersi in mediazioni.

La notizia cattiva è che il messaggio politico più forte di questi ultimi mesi (e, forse più di sinistra) non arrivi dal centrosinistra (nessuno con un po’ di sale in zucca se lo aspetterebbe, figurarsi, dal Governo Pd – PDL) ma da una figura esterna (potremmo chiamarlo “tecnico” della solidarietà, eh) mentre la sinistra si accartoccia su se stessa e il Partito Democratico si spende per regole congressuali e regole d’ingaggio con gli amici berluscones.

Fa venire le vertigini in questa epoca di nani, Francesco.

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/08/francesco/

 

Radio Vaticana ha pubblicato sul suo sito il testo dell’omelia che Papa Francesco ha tenuto sull’isola di Lampedusa. 

“Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte”. Così il titolo nei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà. Grazie!

Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto e il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco, signora Giusy Nicolini. Grazie tante per quello che lei ha fatto e fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che stanno oggi, alla sera, iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie.

Questa mattina alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti. «Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei, Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello. Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza; tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.

«Dov’è tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà – e le loro voci salgono fino a Dio. E un’altra volta a voi, abitanti di Lampedusa, ringrazio per la solidarietà! Ho sentito recentemente uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui, sono passati per le mani dei trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri; queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto. E alcuni non sono riusciti ad arrivare.

«Dov’è tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno. Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro.

Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. «Adamo dove sei?», «Dov’è tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere. Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo. «Chi ha pianto?», chi ha pianto oggi nel mondo?.

Signore in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo, Padre, perdono per chi si è accomodato, si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore; Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».”

http://www.ilpost.it/2013/07/08/testo-omelia-papa-francesco-lampedusa/

 

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, economia, pd, politica

Dal proclama al rinvio


resizerMi servirebbe sapere qual è la differenza tra lo scorso governo Berlusconi-Berlusconi e l’attuale governo Berlusconi-Letta sugli annunci. Mi servirebbe sapere se i critici della ‘politica degli annunci’ di B. trovano più etica, più responsabile, più democratica la ‘politica dei rinvii’.
Mi piacerebbe anche sapere se la coalizione che ha partorito questo governissimo è quella stessa urgente e ineludibile che era obbligatoria per affrontare le emergenze: le emergenze che sono state tutte rinviate a dopo l’estate per non disturbare la missione della crisi.
Siamo passati del proclama al rinvio e ci dovrebbe bastare. Contenti così.

GIULIO CAVALLI

http://www.giuliocavalli.net/2013/07/03/proclama-al-rinvio/

Pubblicato in: antifascismo, canone rai, cose da PDL, cultura, diritti, donna, INGIUSTIZIE, MEDIA, sessismo, sociale, società, Televisione pubblica, violenza

Bella, ciao


484841_10200235601665432_2092045803_nSu wikipedia tutti hanno la possibilità di aggiungere informazioni e dettagli a tutti gli argomenti che sono contenuti nell’enciclopedia on line che ogni giorno viene consultata da miliardi di persone.
Solo però, come diceva Grillo tanti anni fa, se qualcuno scrive una cazzata tempo due minuti e gli si rivolta contro il mondo.
E allora io mi chiedo: qual è il senso di diffondere cazzate, anche offensive, se grazie alla Rete tempo due minuti e non dico il mondo ma un sacco di gente giustamente incazzata e stanca di essere trattata da imbecille poi si rivolta contro?

Per la cosiddetta informazione italiana, pubblica e privata, la parola fascismo è off limit, non si può dire, non si può pronunciare, non si deve dire, ad esempio, che Franca Rame non fu vittima della sua bellezza [finché, ‘sto cazzo] quando il 9 marzo del 1973 fu stuprata da un branco di  fascisti e che il suo fu uno stupro su commissione non perché lei fosse una gran bella donna ma perché era una donna comunista e dunque doveva essere punita per questo.
E non si può dire che quello stupro fu ordinato da alcuni ufficiali dei carabinieri come riportano le cronache del periodo.

Ieri il TG2 ha mandato in onda un servizio vergognoso su Franca Rame: la conduttrice  ha detto che Franca Rame avrebbe usato la sua bellezza finché non fu stuprata omettendo il perché di quello stupro, ovvero la parte fondamentale che fu quella che poi segnò per sempre la vita dell’artista.

Dopo mezz’ora dalla fine del telegiornale in Rete è successo il finimondo come sempre accade quando l’informazione ufficiale, quella che paghiamo tutti, non assolve al suo dovere che è appunto, quello di informare e non di dare la versione più comoda, riveduta, corretta e addolcita di un fatto che è accaduto.

E dai fatti che hanno riguardato  la splendida vita di Franca Rame non si può stralciare qualcosa che è ormai di pubblico dominio, e specialmente nel giorno della sua morte e dopo che  la vicenda drammatica dello stupro subito da Franca Rame aveva già fatto il giro del mondo in Rete.
A distanza di quarant’anni, il servizio pubblico come quello privato nella figura di Enrico Mentana, anche lui così poco coraggioso da evitare di pronunciare la parola “fascisti” in riferimento agli stupratori,  non possono oscurare il fatto che lo stupro di Franca sia stato una vera spedizione punitiva eseguita da una squadraccia fascista e ordita per motivi politici.

Solo in tarda serata è arrivata una specie di rettifica da parte del TG2, ma come sempre accade in casi come questi la toppa è stata peggiore del buco, perché il direttore Marcello Masi ha fatto l’offeso e lo sdegnato invitando a vergognarsi tutti quelli, me compresa che si erano già attivati su facebook per pretendere il chiarimento, colpa nostra che  avevamo capito male e non c’era nessuna finalità offensiva né tanto meno censoria nell’intervento di Carola Carulli al telegiornale.

Nella richiesta di rettifica non c’era nessuna volontà di ripristinare la gogna per la giornalista disinformata: bastava ammettere l’errore e  fare un opportuno passo indietro senza i se i ma del direttore.

E inoltre, se l’informazione facesse il suo dovere non servirebbero nemmeno certe “scuse”.

Lo stupro è un orrore che ammazza dentro.

Quello che si vive dopo è solo un surrogato di vita: un’apparenza di vita.

Grazie a Franca Rame per aver saputo, invece, vivere così bene la sua, mettendosi a disposizione per un progetto di civiltà.

 

“Fuori dal liceo Mamiani di Roma è apparsa una scritta che diceva grossomodo: “Franca Rame ha goduto a essere stuprata”. Si tratta di un antico insulto alle donne vittime di violenza sessuale. Vuol dire che sei tanto troia che ti piace comunque. Chi ha scritto questa frase evidentemente non ha idea di molte cose. Mia madre fu ustionata con le sigarette accese e tagliata con le lamette. La perizia medica misurò tra l’altro una ferita lunga quasi 30 centimetri. Poi fu violentata dai componenti del commando fascista che l’aveva sequestrata armi alla mano. L’aggressione fu talmente disumana che perfino uno dei membri del commando, disgustato, chiese agli altri di smetterla e ricevette per questo un ceffone che lo riportò all’ordine. Ora io mi chiedo che idea del sesso abbia uno che è convinto che una donna possa godere ad essere violentata. E mi chiedo che piacere sessuale possano trarre le donne che si accoppiano con questo individuo. E mi chiedo di che dimensioni sia il deserto interiore di questo maschio rampante, e quanta paura debba avere di non essere all’altezza di un vero incontro d’amore e di passione. Forse se entrasse nelle scuole una buona educazione al sesso e ai sentimenti questo vuoto esistenziale potrebbe essere colmato nelle generazioni future. La malattia dell’Italia non è solo politica, è morale, filosofica e sentimentale. Molti non sanno neppure cosa siano i sentimenti. Vivono tenendo carcerate le loro emozioni. (…) Io non credo che l’Italia cambierà seguendo chi è bravissimo a denunciare la corruzione e la violenza del capitalismo ma si dimentica di parlare di amore, amicizia, tenerezza, sesso, parto dolce, sentimenti, emozioni, ascolto di sé, educazione non autoritaria, scuola comica, arte, valore della vita, necessità di dare un senso anche alla morte. Il futuro migliore lo si costrisce casa per casa, migliorando i nostri baci e smettendo di consumare energia elettrica prodotta dal petrolio. E scendendo per strada a distribuire abbracci gratis. La mancanza d’amore si cura aumentando l’amore.”

Jacopo Fo (25/02/2008)

http://rosalouise1.wordpress.com/2013/05/30/bella-ciao/

http://assenzioinsilenzio.tumblr.com/post/44928112409/fuori-dal-liceo-mamiani-di-roma-e-apparsa-una

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Un onorevole: “Faccio parte dei poveri”. Indovinate chi è…


Il trattamento economico di un deputato:

Indennità parlamentare

L’indennità parlamentare è prevista dall’articolo 69 della Costituzione, a garanzia del libero svolgimento del mandato elettivo.
La legge 31 ottobre 1965, n. 1261, ne fissa l’importo in misura non superiore al trattamento complessivo massimo annuo lordo dei magistrati con funzioni di presidente di Sezione della Corte di Cassazione ed equiparate.
Peraltro, in considerazione dell’esigenza di contenimento delle spese, l’Ufficio di Presidenza della Camera è intervenuto in più occasioni con misure volte a ridurre il trattamento economico dei deputati, che risulta oggi notevolmente inferiore rispetto al limite previsto dalla legge (*).

A decorrere dal 1° gennaio 2012, l’importo netto dell’indennità parlamentare, corrisposto per 12 mensilità, è pari a 5.246,54 euro, a cui devono poi essere sottratte le addizionali regionali e comunali, la cui misura varia in relazione al domicilio fiscale del deputato. Tenuto conto del valore medio di tali imposte addizionali, l’importo netto mensile dell’indennità parlamentare risulta pari a circa 5.000 euro.
Tale misura netta è determinata sulla base dell’importo lordo di 10.435,00 euro, sul quale sono effettuate le dovute ritenute previdenziali (pensione e assegno di fine mandato), assistenziali (assistenza sanitaria integrativa) e fiscali (IRPEF e addizionali regionali e comunali). Per i deputati che svolgono un’altra attività lavorativa, l’importo netto dell’indennità ammonta a circa 4.750 euro.

*) In particolare, nel 2006, l’importo dell’indennità parlamentare è stato ridotto del 10%.
Dal 2007 è stata disposta, per 5 anni, la sospensione degli adeguamenti retributivi. Tale misura è stata successivamente prorogata fino a tutto il 2013.
Per il triennio 2011-2013, l’indennità è stata di nuovo e ulteriormente ridotta nella misura del 10% per la parte eccedente i 90.000 euro, e del 20% per la parte eccedente i 150.000 euro lordi annui. Tale riduzione è raddoppiata per i parlamentari che svolgono un’attività lavorativa per la quale percepiscono un reddito uguale o superiore al 15% dell’indennità parlamentare.
Una ulteriore riduzione dell’indennità è stata deliberata dall’Ufficio di Presidenza in data 30 gennaio 2012.
Da ultimo, il 20 settembre 2012, l’Ufficio di Presidenza ha deliberato la stabilizzazione, fino a tutto il 2015, delle misure di riduzione dell’indennità parlamentare e di sospensione del suo adeguamento.

Diaria
Viene riconosciuta, a titolo di rimborso delle spese di soggiorno a Roma, sulla base della stessa legge n.1261 del 1965.
L’attuale misura mensile della diaria, a seguito della riduzione disposta dall’Ufficio di Presidenza nella riunione del 27 luglio 2010, è pari a 3.503,11 euro.
Tale somma viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico.
È considerato presente il deputato che partecipa almeno al 30 per cento delle votazioni effettuate nell’arco della giornata.
L’Ufficio di Presidenza, nelle riunioni del 25 ottobre 2011 e del 30 gennaio 2012, ha inoltre deliberato l’applicazione di una ulteriore decurtazione fino a 500 euro mensili in relazione alla percentuale di assenze dalle sedute delle Giunte, delle Commissioni permanenti e speciali, del Comitato per la legislazione, delle Commissioni bicamerali e d’inchiesta, nonché delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali.

Rimborso delle spese per l’esercizio del mandato
Nella riunione del 30 gennaio 2012, l’Ufficio di Presidenza ha istituito un “rimborso delle spese per l’esercizio del mandato” che sostituisce il contributo per le spese inerenti al rapporto tra eletto ed elettori.
Tale rimborso, di importo complessivo invariato rispetto al precedente contributo, è pari a 3.690 euro (dopo la riduzione di 500 euro del luglio 2010) ed è corrisposto direttamente a ciascun deputato con le seguenti modalità:
– per un importo fino a un massimo del 50% a titolo di rimborso per specifiche categorie di spese che devono essere attestate: collaboratori (sulla base di una dichiarazione di assolvimento degli obblighi previsti dalla legge, corredata da copia del contratto, con attestazione di conformità sottoscritta da un professionista); consulenze, ricerche; gestione dell’ufficio; utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati; convegni e sostegno delle attività politiche;
– per un importo pari al 50% forfetariamente.

Spese di trasporto e spese di viaggio
I deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale.
Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, e a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.

Spese telefoniche
I deputati dispongono di una somma annua di 3.098,74 euro per le spese telefoniche. La Camera non fornisce ai deputati telefoni cellulari.

Assistenza sanitaria
Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda, pari a 526,66 euro, destinata al sistema di assistenza sanitaria integrativa che eroga rimborsi secondo quanto previsto da un tariffario.

Assegno di fine mandato
Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda, pari a 784,14 euro. Al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l’assegno di fine mandato, che è pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi).

Pensione
Con deliberazioni del 14 dicembre 2011 e 30 gennaio 2012 l’Ufficio di Presidenza della Camera ha operato una profonda trasformazione del regime previdenziale dei deputati con il superamento dell’istituto dell’assegno vitalizio – vigente fin dalla prima legislatura del Parlamento repubblicano – e l’introduzione, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, di un trattamento pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, sostanzialmente analogo a quello vigente per i pubblici dipendenti.
Il nuovo sistema di calcolo contributivo si applica integralmente ai deputati eletti dopo il 1° gennaio 2012, mentre per i deputati in carica, nonché per i parlamentari già cessati dal mandato e successivamente rieletti, si applica un sistema pro rata, determinato dalla somma della quota di assegno vitalizio definitivamente maturato alla data del 31 dicembre 2011, e di una quota corrispondente all’incremento contributivo riferito agli ulteriori anni di mandato parlamentare esercitato.
I deputati cessati dal mandato, indipendentemente dall’inizio del mandato medesimo, conseguono il diritto alla pensione al compimento dei 65 anni di età e a seguito dell’esercizio del mandato parlamentare per almeno 5 anni effettivi. Per ogni anno di mandato ulteriore, l’età richiesta per il conseguimento del diritto è diminuita di un anno, con il limite all’età di 60 anni.
A tal fine, i deputati sono assoggettati d’ufficio al versamento di un contributo pari all’8,80 per cento dell’indennità parlamentare lorda.
Lo stesso Regolamento prevede infine la sospensione del pagamento della pensione qualora il deputato sia rieletto al Parlamento nazionale, sia eletto al Parlamento europeo o ad un Consiglio regionale, ovvero sia nominato componente del Governo nazionale, assessore regionale o titolare di incarico istituzionale per il quale la Costituzione o altra legge costituzionale prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare. La sospensione è inoltre prevista in caso di nomina ad incarico per il quale la legge ordinaria prevede l’incompatibilità con il mandato parlamentare, ove l’importo della relativa indennità sia superiore al 50 per cento dell’indennità parlamentare. Tale regime di sospensioni costituisce una deroga rispetto alla normativa generale, nell’ambito della quale le ipotesi di divieto di cumulo della pensione con altri redditi sono state ormai abolite.

Fonte: Camera.it

 

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IMU: proviamo un semplice ragionamento


Ragionare non è lo sport nazionale. Evidentemente.
Non siamo tedeschi, noi. Non siamo tedeschi da usare “konsequent” come motto (“consistent” in inglese, “coerente” in italiano. Ma di una coerenza “consequenziale). Noi siamo piuttosto gente da sentimenti, da emozioni. Specie nel portafoglio.

Ma proviamo comunque: un semplice ragionamento.
Parliamo di IMU.
Tema abusato e per questo, nella marea di chiacchiere, baggianate e slogan, abbastanza detestabile. Ma anche tema-chiave per comprendere alcuni elementi di politica e di economia politica, prospettiva per inquadrare l’intero discorso della struttura statale e delle sue riforme.

Abolire l’IMU“, si dice.
Lasciamo momentaneamente da parte i mille modi in cui l’IMU potrebbe essere riformata (dall’abolizione, alla proposta PD); lasciamo anche da parte le giustissime considerazioni di chi dice che l’IMU non è il tema giusto e piuttosto la riforma fiscale dovrebbe focalizzarsi sulle imposte sul lavoro.
Pensiamo per un attimo che abolire o modificare l’IMU sia davvero il tema centrale, davvero la soluzione.
Ma cos’è l’IMU? Se come diceva il buon Nanni Moretti “le parole sono importanti“,  se come diceva Confucio bisogna “fare ordine con i nomi delle cose“, allora dobbiamo intenderci sull’oggetto del discorso.
I.M.U. Imposta Municipale Propria, ovvero l’imposta che -in sostituzione della vecchia ICI (Imposta Comunale sugli Immobili)- dovrebbe costituire la primaria fonte di gettito dei comuni.
Gli enti locali per eccellenza.
Non solo locali, ma anche i più prossimi ai cittadini, quelle amministrazioni pubbliche che in base al principio di sussidiarietà dovrebbero fornire in primo luogo i servizi ai cittadini stessi.

Prendo a prestito le semplici ma efficaci parole del Sen. emerito Marco Stradiotto (PD) -usate anche in una puntata di Report– per esprimere un concetto essenziale: “pago, vedo, voto“.
Cito direttamente lo status facebook del Senatore Stradiotto: “L’autonomia finanziaria degli enti locali ed in particolare dei comuni è una cosa seria ed importante. Togliete pure l’IMU, togliete la TARES, fate pure quello che volete ma il tema resta aperto. Qualcuno dovrà rispondere a questa domanda: Chi pagherà i servizi comunali? Io credo che per equità e giustizia non debbano essere pagati dall’addizionale IRPEF (che per l’85% è pagata da pensionati e lavoratori dipendenti).
Delle due l’una: o si crede ad un decentramento fiscale ed amministrativo serio, ad un trasferimento di servizi agli enti locali più prossimi ai cittadini con autonomia di entrata e di spesa (quello che viene volgarmente ed erroneamente chiamato “federalismo” – sic) ; o si fa propaganda sull’IMU.
Che servizi possono fornire gli enti locali se non hanno soldi? Se non hanno autonomia d’entrata e di spesa?

La questione è assai semplice: quale “federalismo” (sic) senza fondi?
Con che soldi pagheremo i servizi locali se aboliamo proprio le imposte a riscossione locale?
Chi predica le due cose in contemporanea, risponda prima a questa domanda. Dopo discuteremo dei contenuti, semmai.
Vogliamo abolire le imposte a riscossione locale, le prime e più dirette nell’alimentare i bilanci (quindi i servizi) che i cittadini vedono e vivono ogni giorno, quelli di cui usufruiscono quotidianamente? Come pensiamo di finanziarli allora? Pensiamo ancora ai trasferimenti da Roma? Oppure domani di metteremo ad urlare slogan sul “75% di tasse” trattenute?imu-150x150

Il “pago, vedo, voto” di Stradiotto è un concetto semplicissimo, ma fondamentale:
– i comuni hanno il controllo migliore sugli immobili presenti nel loro territorio: il controllo più diretto ed immediato, quindi sono gli enti meglio posizionati per riscutere simili imposte; pago
– essendo una riscossione diretta, i cittadini hanno modo di capire immediatamente e quotidianamente per cosa vengono utilizzati i loro soldi; vedo
– grazie a questo controllo diretto, i cittadini possono anche valutare l’operato delle amministrazioni e dei politici, possono chiamarli a rispondere delle proprie scelte ed imporgli un’assunzione di responsabilità. voto
Il federalismo è esattamente questo. Responsabilità localizzate, controlli localizzati.
Se pensiamo invece ai trasferimenti da Roma abbiamo esattamente l’effetto inverso:  i soldi di tutti buttati in un unico calderone e ridistribuiti. Con allungamento dei tempi, ma soprattutto con allentamento dei controlli da parte dei cittadini stessi.
Ed un perverso effetto di “clientelismo” fra amministrazioni locali e centrali: io do i soldi a te, solo perché eei della mia parte politica.

Insomma, abolire l’IMU significa:
– abolire i controlli dei cittadini sulle entrate e spese pubbliche;
– abolire i controlli locali sull’abusivismo (edilizio …toh, una nuova casa: ora ci paghi);
– aumentare le lungaggini burocratiche tramite lunghi trasferimenti, ovvero: ridurre l’autonomia di spesa (quindi, ritardi nei pagamenti dei fornitori) e abolire i servizi locali (quelli che i cittadini più usano …hai pagato, ecco i tuoi autobus);
– favorire rapporti clientelari fra amministrazioni (utile strumento da campagna elettorale: votate noi, perché con loro i soldi non arriveranno);
– non avere la possibilità di ridurre le imposizioni fiscali su altri settori, quali il reddito da lavoro.

Secondo me, l’IMU dovrebbe essere iscritta in Costituzione: Imposta Municipale Propria, primaria e principale fonte di finanziamento dei comuni e, di conseguenza, primario e principale strumento di controllo delle amministrazioni locali sul proprio territorio e primario e principale strumento di controllo dei cittadini sulle attività delle proprie amministrazioni.
Questo sarebbe un vero passo verso il “federalismo”.

http://redpoz.wordpress.com/2013/05/17/imu-proviamo-un-semplice-ragionamento/

Pubblicato in: cose da PDL, pd

Il PD sta diventando un partito senza elettori ?


Dopo i nostri articoli sul PD, in particolare quelli in cui sostenevamo che i suoi elettori non facessero nulla per ribellarsi al maxi-inciucio, ci sono arrivati dei messaggi da parte di tanti elettori, ormai ex.  Infatti, per quello che stiamo capendo noi, pare che sia in corso un vero e proprio “abbandono di massa”. In questo caso la classe dirigente del PD non rappresenterebbe piu’ nessuno e sarebbe costretta a dimettersi. Chi ha fatto questa scelta commenti questo post e ci spieghi le sue motivazioni. 

berluletta

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo è stato l’articolo che ha scatenato gli (ex) elettori del PD:

-Caro elettore PD, è tutta colpa tua https://ilmalpaese.wordpress.com/2013/04/28/caro-elettore-del-pd-e-tutta-colpa-tua/

 

Pubblicato in: cose da PDL, CRONACA, opinioni, pd, politica

Il PD è morto, adesso la Sinistra italiana puo’ rinascere.


225px-Nichi_VendolaIn verità, e’ morto un partito mai nato realmente ed è questo uno dei tanti records, negativi, annoverabili al PD. D’altra parte, è palese che non possano coesistere forze laiche e progressiste con forze cattoliche e conservatrici. E nel partito democratico hanno convissuto chi considerava gli omosessuali malati e chi era favorevole ai matrimoni tra persone delle stesso sesso, chi era favorevole all’eutanasia e chi era contrario, chi era si Tav e chi era No Tav, chi era pro articolo 18 e chi era contrario e questa lista  di contraddizioni potrebbe richiedere troppe parole già scritte mille volte, percio’ è meglio fermarsi qui e dire che è morto il partito della contraddizione.

La prima grande opportunità di rinascita sarà il cantiere della Sinistra e questa volta sarà vitale non commettere i soliti errori che la Sinistra a sinistra del PD ha sempre commesso.

Proprio questi errori, in generale l’incapacità di sapersi organizzare e mettere in piedi un progetto politico di Sinistra per il Popolo della Sinistra è stato il salvavita del PD in questi anni.  Quello che uscirà fuori da questo cantiere non dovrà commettere l’errore di cercare alleanze con il PD ma dovrà mettersi in testa che il governo Letta ha portato con sé  la fusione ufficiale di PD e PDL che,  alle prossime elezioni, potranno tranquillamente presentarsi con il nuovo nome Popolo Democratico Della Libertà.  Ogni alleanza con il fu PD sarebbe deleteria per la Sinistra italiana; non bisogna commettere l’errore di resuscitare il morto.

La sfida sarà convincere, con idee, proposte e programmi,  una parte dell’elettorato del fu PD a lasciar perdere i fac-simile abbracciando così l’originale. Tutti coloro che lavoreranno a questo progetto, a partire da Nichi vendola, avranno una grande responsabilità sulle loro spalle perché o rinasce la Sinistra o l’Italia sarà governata per altri venti anni dal PDDL.

Gio’ Chianta

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, CRONACA

Italiani LettAralmente fottuti.


letta-napolitano_jpg_1535498604_jpg_415368877Diciamocelo, Enrico Letta è l’uomo giusto al posto giusto, il Premier ideale per il “governo dell’Inciucio”. Laureatosi a pieni voti all’Accademia dell’Inciucismo, relatore Massimo D’Alema, puo’ vantare conoscenze molto altolocate, parentele bipartisan e ottimi rapporti con il Vaticano.  Buttata via 67 anni di prassi costituzionale, secondo la quale il mandato del Capo dello Stato dura sette anni e poi viene eletto un Presidente diverso da quello precedente ne sono nate delle nuove. Infatti, da prassi ormai, per fare il Premier in Italia devi far parte delle piu’ importanti organizzazioni di potere europee e mondiali e Letta è:  membro della Commissione Trilaterale, di Aspen Institute e frequentatore della ormai famosissime riunioni organizzate dal Gruppo Bilderberg.  

Nella scelta dei Ministri del suo (e di Berlusconi) governo è stato astutissimo, ha inserito qualche nome azzeccato, gente competente e meritevole, con il chiaro obiettivo di nascondere tutta quella caterva di gente incompetente che ha inserito nel suo governo per accontentare democristianamente tutti.

Tra le scelte non azzeccate ma  pur sempre fenomenali nel loro genere (horror) troviamo Beatrice Lorenzin, la liceale che comandera’ i dottori. Questo perché, in Italia, per fare gli infermieri serve una Laurea, per fare i dottori serve una laurea in Medicina e Chirurgia piu’ la specializzazione, per fare il direttore sanitario di un ospedale pubblico o privato serve, per Legge, una laurea in Medicina e Chirurgia, mentre per fare il Ministro della Salute basta una semplice maturità classica.

Nel Paese alla rovescia, quello, per capirci, nel quale devi essere incensurato per fare il bidello ma puoi tranquillamente fare il parlamentare con a carico diverse condanne, questa è tutta gente giusta al posto giusto.

 berlulettaPer diciannove anni abbiamo avuto al potere, alternativamente, Berlusconi e la pseudo Sinistra: il primo ha governato con il chiaro obiettivo di salvarsi dalla galera e i “Sinistri” hanno governato con il chiaro obiettivo di salvare Berlusconi dalla galera perché senza Berlusconi non sapevano che fare e soprattutto non sarebbero esistiti nemmeno loro. I piu’ informati hanno sempre saputo che Destra e Sinistra facevano finta di litigare ma andavano a letto insieme  ogni notte, Berlusconi e i “Sinistri”  pero’, hanno sempre puntato sui meno informati (che nel nostro Paese rappresentano la maggioranza) e infatti, proprio i meno informati, hanno davvero creduto che Berlusconi e i “Sinistri” si facessero la guerra.

Adesso che non hanno nemmeno piu’ bisogno di far finta di farsi la guerra e possono amarsi alla luce del sole chi li ferma piu’ ? Potranno compiere ogni nefandezza possibile ed immaginabile. Tutti coloro che si ribellano, perché non possono accettare che la Costituzione venga violentata da chi è pagato per difenderla, verranno considerati degli eversori, siamo pur sempre il Paese alla rovescia.

Ma i cittadini che possono fare? L’unica arma che hanno a disposizione è il diritto al voto, nello stesso momento in cui l’esito elettorale viene completamente ignorato, il voto si riduce ad una farsa e la Democrazia subisce una ferita probabilmente mortale.

 E’ proprio vero allora che “se il voto servisse a qualcosa sarebbe illegale”.

Gio’ Chianta

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Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact.


Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschifiscalc

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32908-al-comando-una-oligarchia-politico-economica-per-far/

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Non è un golpe, è una resa


napolitano21-112844_159x159di Marco Revelli –

Da oggi l’Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c’è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando. E se la prima volta poteva apparire ancora “umana”, la seconda volta – con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità – è senz’altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C’è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d’eccezione. Una sospensione della forma di governo… Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D’ora in poi – e in un momento socialmente drammatico – Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com’è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un’estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.
 
il manifesto 21 aprile 2013
Pubblicato in: cose da PDL

Vuoi anche tu Silvio al Quirinale ? Opzione 1: si. Opzione 2: sottoscrivo.


Michaela Biancofiore ha lanciato il sito-iniziativa “Berlusconi al Quirinale”.

A prescindere dall’iniziativa, ognuno è libero di credere a  qualsiasi idiozia e il testo dell’appello della Biancofiore, a mio avviso, non è altro che un cumulo di idiozie, mistificazioni e dissimulazioni, è davvero tragicomico il sondaggio presente in home page, cioè questo:

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Potete trovare questo “democraticissimo” sondaggio qui: http://berlusconialquirinale.org/

Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, FORZE DELL'ORDINE, magistratura, violenza

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi


giovanardi-300x147 (1)di Filippo Vendemmiati

Onorevole, di Lei non posso nemmeno dire che ha la fronte inutilmente spaziosa, come in un memorabile fondo sull’Unità Fortebraccio descrisse il socialdemocratico Antonio Cariglia, perché la laurea in giurisprudenza le ha consumato pure quella. Siede in parlamento da 21 anni,  ha reso servizio alla patria nell’Arma dei carabinieri, ex democratico cristiano, oggi fedele nei secoli a Berlusconi che l’ha fatta ministro e sottosegretario alla presidenza del consiglio, tanto per citare solo alcune delle tante cariche governative. Ma non per questo sarà ricordato. Lei, onorevole Giovanardi, cattolico praticante, così dice, passerà alla storia come il più implacabile fustigatore di vittime prive diritto di replica, essendo scomparse per morte violenta. La madre di Federico Aldrovandi ha deciso di querelarla e spero faccia altrettanto Ilaria Cucci per le accuse false e infamanti indirizzate ai loro famigliari, il figlio Federico e il fratello Stefano. Non so quale diabolico tormento la porti ad insultare così gratuitamente, senza nemmeno il ritegno della umana pietas che la sua fede, sempre invocata, dovrebbe suggerirle. Lo confesso, la sua persona mi provoca fastidio, perché la sua volgarità questa volta ha superato ogni limite.  Non per questo mi sottraggo al mio compito,  sempre più difficile e vituperato, anche a ragione di questi tempi. Il compito di informare, di rendere noti senza pedanteria anche a Lei alcuni fatti. Le lascio questo piccolo promemoria. Se crede, lo rilegga due o tre volte come una  preghiera prima di addormentarsi. Forse sognerà un ragazzo di 18 anni, massacrato di botte senza “un motivo apparente” da quattro agenti di polizia che le verrà incontro e sorridendo le dirà:

– 1 Mi chiamo Federico Aldrovandi, e non Aldovrandi.
– 2 Mia madre è dipendente comunale, mio padre ispettore di polizia comunale, mio nonno carabiniere.
– 3 Non sono un eroinomane come Lei disse di me in parlamento da ministro nel febbraio del 2006
– 4 Quella sera non ero ubriaco, né drogato. Lo confesso, mi ero fatto due canne.
– 5 Quando arrivai nel giardinetto di via Ippodromo a Ferrara, c’era già parcheggiata una volante con due agenti a bordo
– 6 E’ scoppiata una lite violenta, ma non posso dirle perché, la verità la devono scoprire gli uomini in terra.
– 7 Mi hanno picchiato in quattro per almeno mezz’ora, manganelli (due si sono rotti), calci e pugni. L’autopsia ha riscontrato 57 ferite compatibili con azioni violente. Un vostro giudice ha scritto: “Per ognuna di queste ferite sarebbe stato possibile aprire un procedimento per lesioni colpose”.
– 8 Ho chiesto aiuto invano, non credevano che mi chiamassi Federico, uno li loro mi ha scambiato per un extracomunitario, mi sono saliti sulla schiena con le ginocchia, mi è mancato il respiro e sono morto
– 9 Poi sono stato ucciso anche altre volte: quando mi hanno lasciato per ore sull’asfalto, senza rispondere al mio cellulare quando chiamavano i miei genitori. E’ stato allora che mi hanno fotografato. Che brutta foto! L’ho vista per la prima volta nelle manifestazioni portata in giro dai miei amici. Ah è vero, lei non lo può ricordare perchè non c’era. Poi quella foto è entrata anche nelle aule dei tribunali. Io ricordo solo una sensazione di caldo attorno alla mia testa,  l’odore di sangue e la durezza dell’asfalto. Magari, onorevole, mi avessero messo un cuscino sotto la testa, pensi non mi hanno nemmeno coperto con un lenzuolo.

Tutto qui, non voglio tediarla. Le chiedo solo un piccolo favore personale:  non è necessario credermi, magari un giorno ci incontreremo e avremo più tempo per conoscerci e spiegarci. Nel frattempo il favore è un altro: per cortesia, onorevole Carlo Giovanardi, lasci in pace i miei genitori, Patrizia e  Lino,e mio fratello Stefano. Dio quanto mi mancano, lei non può immaginate quanto!

Buona Pasqua. Federico

31 marzo 2013

Promemoria sul caso Aldrovandi ad uso e consumo del cittadino on. Giovanardi

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Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

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Monti: L’epilogo umiliante di un uomo piccolo piccolo


mario-monti4-478x32011Un giorno si ricorderà Mario Monti per l’eccezionale parabola che ha accompagnato il suo destino politico. Dal suo ingresso nelle camere, direttamente col laticlavio a vita, alla presidenza di un consiglio di ministri incaricato nientemeno che della “salvezza della patria”, con i primi tentennamenti in casa e all’estero per passare ad una campagna elettorale che definire poco dignitosa è esercizio di pietoso eufemismo.

Il tutto chiuso da una relazione sulla questione dei fucilieri di marina che Brunetta, personaggio sovente supponente ma dalla retorica sempre efficace, ha sagacemente definito per metà grigia relazione burocratica e per l’altra metà opera di vile scaricabarile dove ad aver preso la decisione di tornare in India risultano essere stati gli stessi marò e le dimissioni del ministro degli esteri presentate “a sua insaputa” (di Monti). Il tutto condito con una punta di maligna insinuazione nella quale si è inteso pregiudicare un eventuale futuro politico per Terzi. Insomma uno spettacolo che è sembrato indecoroso ed umiliante anche in un aula dove si sono viste e sentite cose che ancora oggi fanno arrossire.

La figura di Monti e dei suoi dilettanti allo sbaraglio che fra lacrimuccie e affermazioni discutibili hanno deliberato su imposte, tasse, pensioni, mercato del lavoro e questioni internazionali mi appare ora così triste da farmi ripensare seriamente alle modalità con le quali si è concretizzato il loro insediamento. Un appannamento del metodo democratico non è mai un’occorrenza gradevole, ma se è compensata dall’emergere di grandi personalità può avere dei risvolti in grado di mitigare il disappunto.
Invece la sospensione della democrazia di cui siamo stati vittima ha partorito una rappresentanza della vacua borghesia dai doppi cognomi che presidia sterilmente da decenni i salotti italiani mangiando pasticcini e pontificando su supposte competenze e nobiltà. Un gruppo di burocrati superbi ed incapaci capitanati dal grande Mario Monti, un uomo che si è rivelato professionalmente discutibilepoliticamente mediocreed umanamente deprecabile. Al suo confronto, anche quel gran gaglioffo di Silvio Berlusconi appare meno ipocrita, proletario, più “sincero” nella sua palese disonestà e sicuramente dotato di un carisma per ordini di grandezza superiore.

Ecco, forse fra le tante cose sarà questa quella che non perdonerò mai a Mario Monti. Per un istante mi ha fatto pensare a Berlusconi in termini positivi come vittima di un’immeritata ingiustizia. E’ stato un attimo, è durato poco, ma non mi è piaciuto lo stesso.

Vade retro Monti. Vade retro.

Monti: L’epilogo umiliante di un uomo piccolo piccolo

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Elezioni 2013, odissea nello spazio


SILVIOOre nove di mattina, le prime elezioni d’inverno della storia italiana hanno restituito i risultati definitivi da pochissimo. Un bello schiaffo per chi diceva che sarebbe stato il ritorno della Sinistra, che Berlusconi era finito, che il populismo di Beppe Grillo avrebbe catturato “solo” i voti di protesta. E invece, tanto per far un riassunto breve breve, ci troviamo in una quasi parità tra i tre: benvenuto, tripolarismo, mai visto prima nel Governo italiano, benvenuti Vendola, Berlusconi, Maroni, Bersani, Renzi, Storace, Meloni, tutti insieme in Parlamento a fare un’unico grande mappazzone (per dirla alla Masterchef).
Succede che oggi l’Italia di fatto non ha una maggioranza che garantisca stabilità. Succede che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, non può sciogliere le camere, in modo da avere nuove elezioni, perché si trova alla fine del suo mandato.  Succede che senza un capo dello Stato non si possono fissare nuove elezioni, senza un governo stabile non si può eleggere il nuovo capo dello Stato. Succede che anche se andassimo a votare subito lo faremo con una legge elettorale, gentilmente nominata Porcellum dal suo stesso inventore, che ci riporterà nella stessa situazione di caos, dato che è fatta apposta.

I miei amici italiani che stanno all’estero non fanno che scriverci quanto sono felici di aver lasciato il paese, i miei amici italiani che sono rimasti qua invece sono molto arrabbiati. Tutti si chiedono, di volta in volta, dove la Sinistra ha sbagliato, se il risultato sarebbe stato lo stesso con Matteo Renzi e non con Bersani come leader, se le cose sarebbero andate diversamente senza Grillo e Ingroia a portar via voti alla sinistra.

Il mio dubbio di stamattina invece è un altro: dopo vent’anni di Berlusconismo (che per comodità riassumo in poche parole: quello delle battute infelici tipo l’abbronzatura di Obama o del nazismo al deputato tedesco, del cucù alla Merkel, della volgarità istituzionalizzata, delle condanne per corruzione, dei processi per prostituzione minorile, delle leggi ad personam, delle bugie dette col sorriso a reti unificate, degli imbroglietti, delle tangenti e delle amicizie mafiose, dei voti comprati e, in ultimo, della solenne cazzata della promessa sul rimborso IMU arrivata a casa nostra – perdonatemi se ho dimenticato qualcosa) dopo vent’anni di Berlusconismo, dicevo, ancora oggi, febbraio 2013, il trenta-per-cento degli elettori ancora gli da fiducia, lo vuole al governo.

Trenta-per-cento, ovvero quasi un italiano su quattro.

E’ un numero spaventoso, inquietante, tragico. Non voglio pensare che davvero uno su quattro creda ancora a Silvio Berlusconi (che la stampa internazionale, quella che ci guarda da lontano con tutta l’obiettività e la freddezza possibile, da tempo vede come un disastro di proporzioni mondiali). E allora passo la notte a chiedermi chi, e che cosa, possa aver portato a un risultato simile. Ecco le risposte che sommariamente mi sono data, senza alcuna valenza scientifica ma così, a sentimento.

La lettera sul rimborso IMU quacuno lo avrà pure convinto, immagino ultraottantenni colpiti da analfabetismo di ritorno, gli stessi che sono andati alle poste con la lettera in mano per avere l’assegno. Diciamo 1% degli elettori.

Quelli “della destra”, che hanno votato per le destre estreme coalizzate con Berlusca, tipo Lega, Storace: facciamo il 5% degli elettori?

Quelli dei vari partiti dei Pensionati, del Sud, il meraviglioso partito “Basta Tasse” (si merita solo un grande punto interrogativo, non un commento) degli AntiEquitalia. Saremo su un altro 2%, immagino.

E il restante 92%? Chi sono questi elettori della coalizione di Berlusconi? Persone che realmente credono in un programma politico che cambia di ora in ora a seconda di come tira il vento? Fedelissimi realmente affezionati al leader, ai suoi nobili ideali, alla gloriosa storia politica di Forza Italia?

E invece credo che tutta questa valanga di voti siano specchio dell’Italia: sfiduciata, ignorante, che crede nell’ora e subito, nella promessa di oggi, nella garanzia del poco istantaneo, nella furbata che premia chi è più scaltro. Gli elettori di Berlusconi sono acchiappati porta a porta grazie alle telefonate dei capetti da quartiere, quelli che ti promettono aiutini, che ti assicurano un posticino se darai loro una mano. Sono quelli conquistati con gli scambi, con le promesse da quattro soldi, attraverso una rete che ha tanti punti in comune con i sistemi mafiosi, tu mi voti e io ti assicuro che.

E’ l’unica spiegazione che mi viene in mente, davvero non voglio credere che milioni di Italiani oggi si fidano ancora, veramente, nel ghigno del nano di Arcore. O si?

http://francescamulas.wordpress.com/2013/02/26/elezioni-2013-odissea-nello-spazio/

FRANCESCAMULAS’S BLOG
Pubblicato in: cose da PDL, economia, libertà, opinioni, pd, politica

Questo non è un paese serio.


>>>ANSA/ELEZIONI: LA BATTAGLIA DELLE PIAZZEFMA (mentecritica)

Non voterò perché nessuno dei partiti in lizza mi pare credibile, non perché manchino le proposte allettanti. Anzi, il contrario. Si va dalla riduzione dell’IMU variamente declinata da Bersani e da Monti, all’abolizione con restituzione incorporata di Berlusconi, fino al reddito di cittadinanza di Grillo. Cose che non troverebbero credito in nessun paese serio, nelle nostre condizioni economiche; mentre qui da noi pare che i pensionati siano già in coda agli sportelli delle poste con la lettera di Berlusconi in bocca. Perché da noi il ragionevole non ha fortuna, anzi, non piace proprio. Meglio lagnarsi a posteriori dell’orribile iella d’essere nati circondati da stronzi, piuttosto che riconoscere che sarebbe stato facile evitarli con un minimo di onestà intellettuale. L’onestà intellettuale, per intenderci, è quella qualità che impedisce di credere a ciò che non è credibile, anche quando farebbe comodo crederci.

Faccio degli esempi.

Dovrebbe essere evidente, pure a chi è di destra ma non abbia le fette di salame sugli occhi, che Berlusconi, qualsiasi cosa dica o faccia, la dice o la fa, sempre e solo, pro domo sua. Dopo aver visto la sua nota spese soltanto i ciellini incalliti possono ancora pensare che il Celeste sia un dono del Signore. Come solo chi porta la camicia verde anche a letto può continuare a dire: meno male che c’è Bossi, che ci pensa lui. Berlusconi e la Lega hanno avuto vent’anni per mostrare ciò di cui sono capaci. Lo hanno mostrato. Non si capisce perché abbiano ancora un seguito.

I piddini hanno avuto anch’essi la loro bicicletta e hanno dimostrato, ogni volta, di non saper pedalare. Chi non sa pedalare, per esempio perché ha scelto di concertare con troppi portatori di interessi diversi, non va da nessuna parte. Anche se il programma è bellissimo, tipo pane e lavoro e la luce nei campi. Se non fosse così, l’avrebbero già realizzato da un pezzo. L’attuale amministratore della ditta, Bersani, spera per l’ennesima volta di salvarsi l’anima tenendo in pugno il passerotto Vendola, mirando in realtà al tacchino Monti che fa la ruota sul tetto. Non si può ripetere la stessa pièce all’infinito. Alla terza replica non ci si deve stupire se la platea dà segni di stanchezza.

Monti sta deludendo per un’altra questione: messo in sella ha dimostrato di saper pedalare, ma una volta salito in campo ha denunciato una mancanza di sagacia politica allarmante. Colpa del guru americano che lo consiglia male? O colpa sua che lo sta a sentire? Dimmi con chi vai e … . A un professore si possono perdonare tante cose, non la scelta dei compagni di viaggio. Fini e Casini gli sono e gli saranno esiziali comunque la si guardi, per il presente in termini di consensi, per il futuro in termini operativi. Se ti accompagni a due zoccole la tua fama di Maria Goretti non può non uscirne guasta; se poi la vorrai difendere le zoccole se ne adonteranno rendendoti la vita impossibile.

Quel che spera Ingroia, di creare la giustizia per via giudiziaria, affiancando i bravi magistrati al Quarto Stato in marcia sul sentiero della Storia, l’ha negato la Storia stessa, chiamandosene clamorosamente fuori, ormai è un quarto di secolo.

Mi resta da dire di Grillo, del perché non lo reputo credibile, al pari degli altri, o peggio. Tralascio argomenti pure importanti, quali l’assenza di democrazia interna, il culto della personalità, il populismo usato come una clava, le incoerenze di vario genere da Casa Pound alla negazione di cittadinanza ai figli degli immigrati, cito solo quello che a me pare il peccato mortale: il movimento5stelle non ha struttura, se per scelta o per necessità non lo so, ma non ha alcuna struttura. Ha solo un leader carismatico senza altro know how che non sia quello di comico e, forse, uno spin doctor. Essere un comico e saper intrattenere il pubblico va bene quando si tratta di raccogliere voti, ma non serve quando si tratta di governare un paese. E qui si tratta di amministrare un’azienda che macina 800 miliardi di euro l’anno, di rappresentare l’interesse di 60 milioni di persone nei consessi internazionali, di dare risposte interne ai problemi del sistema produttivo nazionale difendendone all’esterno gli interessi nel conflitto permanente tra nazioni, divenuto via via più acuto con l’imporsi della globalizzazione; la quale, tra parentesi, esiste senza bisogno del permesso di alcuno. Chi non è attrezzato per gestire il potere deve mettere in conto che lo faranno altri al posto suo e lui potrà solo raccoglierne i cocci. Non servirà a niente gridare al complotto. Chi si propone alla comitiva per guidare il pullman deve avere la patente e dimostrare con un giro di prova che sa guidare. Grillo e la stragrande maggioranza dei suoi, che io sappia, fin qui, non hanno mai guidato neppure la bicicletta. Mi auguro che mi smentiscano e si dimostrino bravissimi. Per ora lo vedo come un buonissimo motivo per non credergli.

Questo non è un paese serio.

Pubblicato in: cose da PDL, elezioni amministrative, libertà, pd, politica, satira

Grazie di tutto e alla prossima.


lotta-nel-fango23Siamo in grado di anticiparvi i discorsi di ringraziamento dei leader che vinceranno le prossime elezioni. E che aumenteranno la percentuale di suicidi nei prossimi mesi.

PD

Incredibile, non ci possiamo credere, siamo senza parole.
(dica: Grazie!)
Grazie!
(A tutti voi che ci avete votati)
A tutti voi che ci avete votati
(e ci avete mandato democraticamente al governo)
E ci avete democraticamente ROTTO I COGLIONI. Dico io ma come si fa?
Abbiamo fatto di tutto, anche ora che ci davano per spacciati per restare all’opposizione, che il babbo me lo diceva sempre: “Non andare al governo che si diventa capitalisti”.
Pensa te, abbiamo appoggiato tutta la merda di Monti per non vincere le elezioni, presentarci come il partito delle tasse e dei tagli e questi imbecilli ci votano.

Grazie un cazzo, vuol dire che ve lo meritate un paese così, perché voi siete così.
Avete bisogno dello spauracchio, “Se non ora quando!”, “Gomorra”, “Questo pomodoro avrà più fans di Silvio”.

Queste sono le vostre battaglie, queste sono le cose che abbiamo sempre evitato come la peste, noi non siamo per una società civile, siamo per l’opposizione a qualunque cosa. Basta che ci possa lasciare al calduccio ad aspettare lo Zio Baffone.
(é morto Baffone)
Ah sì? E quando?
(tanto tempo fa)
Ma perché cazzo nessuno mi dice mai niente in questo partito?

Bene, ricomponiamoci, ho un’idea: appena saremo al governo liberalizzerò le licenze dei taxi,.
(già fatto e ti hanno inculato)
Hai visto che non siamo buoni.

Brogli, ci sono stati dei brogli.
Silvio Berlusconi ha fatto si che noi vincessimo le elezioni per avere di fronte un paese dissestato dalle SUE politiche e quindi far fare a noi il lavoro sporco.

Per questo anche se abbiamo vinto con il 65% dei voti (guarda che bell’escamotage) ci dimettiamo.

Elezioni subito, per un’Italia democratica.

(Bravo Pierluigi, così mi piaci)
Grazie, baffetto.

Ringraziamenti elettorali 

PDL

Grazie, grazie, grazie! Sapevamo che il Governo Monti era solo una parentesi in mezzo ad una storia d’amore che dura da quasi un ventennio (e neanche una guerra all’orizzonte). Noi del PDL, ex Forza Italia, ex Centrodestra, ex Prima Repubblica,ex novo con taeg al 4,24%, vogliamo ricordarvi il nostro amore. Per la nostra gente. Per la nostra Italia. Per la nostra incolumità giudiziaria. Forse con altri 25 anni di governo riusciremo a mantenere tutte le nostre promesse.

-Meno Tasse

+ Lavoro

– Colesterolo

+ Salute e fighe giovani

+ Promesse

+ Governo

+ Emigrazioni

+ Spazio per gli italiani che restano.

Possiamo realizzare tutto questo proprio grazie a voi che ci avete votato.

Eravamo sicuri che un minimo di decenza non avrebbe intaccato il nostro legame, eravamo sicuri che i dettami dell’Europa fossero troppi per il nostro spirito africano, eravamo sicuri che troppi africani vi potessero spingere verso l’Europa, eravamo sicuri e confusi. Ma ora non lo siamo più.

Lista Monti

Sì Angela, tranquilla Angela, ti dico che non esiste nessun problema Angela.
Puoi venire quando vuoi.

Se ti faccio pagare l’IMU? Ahhahah, Che mattacchiona, mica sei cosi stupida da comprare una casa in Italia? O farlo col tuo nome.

Che dici? Le tue imprese pagano troppe tasse e pensi di riportarle in Germania?
Ma fai bene, guarda. Noi lasciamo andare FIAT, come potrei pensare di fermarti.

Ormai, ho la mia età, che cazzo me ne frega di stare qua a rendermi popolare, lacrime e sangue, tooo, come dice quel comico? ‘Nto culu!

(Presidente, La stanno aspettando per Il discorso di vittoria)

Checcazzo, sono al telefono.
Si, scusami Angela, mi hanno votato, stavolta quel filibustiere di Antonio non ha avuto bisogno di fare niente.

Si, poi ti chiamo, Cia, cia´Angela, sì ti aumento i pedaggi autostradali, sì ciao, ti voglio bene, anche io, ok, Cià.

Innanzitutto permettetemi di ringraziare tutte le italiane e gli italiani che hanno deciso di darci fiducia.

Sono sicuro che non fosse facile ritenere di confermare un Governo che, in quest’ultimo anno, per necessità ha dovuto imporre nuove tasse e riforme che hanno strangolato non solo l’economia, ma anche direttamente e indirettamente tutte le famiglie.
D’altronde, è evidente che avete ritenuto che le promesse elettorali di abbassare le tasse appena alzate avessero valore.
Grazie per esservi confermati i soliti italiani.
E capisco perché ci avete votato: non tanto perché stanchi di questo bipolarismo imperfetto, da una parte un Bersani Capitano di Ventura di un’accozzaglia di vecchi volti smunti della solita vetusta politica, e dall’altra un Berlusconi Presidente di Sventura di un’accozzaglia di volti gaudenti della solita vetusta politica. E sono anche sicuro che avete deciso di riconfermarmi non perché appoggiato da quei giganti della politica che sono Casini e Fini, compagni di Lista che mi sono ritrovato e che dovrò trombare il prima possibile prima che mi facciano fuori loro.
No, care italiane e cari italiani, vi voglio ringraziare perché il vero motivo per cui mi avete votato è che rivolevate un porto sicuro dove approdare, un’insenatura rassicurante a bassa conflittualità sociale. Insomma, rivolevate la Democrazia Cristiana.
E ora l’avete.
Grazie a tutti.
Amen.

(Presidente Monti, le avevamo preparato anche questo discorso, nel caso il primo non andasse bene)

(Uff…dai qua).

Italiane, italiani, gente di altri colori, passanti per caso e venditori di fazzoletti che avete rotto il cazzo.
Il vostro voto, denota una cosa sola: l’Italia può risorgere, tornare a brillare come negli anni’80, quando ognuno faceva quel cazzo che gli pareva e c’era il boom economico. Spero che ci crediate, così avrete sempre bisogno di qualcuno che vi rimetta i conti a posto.
Certo, avere una scuola migliore aiuterebbe a formare nuove generazioni pensanti, innovative e piene d’iniziative moderne, ma mi chiedo : “Cui prodest?”.
State bene dove state, non avete bisogno di sforzarvi.
Guardate, già si parla dell’iPhone 6, di cosa vi preoccupate.

Grazie per aver dato fiducia a chi vi ha dimostrato pugno di ferro e presa per il culo d’acciaio.
Mi meritate e ve lo dico con il cuore.
Grazie
Anche dai miei partner internazionali
Grazie.
E a buon rendere.
(Adoro avere due ghostwriters).

Movimento 5 Stelle

È una cosa pazzesca! Abbiamo vinto! Abbiamo finalmente macellato i vecchi maiali della politica! Addio psiconano, addio Rigor Montis, addio PD meno L, sarà davvero un piacere passarvi tutti per le armi. Da oggi potremo finalmente tutti vivere in una gioiosa dittatura della democrazia. Un Paese in cui qualsiasi fesso buono solo a dire “vaffanculo”, ma che appoggia il mio programma, può sedere in Parlamento, con la stessa espressione beata di chi lo visita in gita scolastica. Massì, chissenefrega se ho portato qui un manipolo di incompetenti che non ne sa un cazzo di come si governa: l’importante è essere qui, maggioranza in Parlamento e nel Paese, e la minoranza si metta in fila per la prossima lobotomia. Sappiamo dove siete. Invece per voi, cari cittadini che ci avete votato, si apre un’era prospera e telematica! Chi se ne fotte se non arrivate a fine mese: da oggi l’unico indicatore che deve interessarvi è la Felicità Interna Lorda, trombatevi la moglie e scorreggiate in libertà! Da oggi dovrete fare solo due cose: vivere felici & beoti e prostrarvi al vostro nuovo Primo Ed Unico Ministro, Giuseppe I (davvero vi eravate bevuti quella balla sulla mia incandidabilità? Bravi besughi!). Domani vi sveglierete affamati come prima, ma col belino barzotto: sarà il primo grande risultato del mio governo. E poi via col resto: lasceremo in Italia un unico inceneritore, a Parma, chiuderemo i centri storici anche ai pedoni, arresteremo Crozza, decideremo in rete il colore della mia prossima barca, indiremo le Condominiarie e ci ridurremo lo stipendio di almeno la metà di quanto ce lo siamo alzati ieri. E ridurre il numero dei parlamentari? Niente di più semplice: quelli dell’opposizione sono già stati portati a Rebibbia. E ora venite, neo-deputati e neo-senatori, venite ad assaggiare i corpi dei traditori Favia e Salsi, ce n’è un trancio per ognuno, non spingete.

Fermare il Declino

Italiane e Italiani, donne e uomini liberi, grazie, grazie, grazie.
Nessuno di noi, quando abbiamo fondato il movimento questa estate, credeva seriamente di poter arrivare ad un successo strepitoso come questo e in così poco tempo, ma all’epoca nessuno di noi sapeva che Oscar fosse una mezza sega in economia.
Un risultato talmente sorprendente che nessuno di noi ha pensato di scrivere qualcosa in merito.
Quindi grazie e ci sentiamo domani alle 9 su Radio24.

FONTE  http://www.umoremaligno.it/2013/02/grazieditutto/

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

Cosentino, Cosentino, Cosentino


Berlusconi alle prese con CosentinoStamattina, mentre leggevo il pezzo di Marino sulle elezioni regionali tedesche, ho sentito, riga dopo riga, salire l’inquietudine.
Non che abbia un particolare trasporto per la Germania. Quel che rimane dei miei palpiti notturni è giàoverbooked. E’ che leggendolo mi è ritornato in mente un concetto a cui sono disabituato: la politica è si questione di individualità, rappresentanze, alleanze e personalità, ma è anche aggregazione intorno a progetti reali, condivisione di obiettivi a medio e lungo termine, strategia di sviluppo, politica economica, salvaguardia dell’ambiente, innovazione. E’ intorno a concetti come questi che un aggregato casuale di persone, ognuna presa dai casi suoi, si trasforma in nazione.
Ed è proprio sul concetto di nazione che il paragone tra Germania e Italia non regge. Può essere vero che i tedeschi stiano cercando di fare quattrini alle spalle dell’Europa debole, è sicuramente vero che la Germania è un paese che tutela in primo luogo i suoi interessi, può darsi che su certe produzioni siamo in competizione, ma non c’è paragone tra la “nazione Italia” e la “nazione Germania”. E’ un po’ come confrontare un aquilone e un elicottero. Volano entrambi, è vero, ma le somiglianze finiscono qui.

Così, mentre in quel paese ci si divide sullo sviluppo di qui a un secolo della politica energetica, a Roma, nelle stanze delle consorterie del potere, si brigherà fino alle 20.00 di stasera per redigere le liste di quelli che diventeranno senatore o deputato per via del “posto sicuro” che riusciranno a guadagnarsi con la blandizie o la minaccia.

Fra tutti voglio ricordare il signor Cosentino. Non che lui sia più speciale degli altri, in fondo certi casi sono diventati una regola più che l’eccezione, ma per la meccanica attraverso la quale si è esplicitata la sua presenza o meno nelle liste del PDL. Da prima estromesso come “impresentabile” dallo stesso Berlusconi, poi esortato a “fare un passo indietro”, infine nuovamente “in pista” come lo definisce il Corriere della Sera.
Sembra che il signor Cosentino, potentemente radicato elettoralmente su un territorio sotto il controllo assoluto e totale della criminalità organizzata, abbia ripetutamente minacciato di far cadere diverse giunte sulle quali, evidentemente, esercita un potere trasversale e non trasparente che poco ha a che fare con la politica, la rappresentanza o la democrazia e somiglia maggiormente al controllo territoriale esercitato dalla camorra.

Le giunte, il potere, gli appalti, il controllo del territorio. Se si va oltre il parolone, se si riesce a non farsi stordire dalla retorica, si capisce immediatamente che è questo a fare il potere, il governo, l’equilibrio. Ma questo, come dicevo prima, non è nazione, è banditismo.
Forse, se tra 50 anni ci sarà ancora una Germania e non un’Italia, non si sarà consumata un’ingiustizia, ma una semplice ed asettica selezione naturale.

Cosentino, Cosentino, Cosentino

Pubblicato in: ambiente, berlusconeide, cose da PDL, Il Malpaese

IO NON VI VOTO


l43-bersani-monti-berlusconi-111205185611_bigCari leader politici, siete amici del carbone e del petrolio? Io non vi voto!

La nostra sfida alla politica fossile è partita.

Se il tuo voto non è disponibile a chi vuole fare dell’Italia un nuovo Texas petrolifero, firma la petizione.

La politica italiana e la sfida di Greenpeace: Io non vi voto! Contro le energie sporche come il carbone, pro energia rinnovabile, l’organizzazione ambientale denuncia Berlusconi, Monti e Bersani nella sua nuova campagna per la difesa terra

Greenpeace e la nuova campagna per la difesa dell’ambiente dal nome di: Io non vi voto.  Campagna che attacca direttamente la politica italiana e, in particolar modo, quelli che sono i principali partiti italiani ed i loro leader: Mario Monti, Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi. Da anni l’associazione non governativa ed ambientalista, fondata da Vancouver nel 1971, si occupa dei problemi ambientali e più volte si è opposta alla polita italiana: uno dei casi più accesi fu quello contro la campagna dell’energia nucleare nel 2011.
Riparte così l’ennesima battaglia di Greenpeace per la difesa dell’ambiente. Nella home page del sito italiano appaiono una serie d’informazioni in merito alla cattiva gestione che i tre leader principali, dell’attuale campagna elettorale italiana, porterebbero a termine in caso di vittoria secondo Greenpeace Italia:
“Monti vuole svendere l’Italia alle multinazionali del petrolio, piazzando trivelle a terra e in mare alla ricerca di poche gocce di oro nero.
Bersani è pienamente d’accordo. Il suo partito, inoltre, si è dimostrato in più occasioni favorevole all’espansione del carbone – la fonte fossile più sporca e dannosa – nella produzione elettrica.
Con Berlusconi poi, che ha provato in tutti i modi a riportare il nucleare in Italia, le lobby delle energie sporche hanno sempre fatto affari d’oro”. 
I sostenitori dell’organizzazione possono partecipare alla battaglia Io non vi voto, inserendo nome, cognome e indirizzo mail sul sito dove un messaggio standard di protesta giungerà alle mail di diversi parlamentari italiani.
Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, cultura, opinioni, politica

MANUALE DI DEBERLUSCONIZZAZIONE


Silvio-Berlusconidi Oliviero Beha – 15 gennaio 2013

Per mettere la scritta “Paese deberlusconizzato” ai confini dell’Italia bisogna cambiare marcia e sistema: in questi vent’anni anche gli avversari politici sono stati complementari a Berlusconi. I media? Vendono e basta. Sono corresponsabili di questo pasticcio

Grazie alle innumerevoli comparsate televisive, Berlusconi è tornato a guadagnare consensi e sembra, secondo i sondaggi, aver ottenuto un significativo balzo in avanti nelle intenzioni di voto degli Italiani. Ma com’è possibile? Un uomo, un politico, che ha segnato per 20 anni la storia e la società italiane, la cui impresa personale sembrava inesorabilente avviata al declino, è invece tornato popolare e pronto a battersi, potendo contare su un qualche successo, nell’agone elettorale.
L’Italia dunque non riesce a fare a meno di Berlusconi? E come fare, dove trovare gli strumenti per deberlusconizzarla? Lo abbiamo chiesto a Oliviero Beha, che sul fenomeno della “berlusconizzazione” del Paese ha argomentato largamente nel libro “Il culo e lo Stivale”, di recente pubblicato da Chiarelettere.

Berlusconi fa il giro delle trasmissioni televisive e in pochi giorni guadagna punti percentuali importanti nei sondaggi, attestandosi addirittura primo in Lombardia con la Lega. Qual è la responsabilità dei cittadini in tutto questo? Sembra impossibile fare un esercizio di memoria collettiva?

“Certamente il rischio che Berlusconi, che sta guadagnando consensi, torni a galla, com’è già di fatto accaduto, c’è ed è concreto. Questo dipende da un Paese senza memoria, un Paese berlusconizzato, e da un sistema paludoso, la cosiddetta palude dove il caimano ha ricominciato a sguazzare, anche se stancamente, anche se dicendo continuamente un serie di corbellerie, di menzogne, perché sembra che tutto il teatrino non possa fare a meno di Berlusconi, sebbene non dichiaratamente. Mi allaccio all’ultima sceneggiata televisiva e alle tante sceneggiate televisive di Berlusconi: dai loro comportamenti, sembra che i politici non riescano a fare politica senza l’impresario principe dello spettacolo italiano, e quindi fanno oggettivamente il suo gioco.
Dire a Berlusconi: ‘Guarda hai fatto questo, questo e quest’altro’ e poi farsi ridere in faccia in televisione, significa che per la memoria incongrua e praticamente inesistente del pubblico italiano, (non sto parlando dell’opinione pubblica, perché il Paese è fatto di pubblico, purtroppo, non abbastanza, di opinione pubblica) la risata, lo sghignazzo di Berlusconi arriva più forte e chiaro delle eventuali domande sulle sue nefandezze.
In questa condizione si fa il gioco di Berlusconi.”

Lei ha proposto che il suo libro, “Il culo e lo Stivale” (Chiarelettere, 2012), possa rappresentare una sorta di manule di deberlusconizzazione…

Il culo e lo Stivale è un libro di qualche mese fa, scritto in un periodo in cui sembrava che Berlusconi fosse scomparso dai radar della politica italiana. Io comunque all’epoca, quando ho scritto il libro e adesso che ne parliamo, non mi sono mai riferito unicamente al Berlusconi della politica, ma mi riferivo alla berlusconizzazione di un paese, un paese che ha perso valori, che non riconosce più gerarchie di importanza, è un discorso apparentemente generico, ma chiunque può fare i conti con se stesso e stabilire se mi sbaglio o meno. Dunque, in questa berlusconizzazione, fenomeno che descrivo lungamente nel libro, ci sono tutti i crismi di un paese alla rovina.
Allora come fare per deberlusconizzare l’Italia? Come si denuclearizzano i Comuni, su molti dei quali campeggia la scritta Comune denuclearizzato, ecco, per mettere la scritta Paese deberlusconizzato ai confini dell’Italia bisogna cambiare assolutamente marcia e sistema, ma bisogna volerlo fare, perché in questi venti anni gli avversari di Berlusconi sono stati complementari a Berlusconi! Certo, da un’altra parte, da sinistra, perché è sempre sembrato molto più nobile essere dalla parte degli avversari di Berlusconi piuttosto che dalla sua parte, ma insieme, complementarmente, hanno combinato questo pasticcio.
Io da tanti anni ormai me la prendo con la sinistra onomatopeica, che in Italia è la sinistra a cui fa piacere sentirsi chiamare e autodefinirsi sinistra. È il suono onomatopeico, sinistra suona meglio che destra, ecco, in un Paese così Berlusconi fa quello che gli pare.”

C’è anche una responsabilità dei media, con la loro attenzione, diciamo così, assidua (e talora accondiscendente) nella resurrezione di Berlusconi?

“Si, e glielo dimostro con una battuta, anche se naturalmente il discorso potrebbe essere molto più lungo e approfondito. I media dovrebbero lavorare di partenza su un altro binario, quello del servizio, per cui uno dà informazioni e dunque realizza un prodotto, una merce, che poi tenta di vendere, perché diversamente questo prodotto (l’informazione) non circolerebbe. Qual è la differenza tra media informativi e una salumeria? Che la salumeria non dà un servizio, dà solo una merce, mentre invece un giornale dovrebbe essere un servizio che però è anche merce.
Partendo da questo presupposto, se noi prendiamo per buono il discorso su servizio e merce e ci accorgiamo che i media ormai da tempo non offrono più un servizio, ma vendono quasi esclusivamente merce, ecco che troviamo i media sullo stesso terreno di Berlusconi, che è un venditore nato. Quindi, i media venditori di una merce, si sposano perfettamente a Berlusconi venditore di un’altra merce, e le merci coincidono sullo stesso piano. Ecco perché i media hanno una grande responsabilità.”

fonte:  http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/15/manuale_di_deberlusconizzazione.html#anchor

Pubblicato in: antifascismo, cose da PDL, CRONACA, libertà, magistratura, razzismo

La Svastica Sul Busto


manja-448x180Se si leggono le dichiarazioni dei dirigenti della Pro Patria e del sindaco di Busto Arsizio, i cori razzisti del 3 gennaio contro Kevin Boateng e i giocatori di colore del Milan sembrano dei fulmini saettati inspiegabilmente da un cielo limpidissimo. La narrativa post-incidente si è infatti concentrata sui Quattro Deficienti Allo Stadio Che Hanno Rovinato Tutto e infangato un’oasi pacifica e civile.

Danilo Castiglioni, dirigente del club dei tifosi della Pro Patria, ha detto: «Quello avvenuto ieri è stato un episodio inqualificabile e spero che i quattro deficienti autori dei cori vengano individuati e puniti come meritano». E ancora: «Gli autori dei cori non fanno parte del tifo organizzato della Pro Patria, non penso siano persone che frequentano abitualmente lo stadio». Opinione condivisa anche da un tifoso del Pro Patria Club: «È un gesto da condannare. Gli autori dei cori non fanno parte dei gruppi di tifosi abituali, ma con il loro gesto hanno messo in cattiva luce tutta la città».

Il patron della Pro Patria, Pietro Vavassori, si è sintonizzato sulla stessa linea d’onda: «Innanzitutto preciso che sono stati isolati quei signori che hanno fatto cori razzisti e non sono ultras della Pro Patria: sono persone che non vediamo mai allo stadio, persone che hanno utilizzato questo grande evento per rovinare la festa a tutti, che hanno rovinato la partita contro una delle squadra più prestigiose al mondo».

E Boateng? In fondo, il giocatore del Milan poteva essere più flessibile: doveva stare muto, non frignare, non scagliare la palla in tribuna a «200 all’ora» e continuare a giocare. Il sindaco di Busto Arsizio, Gianluigi Farioli (Pdl), si è lamentato della scarsa professionalità di arbitro e giocatori: «Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare. Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su di un tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria». Già.

Il deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto su Facebook:

Boateng lancia a 200 all’ora la palla su un tifoso perchè infastidito da “buuu” e cori sulla fidanzata. Tutta l’informazione contro il razzismo di Busto ??!! Ma quale razzismo, è il gesto di una “mammoletta” che guadagna milioni l’anno e non sa fare il professionista. Busto non è razzista, e chi aveva pagato aveva il diritto di vedersi la partita. Basta con il “politically correct” ad ogni costo!

In pratica, Boateng dev’essere grato ai tifosi per non essersi beccato una banana, come successe aRoberto Carlos in Russia. Francesco Iadonisi, segretario dell’Udc di Busto, sempre su Facebook se l’è presa con i giocatori del Milan, un presunto complotto digestivo e la lingua italiana:

Cari amici Milanisti, vi invito a stracciare gli abbonamenti nel caso ne abbiate, se questi signori dovessero tornare e spero di no, lo stadio li dovrebbe accogliere vuoto. Ieri hanno colto la “palla al balzo” per evitare di giocare, magari ancora appesantiti dal pranzo natalizio. Si vergognino di aver offeso una città, lo facessero durante Milan – Inter o Milan – Juve.

Dopo la partita, le autorità sportive e comunali di Busto Arsizio si sono fatte prendere da una certa smania solidaristica. Vavassori ha comunicato la decisione di «aprire lo stadio ‘Speroni’ a tutte le persone di colore ospitandole in tribuna d’onore per festeggiare insieme la gioia di una partita di calcio» 1. Il Sindaco ha proposto, in successione, la cittadinanza onoraria a Boateng, la costituzione di parte civile del comune di Busto Arsizio nel caso di un procedimento penale e la creazione di un «laboratorio permanente per l’estirpazione del razzismo dentro e fuori dagli stadi», eventualmente presieduto dall’ex calciatore francese Lilian Thuram.

Il messaggio che si vuole lanciare non potrebbe essere più chiaro: Busto Arsizio non è una città razzista. «Non è gente di qui – ha detto il Sindaco – non deve andarci di mezzo tutta la città, qui non siamo a Verona» 2. Tuttavia, le prime denunce contro i tifosi della Pro Patria mettono in discussione l’auto-narrazione bustocca. Cito da Repubblica:

Un tifoso della Pro Patria è stato già denunciato a piede libero. E’ un giovane di 20 anni: aveva la tessera del tifoso e l’abbonamento della Pro Patria, anche se non sarebbe legato a gruppi di tifoseria organizzata. Secondo quanto è emerso dalle indagini anche gli altri autori dei cori sarebbero giovani che frequentavano abitualmente lo stadio Speroni.

Il Fatto Quotidiano rende conto del primo identikit degli autori dei cori: «Hanno tutti tra i 20 e i 28 anni, sono tifosi abituali della Pro Patria e non appartengono alle frange estreme del tifo organizzato, sebbene gli elementi raccolti facciano pensare che abbiano quantomeno una marcata simpatia politica per l’ultradestra».

olimpico_incidentiInsomma, la tesi dei Quattro Deficienti/Non-Veri-Ultras Che Sbagliano non sta in piedi. In effetti, dietro i cori razzisti del 3 gennaio si agita un bell’ambientino in camicia scura e braccia spianate al cielo.

Nella stagione 2003-2004, l’ex direttore sportivo della Pro Patria Riccardo Guffanti portò in squadra l’attaccante di colore Ikechukwu Kalu. «La reazione fu agghiacciante», ricorda VareseNews:

I tifosi in questione accolsero l’attaccante Ikechukwu Kalu disertando prima la presentazione della squadra e poi non presentandosi per tutta la stagione 2003-2004 sugli spalti. Nel corso della stagione un numero ristretto di persone non ha lesinato delle minacce nei confronti del dirigente, reo di aver fatto questa scelta.

L’anno precedente (aprile 2002), la tifoseria del Pro Patria si meritò una citazione nel rapporto Racism, Football and the Internet stilato dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia:

The Pro Patria supporter group site shows more interest for football, but Fascist symbols and racist references are still abundant. What seems to be really alarming in this site is the area containing songs and chants (presented in a downloadable format). This section contains stadium chants as well as other slogans like “there are no Italian niggers” and the monkey imitation racist supporters make when a black player touches the ball.

Nel 2009, dopo una partita contro il Varese, la Pro Patria venne multata di 5000 euro per gli insulti ai calciatori avversari Osuji e Ebagua; nel novembre 2011, i cori nei confronti di Dimas del Montichiari vennero sanzionati con 7500 euro di multa; e nell’ottobre 2012, le frasi razziste rivolte ai giocatori Kanouté e Jidayi del Valle d’Aosta costarono alla società altri 5000 euro.

Fuori dagli spalti dello stadio “Speroni”, la situazione a Busto Arsizio (città a cui è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta di Liberazione) e dintorni non è certamente migliore. Nel settembre del 2007 la Digos fece un blitz contro il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, fondato nel 2002 dall’albergatore di Castano Primo (Milano) Pier Luigi Pagliuchi. Il movimento neonazista 1aveva presentato dei candidati in occasione delle amministrative del 2006-2007 in alcuni comuni delle province di Varese, Como, Lecco e Milano, riuscendo ad eleggere un consigliere a Nosate.

Dall’indagine spuntarono fuori «volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, manifesti del periodo hitleriano, un pugnale, felpe con simboli», una raccolta fondi per terroristi neri ed una festa di compleanno di Adolf Hitler celebrata il 23 aprile 2007 in una birreria di Buguggiate. Secondo le carte dell’inchiesta, questo è quello che è successo 5 anni fa alla birreria “Centro del lago”:

[…] Quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «…la stella gialla sui negozi ebrei». Di male in peggio: la bellissima «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’ improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale nazista Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciao e divenne. «Priebke, cuore di acciaio». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri du du du…in cerca di guai».

Il 25 ottobre 2012 il pm Luca Petrucci ha notificato 22 avvisi di comparizione ad altrettante persone, indagate per istigazione all’odio razziale. Tra gli indagati, riporta VareseNews, c’è anche il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada (ex capogruppo di An, ora Pdl), che all’epoca era il gestore del locale. Repubblica lo descrive così: «un signore che per gli ultrà “neri” della Pro Patria è una specie di totem».

Nel 2007, il partigiano e reduce dei lager nazisti Angioletto Castiglioni (scomparso nel 2011) venneaggredito verbalmente («sporco partigiano») da una ventina di neonazi nel pieno centro della città. Nel 2009, un cittadino segnalò che una bancarella al mercato dell’antiquariato di Busto «esponeva e vendeva esclusivamente oggetti ineggianti al fascismo e nazismo, come coltelli con svastiche, magliette con simboli e scritte nazifasciste, manganelli, busti del duce e quant’altro». Non mancano i raid razzisti: il 2 ottobre 2010, a Gallarate, tre estremisti di destra (armati di fido manganello) entrarono nel circolo Juventus di Sciarè e, al grido di «bastardi extracomunitari dovete andarvene dall’Italia», aggredirono cinque uomini originari del Bangladesh. Infine, negli scorsi mesi sui muri della città sono apparse diverse celtiche accompagnate da scritte concilianti quali «Calci in pancia a compagna incinta».

Dal 2009, inoltre, a Busto Arsizio è molto attiva l’associazione culturale Ardito Borgo («nata per offrire un’alternativa giovanile»), che periodicamente organizza concerti di band RAC (Rock Against Communism), “identitarie”, “non conformi” e qualsiasi altro aggettivo si possa tirare in ballo per non dire nazifasciste. Secondo Paolo Berizzi di Repubblica, molti iscritti all’Ardito Borgo «sono vicini a Forza Nuova, sono collegati con la Skinhouse di Bollate e con i duri di Militia Como, altri due avamposti dell’estremismo nero in Lombardia».

oltrenero_0039E non solo: il Borgo «è considerato, di fatto, un solo corpo con gli ultrà della Pro Patria». Il 4 giugno del 2011, l’associazione aveva organizzato una festa (intitolata “Avanti le pinte – atto II”) proprio insieme agli ultras della Pro Patria. «Tra sedi chiuse e altre vicende ben note legate alla Pro Patria 2 abbiamo deciso di unire le forze e dimostrare che nessuno dei due vuole mollare e continuare a testa alta con lo spirito di aggregazione giovanile che ci accomuna».

Secondo «il ragionamento informale» di un investigatore che segue le tifoserie più estreme e violente della provincia di Varese, i fatti del 3 gennaio fanno parte di una strategia premeditata e non estemporanea: «È vero che si giocava col Milan, ma 200 ultrà della Pro Patria schierati il 3 gennaio in un giorno feriale alle due e mezza del pomeriggio, non si vedevano dal ‘45…» La sensazione, scrive Berizzi

è che il pacchetto-Boateng […] sia deflagrato, in realtà, in modo tutt’altro che imprevisto da parte dei leader della curva. Un’esibizione organizzata, magari proprio con l’intenzione di «fare casino», sfruttando la visibilità offerta da una squadra blasonata, e seguita in tutto il mondo, come il Milan.

Missione compiuta, non c’è che dire. Con buona pace della consolatoria storiella dei Quattro Pirla che guastano la «festa».

Autore: Blicero

La Svastica Sul Busto

 

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L’Italia piange e la politica ride


lavoratori-di-massa-effetti-della-riforma-del-L-EWcK5WI posti di lavoro si bruciano ogni giorno, i giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, i meno giovani escono quotidianamente dal mondo del lavoro, senza sapere quando e se rientreranno. Una crisi senza precedenti che ha fortificato solo i grandi speculatori, gli sfruttatori di manodopera e di risorse e il sistema bancario. L’uomo si spoglia della dignità, la abbandona ogni giorno per continuare a sopravvivere. Di sopravvivenza si tratta quando si vive con meno di 1000 euro al mese nella migliore delle ipotesi. Come se nulla fosse tutto passa nel silenzio generale, se non qualche tira e molla nei talk-show, e che altro possiamo aspettarci da un sistema televisivo basato su parlare facendo spettacolo? I programmi di informazione sono sempre più messi alle strette, la gente ogni giorno più distratta e i giovani assenti e disinteressati. Tutto sembra normale, anche la rassegnazione di ognuno, oramai, appare una banale e lineare abitudine alla quale non è possibile opporsi. In questo silenzio di informazione non manca lo spazio agli scandali della politica che fomentano populismo e disaffezione dalla politica e dalla gestione degli interessi del pubblico e ivi del bene comune d una società.

La corsa sconsiderata dei partiti allapremiership e ai personalismi nel nome del cambiamento e delle imminenti elezioni politiche nazionali scoraggiano la speranza del  cambiamento. Le poliedriche dichiarazioni di Berlusconi e la vasta sfumatura di bugie dichiara una forte volontà di confondere le idee agli italiani e una spiccata probabilità di sentirsi oggi purificato dopo l’era Monti.L’elettore medio non dimentichi che Berlusconi è colui del ventennio di degrado sociale in cui siamo e colui che si è arricchito all’inverosimile non certo alla luce del giorno. Monti è una conseguenza fortemente voluta da PD e PDL e dalle forze politiche fallimentari di questo ventennio che avevano necessità di purificarsi e di far rispettare le direttive dell’Unione Europea, sotto scacco dalla BCE; a sua volta sotto scacco dai grossi gruppi bancari. E infine oggi Monti lascia il governo con la mancanza della maggioranza perchè i sostenitori inziali PD e PDL hanno riconosciuto, forse tardi, il fallimento di questo governo. Qualcosa non torna, perchè se è fallito, se tutti sono purificati perchè oggi vogliono in campo Monti? Per riunire e ricompattare cosa?
Mentre il Pd fa la guerra delle primarie con SEL, prima per la premiership e dopo per i deputati, e il PDL si continua a spaccare e nascono movimenti e partiti più piccoli come i funghi, l’unico a cavalcare l’onda del malcontento è il M5S del dittatore Grillo e cresce l‘astensionismo, forse il primo partito.

Il popolo italiano soffre e la politica ride: sig sob.

Concetto Barone

http://leggo.oltreblog.net/blog/litalia-piange-e-la-politica-ride/

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Cinepanettone elettorale


panettone_smallDi   Eduardo Quercia ( Mente Critica)

Votare o non votare, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli.

triboli.

1)    Berlusconi Silvio, imprenditore illuminato di numerose aziende e della politica italiana degli ultimi 18 anni. Lombrosianamente smodato, ma capo indiscusso di tutti i moderati nostrani.

Alla fine ha deciso di non resistere ulteriormente alle pressioni del suo popolo e si è rassegnato ad accettare l’autocandidatura a premier. E’ sicuro, quindi, forse. L’uomo ha infinite risorse (non solo in banca) e sa bene che “risorsa e risorgere” sono sostantivo e verbo della stessa radice. I sondaggi segnalano l’arresto dell’emorragia elettorale del PdL, anzi una prima timida inversione di tendenza, di sapore ed eco manzoniano “un volgo disperso repente si desta; intende l’orecchio, solleva la testa, percosso da novo crescente romor”. Il tacchino è sceso dal tetto, ma non ha nessuna intenzione di andarsi ad infilare volontariamente nella pentola natalizia. Per quanto la crisi abbia corroso lo scialo anche dei ceti sociali di riferimento, non è pensabile che un partito che esercita ancora un potere diffuso e capillare attraverso decine di migliaia di sindaci, assessori e consiglieri comunali non rinvenga nelle urne un cavallo di ritorno di più che discreta consistenza.

2)    Bersani Pier Luigi, di professione amministratore, lenzuolaio per vocazione, già vincitore (in pectore) delle prossime elezioni. Sempre meno gioioso.

Con tutto il rispetto, ma, fino a qualche giorno addietro, richiamava alla mente una pubblicità televisiva nella quale Robinson Crusoe sull’isola deserta indovinava, dopo breve riflessione, che a coprirgli da tergo gli occhi con le mani (classico gioco infantile) era stato Venerdì. La pubblicità terminava con una voce fuori campo che chiosava con timbro sornione: “Ti piace vincere facile, eh?” Ostenta ancora sobrietà e pacatezza (quest’anno si portano molto) ma incomincia a temere che, sparito il tacchino, gli toccherà ludere con il passero che gli è rimasto in mano (le puellae, si sa, sono specialità di un’altra casa). Col rischio, poi, che qualcuno incominci a chiedersi perché, dopo aver appoggiato tenacemente ogni misura di Monti per tutto il tempo, adesso abbia deciso improvvisamente che il professore non va più bene; e, soprattutto, quali punti caratterizzino in concreto la vaga agenda Bersani rispetto a quella molto più chiara e puntuale di Monti.

3)    Monti Mario, bocconiano superpartes. Cincinnato dei giorni nostri, a dispetto del cirro nient’affattonegletto. Parafrasando Tito Livio: “Ultima speranza per l’autorevolezza del popolo italiano”.

Tutti lo vogliono, tutti lo cercano. La triste constatazione che fino all’anno scorso il popolo italiano, comunque gravemente malato, sia sopravvissuto senza ricorrere alle sue straordinarie capacità taumaturgiche (peggio, non curandosene affatto) lascia francamente sgomenti. Adesso che l’abbiamo scoperto non ce lo lasciamo certo scappare di mano. A dirla tutta, sembrerebbe che il Nostro non abbia ancora deciso cosa farà da grande, ma forse, più semplicemente, ha deciso di non decidere, perché non teme i Danai, che considera anche più generosi dei re Magi: altro che incenso, mirra e oro, a lui offriranno presidenza del Consiglio, della Repubblica o dell’Europa. Alla scelta: un tuffo dove l’acqua è più blu, niente di più.

4)    Grillo ragionier Giuseppe in Casaleggio, già eccellente comico, definitivamente concupito dalla involontaria vena tragica del suo sodale. Di straordinario successo la rielaborazione in chiave politica del “Va’ pensiero” di Verdi.

La sua irruzione sulla scena politica ha acquisito rapidamente i caratteri della valanga. Se si pensa ai Casini o ai Di Pietro che dopo venti anni non sono mai riusciti ad andare oltre il 6% (malgrado non si fossero fatti scrupolo di raccattare personaggi maleodoranti pur di accroccare un po’ di voti vitali per la loro stessa sopravvivenza) c’è da rimanere sbigottiti. I sondaggi più recenti assegnano alla sua formazione politica un consenso strabiliante intorno al 16%, probabilmente destinato a scemare in parte al momento del voto, ma che segnalerà comunque un’incredibile affermazione. Onore al merito, anche se non si sfugge alla sensazione che la capacità di intrecciare continuamente intuizioni brillanti con i vuoti strutturali della sua visione politica possa reggere meglio agli attacchi dei suoi avversari, piuttosto che a quelli inesorabili del tempo e della prassi. Bisognerà che Grillo trovi il modo per liberare il suo movimento dal “famolo strano” ad ogni costo: prima o poi la gente si stancherà di occupare una macchina dotata di cinque marce, ma con un cambio innestato sempre su quella folle.

5)    I signori Eccetera. Parterre (area del giardino all’italiana ornata da piante, aiuole, erbe ed arbusti, con scopi principalmente ornamentali) straordinariamente affollato. Non spingere, grazie.

Grande (?) aiuola centrale: Casini, Fini, Riccardi, Passera, Montezemolo, Olivero, Dellai, Bonanni, (cartello pubblicitario: transfughi benaccetti); piccola aiuola centrale:  Giannino e Zingales; piccolissima aiuola centrale: Tremonti; aiuola di sinistra: Di Pietro (ebbene sì, è vivo, e lotta insieme a noi), Diliberto (proprio quello che voleva accaparrare all’Italia la sacra momie di Stalin), i sindaci delle due Sicilie De Magistris ed Orlando (la rete si colora d’arancione), Ingroia (breve la vita felice in Guatemala, direbbe Hemingway), Ferrero; aiuole di destra: Storace (arbusto sempreverde con annesso cespuglio Buontempo); La Russa (finalmente generale, dopo una vita da colonnello), Meloni, Crosetto; aiuola lato nord: Maroni; aiuole mobili (semoventi): Miccichè e Lombardo. Sintesi palesemente raffazzonata e provvisoria: ci scusiamo con altri arbusti ornamentali, colpevolmente dimenticati in questa incompleta rassegna.

Ovviamente gli onorevoli Eccetera sopra citati non costituiscono altro che la superficie di sommovimenti angosciosi e tumultuosi che si agitano nel sottobosco politico. La legge elettorale in vigore ha prodotto dolorose conseguenze anche per molti peones, soprattutto del centro-destra, il cui impegno consisteva essenzialmente nel manifestare obbedienza e fedeltà al capo, mentre diventava del tutto inutile coltivare un proprio elettorato di riferimento. Questo scollegamento con una qualche base elettorale fa perdere loro ogni capacità contrattuale con i partiti, nel mentre è probabile che aumenti parallelamente quella degli amministratori locali in grado di apportare un po’ di linfa vitale.

Anche per questo i pescetti piccoli, ma anche molti medio-grandi, hanno preso a nuotare vorticosamente, come impazziti, in un acqua che non è più la loro, offrendo uno spettacolo squallido e pietoso al tempo stesso. Sarà perché siamo in periodo natalizio, ma a guardarli tutt’insieme in questa boccia di vetro diventata improvvisamente troppo piccola per lasciarli sopravvivere, si ha l’impressione di assistere più che ad una competizione elettorale, all’ennesimo, stucchevole  cinepanettone. Con Monti nei panni di De Laurentis, Berlusconi in quelli di De Sica, Bondi in quelli di Bondi e così via. (Ovviamente, quest’ultima è solo un’idea: ciascuno è libero di associare come preferisce politici ed attori).

 

Cinepanettone elettorale

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il centrosinistra non esiste


downloaddi Federico Pontiggia –

“In Gran Bretagna si prepara a vincere, ma non credo che il centrosinistra esista: se si è a favore del mercato e della deregulation si è di destra, se si crede nell’economia pianificata e nella proprietà comune si è di sinistra, chi rimane al centro della strada di solito viene investito. Non so in Italia, ma da noi il centrosinistra si dice d’accordo a mantenere le misure di austerità e a proseguire le privatizzazioni, solo più lentamente. Ma se dovete essere comunque strangolati, il tempo non fa la differenza”. J’accuse firmato Ken Loach, che giriamo al nostro Bersani: ok aver vinto le primarie, ma se il centrosinistra non esiste, o è comunque destinato a far la fine di un gatto in autostrada, che ha vinto a fare?
A Roma per presentare La parte degli angeli, irresistibile commedia su gioventù bruciata e whisky scozzese dal 13 dicembre nelle nostre sale, Ken il Rosso riflette sull’impegno al cinema: “Oggi si dice ai filmaker che tutto dipende dal mercato, e inconsciamente qualcuno cambia la propria idea, ma da Occupy ai movimenti anti-guerra la preoccupazione è mondiale: il problema è che per i meccanismi di finanziamento tutto questo spesso non viene riflesso al cinema”.
Chi conosce lo sa, Ken non può esimersi dal dire la sua sul capitalismo: “Più si sviluppa, più cresce la disoccupazione, perché le multinazionali hanno bisogno di una marea di non occupati per mantenere i salari bassi. Come sinistra dobbiamo trovare il motore contro il mercato, che non è l’unica strada percorribile”. “Se “anche l’Unione Europea è un’organizzazione neoliberista, oggi il capitalismo è davvero in crisi: è il momento giusto, dobbiamo organizzarci, stiamo strappando tutti gli elementi che rendono una società civile, come il sostegno ai disabili. Ospedali sovraffollati, sanità in mano alle multinazionali, oggi non possediamo più nulla, prima avevamo metà economia…”.
Ovviamente, Ken torna sulla querelle che l’ha avuto protagonista al festival di Torino, di cui ha rifiutato il Gran Premio Torino per solidarietà con i lavoratori della Rear impegnati al Museo del Cinema: “L’importante non è che io vada o meno a un festival, ma la gente che perde lavoro, ha salari da fame e non può avere una rappresentanza sindacale. Tra il Museo e me c’è una differenza di principio: il datore di lavoro principale ha una responsabilità per la tutela di tutti i lavoratori, al di là del loro contratto, questo è quel che penso io, mentre il direttore ha dichiarato che il Museo non può essere considerato responsabile direttamente e indirettamente per il comportamento di terze parti. Che equivale a dire, “ci sono persone che puliscono i nostri uffici con una paga da fame, ma noi non siamo responsabili”: ebbene, io non sono d’accordo, è contro l’interesse dei lavoratori”.

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=3912

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ILVA, UN DRAMMA SENZA FINE


ilva_taranto_bambino.jpg_415368877di Samanta Di Persio

Ci sono responsabilità politiche e sindacali precise nella vicenda Ilva: malgrado le denunce, negli anni si è preferito chiudere gli occhi per non arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Chi pagherà?

Nel 2008 visitai Taranto per la prima volta, giunsi in macchina e non notai quello che mi colpì l’anno dopo arrivando in treno. Dal finestrino del vagone vidi una nube sopra la città e contemporaneamente sentii un odore strano, non so perché lo associai alla diossina. Una volta arrivata chiesi informazioni ai due sindacalisti dello Slai Cobas che mi vennero a prendere: mi confermeranno che si trattava dell’odore dell’Ilva. Rimasi perplessa e mi chiesi, come sia possibile respirare, sopravvivere in quelle condizioni? Averlo scritto, aver raccolto le testimonianze dei lavoratori, aver conosciuto Alessandro Marescotti di Peacelink non era stato sufficiente, dovevo vedere l’Ilva per capire. Visitai il rione Tamburi, adiacente all’acciaieria, mi spiegarono che ogni famiglia è stata segnata dalla morte di qualcuno per tumore. Una polvere rosa si posa ovunque, ciò vuol dire che si posa sui campi, sulla pelle, nei polmoni, il vento la porta chissà dove. Nel libro “Morti bianche” fra le noto riporto uno studio epidemiologico del dottor Sante Minerba, l’indagine è stata condotta nel 2007 e, già allora, a Taranto si registrava un eccesso di mortalità negli uomini pari al 28% per il cancro al polmone e del 460% per il cancro alla pleura rispetto allo standard regionale. Inoltre su 15 diversi tipi di tumore maligno che presentavano eccessi di mortalità nell’intera provincia ionica, 11 di questi erano contratti nel capoluogo. Nel 2008 Taranto aveva oltre 1200 decessi l’anno per neoplasie, nettamente al di sopra della media nazionale. La situazione diventò insostenibile quando nel 2011 vennero abbattute migliaia di pecore, le carni erano contaminate dalla diossina ma lo erano anche: latte, formaggio, ricotta. Scattò la rivolta degli allevatori, anche la mitilicoltura era a rischio: nelle cozze vennero trovate tracce di diossina.

Ci sono oltre 10mila persone che lavorano per l’Ilva e 8mila per l’indotto. Questa acciaieria ha rappresentato per i pugliesi l’ancora di salvezza, ha permesso di non lasciare la loro regione. Ma a quale prezzo? Un ex operaio, in un’intervista all’Unità, nel 2001 raccontava: “Non riuscivo più a respirare. Ho fatto le analisi e mi hanno riscontrato una ostruzione alle vie aeree superiori. Così ho deciso di lasciare il posto. Prima di entrare all’Ilva, era quello il mio ideale di lavoro. A Taranto c’è solo quella speranza, ti aggrappi. Quando ho finito la scuola superiore e il militare, lavoro non ce n’era. Ho fatto il volantinaggio e poi ho lavorato come geometra per 100mila a settimana. Allora ho fatto la domanda per essere assunto all’Ilva. Se non vai là, il lavoro qui lo trovi solo in nero, capisci? Mi hanno preso, che fortuna! Pensavo, un milione e otto al mese”.

Dal 2001 sono trascorsi un po’ di anni. Rispetto al periodo 2002-2005, nel 2009 i tumori nelle donne sono aumentati del 100% e l’Ilva è il potenziale responsabile per emissione di benzopirene. La mortalità infantile nel primo anno di vita è aumentata del 35% e sono aumentate del 71% le morti nel periodo perinatale. Questi dati sono stati diffusi dal Ministero della Sanità. La magistratura interviene con il sequestro. Bonificare l’Ilva per Riva costerebbe miliardi di euro, se non l’ha fatto prima, perchè dovrebbe farlo ora? Ci sonoresponsabilità politiche (voti) e sindacali (consenso) precise, perché le denunce, gli studi in questi anni ci sono stati, ma non provenivano da persone che facevano parte di un establishment, quindi si è preferito chiudere entrambi gli occhi per arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Gli operai hanno occupato la fabbrica per difendere ciò che hanno, la natura si è scatenata: un fulmine ha colpito uno dei camini, ci sono stati feriti e ancora morte. Chi pagherà?

Dal blog di Samanta Di Persio

http://www.cadoinpiedi.it/2012/12/01/ilva_un_dramma_senza_fine.html

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Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale “Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

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ILVA TARANTO/ Le cifre degli intrecci tra sistema Archinà e famiglia Riva


L’Ilva, la più grande industria siderurgica italiana, vive la più brutta pagina della storia: 3 arresti, 4 persone ai domiciliari e diversi indagati per accuse di corruzione ed associazione a delinquere. Tra tangenti ed inquinamenti sottaciuti a discapito della salute pubblica –con l’incremento dei tumori, la storia dell’Ilva è il racconto dei magnati dell’acciaio, la famiglia Riva con i loro spostamenti di denaro da una holding all’altra. E intanto c’è il rischio chiusura e disoccupazione.

di Maria Cristina Giovannitti

Mala tempora currunt per l’Ilva di Taranto e qualcosa era già nell’aria. Intanto il lustro della più importante industria siderurgica italiana fondata nel 1905, è proprio nella fase di declino: sei arresti e diversi indagati –tra cui politici e giornalisti compiacenti. L’indagine condotta da Remo Epifani, sostituto procuratore, si è arricchita di preziose informazioni e dati scoperti dal capitano Giuseppe Di Noi. 


SISTEMA ARCHINÀ –
 Lo stesso capitano Di Noi ha parlato del crollo del ‘sistema Archinà’ grazie alle indagini condotte dalle fiamme gialle di Taranto. Con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere gli arresti nell’Ilva sono sei, di cui tre con la condanna al carcere e quattro agli arresti domiciliari mentre sono indagati Aldo Buffo e Bruno Ferrante, entrambi presidente e direttore dell’Ilva. Agli arresti Fabio Riva, figlio del patron Emilio;Luigi Capogrosso, ex direttore e Girolamo Archinà ex consulente dello stabilimento, addetto alla pubblica amministrazione, licenziato ad agosto ed esecutore del sistema di tangenti e corruzioni. Ai domiciliari: dal 26 luglio 2012 il fondatore e magnate Emilio Riva;  Michele Conserva ex assessore provinciale all’Ambiente; Carmelo DelliSanti della Promed Engineering e Lorenzo Liberti preside della Facoltà di Ingegneria Ambientale all’Università di Taranto ed altro fondamentale tassello del sistema Archinà. Proprio al Liberti erano destinati i 10 mila euro di tangenti dategli da Archinà in un autogrill, soldi che sarebbero dovuti servire a manipolare con molta probabilità, la perizia che il preside di Ingegneria fece all’Ilva. Insomma la mazzetta serviva per diminuire la gravità del disastro ambientale e del rischio diossina.

FAMIGLIA RIVA – Gli sceicchi italiani dell’acciaio hanno segnato la loro epopea con una brutta storia di fondi che venivano spostati nelle holding di famiglia a proprio piacimento. La loro storia si lega all’Ilva nel 1995 quando lo stabilimento all’epoca statale, vive un periodo forte crisi ed è lì che entra in scena il gruppo Riva. Il Riva FIRE –Finanziaria Industriale Riva Emilio- con sede a Milano ha due società: la Riva Acciaio Spa e l’Ilva Spa. Tutto il dominio è nelle mani del ‘capostipite’ Emilio Riva. Eredi della dinastia Fabio e Nicola Riva. Con la privatizzazione cominciano le ‘stranezze finanziarie’ del grande stabilimento pugliese: molti degli introiti dell’Ilva veniva reinvestiti nella Riva FIRE, ovvero nell’altra holding di famiglia  tant’è che lo stesso Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, aveva notato degli ‘ingenti inutili’ che i Riva avevano giustificato come profitti spesi per il gruppo. Il problema è sorto a causa di un forte conflitto d’interessi: l’altra azienda dei Riva firmava contratti con l’Ilva e quest’ultima-l’Ilva-  pagava ingenti cifre di denaro che entravano nelle casse del gruppo di famiglia in maniera ‘regolare’. Insomma la Riva FIRE prendeva accordi con l’Ilva senza tener conto però che Emilio, Nicola e Fabio erano proprietari di entrambe le aziende e ciò significa che si accordavano con sé stessi. I conti non tornano neanche alla famiglia Amenduni, azionista del 10 percento e che chiede al gruppo Riva chiarimenti su questi contratti e sui movimenti sospetti dei fondi che passavano dall’Ilva alla holding: silenzio tombale.

CIFRE – Dal 2008 al 2010 circa 190 milioni di euro sono stati spostati dalle casse dell’Ilva a quelle della Riva FIRE, soldi registrati in bilancio sotto il nome di consulenze per non destare troppi sospetti. Nel bilancio 2011 è chiarito che i costi destinati alla Riva FIRE corrispondono al 1,6 percento, che in cifre sarebbero 103 milioni di euro su un guadagno totale di 6 miliardi. Questa percentuale però varia nei casi di una decrescita del ricavato annuale per cui se l’Ilva guadagna poco, la percentuale da destinare alla holding si dimezza seppur all’atto pratico molte ‘manovre finanziarie’ sono apparse poco chiare. E mentre il patron Emilio Riva gestiva gli affari italiani, i figli hanno stretto rapporti economici con delle società in Olanda e Lussemburgo –una holding dal nome Stahlebeteilingungen, oltre alla Utia del Granducato. Intanto proprio poco tempo fa l’azienda lussemburghese ha venduto il 25,3 percento delle azioni dell’Ilva di cui era proprietaria ad un certo Siderlux, proprietario di un’altra holding con cui i figli Riva hanno stretto amichevoli scambi di denaro. Saranno solo delle coincidenze?

Tra brogli e corruzioni, il rischio tumori è altissimo e la minaccia della chiusura dello stabilimento si fa sempre più concreta.

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L’incredibile ricatto di Riva: 5000 operai a casa. E Governo e Confindustria appoggiano l’industriale



Cinque mila operai senza lavoro
. Così. Dall’oggi al domani. Questo è il risultato della decisione vendicativa presa dal patron Emilio Riva dopo che la magistratura ha disposto sette ordinanze di custodia cautelare, una delle quali colpisce proprio il figlio dell’industriale, Fabio Riva (vicepresidente del cda e, oggi, a tutti gli effetti latitante). Nonostante l’assurdità della vicenda, tutti solidarizzano con Riva: da Corrado Clini fino a Confindustria, tutti parlano di “accanimento giudiziario”. Quando la (triste) realtà supera l’immaginazione.

di Carmine Gazzanni

Chiusura. Per il gruppo Riva non ci sono alternative dopo i sette arresti disposti ieri dalla Procura di Taranto. Una decisione clamorosa che avrà effetti drammatici su migliaia e migliaia di famiglie: a perdere immediatamente il posto saranno circacinquemila operai, a cui, però, si aggiungeranno altre migliaia. “L’azienda – ha detto ieri il segretario Fim Cisl Marco Bentivogli – ci ha comunicato la chiusura, pressoché immediata, di ‘tutta l’area attualmente non sottoposta a sequestro’ e ciò riguarda oltre 5000 lavoratori cui si aggiungerebbero a cascata, in pochi giorni, i lavoratori di Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica”. Gli effetti, insomma, saranno incredibilmente disastrosi.

Ecco perché sarà “rappresaglia”, come affermato dal segretario della Fiom Cgil di TarantoDonato Stefanelli. “Questo atteggiamento ricattatorio ‘andate a casa’ – ha aggiunto Stefanelli – non esiste. Abbiamo chiesto cosa significa sul piano lavorativo, ma non lo sanno nemmeno loro. È un’azienda allo sbando e l’unica cosa che sa fare è mettere in atto una rappresaglia. Hanno subito stamattina i provvedimenti giudiziari e ora scaricano tutto sui lavoratori”. In sintesi, è proprio questo quello che è successo. Come detto, infatti, la decisione è stata presa proprio dopo che il Gip di Taranto ha disposto ben sette arresti – tre in carcere, quattro ai domiciliari – per vari reati che vanno dal disastro ambientale alla corruzione fino all’associazione a delinquere. Tra i sette mandati spicca quello destinato proprio a Fabio Riva, figlio del patron Emilio e vicepresidente dell’industria, il quale, peraltro, risulta nei fatti latitante dato che nessuno sa dove si sia rifugiato. Al centro delle indagini quel sistema Archinà – di cui Infiltrato.it ha già parlato – che ha assicurato per anni controlli superficiali i cui risultati spesso venivano concordati precedentemente (e in cui, dalle carte, emergerebbe un ruolo determinante anche di Nichi Vendola) in cambio di mazzette che potevano arrivare anche a dieci mila euro.

LA CHIUSURA DELLO STABILIMENTO: LA MESCHINA RITORSIONE NEI CONFRONTI DEGLI OPERAI – Per tutta risposta ecco la decisione di Riva: dopo i mandati di custodia cautelare, licenziati tutti gli operai, chiusi tutti gli stabilimenti. Come se tutta la responsabilità fosse della magistratura. Si legge infatti nel comunicato dell’azienda, che l’ordinanza del gip comporterà “in modo immediato e ineluttabile l’impossibilità di commercializzare i prodotti e, per conseguenza, la cessazione di ogni attività nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria attività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”. È facile rendersene conto. Da quanto si legge appare chiaro che l’obiettivo sia quello di far apparire la decisione dei giudici come causa della chiusura dello stabilimento. Siamo all’assurdo.

Nei fatti, invece, altro non è che una decisione vendicativa scaricata sugli operai. In pratica, una ritorsione. Una ritorsione, però, a cui gli operai non vogliono sottostare. Tutti i sindacati hanno già indetto uno sciopero dei lavoratori a partire da lunedì sera e per giovedì 29 novembre è prevista una manifestazione a Roma. “I Riva – si legge in una nota del sindacato – giocano duro e i lavoratori devono fare altrettanto”.

PER RIVA L’ILVA NON INQUINA – Finita qui? Certo che no. Il vertice aziendale dell’acciaieria non si è accontentato semplicemente della ritorsione nei confronti degli operai, ma ha continuato anche a negare l’evidenza: a Taranto – dicono – non c’è “un pericolo per la salute pubblica. In una nota addirittura si dice che è stato messo anche “a disposizione sul proprio sito le consulenze, redatte dai maggiori esponenti della comunità scientifica nazionale e internazionale, le quali attestano la piena conformità delle emissioni dello stabilimento di Taranto ai limiti e alle prescrizioni di legge, ai regolamenti e alle autorizzazioni ministeriali, nonché l’assenza di un pericolo per la salute pubblica”. Peccato chedecine e decine di rapporti dicano esattamente il contrario con percentuali fuori dall’ordinario di contrazioni tumorali, malformazioni congenite e malattie legate al sistema cardiorespiratorio. Casualità? Secondo i tanti dossier stilati a riguardo, assolutamente no.

CLINI E CONFINDUSTRIA DIFENDONO RIVA: TUTTA COLPA DEI GIUDICI –Insomma, menzongeritorsioniricattivendette fatte scontare su operai inermi. E poi quanto appurato dalle indagini della magistratura: documenti falsi redatti in cambio di soldimazzettecorruzioneconclamato disastro ambientaleomertà da parte di funzionari pubblici – regionali e non – oltrechè del vertice aziendale. Ebbene, nonostante tutto questo, Emilio Riva e figlio hanno ottenuto piena solidarietà da parte di Governo e Confindustria. Tutti d’accordo nel ritenere che le responsabilità nella vicenda siano imputabili alla magistraturarea di aver portato a galla il marcio – in tutti i sensi – che c’era a Taranto. Quasi meglio se niente si fosse venuto a sapere.Quasi meglio una morte in più che questo caos.

CLINI, COSA DICI? – L’associazione degli industriali ha parlato, addirittura, di “accanimento giudiziario”. Della stessa opinione anche il ministro della Salute (?)Corrado Clini, secondo cui ci sarebbe un esplicito “conflitto” tra il risanamento disposto con l’autorizzazione Aia rilasciata dal ministero e la decisione della magistratura. Peccato, però, che Clini confonda i piani della questione. Per due motivi. Buona parte dell’inchiesta verte sull’associazione a delinquere creata ad hoc – direttamente da Archinà, indirettamente da Riva – per ottenere licenze e certificati che altrimenti non si sarebbero mai avuti.

Ma c’è dell’altro. Nella nota dell’industria si contesta che, oltre agli arresti, il gip Patrizia Todisco abbia deciso anche per il sequestro di tutto l’acciaio finora prodotto dal 26 luglio scorsoÈ questo accanimento giudiziario, come vorrebbe far credere Confindustria? Niente affatto. Semplice applicazione della legge. L’Ilva, infatti, “imperterrita” ha continuato “nella criminosa produzione dell’acciaio, nella vendita di questi prodotti assicurandosi lauti profitti non curante delle disposizioni dell’autorità giudiziaria e in violazione di tutti i provvedimenti giurisdizionali sopraindicati (i decreti di sequestro, ndr)”. In altre parole, ha continuato a produrre nonostante l’autorità giudiziaria avesse emesso un primo provvedimento il 26 luglio del 2012 – poi confermato dal Riesame e così fino in Cassazione – di blocco della produzione. L’azienda del gruppo Riva non avrebbe potuto far uscire dalla fabbrica nessuno tipo di lavorato o prodotto. Tutto l’acciaio prodotto all’Ilva da quel giorno in poi è frutto di un reato. Ecco perché è stato posto sotto sequestro. Niente di più normale. Lo prescrive la legge. Ma sono dettagli. Quando ci sono interessi economici meglio parlare di “accanimento giudiziario”. Un evergreen in questi casi. Anche se si è ministri della Salute. O, perlomeno, dicunt.

http://www.infiltrato.it/inchieste/italia/ilva-l-incredibile-ricatto-di-riva-5000-operai-a-casa-e-governo-e-confindustria-appoggiano-l-industriale

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La giovane cronista e il sindaco colluso


Giornalista antimafia: siamo tutte Ester Castano

Storia di una giovane cronista e di un sindaco che l’ha bersagliata con minacce. E che ora è finito agli arresti accusato di legami con la ‘ndrangheta. [Silvia Resta]

“I miei guai sono iniziati un anno fa, con il mio primo articolo scritto su Sedriano (comune del milanese. 10.000 abitanti).

Era il primo ottobre 2011. Andai nell’ufficio del sindaco Alfredo Celeste, vice coordinatore provinciale del pdl, per avere un chiarimento: a maggio si era svolto un concorso di creatività femminile in cui il sindaco – professore di religione – aveva invitato Nicole Minetti a fare da madrina. Durante quella serata, c’era stata una piccola contestazione: un centinaio di cittadini fuori dal Comune per protestare contro la presenza di Minetti, coinvolta in quei mesi nello scandalo delle Olgettine. A manifestare c’erano anche una suora e una maestra di scuola elementare che vennero attaccate, strattonate da uomini dello staff del sindaco. La maestra fu bruscamente invitata ad allontanarsi dal medico Marco Scalambra, marito della consigliera comunale di Sedriano, Maria Stella Fagnani, anche lei del pdl. Proprio per denunciare queste violenze verbali che avevano subito da Scalambra su ordine del sindaco, suora e maestra avevano scritto una lettera al comandante dei carabinieri. Per valutare se ci fossero gli estremi per querelare le firmatarie di quella lettera, il Sindaco aveva chiesto il parere di un suo amico avvocato, Giorgio Bonamassa, pagando 7000 euro per la consulenza.

Ecco. Io ero andata dal sindaco per porgli una semplice domanda: “Lei pensa che sia corretto pagare un amico avvocato con 7000 euro di soldi pubblici, presi dalle casse cittadine?”

Il sindaco mi rispose con molta tranquillità che sì, “sono stati pagati effettivamente settemila e venti euro, perché il lavoro è una cosa seria e va ben retribuito”. Riporto questo colloquio sul mio giornale, l’Altomilanese, con la risposta del sindaco tra virgolette. E da lì è partita la prima querela per diffamazione. Non solo per me, ma anche per il direttore della testata. E anche per tutti gli edicolanti della zona.

Sì, i giornalai. L’avvocato del sindaco, lo stesso Bonamassa, mandò una lettera di avviso di querela anche a tutti gli edicolanti di Sedriano e dei paesi vicini. Una pura intimidazione: “Avete esposto la locandina dell’Altomilanese che conteneva l’articolo di Ester Càstano, di conseguenza risponderete di questo in sede penale”. Secondo loro, il giornale doveva sparire dalle edicole.

Questa è stata la prima mossa del sindaco nei miei confronti, nonché l’ultima volta in cui ho potuto parlargli liberamente. Da allora è stato innalzato un muro di sbarramento: la comunicazione con il primo cittadino mi è stata letteralmente impedita. Non solo con lui, ma anche con la sua maggioranza. La giunta è composta prevalentemente da donne, il sindaco si è circondato di belle signore. E anche loro hanno fatto muro contro di me. Ovviamente per scrivere articoli di cronaca locale è indispensabile il colloquio con gli amministratori e con il sindaco. Ma a me è stato materialmente impedito di mettere piede nel palazzo comunale, un diktat preciso da parte del sindaco. Ho dovuto continuare a lavorare usando il telefono, senza poter più entrare in Comune.

Poi il sindaco ha minacciato di denunciarmi per molestie, sì, per molestie, tenendomi alla larga anche con il consenso dei Carabinieri. Come se io fossi una stalker, e non una giornalista che svolge il suo diritto dovere di informare. Ho ventidue anni, sono una giovane cronista. Ma lavoro in modo serio e senza equivoci. Non è escluso che il fatto di avermi visto così piccola, sola, una giovane ragazza, insomma, abbia favorito questo tipo di intimidazioni nei miei confronti. Magari un pregiudizio…La mia immagine non è certo quella di un giornalista, magari robusto, magari di un giornale importante. Probabilmente, se fossi stato un giornalista di 45 anni, ben piazzato, magari avrebbero usato altri sistemi per zittirmi. Però, non so.

Comunque le querele (4 in tutto) sono arrivate anche al mio direttore. In determinati ambienti probabilmente essere non solo donna, ma anche così giovane, non sempre facilita. Tant’è che un giorno, in consiglio comunale, il sindaco si è sentito autorizzato a darmi una lezione di giornalismo. Attaccandomi, anche senza fare il mio nome, dicendo che “non esiste più il giornalismo di una volta, oggi i giovani sono sfacciati, sfrontati, arroganti, vogliono gettare fango dappertutto, vedono il marcio dove non esiste, dovrebbero pensare a fare un bel po’ di gavetta” e affermazioni simili. Trascurando il fatto che, nonostante io abbia 22 anni, sono già cinque anni che faccio questo lavoro.

Io ho riportato questa sua lezione sul mio giornale. Quel giorno, ero l’unica cronista presente in consiglio comunale. Anche perché Sedriano è un comune molto piccolo, sono diecimila abitanti, non arriva la grande stampa. E anche quando si è cominciato a parlare di infiltrazioni della ‘ndrangheta, i colleghi se ne sono praticamente infischiati. E poi c’è stato l’intervento dei Carabinieri. Ogni volta che scrivevo un pezzo, venivo convocata nella caserma dell’Arma. Probabilmente il sindaco pensava che con l’intervento dei carabinieri io mi sarei tirata indietro, magari spaventata. Magari intimorita. Avrei smesso di scrivere sul suo operato. E’ successo molte volte, almeno una decina. Lui comprava il giornale, fotocopiava l’articolo che lo riguardava, lo dava ai carabinieri e chiedeva loro di convocarmi in caserma il prima possibile. Una volta in caserma il mio articolo veniva letto davanti al comandante, che mi invitava a smettere, a non proseguire con le mie inchieste. Il sindaco non è mai stato presente in caserma in questi incontri. Ero sempre io, da sola, con il comandante dei carabinieri.

A giugno, Celeste ha mandato l’ennesima diffida nei miei confronti, una lettera in cui venivo descritta come una persona violenta, che alza la voce in pubblico, che lo metteva in cattiva luce, che aveva un disegno per far rovinare la sua reputazione politica. Cosa che io non ho mai fatto. In quell’ occasione io chiesi al comandante di portare un breve messaggio al sindaco, chiedendogli un incontro alla presenza del mio direttore. Perché era successo che avevo incontrato il sindaco in piazza, e gli avevo fatto una domanda, e lui aveva chiamato i vigili, e il vicesindaco mi aveva placcato. sono situazioni poco piacevoli, soprattutto se sei una ragazza di ventidue anni.

Ma la giovane età, il fatto di essere una donna non mi è mai stato di ostacolo. Io non mi sono mai lasciata condizionare da questo. Anzi. Poi c’è stata la svolta. L’inchiesta sui legami con la ‘ndrangheta, e il 10 ottobre il sindaco è finito agli arresti domiciliari, coinvolto nell’indagine che ha portato in carcere l’assessore della Regione Lombardia, Domenico Zambetti per voto di scambio, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione. Nella stessa operazione è stato arrestato anche il medico Marco Scalambra, con l’accusa di aver tentato di offrire voti sporchi ad una lista civica del comune di Rho. Dall’ordinanza abbiamo appreso che il giorno del concorso di creatività femminile il sindaco Celeste aveva telefonato a Eugenio Costantino per invitarlo alla serata:”Vieni che c’è Nicole Minetti.”. Chi è Costantino? E’ un personaggio molto potente, legato alle cosche della ‘ndrangheta Di Grillo Mancuso. Padre di Teresa, consigliera di maggioranza pdl al Comune di Sedriano. Anche lui è finito agli arresti, grazie all’inchiesta della Procura di Milano.

Non posso dire di essermi presa una rivincita: per Sedriano, avrei preferito sapere di aver sbagliato io, durante questo anno. Perché se prima potevo essere una visionaria, adesso ci sono le carte che documentano i meccanismi, i sotterfugi, le amicizie non del tutto chiare da parte del sindaco e dei suoi amministratori comunali. Adesso finalmente sono arrivati gli atti della magistratura da leggere, su cui lavorare. A dimostrazione che non abbiamo mai inventato nulla. Le carte dicono che Alfredo Celeste, grazie alla sua amicizia con Eugenio Costantino, e anche con Scalambra, il medico del paese, “ha favorito l’affermarsi della cosca Di Grillo – Mancuso sul territorio di Sedriano”. Perché non è che a Sedriano esiste il mafioso con la lupara e la coppola in testa, che va in giro con pistola e proiettili. Oddio, i proiettili ci sono anche stati.

La mafia è la cosiddetta area grigia: il rapporto tra classe dirigente e le cosche. La criminalità qui al Nord si è via via istituzionalizzata. Nello specifico le cosche della ‘ndrangheta sono entrate dentro i consigli comunali. Non hanno più bisogno di bussare alla porta. Non si tratta più di un’ infiltrazione ma a quanto pare, a quanto dicono le carte, il consiglio comunale di Sedriano aveva dei legami robusti con la ‘ndrangheta. Non è più un’ infiltrazione come poteva essere una decina di anni fa, nell’hinterland di Milano con altre cosche, ma una vera penetrazione.

Spero comunque che non si faccia un polverone di tutta questa storia. Oggi i fatti mi hanno dato ragione, ma non mi aspetto delle scuse. Proprio perché ho sempre cercato di affrontare questa situazione da un punto di vista professionale e non personale. Questo sindaco Celeste le scuse non deve farle a me. Io ho solo svolto il mio lavoro, nonostante le difficoltà e le intimidazioni.Le scuse dovrebbe farle alle cittadine e ai cittadini. I soldi per le mie querele le stanno pagando loro. A me dispiace, per questo. Le scuse andrebbero rivolte anche all’ intera categoria dei giornalisti. Io non sono né la prima né l’ultima cronista minacciata. In un paese normale queste cose non dovrebbero accadere. Questo tipo di violenze verbali, o le intimidazioni in caserma dei carabinieri. Penso anche ai non certo piacevoli sguardi del vicesindaco.

Ora di tutta questa storia in tre sono finiti dentro, perseguibili per legge da parte della magistratura. Il sindaco, il medico, e il presunto boss. Ma la cosiddetta cricca, comunque, è rimasta fuori. Per quello che mi hanno fatto passare, dovrebbero scusarsi nei confronti dei giornalisti. Scuse dovrebbero farle, ma non me le aspetto.”

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=34712&typeb=0&Giornalista-antimafia-siamo-tutte-Ester-Castano

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Mare Chiuso


Tra maggio 2009 e settembre 2010 oltre duemila migranti africani vennero intercettati nelle acque del Mediterraneo e respinti in Libia dalla marina e dalla polizia italiana;  in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi, infatti, le barche dei migranti venivano sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze.

Non si è mai potuto sapere ciò che realmente succedeva ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e perché tutti i testimoni furono poi destinati alla detenzione in Libia. Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra in Libia, tutto è cambiato. Migliaia di migranti africani sono scappati e tra questi anche rifugiati etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha in Tunisia, dove li abbiamo incontrati. Nel documentario sono loro, infatti, a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti; sono racconti di grande dolore e dignità, ricostruiti con precisione e consapevolezza. Sono quelle testimonianze dirette che ancora mancavano e che mettono in luce le violenze e le violazioni commesse dall’Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione. Una strategia politica che ha purtroppo goduto di un grande consenso nell’opinione pubblica italiana, ma per la quale l’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea per i Diritti Umani in seguito ad un processo storico il cui svolgimento fa da cornice alle storie narrate nel documentario.

“Abbiamo voluto realizzare questo film – commentano Andrea Segre e Stefano Liberti – per alzare l’attenzione contro le derive incivili e pericolose delle politiche di contrasto all’immigrazione irregolare. Siamo per questo molto contenti e onorati dell’invito a Venezia da parte del Consiglio d’Europa e della Biennale: rappresenta sia un riconoscimento prestigioso del ruolo sociale e artistico del nostro lavoro, sia un’occasione assai rilevante per riconoscere le responsabilità del nostro Paese rispetto a politiche inaccettabili come quella dei respingimenti, ancora mai ufficialmente ripudiata dal governo Italiano.”

Mare Chiuso, prodotto e distribuito da ZaLab con il sostegno di Open Society Foundations e la collaborazione di JoleFilm, raccoglie le testimonianze dei migranti vittime delle operazioni di respingimento nel Mediterraneo: in seguito agli accordi tra Gheddafi e Berlusconi del 2009, le barche dei migranti intercettate in acque internazionali nel Mediterraneo sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava indisturbata varie forme di abusi e di violenze. Molti dei respinti, circa 2000 persone, avrebbero avuto diritto d’asilo. Dalle loro storie emergono le pesanti responsabilità dell’Italia, che è stata per questo condannata da una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23 febbraio 2012.

Uscito pochi giorni dopo la sentenza, Mare Chiuso ha ricevuto il patrocinio di Amnesty International Italia e UNHCR, ha ottenuto immediata visibilità sulla stampa nazionale e internazionale ed è stato premiato, tra gli altri, al Festival di Cinema Africano, Asia e America Latina di Milano, al Bif&st di Bari, al Festival Libero Bizzarri e ha ottenuto il Globo d’Oro come miglior documentario. Grazie alla collaborazione tra Parthenos e ZaLab, è stato distribuito in decine di città italiane con oltre 300 proiezioni in pochi mesi. Il coinvolgimento della società civile è stato determinante: il 20 giugno l’Italia si è mobilitata aderendo a “Mai più respinti!” 100 proiezioni contemporanee di Mare Chiuso per dire no ai respingimenti e per chiedere una nuova politica di accoglienza. Lo stesso giorno Mare Chiuso è andato in onda sull’emittente SKY-Cielo.

il programma completo è disponibile qui
per informazioni: comunicazione@zalab.org
l’entrata è libera con prenotazione: info.venice@coe.int

 

FONTI :  http://marechiuso.blogspot.it/

http://www.zalab.org/newsite/documentari/mare-chiuso/

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Come un gelato al lampone


di 

All’inizio della stagione estiva, i venditori di cocco camminavano spediti sulla spiaggia e urlavano: “Cocco! Cocco fresco”, poi a metà della stagione gridavano ancora, con minore convinzione. Qualche tempo dopo, semplicemente lo dicevano: Cocco fresco”. L’altro giorno uno di questi uomini con il frigo sulle spalle e la camicia sudata fino ai pantaloni, mi ha guardato, e ha mosso appena un po’ le labbra: “Cocco.”
Il ragazzo del Senegal che per primo mi disse: “Torno in Senegal a Settembre, che almeno là c’è lavoro”, non lo vedo più dalla fine di Luglio. Mi piace pensare che sia tornato prima al paese suo, e che ogni tanto pensi a noi, poveretti, a come siamo ridotti.

Eppure, a sentir le favole del telegiornale, questo per noi dovrebbe essere il momento della ripresa; hanno detto che mai la storia d’Italia aveva visto un consiglio dei ministri, ad Agosto, protrarsi così a lungo: ben otto ore. Era una cosa importante, e si parlava di noi e della nostra crescita. Per esempio finanziare le grandi opere, defiscalizzarle, il Ponte sullo stretto o la Salerno Reggio Calabria. Cose nuove e mai sentite, cose che davvero lasciano sperare. La mafia. Poi però non se ne è fatto più nulla per fortuna. In otto ore i ministri hanno deciso che per crescere bisogna privatizzare: le poste e la cultura. Bisogna fare un concorso per la scuola, con dodicimila nuovi disgraziati che staranno almeno trent’anni in una graduatoria che non si accorcia mai, e che anzi diverrà sempre più lunga visto che le scuole continueranno a chiudere.

Le favole son belle, perché lasciano in bocca un sapore dolce come il gelato di lampone.
La realtà è amara, quella sì, che non viene bene nemmeno a raccontarla.
Cosa sarà mai la privatizzazione della cultura?
La svendita dell’arte e dei musei, la chiusura delle scuole e il finanziamento alle scuole private che – cosa che non si dice mai – è libera di assumere il corpo docente e trattarlo come il corpo di uno schiavo, sottopangandolo, sfruttandolo e ricattandolo. Perché se vai da un preside di una scuola cattolica a protestare, quello ti mette alla porta, esattamente come accade in un call center o in un supermercato, o in uno di quei posti dove si vendono panini di merda con in regalo il giocattolino per il bambino.

Raccontavano la favola della finanza impegnata in operazioni anti evasione: le merci taroccate erano state sequestrate al porto di Palermo. Tutta merce che veniva dalla Cina, così simile all’originale da poter restare confusi. Gli orologi finto Rolex, dicevano, quelli che in questo periodo si vendono ai turisti sulle spiagge.
Raccontano la favola delle liberalizzazioni, senza dirti che nel mondo reale, quando ti svendi un paese al Fondo Monetario Internazionale, poi il debito lo devi pagare.
All’inizio della stagione, i senegalesi vendevano collanine colorate sulla spiaggia, e accendini, e cavigliere. La stagione, nonostante Beatrice, c’è ancora, ma i senegalesi non ci sono più. Siamo rimasti noi, ed è rimasta la campagna elettorale, son rimaste le elezioni e nessuno da votare.

FONTE: http://www.mentecritica.net/it/come-un-gelato-al-lampone/informazione/cronache-italiane/rita-pani/29322/

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Lettera a Paolo Borsellino


L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.

Caro Paolo,

oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perché più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e abarattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perché pronunciate da loro, parole come Stato, legalità, giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perché questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perché parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perché agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti diBassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinché lo Stato diventi più credibile, perché noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perché quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perché eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perché grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire ” Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perché la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca,Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché mai si è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perché ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perché private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità.
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava – come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime – che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perché non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità.
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità, è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perché sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perché hanno capito che non ci fermeremo, perché sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità. Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.

Palermo, 19 luglio 2012

fonte : http://www.centrostudisao.org/2012/08/01/la-lettera-di-roberto-scarpinato-a-paolo-borsellino/

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Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?


Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.

Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.

Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritte Carlo Gubitosa:

«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»

Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
– Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
– Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
– Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?

Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione.  E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.

La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.

Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.

Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».

Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.

COMMENTO AL VIDEO (Daniele)

“Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda)”

Premesso che ho appena trasgredito ad entrambi i consigli, a rendere ancora più acida questa bile nera che sale è sapere che dovrai reprimerla, perchè urlando ai quattro venti tutto ciò che hai visto ci sarà chi non vuole ascoltarti, chi non sa e chi non vorrà sapere.
A loro basta la verità ufficiale.
D’ altronde la strategia della verità ufficiale è una non-strategia, la strategia già vista e rivista di appiccicarti un’ etichetta sulla fronte, il “blec bloc”, quello dei centri sociali, il diverso.
Il diverso che parla di cose diverse.
E poi sono loro che non parleranno di ciò che non parlerai tu, non parleranno di chi muore sotto i manganelli, non parleranno di valli trucidate da ferrovie assassine, non parleranno di chi nelle carceri paga l’ ottusità di un intero sistema.
Lasciano che tutto ciò, a farlo, sia tu.
Solo tu.
Sarai solo tu a parlare di Piazza Alimonda.
Sarai solo tu a parlare di Aldrovandi.
Sarai solo tu a parlare di CIE.
Sarai solo tu a parlare di TAV.
Sarai solo tu, come un povero scemo, a parlare a vanvera di nomi e di sigle.
E sarai un diverso, stavolta per davvero.
Come loro hanno sempre voluto.

Loro parlano di escort, spending reviev, conti e bilanci che non tornano ma anche si, e ciò di cui parlerai tu sarà solo ciò di cui parla il blec bloc.
Parole nere.
Se a questo ci aggiungiamo che il “partito di sinistra” spende forze e striscioni per dissociarsi da “chi lancia le pietre”, beh, il gioco è fatto, anche perchè come dice il video al 48° minuto “Vatti a fidare di un no-global!”

E la rabbia sale, sale, sale, e poi basta.

FONTE : http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=9071

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Ancora parole su Carlo e su Genova, sì


Undici anni fa l’uccisione di un ragazzo nei giorni dell’incubo. Genova tra le battaglie perse e uno scorcio di realtà per un Paese sempre uguale a se stesso.

Perchè un altro articolo su Carlo? Perchè altre parole suGenova? Perchè oggi ricade una data che in qualche modo lo impone, perchè pochi giorni fa sono arrivate le condannedefinitive per  qualche poliziotto e quelle terribili a carico dei manifestanti. No. Perchè è giusto ed indispensabile che anche una sola persona in più sappia cosa è successo e veda con i propri occhi il sorriso di un ragazzo. “Diaz non è un film” e Carlo non è un simbolo. E’ un ragazzo ucciso con calcolata ferocia, uno tra le tante e i tanti che a partire da quel luglio hanno subito la violenza armata delle forze dell’ordine, la violenza meschina della presunta “politica”, la violenza spietata della sedicente “giustizia” e la violenza avvelenata della cosiddetta “informazione”.

In questi giorni su Giap vengono rilanciate le numerose e puntuali inchieste realizzate per far luce su quanto accadde al G8 del 2011, perchè “tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso”. Semplicità che fa male. A distanza di 11 anni Genova è lontana ed è vicina. Uno scorcio di realtà in un Paese aggrovigliato nelle proprie ombre, sempre più uguale a se stesso. Incapace di fare i conti con la propria storia e di guardare al di là del naso del demiurgo di turno. Che dopo il sorriso di Carlo ha spento quello di Aldro e quello di Stefano e di altri ancora.

Genova mistificata. Genova chiusa in un cassetto. Genova senza giustizia. Genova con poche verità. Genova ferita. Genova sconfitta. Ma Genova viva, ancora, fra le dita di tanti che hanno respirato quell’aria. Genova presente, ancora, per chi non c’era ma ha cominciato ad esserci da quell’istante.

Speciale / Genova 2001
Le poltrone cambiano, l’ingiustizia resta

 

Diaz, la prima sentenza è un “amnistia per la polizia”: assolti i vertici. Ma le cose cambiano in appello, condannati alti dirigenti. Nel luglio 2012 la cassazione conferma le condanne. Bolzaneto, 15 condanne e niente tortura, poi in secondo grado interviene la prescrizione. Resta però la responsabilità civile. Dei 25 manifestanti rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio, dieci condannati in appello. Il 13 luglio 2012 la cassazione conferma cinque condanne, da 6 ai 14 anni, che diventano esecutive. Gli altri cinque rinviati in appello ma limitatamente alla concessione delle attenuanti.
Il 17 novembre 2007, contro il processo ai manifestanti, si era svolta a Genova, con straordinario successo, una manifestazione nazionale. Di nuovo a Genova, in cinquantamila, nel decennale, il 23 luglio 2011.
Rivelazioni. Falsi documenti. Ammissioni. Intercettazioni. Risarcimenti. E promozioni. Come quella di Gianni De Gennaro al ministero di Amato e poi al commissariato per i rifiuti campani, e quella del suo vice Antonio Manganelli a capo della polizia. Ingiustizia è fatta. Notizie, testimonianze e materiali audiovisivi raccolti negli anni da Zeroincondotta.

http://www.zic.it/g8-2001/

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Siamo tutti fascisti


In qualche modo, oggi si chiude la lunga orbita che questo paese e tanti di noi hanno iniziato a percorrere 11 anni fa. Che quella del g8 di Genova fu macelleria messicana oggi è verità processuale, non più impugnabile. Dopo un decennio, la repubblica, con inaccettabile ritardo, viene a sapere che sul suolo metropolitano persone innocenti e pacifiche sono state barbaramente torturate e che la verità dei fatti fu completamente travisata nei verbali ufficiali delle forze dell’ordine. Tutto questo non in uno staterello africano dal nome impronunciabile, ma nel cuore dell’antica Europa, in una delle 8 nazioni più economicamente avanzate del mondo.

Chi non è mai stato oggetto di un pestaggio o di una vessazione fisica non può sapere che se il dolore e le ferite (almeno quelle che non inducono invalidità permanenti) passano., l’umiliazione che viene imposta all’anima attraverso il corpo, no. E questo diventa veramente inaccettabile quando il carnefice non è un nemico, uno che parla un’altra lingua o indossa un’altra divisa, ma uno che gioca nella tua stessa squadra. Uno del quale, in un modo o nell’altro, hai avuto fiducia perché sulle mostrine porta la tua bandiera.

A meno delle inqualificabili leggi razziali, gli aspetti più truci del fascismo il nostro paese non li ha vissuti nel ventennio che ha preceduto la seconda guerra mondiale, ma probabilmente nei 50 che l’hanno succeduta, quando in nome dell’integrità militare e politica dell’occidente, la democrazia sulla quale idealmente era stata fondata questa nazione si è andata lentamente svuotando di significato fino a trasformarsi nel concetto astratto di cui ora siamo tristemente protagonisti.

L’italia è una nazione intrinsecamente fascista perché non ama e non ha fiducia dei suoi stessi cittadini. La Chiesa, i Carabinieri, i Partiti, i Sindacati, ecc. regnano come pallidi signori medievali su una terra oscura, senza il barlume di una scintilla di luce. Morta nell’anima prima che nel lavoro e nella politica.

E in questo fascismo intrinseco indotto dalla sfiducia in sé stessi, gli italiani si trovano ad avere come capi della polizia gli stessi che dieci anni prima avevano ordinato, corrotto, picchiato ed infine mentito. “Grandi professionisti” dicono i giornali, quasi a farci pensare che la pena per costoro “che nel frattempo avevano fatto carriera” giunge inopportuna perché le forze dell’ordine ne escono “decapitate”.

Triste è il paese che ha bisogno di eroi, tristissimo quello che si ritrova questi eroi come capi di forze dell’ordine. Gente la cui mancanza di professionalità è un dato così evidente che non può essere citato perché vorrebbe dire mettere in crisi il sistema s nella sua stessa spina dorsale. Tanti i fatti, anche recentissimi, che lo dimostrano senza ombra di dubbio e senza possedere quelle competenze che per caso io, in prima persona, mi ritrovo a possedere. Non li cito per rispetto delle vittime, ma sappiamo tutti di chi stiamo parlando.

Una polizia incompetente, improvvisata e pronta truccare le carte è l’indispensabile stampella sulla quale si poggia una classe dirigente corrotta e criminale. Classe dirigente che noi abbiamo la colpa di tollerare e sostenere da anni perché nel cuore, magari nella parte più nascosta, siamo tutti fascisti.

fonte : http://www.mentecritica.net/siamo-tutti-fascisti/cuore-di-tenebra/comandante-nebbia/26995/

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Arriva il Super Porcellum


di Paolo Flores d’Arcais, da il Fatto quotidiano, 1 luglio 2012

Tempi bui, quando i proverbi sono all’ordine del giorno. Quello di oggi suona: al peggio non c’è mai fine.

Il triumvirato della partitocrazia sta infatti approntando nelle basse cucine della riforma elettorale una sbobba peggiore dell’attuale “Porcata”. I delegati di Alfano, Bersani e Casini nella preparazione dell’immondo intruglio si chiamano Quagliariello, Violante e Adornato/Cesa (per l’Udc un’intelligenza sola non bastava, evidentemente). L’osceno della “Porcata”, come è noto anche ai sassi, consiste nel fatto che la libertà dei cittadini si riduce a un altro proverbio: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. I parlamentari sono “bloccati”, nominati dalle nomenklature partitocratiche, se non ti vanno bene non ti resta che non votare.

Una riforma elettorale degna del nome, perciò, dovrebbe togliere il maltolto ai capibastone dei partiti e restituirlo ai cittadini elettori, rendendoli di nuovo sovrani almeno in quantità omeopatiche (con la “Porcata” contano zero). Ma la sbobba della quadriglia Q-V-A-C non ci pensa affatto. Anzi, hanno in mente di blindare come “cosa loro” l’attuale monopolio elettorale: metà dei seggi con la “Porcata” e l’altra metà con l’uninominale a turno unico (una “Porcata” al quadrato), il tutto condito da sbarramenti e altri marchingegni che impediscano il nascere di liste della società civile.

Contano sulla disattenzione che accompagna anche presso l’opinione pubblica democratica la discussione sui sistemi elettorali, in apparenza così astratta e “tecnica”. E sull’afa estiva, quando la sbobba arriverà nelle aule parlamentari. Non bisogna cadere nella trappola. Bisogna costringere Bersani a finirla con lo slalom sulle primarie (di coalizione e “aperte”, ma solo per chi sottoscrive un programma già confezionato dai partiti, come dire: un ottimo Barolo, ma analcolico). E pretendere da Vendola e Di Pietro l’evangelico “sì sì, no no” anziché l’ennesimo ultimatum non-ultimatum.

Non si illudano Bersani & C. Gli elettori democratici sono ormai una massa incontenibile di “dissidenti” e “disobbedienti”. Le pastette di vertice sono puerili, scambiano la realtà col gioco di Monopoli. I cittadini che hanno a cuore “giustizia e libertà” vogliono liste civiche e primarie vere, nelle quali decidere sia il programma che il candidato (altrimenti è solo l’elezione del “più bello del reame”, un concorso tra “velini” partitocratici).

Deluderli porterà solo a clamorose riedizioni della fallimentare “gioiosa macchina da guerra”. L’establishment, che si presenterà con abiti politici nuovi di zecca, già brinda.

fonti : http://temi.repubblica.it/micromega-online/arriva-il-super-porcellum/

 

Pubblicato in: cose da PDL

Berlusconi pagava il pizzo alla mafia: deve essere espulso da Confindustria.


 

Riprendendo il ragionamento di Alessandro Gilioli su Piovono rane

Se uno piu’ uno facesse sempre due l’imprenditore Berlusconi dovrebbe essere espulso da Confindustria perché gli imprenditori che pagano il pizzo, da regolamento, devono essere automaticamente espulsi dalla Confederazione degli industriali.

Dopo aver letto la sentenza della Cassazione sul processo Dell’Utri sappiamo che Berlusconi, in “posizione di vittima” pagava il pizzo alla mafia ed utilizzava come “mediatore” per i pagamenti Marcello Dell’Utri. Insomma, Berlusconi al posto di andare a riferire delle intimidazioni mafiose a qualche commissario di Polizia preferi’ trovare un accordo con Cosa nostra.

Siccome in Italia raramente uno piu’ uno fa due ma anche zero, uno, cinque o mille, possiamo essere certi che nessuno in Confindustria farà nulla per mandare via uno che, tra meno di un anno, potrebbe essere, nella peggiore delle ipotesi (per lui) il capo del piu’ grande partito di opposizione e nella peggiore delle ipotesi (per noi) nuovamente premier o (peggio di sento !) il politico che prenderà il posto di Napolitano.

Ma anche se Confindustria volesse proprio stupirci, è molto probabile che B trovera’ un modo per non farsi cacciare: una bella legge ad personam sul pizzo.

Pubblicato in: cose da PDL, elezioni amministrative, opinioni, pd, politica

Perché vincerà Grillo (e un modo per sconfiggerlo)


dal blog ilNichilista.

Non amo le profezie, ma credo che il Movimento 5 Stelle sia nelle condizioni sociali e politiche per fare un risultato clamoroso. Seconda profezia: credo che esista un modo, uno solo, per impedire che ciò avvenga. Mi spiego. Nel mondo, Italia compresa, la trasparenza radicale attraverso Internet – buona o cattiva che sia – sta diventando una richiesta di base della popolazione nei confronti del potere: il M5S ne fa un pilastro. Monta l’insoddisfazione contro gli eccessi della finanza e dell’iperliberismo: il M5S ne fa da sempre un cavallo di battaglia, e parla di decrescita. L’Europa e il suo rigore piacciono sempre meno: il M5S vuole uscire dall’euro e non pagare il debito. Il nucleare non piace: il M5S è contro. L’acqua si vuole pubblica: altro pilastro. Le sparate generano attenzione mediatica: servono per rimanere in vista, e Grillo assicura infinità di inutili dibattiti sul suo linguaggio. Poi c’è l’elefante nella stanza: la fine dei partiti. Che non è solo il taglio dei costi della politica, ma il taglio di un modo di fare politica. E’ la forza e la debolezza del Movimento: proporre un’idea radicalmente alternativa di società, che è anche e soprattutto un’alternativa nella gestione del potere. E’ la forza, perché in questo momento storico e politico il M5S è l’unico ad avere una visione progressista, una guida al cambiamento. La destra è incastrata al neoliberismo e alla conservazione dei valori della società tradizionale; la Lega ha un sogno che in vent’anni è diventato un incubo – ed è politicamente svanito; la sinistra è perfino più conservatrice della destra, e chiede – quando è in grado di chiedere qualcosa – semplicemente che la società e la gestione del potere e della cultura restino gli stessi di venti-trent’anni fa. Ma per il M5S è anche una debolezza: perché è una visione facilmente assimilabile, nei suoi punti più forti, da un qualsiasi partito abbastanza accorto. La trasparenza diventerà presto uno standard, non un di più. I tagli ai costi della politica, pure. E un qualche cedimento nella gestione del potere dovrà esserci – pena dare troppi consensi proprio a movimenti come quello di Grillo. Con un po’ di fantasia, e di cinismo elettorale, uno qualunque dei grossi sfidanti potrebbe rinnovarsi quanto basta per togliere il motore alla locomotiva a cinque stelle. Resterebbero l’opposizione alla finanza e all’Europa: ma non credo basterebbero per mantenere l’eccezionalità attuale del M5S, né l’interesse che sta montando nei suoi confronti. Per i partiti la strada è segnata, ed è un bivio. Una via porta alla conservazione, alla DC sotto falso nome, alle riforme per finta, e finisce in un burrone. L’altra al rinnovamento, inglobando il meglio del grillismo e ignorando, senza grosse difficoltà elettorali, il resto. Magari sostituendolo con una qualche visione di fondo dello stare insieme che non puzzi di morto. Questa strada è l’unica, credo, che li mantenga in vita, e lasci il M5S confinato alla storia di un successo, ma tutto sommato marginale – come adesso. E’ la strada più difficile, ma ha un pregio teorico: funziona. Nella prassi, beh, quello è un altro discorso.

fonte :  http://ilnichilista.wordpress.com/2012/04/19/perche-vincera-grillo-e-un-modo-per-sconfiggerlo/

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Il tizio e Uolter: ritorno al futuro


(Rita Pani dal blog Mente Critica)

Così, ieri notte, prima di andare a letto ho dato l’ultimo sguardo ai giornali, e dopo aver letto questo meraviglioso articolo sulla CRONACA POLITICA del Corriere della Sera  mi sono rincuorata. Yuppi! Mi son detta. Si torna alla politica reale, quella vera fatta di passione e di popolo. Sono imminenti le elezioni amministrative, i partiti si ricompattano, contano i danni e riordinano i fili delle nostre esistenze.
 
Reduce dalle numerose giornate della tournee nel tribunale di Milano, con addosso la richiesta di cinque anni di galera, dopo aver nuovamente sputato addosso ai giudici, dopo aver avuto la faccia di culo di chiedere l’intervento del Presidente Napolitano, per impedire l’ennesima persecuzione giudiziaria da parte del Partito dei Giudici Comunisti, dopo aver depredato le ultime risorse dalle casse dello stato, dopo aver demolito tutti i cardini della macchina dello stato, dopo aver devastato la scuola, la cultura, la sanità e il lavoro, dopo aver portato l’Italia in recessione e dopo averla fatta regredire ai livelli medioevali, dopo aver abolito la libertà di stampa e di pensiero, torna il Pdl in tutto il suo splendore, e con delle novità che difficilmente non riusciranno ad irretire il popolo italiano stremato dalla fatica di vivere: “Il nuovo inno!”
 
Mavaffanculo!
 
Niente. Nulla serve a niente. Avete presente una lavatrice in centrifuga, quando il cestello si appresta a compiere gli ultimi giri, prima di fermarsi, e il rumore come un fischio diventa un sibilo e poi si fa silenzio? Ecco, è così che me lo immagino, uscire dalla lavatrice, rimettersi a posto i peli di pube femmineo che gli ricoprono la calotta cranica, scuotersi un po’ per riassestare il grasso posticcio delle guance: “Ed eccomi qua. Son tornato!” tanto ci sarà chi gli batterà le mani.
 
Diciamo la verità – che non guasta mai: non si è messi meglio dall’altra parte, visto che è persino spuntato Uolter che con le sue dichiarazioni ha fatto sorgere nel popolo che attende, dubbi amletici di difficile soluzione: “Monti è una cosa di destra o di sinistra?” Non è ancora dato sapersi, ma quel che si sa è che ora, la politica italiana si impegnerà per conquistare Monti, che ad oggi secondo i sondaggisti, rappresenterebbe la sicura vittoria delle prossime – ipotetiche – elezioni. Uolter quindi, che non è un fesso, ha giocato d’anticipo: “Il governo Monti è di sinistra.” (Puzza! Puzza! Tana libera tutti!)
 
Mavedideannàfanculo!
 
Tornando a bomba: «Noi siamo il Popolo della Libertà, gente che spera, che lotta e che crede nel sogno della libertà»
 
Tuttavia da scrittrice e amante della semantica, quale io sono, non potevo esimermi dal fermarmi a riflettere sulla strofa resa nota dall’articolista del Corriere – uno scoop esagerato –  e trovo che in effetti, il testo sia davvero rappresentativo del momento storico vissuto dal padrone del pdl: gente che spera, che lotta e che crede nel sogno della libertà. Non fa una grinza. Il PM ha chiesto cinque anni di galera, dopo i processo Ruby e quello Mediatrade che vede implicato anche Piertizio… Ci sarebbe la mafia e dell’utri …  sognare la libertà è normale.
 
Pubblicato in: abusi di potere, cose da PDL, INGIUSTIZIE, magistratura, politica, sociale, società, violenza

Santanchè Shock: I poliziotti non sono assassini nemmeno quando uccidono


Ieri la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l’agente di polizia Spaccatorella, quello che ha sparato senza motivo e a sangue freddo al tifoso della Lazio, Gabriele Sandri. II poliziotto è stato condannato per omicidio volontario. Significa che è tecnicamente un assassino. Ma per la Santanché non vale nemmeno la sentenza della Cassazione: secondo lei, un poliziotto non è mai un assassino, nemmeno quando sbaglia, nemmeno quando uccide volontariamente.  Guardate cosa ha scritto sulla sua pagina Facebook.

FONTE :  http://violapost.wordpress.com/2012/02/15/santanche-shock-i-poliziotti-non-sono-assassini-nemmeno-quando-uccidono-foto/