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Domande e risposte sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.


statuto lavorATORINon c’e’ niente da fare, niente. E’ ormai una tradizione, come le uova di cioccolato a Pasqua, il pranzo a Ferragosto o il brindisi a Capodanno. Ogni volta che si parla di riforma del lavoro, piccola o grande che sia, che si chiami riforma o abbia termini anglosassoni come Jobs Act, la destra ripete sempre che il motivo principale per cui le aziende non assumono sia l’ art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Che questo articolo sia ormai anacronistico riguardo alle reali condizioni economiche in cui versa il Paese e che vada cancellato per aprire le porte ai tanti disoccupati. Non ci sarebbe quindi nulla di nuovo in questa eterna diatriba se non fosse che, per la prima volta nella storia, il leader del maggior partito di centro-sx sostenesse questa teoria. Proviamo quindi a farci delle domande e a darci risposte, lasciando da parte le personali  ideologie e a dire le cose come realmente sono.

L’ ART.18 E’ UNA COSA CHE ABBIAMO SOLO NOI IN EUROPA ? No, con altri nomi e norme ma esiste anche in altri Paesi come Francia e Germania. Poi, ricordiamoci sempre che nella Ue, solo in Italia e nella disperata Grecia non esiste alcun assegno statale di sussistenza.

L’ ART. 18 E’ VECCHIO E TUTELA SOLO POCHE MIGLIAIA DI LAVORATORI ? Si, certamente. Fu introdotto nel lontano ’73 e non riguarda i lavoratori di aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Da qualche anno, le aziende oltre i 15 dipendenti, quando assumono qualcuno lo fanno con uno dei tanti contratti a termine, che vengono  rinnovati  a discrezione dell’ imprenditore di volta in volta.

L’ ART. 18 E’ LA VERA CAUSA DELLA DISOCCUPAZIONE CHE ATTANAGLIA IL PAESE ? E’ VERO CHE SE QUESTO ARTICOLO VENISSE CANCELLATO, LE AZIENDE INIZIEREBBERO AD ASSUMERE ? Assolutamente no, e per un fatto molto semplice.  Quando fu introdotto questo articolo, la congiuntura economica era favorevole e il Paese cresceva con numeri a doppia cifra e non come ora con degli 0 virgola. Le aziende quindi assumevano, nonostante ci fosse questo articolo. Se le aziende non assumono oggigiorno e’ perche’ la domanda interna langue, la burocrazia e’ ormai una vera jungla di norme e cavilli e la tassazione sul lavoro e’ troppo elevata.

L’ ART. 18 E’ QUINDI UN’ ASSICURAZIONE PERENNE DEL POSTO DI LAVORO ? UN PRIVILEGIO INALIENABILE ? Assolutamente no. Tralasciando il fatto che il datore di lavoro puo’ sempre crearti quelle condizioni di invivibilita’ all’ interno dell’ azienda, tutt’ ora venga presentato un bilancio aziendale in negativo o anche solo minore del precedente, il datore di lavoro puo’ ottenere una riduzione di organico.

Quindi questo art. 18, che non e’ ne’ la causa della disoccupazione ne’ tanto meno un inalienabile privilegio, deve essere lasciato od abolito ? E’ poi cosi’ importante ?  Si, perche’ questo articolo e’ ancor oggi la principale tutela per i lavoratori. E’ solo grazie a questo articolo dello Statuto se un lavoratore puo’ essere reintegrato quando il motivo del licenziamento e’ discrezionale. Se non esistesse, qualsiasi lavoratore /ice potrebbe essere lasciato a casa solo per essere iscritto a questo o quel sindacato, per non aver ceduto alle avances del datore di lavoro o anche solo per stare sulle palle del padrone.

Quindi l’ art. 18 deve essere un mantra, un dogma che non deve mai mutare ? Assolutamente no, anzi… Questo articolo non solo si PUO’ ma lo si DEVE cambiare. Certe garanzie, certi diritti fondamentali del lavoratore, inteso come persona e non solo come numero, devono essere estesi a tutti. Questa deve essere la vera rivoluzione, quel cambio di passo che occorre al Paese. La societa’ si evolve non quando togli ai pochi che hanno un diritto per metterli sullo stesso piano di chi questi diritti non li ha, ma quando TUTTI hanno questi diritti. Se corriamo verso il basso, inseguendo questa sorta di ‘’ cinesizzazione ‘’ dei diritti e del lavoro per stare al passo di altri Paesi emergenti, la battaglia e’ persa in partenza. La domanda interna che langue e’ il vero problema di questa crisi occupazionale e a questo problema occorre porre rimedio ridando alle persone quella sicurezza che si sta’ perdendo ogni giorno di piu’. Solo cosi’ la domanda e di conseguenza l’economia potra’ ripartire.

Poi diciamoci la verita’ sino in fondo ….Se questa riforma che Renzi ha in mente piace tanto al centro-destra ; se questa riforma viene definita da Sacconi (le cui idee come PD abbiamo sempre avversato ) come la miglior riforma  possibile, non ti possono fischiare le orecchie o quanto meno farti pensare che forse stai sbagliando qualcosa ?

Gianluca Bellentani

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Il senso dell’assedio


Dieci ore di pullmann nel deserto del Sinai e si arriva al valico di Rafah. Il cancello nero di ferro battuto si apre. E’ un giorno fortunato. Il primo impatto è desolante, macerie ovunque, poi arriva una innaturale pressione sul petto che soffoca il respiro: è il senso dell’assedio. Mahmud ha 17 anni, era alla disperata ricerca del suo migliore amico tra le macerie quando è arrivata la seconda bomba. Ha perso la vista e l’olfatto. Adesso non vuole più uscire di casa. È il progetto Gazzella, con i bambini e i ragazzi sopravvissuti ai bombardamenti. Pochi giorni a Gaza bastano a mettere in discussione completamente cosa abbiamo capito della guerra e della pace, della vita e della morte. Forse aveva ragione lo scrittore palestinese Ghassan Kanafani, assassinato dal Mossad nel 1972, quando scriveva all’amico esiliato Mustafà: “Impariamo dalle gambe amputate di Nadia cos’è la vita”

10498697_10152630509489136_4681051280481918603_odi Alessio Marri*

“A Gaza solo chi muore vede la fine della guerra”. Lo scrisse Vittorio Arrigoni sulle pagine del manifesto durante l’operazione “Piombo Fuso”. Una sensazione livida e permanente che investe chiunque attraversi questo lembo di terra in tempo di pace. Ora più che mai, con l’ennesima strage in corso.

Quattrocento morti in meno di dieci giorni (1). Bombe su bimbi in spiaggia, il quartiere povero di Shejaya dilaniato dall’artiglieria senza scrupoli, vite spezzate ridotte a conta, numeri neutri senza alcuna distinzione.

Ansia e speranza ti accompagnano al valico di Rafah, ingresso egiziano della Striscia di Gaza. Il cancello nero in ferro battuto s’è appena aperto, lasciando alle spalle oltre dieci ore di pullman nel deserto del Sinai.

Dall’ambasciata il visto tanto atteso e’ giunto e nella hall di controllo che ricorda un qualsiasi piccolo aereoporto di provincia ci si mette in fila per il timbro sul passaporto. Varcata la soglia, la gioia è incontenibile, capita infatti non di rado di essere respinti o di dover aspettare infiniti tempi burocratici.

Sono entrato.

In questi 40 chilometri ingabbiati tra il mare e la buffer zone (la zona cuscinetto, ndr) delle recinzioni israeliane. Due miglia marine oltre le quali la marina israeliana arresta i pescatori, un chilometro di terra dove i cecchini giocano al tiro al bersaglio con i contadini.

Il primo impatto è desolante. Strade e marciapiedi in condizioni precarie. Macerie ovunque. Costruzioni ferme a metà, probabilmente a causa del blocco del cemento che arriva a singhiozzo solo attraverso i tunnel sotterranei di Rafah.

Solo le lunghe e ampie spiagge di Gaza riconsegnano un senso di normalità.

3.Shareef-Sarhan

Giorno dopo giorno una innaturale pressione sul petto soffoca il respiro. È il senso di assedio. Con lo sguardo si cerca una via di fuga, ma anche il mare sembra riconsegnare un’angoscia da reclusione.

Pochi giorni a Gaza bastano per riconsiderare i concetti di vita e morte, di guerra e pace. L’istinto di vita e di morte è palpabile. L’imbocco dello stomaco si ispessisce. La fame svanisce, sale la nausea. Il rigetto allevia lo stato d’animo.

Soprattutto quando con il Progetto Gazzella visiti adolescenti e bambini sopravvissuti ai bombardamenti. Mahmud ha 17 anni. Un’esplosione distrusse la casa del suo migliore amico. Nel tentativo disperato di trovarlo tra le macerie una seconda bomba gli ha cancellato vista e olfatto.

Non vuole più uscire di casa, l’assistenza psicologica non basta a lenire il suo trauma.

Hamed è suo coetaneo. È stato ridotto su una sedia a rotelle da un colpo di mortaio che ha centrato la sua scuola. Alcune schegge hanno raggiunto il cervello creando danni permanenti alle sue funzioni cognitive. Ama il calcio. Un nostro compagno di viaggio gli regala una maglia con il 10 di Totti, gli occhi s’illuminano e sorride fino a commuoversi.

Farah invece è una piccola bimba di 4 anni. Il corpo è per metà sfigurato da un attacco chimico che ha sterminato la sua famiglia, solo la nonna si è salvata malgrado le ustioni a un braccio.

Un proiettile di fosforo bianco ha sfondato una parete, ha fuso le piastrelle in marmo. Senza lasciare scampo ai corpi della madre con in grembo un neonato, del padre e dei 4 fratellini. Farah avrà bisogno di costanti impianti di pelle, in caso contrario il corpo sarà ingabbiato dalle ustioni e crescerà deforme.

Il dottor Maher ci aspetta nel suo centro medico, costruito grazie agli sforzi dell’associazione Hanan. Si occupa in particolare di patologie genetiche e deficit congeniti causati dalle radiazioni e dalle armi chimiche.

Nella sala d’aspetto decine di madri stringono tra le braccia figli dalle accentuate malformazioni fisiche.

La guerra anche per loro non finirà mai.

L’umanità della gente di Gaza ti rapisce. Andare via, tornare alla tua vita sembra un abbandono, non un saluto. D’obbligo l’arrivederci.

E forse solo dopo esserci stati si comprendono appieno le parole di Ghassan Kanafani in una lettera all’amico Mustafa

Dopo un breve allontanamento da Gaza per insegnare in Kuwait, lo scrittore e membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ucciso dal Mossad con un’autobomba a Beirut nel 1972, racconta le ragioni per le quali rinuncia a un lavoro negli Stati Uniti dopo aver visitato in ospedale Nadia, la cugina adolescente colpita da un bombardamento israeliano e rimasta senza gambe.

Spingendosi oltre fino a chiedere a Mustafa di rientrare in patria: “Non verrò da te, ma tu ritorna da noi! Torna indietro e impariamo dalle gambe di Nadia, amputate dalla punta dei piedi fino alle cosce, che cos’è la vita e che esistenza sia peggiore”.

 

 

* Alessio Marri ha scritto questo reportage per l’Osservatorio Iraq, Medioriente e Nordafrica, che ringraziamo come sempre per la cortesia e la qualità del lavoro. Alessio è un giornalista freelance che ha realizzato diverse corrispondenze da Gaza nel 2011, subito dopo l’uccisione di Vittorio Arrigoni.

Le immagini di questa pagina sono del fotografo Shareef Sarhan, che è nato e vive a Gaza. Nella foto in alto è con i bambini della città, la seconda foto è invece tratta da un reportage sulla vera resistenza della città – non quella dei razzi ma quella della vita di ogni giorno della gente comune – che è stato pubblicato da Il lavoro culturale
(1). Nota. A oggi, mercoledì 23 luglio, sono oltre 600

 

FONTE  http://comune-info.net/2014/07/senso-dellassedio/

 

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Il silenzio dei colpevoli


il silenzio dei colpevoliSe la memoria non mi inganna, i raid aerei israeliani nella Striscia di Gaza sono iniziati da diverse settimane, mentre l’operazione militare terrestre è scattata da due settimane circa.

Ebbene, le vittime palestinesi, quasi tutte civili inermi, in grandissima parte bambini, hanno ormai raggiunto e superato quota mille. I morti israeliani sono poche decine, tutti militari. Per non parlare dei feriti e degli sfollati, che sono diverse migliaia tra la popolazione di Gaza.

In sostanza, si va delineando un eccidio di massa che non sarebbe eccessivo o fuori luogo rappresentare nei termini agghiaccianti di un “genocidio”, e la cosiddetta “comunità internazionale” tace e latita. Il silenzio e l’indifferenza del mondo sono addirittura più terrificanti dei massacri e delle carneficine che Israele sta compiendo nella Striscia.

La cosiddetta “diplomazia internazionale” che, tradotto in un linguaggio meno ipocrita, è la difesa degli interessi delle cancellerie occidentali, sta assistendo alle stragi senza muovere un dito solo perché Israele costituisce un caposaldo del “mondo occidentale”, cioè un bastione dell’imperialismo economico-militare delle superpotenze occidentali. Tutte le massime istituzioni mondiali tacciono.

Tace persino papa Francesco, che finora si era presentato come una figura attestata dalla parte degli ultimi, dei reprobi e diseredati della terra. Oggi i Palestinesi di Gaza sono gli ultimi tra gli ultimi, gli esseri più deboli ed indifesi, la parte più derelitta, reietta e sventurata dell’umanità.

Lucio Garofalo

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Fuck Israel. Fuck Hamas


ADThe Gaza Youth Breaks Out Manifesto*

Fanculo Hamas. Fanculo Israele. Fanculo Fatah. Fanculo Nazioni Unite. Fanculo Unwra. Fanculo Usa! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!

Vogliamo urlare e rompere questo muro di silenzio, di ingiustizia e di indifferenza, come gli F16 israeliani rompono il muro del suono; urlare con tutta la forza nelle nostre anime per liberare questa immensa frustrazione che ci consuma a causa della situazione del cazzo in cui viviamo …

Siamo stufi di essere vittime di questa lotta politica; stufi di notti al buio con aerei che volteggiano sopra le nostre case; stufi di contadini innocenti uccisi nella zona cuscinetto, perché si prendono cura delle loro terre; stufi di ragazzi barbuti in giro con i loro fucili che abusano del loro potere, picchiando o incarcerando i giovani che manifestano per ciò in cui credono; stufi del muro della vergogna che ci separa dal resto del nostro paese e ci imprigiona in un pezzo di terra dalle dimensioni di un francobollo; stufi di essere dipinti come terroristi, fanatici, che vivono in casa con esplosivi nelle nostre tasche e il male nei nostri occhi; stufi dell’indifferenza che incontriamo da parte della comunità internazionale, i cosiddetti esperti pronti a esprimere preoccupazioni e scrivere risoluzioni, ma codardi nel far rispettare tutto quello su cui si dicono d’accordo; siamo stanchi di vivere una vita di merda, essere tenuti in carcere da Israele, picchiati da Hamas e completamente ignorati dal resto del mondo.

C’è una rivoluzione che cresce dentro di noi, un immenso sentimento di insoddisfazione e di frustrazione che ci distruggerà a meno che non troviamo un modo di canalizzare questa energia in qualcosa che possa sfidare lo status quo e darci qualche tipo di speranza.

Siamo appena sopravvissuti all’operazione Piombo Fuso (attacco militare di Israele del 2008/09 nella Striscia di Gaza, durante il quale sono state utilizzate armi proibite che hanno causato in meno di un mese 5.000 feriti, 1.400 morti, di cui oltre 300 bambini, ndr) in cui Israele ha bombardato in modo molto efficace la merda fuori di noi, distruggendo migliaia di case e ancora di più la vita e i sogni.Durante la guerra abbiamo avuto la sensazione inconfondibile che Israele voleva cancellare noi dalla faccia della Terra. Nel corso degli ultimi anni, Hamas ha fatto di tutto per controllare i nostri pensieri, comportamenti e aspirazioni. Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, interrogati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Non possiamo muoverci come vogliamo, dire quello che vogliamo, fare ciò che vogliamo.

Ne abbiamo abbastanza! Basta dolore basta, basta lacrime, basta sofferenza, basta controlli, limiti, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro tetro, presente di sofferenza, politica vigliacca, politici fanatici, stronzate religiose, arresti continui.DICIAMO di STOP! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo essere liberi. Vogliamo essere in grado di vivere una vita normale. Noi vogliamo la pace. È chiedere troppo?

 

 

* Questo manifesto è stato scritto da un gruppo anonimo di giovani di Gaza, diffuso in rete da Adbusters e The Guardian

FONTE http://comune-info.net/2014/07/fuck-hamas-fuck-israel/

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Non sporchiamo le cose belle


boschiFinisce finalmente l’odissea delle coppie italiane ferme in Congo. Non uso questo termine a caso : probabilmente solo chi ha vissuto un’esperienza di questo tipo, lontano da casa in un Paese di cui magari non parli nemmeno la lingua, spesso in balia di trafficoni senza scrupoli,  fermo tra le mura di un grigio orfanotrofio in attesa che ti diano l’ ok per partire assieme a quel piccolo bambino che hai adottato e senti ormai come tuo, puo’ descrivere le sensazioni che si provano in certi frangenti. Non so voi, ma a me personalmente questa scena di bambini dalla pelle scura, in braccio a persone dal viso finalmente rilassato, che guardavano con occhi grandi e stupiti quel mondo tanto diverso dal loro, mi ha fatto una tenerezza immensa. Mi ha fatto tenerezza anche la Ministra Boschi, sorridente e con quella treccina ai capelli che le avevano fatto le bimbe sull’aereo. Dopo tanto marciume e tragedie, dalla vittoria di partiti xenofobi e fascisti alle Europee, al caso di un ex Ministro dell’ambiente arrestato sino alla guerra civile che sta insanguinando l’ Ucraina, finalmente una notizia che scalda il cuore e rasserena col mondo.

Come sempre purtroppo avviene, si sentono commenti sulla vicenda non certamente idilliaci. Incommentabili quelli dei leghisti che parlano di ‘’ne avevamo abbastanza di negri anche senza adottarli‘’ . Ridicoli quelli dei berlusconiani, che parlano di ‘’ voli di Stato per una vicenda privata’’ , dopo anni di voli di Stato per trasportare escort ( parola moderna usata per tradurre la piu’ nota parola troiame ) verso Arcore. Strani quelli dei penta stellati, che dopo un anno di bavagli alla bocca e salite sui tetti, parlano di ‘’un ministro che vuole solo mettersi in mostra”. Spiacevole invece che questa teoria dell’ ‘’ amore per le passerelle‘’ sia anche ripresa anche da tanta gente di sinistra, quelli per cui  “ogni cosa che fa Renzi o qualcuno della sua squadra è sbagliato ‘’. Dai ‘’ miei ‘’ vorrei un po’ piu’ di intelligenza nella critica ma purtroppo, come non mi stanchero’ mai di ripetere, 20 anni di berlusconismo hanno davvero inquinato le menti in tutti gli schieramenti. A queste sterili polemiche, si aggiunge anche quella dell’ Onorevole M. D’ Alema che, criticando la Ministra Boschi per essere andata sotto la luce dei riflettori, ricorda quando lui , alcuni anni orsono, riportando a casa dalla Libia 2 bambine rapite dal padre, scelse di defilarsi dalle interviste. Questo episodio raccontato da D’ Alema ci  fa apparire l’ Onorevole certamente piu’ simpatico ( e la simpatia non e’ certo un suo punto di forza ), pero’ e’ anche vero che una Ministra trentenne, eletta da pochi mesi, non ha certamente l’esperienza ne tantomeno quella accortezza che ha chi e’ in politica da mezzo secolo : poi sinceramente, ce la vedete questa Ministra dal viso di ragazzina comportarsi come una vecchia e acida Crudelia Demon, utilizzando per proprio interesse piccoli di colore anziche’ cuccioli di dalmata ?  Io personalmente no. Quindi cerchiamo di non cadere in sterili polemiche senza senso, che non portano a nulla e non ci fanno certo fare una bella figura. Cerchiamo di non sporcare questa cosa cosi’ bella.

Benvenuti in Italia bambini e bambine . Nelle vostre famiglie adottive, sarete circondati da quell’ amore e da quell’ affetto e prosperita’ che i vostri genitori naturali non hanno potuto darvi. Anche se con una pelle diversa, sarete da grandi cittadini italiani a tutti gli effetti e sono sicuro che sarete migliori di tanti che sono nati qui. Ancora benvenuti !!

Gianluca Bellentani

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Un popolo si, di merda no


nopasaranFrancesca Pilla

Pubblichiamo un’articolo tratto dal blog del manifesto “Napoli Centrale” a cura di Francesca Pilla. Il suo blog è un diario di bordo che racconta la complessità di Napoli e della Campania senza remore e filtri politici. In questa riflessione Francesca risponde ai tanti Adinolfi che hanno la memoria corta sulle responsabilità dei disastri della Campania. (Red)

Mario Adinolfi, ex parlamentare del Pd ha scritto su Twitter che i napoletani sono un popolo di merda. Ha ragione? Ma dov’era quando dal 2002 (circa) al 2006 (circa) gli acerrani insieme ai napoletani, ai campani protestavano contro l’inceneritore? Solo il 30 agosto del 2004 in una manifestazione oceanica, con bambini che avevano portato i palloncini, i contadini le loro mucche, le donne tantissimi fiori, finì tutto in una repressione di lacrimogeni e cariche. Anche il primo cittadino venne manganellato, si chiamava Espedito Marletta, gli spaccarono la testa. Io c’ero.

Il partito con cui è stato eletto al parlamento Adinolfi, all’epoca rappresentato dall’Ulivo nel frattempo continuava a spingere e sostenere l’Impregilo che pure verrà poi indagata per gravi mancanze nel ciclo dei rifiuti e per aver creato la cittadella della munnezza a Giugliano, 6 milioni di ecoballe. Proprio Prodi chiuse un accordo (alias firmò un decreto) per la società che prevedeva l’impiego dei Cip6 (una sorta di truffa per far passare come fonte energetica rinnovabile la termovalorizzazione) solo per la Campania.

Dov’erano i politici quando sempre nel 2004 la rivista Lancet coniò la definizione del triangolo della morte da parte degli studiosi Kathryn Senior e Alfredo Mazza? Dopo quasi 10 anni ci siamo dovuti sentire dall’ex ministro Balduzzi che da noi si muore 3 volte tanto di tumore perché abbiamo uno stile di vita sbagliato.

Dov’era Adinolfi quando nel 2008 Lucia De Cicco si è data fuoco proprio davanti al sito di stoccaggio di Giugliano? Dov’eranp quelli che fanno finta di non sapere nel 2008 durante le sollevazioni di Chiaiano dove è stata aperta la più grande discarica cittadina tra i palazzi. Nel maggio di quell’anno gli abitanti vennero picchiati, malmenati, alcuni perfino arrestati. Anche i giornalisti (tra cui Romolo Sticchi) furono bastonati. L’ordine l’aveva dato Gianni De Gennaro, oggi a capo dei servizi segreti, perché quello era stato dichiarato sito militare e chi protestava era sottoposto a leggi speciali. Dov’era dunque Adinolfi a Pianura, a Quarto a Pozzuoli, alla famosa “Rotonda” contro le discariche nel parco del Vesuvio?

E’ una storia lunga. Io c’ero e so che chi ha osato dissentire contro l’avvelenamento dei nostri territori è stato trattato come oggi i no tav: camorristi (invece di terroristi), estremisti, attentatori dell’ordine precostituito ecc ecc.. E’ facile offendere per “categorie”, rom, migranti, arabi, Lgtb, e in Italia i napoletani oggetto dei più sprezzanti commenti. Bisogna stare molto attenti a soffiare sul fuoco dell’odio “etnico”.

Allora resta da dire solo una cosa si è vero siamo un popolo, ma di merda no. La testa l’abbiamo sempre alzata. E siamo stati governati dalle stesse persone.

Adinolfi comunque si giustifica così: http://www.napolitoday.it/cronaca/adinolfi-popolo-di-merda.html

– See more at: http://www.manifestosardo.org/popolo-si-merda/#sthash.bj8zZbQn.dpuf

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Famiglie tradizionali


063356430-bf894aaf-231f-498f-9bef-033b06ddac0dHo appreso con un certo orrore il caso della sposa-bambina yemenita, venduta dal patrigno a un quarantenne a soli otto anni, morta nella stanza d’hotel dove ha passato la “prima notte di nozze” in seguito alle conseguenze di un’emorragia interna.

I miei pensieri dopo l’annientamento rispetto a una vicenda così spietata, disumana e disumanizzante, mi hanno portato a riflettere su questioni che coinvolgono il significato di parole antiche, usate in modo nuovo e, soprattutto, in modo discriminatorio. Questi termini sono, appunto, “famiglia” e “tradizione”.

Cominciamo da quest’ultima: è tradizione in certe culture che a otto, nove e dieci anni le bambine si sposino – magari dopo compravendita – con adulti. Se la cultura dominante, a cominciare dalla nostra, considera la tradizione e la sua immutevolezza un valore, a rigor di logica sarà difficile sostenere che queste consuetudini siano sbagliate.

Tanto più, e ritorniamo all’altra parola, ovvero “famiglia”, che la consuetudine di cui si sta parlando – nel caso dello Yemen nella fattispecie, ma applicabile nel tempo e nello spazio a qualsiasi altra società – ricalca il modello eterosessuale: un maschio, una femmina, progetto riproduttivo e procreativo (di lungo corso, nel caso specifico).

Semplificando, e di molto: la situazione appena descritta – prescindendo dal suo epilogo tragico – corrisponderebbe in larghe linee a un modello generalmente accettato. La cultura occidentale rifiuta il fatto che ci sia una distanza di età così abnorme, ma lo rifiuta adesso! Dopo millenni in cui certe tipologie di accordo prematrimoniale rientravano nella norma del sistema giudaico-cristiano (si pensi alla differenza di età tra Maria vergine e san Giuseppe, per avere la reale dimensione della cosa di cui stiamo parlando).

Mi si dirà: ma ciò è successo in un paese “incivile”, con cultura e religione diverse dalla nostra. E questo è sicuramente vero. Ma il sostrato di quella diversità ha forti punti in comune con la nostra cultura: la rigida divisione tra generi e la differente rilevanza sociale dei sessi, la sottomissione culturale e quotidiana della donna nei confronti dell’uomo, il maschilismo diffuso, il modello della virilità come valore predominante, ecc. In una parola soltanto: il sessismo. Insieme all’eterosessismo, che è ciò che accade alla società se quel sistema valoriale di cui si è appena data descrizione diviene modello unico e dominante.

Sintetizzando, potremmo dire che questo è ciò che succede quando il paradigma eterosessista raggiunge l’apice della sua applicazione pratica.

Oggi in Italia parleremmo – e a ragione in un caso siffatto – di pedofilia, femminicidio, schiavismo e via discorrendo. Altrove si chiama “famiglia tradizionale”. Parole che, di fronte all’evidenza di ciò che riescono a produrre, non sono poi così rassicuranti.

http://elfobruno.wordpress.com/2013/09/13/famiglie-tradizionali/

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Erri De Luca, i No Tav e gli scrittori che scodinzolano


1185726_10153213439250387_487661174_nPartirei da una riflessione di Loredana sul caso No Tav-Erri De Luca:

Dunque Erri De Luca verrà denunciato. Non so su quanti quotidiani troverete la notizia, ma Ltf, la società che si occupa degli studi e della progettazione della Torino-Lione, ha deciso di portare lo scrittore in tribunale. I motivi? Ansa li riporta così:

“L’iniziativa è legata alle recenti prese di posizione di De Luca in favore delle azioni di ‘’sabotaggio” contro il cantiere.
L’ex di Lotta Continua in alcune interviste aveva legittimato ”cesoie e sabotaggi” nella protesta contro la realizzazione della Torino-Lione”.

A parte la definizione (l’ex di Lotta Continua. Come se la biografia di Enrico Letta fosse riassumibile in “l’ex presidente dei Giovani Democristiani”. Ops, dite che in questo caso sarebbe legittimo?), forse occorrerebbe  leggere l’intervista a De Luca all’Huffington Post, che trovate  qui. E poi leggete le reazioni NoTav:  qui e qui.
Comunque la pensiate in proposito, ribadisco, mi sembra evidente che sul No Tav esiste ormai una campagna mediatica che criminalizza e non informa. Se persino il rettore della Statale di Milano annuncia con rullo di tamburi  l’adozione dei tornelli per impedire l’accesso all’università a “persone molto pericolose” facendo indiretto ma evidente riferimento ai NoTav, credo che il cerchio si stia chiudendo.
Allora, fatevi un favore. Procuratevi il libro di quel pericolosissimo personaggio che è Luca Rastello (giornalista, specializzato in economia criminale e relazioni internazionali, è stato direttore di «Narcomafie» e del mensile «L’Indice», e ha lavorato come inviato per il settimanale «Diario») e Andrea De Benedetti. Si chiama Binario morto, e un paio di chiarimenti sull’Alta Velocità li fornisce eccome. Con buona pace di tutti coloro che sono pronti a utilizzare il termine Cattivi Maestri come un marchio d’infamia.

Non chiedete ai grandi scrittori italiani (ma vale anche per gli autori teatrali o i “teatranti civili”) di essere contemporanei nelle prese di posizione. Non chiedete mai agli “intellettuali” (si vabbè, magari) di esprimere un’opinione. Se un collega (piacerebbe essere colleghi di De Luca, a molti) viene travolto da un’esondazione per presa di posizione tutti gli altri stanno nemmeno sull’argine ma nell’entroterra a festeggiare o (i più buoni) a pensare ad altro. La chiama, sempre Loredana Lupperini “la scarsissima propensione del mondo letterario italiano a esprimere solidarietà ai membri più famosi del medesimo. E la felicità perversa che nutre nel massacrarli” ma sembra piuttosto il solito opportunismo in polvere.

Io non so perché in questo Paese bisogna essere archeologici per sembrare opportuni ma un fronte comune almeno sulla questione del boicottaggiopromosso da Giuseppe Esposito (PDL) sarebbe stato bello, opportuno per chi scrive un po’ anche nelle azioni oltre che sui libri.

Ma il coraggio non si impara, nemmeno con tanto tanto (e pubblicizzatissimo) talento.

Io, da amico fiero di Gian Carlo Caselli, difendo un testimone e coltivatore di bellezza come Erri nelle sue belle e limpide posizioni.

http://www.giuliocavalli.net/2013/09/06/erri-de-luca-no-tav-gli-scrittori-che-scodinzolano/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/09/06/erri-de-luca-e-i-marchi-dinfamia-mediatici-e-non/

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Non ci sono soldi e i CIE diventano ancora più lager


corelliby Luca Fazio

Dopo 15 anni l’esperienza concentrazionaria più disumana e rimossa del Paese – i Centri di identificazione ed espulsione (Cie) – forse è giunta al capolinea. Certo non per un sussulto antirazzista, e nemmeno per un ripensamento della politica, ma solo perché sono finiti i soldi anche per gestire queste prigioni per stranieri che non hanno commesso alcun reato.
Il fallimento totale dell’esperimento palesemente razzista è sotto gli occhi di tutti. Rinchiudere inutilmente persone fino a 18 mesi senza alcun utile tornaconto non è un buon modo di utilizzare soldi pubblici, e il Viminale non può far finta di niente di fronte all’evidenza: nel 2012 sono state «trattenute» 7.700 persone nei Cie di tutta Italia e ne sono state rimpatriate meno della metà. Un numero insignificante se confrontato con il dato ufficiale – e sicuramente sottostimato – degli immigrati senza documenti: 326 mila secondo uno studio della Fondazione Ismu.
La situazione ormai è sfuggita di mano anche sotto il profilo dell’ordine pubblico, per non parlare dei diritti umani. Ogni giorno si ripetono episodi di autolesionismo, fughe, denunce di maltrattamenti, blocchi stradali, risse e rivolte sedate spesso con la violenza: ieri, per esempio, una rissa «per futili motivi» scoppiata nel Cie in contrada Imbriacola di Lampedusa, con un poliziotto ferito in maniera piuttosto seria (in quel centro sono imprigionate 977 persone a fronte di una capienza massima di 300).
Il caso del Cie di via Corelli, a Milano, che dal 1998 è sempre stato gestito dalla Croce Rossa Italiana (Cri), è esemplare per comprendere la drammaticità della situazione in tutta Italia. Scaduto il bando, la Cri si è detta disponibile a gestire il centro chiedendo una cifra doppia rispetto a quella messa a disposizione dal ministero degli Interni: 60 euro al giorno a persona contro i 30 proposti per affidare l’appalto «selezionando la migliore offerta con il criterio del prezzo più basso» (scrive la Prefettura di Milano). Solo la cooperativa siracusana L’Oasi è rientrata nel tetto fissato offrendo 27,50 euro per persona (fino ad oggi la Cri gestiva a fatica la prigione ricevendo 54 euro a persona). Problema risolto? Tutt’altro. Anzi, in corso Monforte, visti i precedenti della coop L’Oasi, sono piuttosto preoccupati. Lo scorso giugno il prefetto di Bologna ha rescisso il contratto con la medesima coop (28 euro a persona) dopo che diverse associazioni, sindacati compresi, avevano denunciato condizioni degradanti, e stipendi non pagati… (il Cie di Bologna è ancora chiuso). Stessi problemi anche al Cie di Modena, dove in questi giorni i lavoratori sono in agitazione perché non ricevono paghe regolari, e anche in questo caso la Cgil ha chiesto alla prefettura la revoca del contratto con la cooperativa L’Oasi. Ancora non è certo come andrà a finire a Milano, perché l’abbandono della Cri in autunno potrebbe anche provocare l’impensabile, almeno come soluzione temporanea: fine di via Corelli?
Alcuni amministratori già stanno premendo per questa soluzione. Il sindaco di Modena, Giorgio Pighi, proprio ieri ha proposto la chiusura del Cie cittadino: «Chiudiamolo, sta solo creando problemi alla città e usiamo quell’edificio per affrontare con determinazione, percorrendo strade innovative, l’emergenza delle carceri stracolme e disumane». Il degrado, le situazioni umilianti, sono ovunque una costante. «Nel carcere di Trapani si sta meglio che nel Cie di contrada Milo», così ha commentato l’Unione camere penali italiane che ha appena visitato il centro trapanese riscontrando «condizioni di invivibilità». Anche il sindacato di polizia ormai definisce lager questi luoghi. Felice Romano è segretario del Siulp e dopo le proteste scoppiate in questi giorni in diversi Cie (Torino, Modena, Caltanisetta) ha voluto esprimere «solidarietà a tutti gli operatori di polizia che assolvono al gravoso compito di contrastare le rivolte che caratterizzano ormai ciclicamente la vita e la gestione di questi ambigui e pericolosi lager per immigrati e poliziotti». Per il Siulp, «detti accadimenti avvalorano la tesi che i Cie siano vere e proprie bombe a orologeria».

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Bimbo viene obbligato a incontrare il padre pedofilo: aveva molestato la sorellina


servizisociali-padova-tuttacronacaL’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena ha querelato una psicologa ed un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana che fa capo ai Servizi sociali dell’Ulss 15. Scrive il legale: “Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina”. L’azione legale della madre del bimbo è stata intrapresa il 29 giugno scorso: la richiesta è che le due professioniste non si occupino della vicenda avvenuta quando il figlio aveva 3 anni e la figlia 11. Ha spiegato l’avvocato: “Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga ‘l’unica donna della sua vita’, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a «vivere insieme per essere una famiglia”. Il legale continua quindi la ricostruzione: “Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare ‘mamma’ la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio. Malgrado questo, il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori”. Ancora Miraglia: “Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente ‘accusare’ dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento”.

FONTE : http://tuttacronaca.wordpress.com/2013/07/25/bimbo-viene-obbligato-a-incontrare-il-padre-pedofilo-aveva-molestato-la-sorellina/

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il golpe egiziano (discutibile discussione)


Con amici e conoscenti si sviluppa da tempo ormai un’accesa (intellettualmente accesa) discussione sugli avvenimenti egiziani. Quelli che io definisco un golpe.
Questa rinnovata discussione mi offre in realtà l’occasione per sviscerare e chiarificare ancor meglio alcuni punti del mio pensiero, che temo tuttora fraintesi.
1) Perché l’esercito no: ripeto da tempo ormai che per me vi è una differenza fondamentale fra “rivoluzione” e “golpe”. Tale differenza risiede, semplicemente, nell’autore e nella partecipazione. Una rivoluzione è fatta (prevalentemente) dai cittadini; un golpe, al contrario, è fatto solo da una minoranza di essi o da una parte particolarmente qualificata.
Sul punto maggioranza/minoranza mi son già ampiamente speso e ribadisco qui solo il fatto che, ad oggi, i sostenitori dei Fratelli Mussulmani sono numerosissimi in Egitto. E nessuna prova è stata portata del fatto che la maggioranza degli egiziani sia attualmente d’accordo con l’esercito (che tanti siano andati in Piazza Tahrir è, semmai, solo un indizio). In assenza di tale prova, ritengo corretto rifarsi all’ultima valida espressione della volontà popolare, ovvero le elezioni che hanno dato la maggioranza proprio ai Fratelli Mussulmani!
Ma il secondo aspetto è ancora più importante: l’esercito è una parte qualificata della popolazione. E’ una parte armata, ovvero detiene -per conto dello Stato e non da solo (vi sono anche le forze di polizia)- il “monopolio della violenza” di weberiana memoria. L’esercito ha un potere (“dalla canna del fucile“) straordinario, potenzialmente incommensurabile rispetto a quello politico e giuridico degli altri organi dello Stato. Per tale ragione, è ancor più importante che l’esercito si attenga strettamente ai limiti assegnatigli.
Non a caso, quando le forze armate hanno preso il potere -anche sulla scia di un grande sostegno popolare-, raramente l’hanno lasciato.

2) la forma dell’intervento: il punto è per me risolutivo. Si tratta semplicemente di appurare se la legittimità costituzionale (sovrana, in un ordinamento democratico: altrimenti si ricade nel populismo del “votato dalla maggioranza dei cittadini” di berlusconiana memoria – non a caso l’art. 1 della nostra Costituzione precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – un principio simile si ritrova anche all’art. 5 della Costituzione egiziana) consente o meno all’esercito egiziano un simile intervento nella sfera politica.
A mio avviso, la questione è presto acclarata dall’ottavo preambolo della Costituzione egiziana approvata dopo la caduta di Mubarak. Per inciso, sia chiaro che questa Costituzione non avrebbe mai potuto esser approvata senza l’assenso, almeno tacito, dei militari. Dunque, recita l’ottavo preambolo: “Defending the homeland is an honor and an obligation. Our armed forces are a neutral, professional national institution that does not interfere in the political process. It is the country’s defensive shield“. L’affermazone di neutralità politica mi sembra chiara ed innegabile e tali preamboli sono qualificati come “principi” cui si aderisce.
Anche proseguendo nella lettura del testo costituzionale (art. 194 ss), si evince che nessuna disposizione autorizza le forze armate ad un simile intervento, anzi: addirittura l’art.101 stabilisce chiaramente che “No armed forces are permitted to enter either chamber [camere del Parlmento, ndr] or reside in its vicinity unless the chamber’s president has requested so“.
Infine, la Costituzione prevede specifiche procedure (art. 152) di impeachment del presidente. Procedure, è lapalissiano, non rispettate.

3) le ragioni dell’intervento: in una recente intervista dell’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy a Repubblica, l’ambasciatore così risponde alla domanda se l’intervento dell’esercito fosse necessario: “A volte, lo è. Non potevamo aspettare altri quattro anni, fino alla prossima scadenza elettorale. Parecchi egiziani erano pronti a fare i bagagli e a espatriare. Abbiamo sprecato già decenni con Mubarak. Glielo dimostro: prenda a esempio la Corea del Sud. Negli Anni Sessanta il reddito pro capite lì era più basso che in Egitto, come il totale delle esportazioni. Ma in quarant’anni i sud coreani ci hanno superati di molte volte. Con Morsi alla presidenza, continuavamo a scivolare nel precipizio: saremmo presto diventati uno Stato fallito. Quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà: l’Egitto merita ben più di questo. Ora dobbiamo recuperare il tempo perduto“.
Tradotto: l’intervento era necessario per ragioni economiche!
Ora, qualcuno vuol forse paragonare questa giustificazione con le dichiarazioni del Bundespraesident emerito Horst Koehler, costretto a dimettersi per le dichiarazioni sulle “ragioni economiche” dell’intervento tedesco in Afghanistan? O forse con il “ “ “golpe” ” ” (scusate, in questo caso le virgolette non sono mai abbastanza!) delle dimissioni di Berlusconi per la crisi economica in Italia?
Anche ammettendo -e non sarei comunque d’accordo- che simili motivazioni giustifichino l’azione dell’esercito, la sproporzione fra fini e mezzi dovrebbe lasciarci ben sospettosi, per non dire allibiti, di fronte a tale indebita intromissione. Incostituzionale.

4) ragioni umanitarie: lo stesso Helmy nelle proprie dichiarazioni richiama -e dobbiamo supporre, alla luce della risposta precedente, in modo del tutto secondario- la minaccia rappresentata dall’islamismo ed in particolare dalla violazione dei diritti umani, rappresentata dall’approvazione di una norma che abbasserebbe l’età minima per il matrimonio a 9 anni per le bambine.
Tralasciando la generica considerazione che il giudizio sull’islamismo politico spetta sempre e solo al popolo, nelle forme democratiche costituzionalmente previste, mi limito qui a ribadire che tale argomentazione è inconsistente: a) perché prima di procedere con una soluzione tanto drastica come un golpe militare in disprezzo della Costituzione si sarebbero potute perseguire altre forme di protesta democratica e civile contro l’approvazione di tale norma (boicottaggio parlamentare, scioperi ad oltranza, manifestazioni pubbliche…); b) perché non risulta che i militari abbiano giustificato con tale argomento il loro intervento; c) perché la riduzione manichea della questione militari/pedofilia è una strumentazione del discorso che semplifica irrealisticamente la complessità di questo avvenimento.
Insomma, riducendo tutto alla dicotomia citata, si forza la realtà dei fatti per incanalare la discussione in binari tali da fare passare l’interlocutore che sostenga una posizione contraria come un essere spregevole. Tecnica francamente berlusconiana.

5) le ragioni contrarie: nel dibattito mi si accusa di sostenere posizioni troppo “astratte”. Orbene, come ho ripetutamente cercato di chiarire, non trovo affatto che tali ragioni siano “astratte”. Anzi: esse sono concretissime. Si tratta, infatti, di garanzie a tutela dei diritti dei cittadini, se tali garanzie sono violate, nulla ci assicura che anche i diritti civili e politici siano rispettati.
In un sistema democratico-costituzionale (lo “Stato costituzionale di diritto“), la legittimità politica è legittimità giuridica.

6) lasciamo la storia da parte: ultima considerazione. La storia (“Storia”) non c’entra nulla.
Come possiamo pretendere di chiamare in causa e valutare la storia a pochi giorni dai fatti? No, adottare ora un simile parametro di giudizio è semplicemente fuorviante. Significa rimandare ad un tempo mitico giudizi che invece potremmo dare già ora; significa zittire le ragioni attuali in nome di quelle future.
Se questo golpe potrà avere risultati positivi, lo giudicheremo negli anni a venire.
Ma oggi, oggi, dobbiamo solo giudicare gli avvenimenti per quello che sono: l’esercito ha spodestato un presidente eletto. E questo per me altro non è che un golpe: un atto illegittimo di una forza pubblica contro un altro potere pubblico, una ribellione di un organo dello Stato contro un altro organo.
Gli organi internazionali che devono relazionarsi al nuovo governo egiziano, i parlamenti, i governi (incluso il parlamento dell’Egitto), non possono ragionare in termini di “storia”. Devono ragionare in termini -concretissimi- di legittimità politica e giuridica al’oggi.
E questa legittimità, oggi, manca.

generale Al-Sisi
generale Al-Sisi
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Calderoli si tolga dai piedi


calderoliPresa di posizione dei missionari comboniani contro le mancate dimissioni da vice presidente del Senato dell’esponente leghista, e sull’inerzia colpevole della maggioranza parlamentare.

La decenza evidentemente non appartiene all’etica politica di Roberto Calderoli, vice presidente, pro tempore, del Senato. Le dimissioni? Ma quando mai? Bastano le scuse personali, a suo dire, a Cécile Kyenge  per chiudere in modo indolore la vicenda delle offese alla ministra dell’integrazione (“Quando la vedo non posso non pensare a un orango”).

Ma non può finire così. Rievocare quel parallelo (negro=scimmia) significa sdoganare uno schema di pensiero che, in un passato non molto lontano, ha portato alla morte di milioni di africani. È questa la differenza con gli altri beceri insulti (dal caimano, al nano, alla pitonessa…) che si scambiano quotidianamente i politici d’alta scuola del teatrino italiano e che contribuiscono all’imbarbarimento del linguaggio, dei rapporti e della vita pubblica. Perché battersi contro il cattivo linguaggio significa anche opporsi al declino della civiltà.

Sappiamo che la paura dello straniero è un bacino inesauribile per chi fa politica. Ma la Lega Nord, da sempre si è spinta oltre: nell’annientamento dell’altro/a già nelle parole. La biografia di Calderoli e dei suoi sodali lo testimonia. La ricchezza del pensiero invece richiede, anzi esige, ricchezza di linguaggio. Mentre è da più di 20 anni che il linguaggio leghista disegna una democrazia povera di principi e ricca di angoscia.

Come missionari comboniani, come Fondazione Nigrizia, riteniamo inaccettabile il girare la testa dall’altra parte. Questa non assunzione di responsabilità, non solo del gruppo dirigente leghista, ma della stessa maggioranza che controlla le aule parlamentari e che avrebbe i numeri per sfiduciare Calderoli.

Riteniamo che le parole siano degli atti dei quali è necessario fronteggiare le conseguenze. E se moralismo significa battersi per evitare che sia espulso dal dibattito pubblico ogni barlume di etica civile, riteniamo sia giusta questa battaglia moralista. Anche, se non soprattutto, all’interno delle istituzioni.

Può infatti, come ha ricordato Gad Lerner, “un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini?!”.

Noi pensiamo di no. Per questo ribadiamo, assieme alla nostra vicinanza alla ministra Kyenge, il nostro sconcerto per l’impermeabilità del parlamento italiano alle ragioni che dovrebbero portare alle immediate dimissioni di Roberto Calderoli.

Fondazione Nigrizia
Missionari Comboniani

 

http://www.nigrizia.it/notizia/calderoli-si-tolga-dai-piedi/notizie

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Il leghismo come eversione e come viltà


grande-638x425Oggi Salvini difende Calderoli scagliandosi contro Napolitano che aveva mostrato indignazione. L’elenco delle scandalose parole razziste di esponenti leghisti è lunghissima. E basta sintonizzarsi su “Radio Padania” per capire come pietà, solidarietà, comprensione e compassione siano concetti che non hanno patria qui, in questa Patria farlocca che chiamano “Padania”.

Voglio segnalare solo due cose: la viltà di certi leghisti e il fondamento essenzialmente eversivo della loro azione.

La viltà leghista è quella tipica del branco di bulli. Assieme sono gradassi, insultano il debole, l’omosessuale, l’immigrato e via via si superano l’un l’altro con l’annullamento di chiunque non rientri nel loro ristretto orizzonte culturale. Ma come tutti i bulli sono dei vili e non vogliono mai assumersi le responsabilità (eventualmente anche penali) di ciò che dicono. Se guardate agli insulti contro la Ministra Kyenge, da Borghezio in poi, l’insulto è sempre frettolosamente stato seguito da scuse (“Mi scuso…”, “Non volevo…”, “Era una battuta…”); se non ricordate più la catena di insulti-scuse potete leggere QUI.

La strategia leghista è eversiva. Poiché sono convinto dell’intenzionalità di questi gesti è necessario chiedersi “Perché?”. A che scopo? Cosa ci guadagnano? Se, come me, non cadete nell’illusione della voce dal sen fuggita, bensì pensate a una volontà, una strategia (rozza, inaccettabile…), occorre chiedersi quale ne sia lo scopo, per opporre un’indispensabile resistenza democratica. La strategia è questa: poiché le parole costruiscono la realtàhanno conseguenze pratiche (ne ho parlato QUI), soffiare sul fuoco dell’intolleranza, dell’odio, della discriminazione serve per perpetuare uno stato emergenziale in Italia, alimentare il torbido, spaventare la gente, indurla a tenere la testa bassa e affidarsi a chi, con parole roboanti, pretende di difenderla: contro i froci che distruggono la famiglia; contro gli immigrati che rubano; contro i negri che hanno osato diventare ministri! E se per alimentare questo vomito si devono calpestare le Istituzioni, svillaneggiare il Presidente della Repubblica, minacciare l’insurrezione armata… Chi se ne frega? Al massimo, se le cose si mettessero male, si chiederà scusa, si dirà che si è scherzato…

Se volete, continuiamo a resistere su Twitter (@bezzicante).

fonte   http://www.fanpage.it/il-leghismo-come-eversione-e-come-vilta/#ixzz2Z7JwFl7i
http://www.fanpage.itt

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Caso Shalabayeva. Un governo senza dignità


266x200x25510129_il-caso-shalabayeva-ablyazov-arriva-in-senato-0.jpg.pagespeed.ic.-pLDbrnlWiLa qualità di un governo si vede da queste cose. Ministri e alti funzionari di polizia si mettono a disposizione di un ambasciatore, senza porsi nessuna domanda su cosa stiano facendo. Ovvero perché.
Si resta senza parole davanti alla somma di servilismo, incompetenza, disprezzo per la libertà degli esseri umani, vigliaccheria e fuga dalle responsabilità che emergono ogni giorno, con maggiore dovizia di dettagli, sul caso Ablyazov-Shalabayeva.
C’è una prima fase in cui tutti collaborano con l’ambasciatore kazako come sono evidentemente abituati a fare con quello statunitense. Senza nemmeno rispettare la “catena di comando” del proprio Stato: se c’è da fare un'”operazione di polizia internazionale” è davvero il minimo coinvolgere il ministro dell’interno (o di polizia) e quello degli esteri. E in parte ciò avviene, ma con modalità più sbrigative di una lavata di mani prima di andare a tavola (e non tutti sembrano avere questa sana abitudine).
C’è la fase “operativa” in cui i valorosi agenti entrano in 40-50 in una casa dove sono presenti una donna e la sua bambina.
C’è infine la terza in cui nessuno “è Stato” e tutti sembrano passati di lì per caso. Le versioni sull’acaduto e il proprio ruolo cambiano con la stessa velocità, e le stesse abitudini, con cui si stendono i verbali sulla morte di un detenuto o un arrestato. Peccato che stavolta siano tutti vivi, e che siano coinvolti paesi “amici” (la Gran Bretagna, per esempio) e non soltanto una famiglia o un centro sociale.
Questa è la qualità della classe politica italiana – tutta intera: Pdl, Pd, montiani, radicali – e dei funzionari di alto livello che con questa roba appiccicosa sono abituati a interfacciarsi, con cui stabiliscono quelle relazioni che portano poi a salti inimmaginabili di carriere. De Gennaro docet. Questa è la gente che ci “governa” applicando le direttive della Troika, che si guadagna la paga spremendo il proprio “popolo” per tutelare gli interessi dele banche e delle imprese multinazionali. E persino del “dittatore kazako”, che siede però su un mare di petrolio e gas.
La ricostruzione del Corriere della Sera ci sembra sufficiente a chiudere ogni discorso. E a cancellare ogni illusione di “riformabilità” di un ceto politico per cui è ormai difficile trovare aggettivi adeguati.

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Lo staff di Alfano sapeva. Così arrivò il via libera al blitz

Fiorenza Sarzanini

Il gabinetto del ministro Angelino Alfano ha avuto un ruolo centrale nella vicenda culminata il 31 maggio scorso con l’espulsione dal nostro Paese di Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua. E il resto lo hanno fatto i vertici del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, che si sono attivati su richiesta dell’ambasciatore del Kazakistan in Italia, Andrian Yelemessov. L’indagine disposta dal governo e affidata al capo della polizia Alessandro Pansa arriva dunque ai piani alti del Viminale. E dimostra che anche i funzionari di rango della Farnesina furono coinvolti nella procedura, durata appena due giorni, che si concluse con il rimpatrio della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov a bordo di un jet privato pagato proprio dalle autorità kazake. Come è possibile che lo stesso Alfano e la titolare degli Esteri Emma Bonino non siano stati tempestivamente informati? E soprattutto, se davvero hanno saputo che cosa era accaduto soltanto il 31 maggio scorso come continuano a dichiarare, che cosa hanno fatto sino ad ora? Perché hanno ripetutamente assicurato che «le procedure sono state rispettate» salvo essere poi costretti a fare marcia indietro e revocare il provvedimento del prefetto? Proprio per rispondere a questi interrogativi bisogna tornare al 27 maggio scorso e ricostruire la catena di errori, omissioni, possibili bugie che segna questa drammatica storia.
Le riunioni al Viminale
Proprio quella sera, dopo aver cercato di contattare inutilmente il ministro Alfano, l’ambasciatore Yelemessov chiede e ottiene un appuntamento con il capo di gabinetto Giuseppe Procaccini. L’obiettivo appare chiaro: sollecitare l’arresto di quello che viene definito «un pericoloso latitante, che gira armato per Roma e si è stabilito in una villetta di Casal Palocco». Secondo la versione ufficiale, il prefetto spiega che non si tratta di affari di sua competenza e dunque propone al diplomatico di affrontare la questione con il Dipartimento di pubblica sicurezza. Il contatto viene attivato subito e la pratica finisce sul tavolo del capo della segreteria del capo della polizia, il prefetto Alessandro Valeri. La mattina successiva, è il 28 maggio, l’alto funzionario incontra l’ambasciatore e il primo consigliere Nurlan Zhalgasbayev. Di fronte a loro contatta la questura di Roma, sollecita un intervento immediato.
Il caso viene affidato al capo della squadra mobile Renato Cortese che si muove sempre in accordo con il questore Fulvio Della Rocca. Insieme incontrano i due diplomatici kazaki. Le consultazioni di quelle ore coinvolgono anche l’Interpol, che dipende dalla Criminalpol e dunque dal vicecapo della polizia Francesco Cirillo. Sono proprio i funzionari di quell’ufficio a trasmettere ai colleghi il mandato di cattura internazionale contro Ablyazov. L’uomo – risulta dal provvedimento – è accusato di truffa, ricercato per ordine dei giudici kazaki e moscoviti. Le massime autorità di polizia concordano dunque sulla necessità di intervenire con un blitz nella villetta di Casal Palocco. Possibile che nessuno si sia premurato di scoprire chi fosse davvero questo Ablyazov? È credibile che nessun accertamento abbia consentito di scoprire che si trattava di un dissidente che aveva già ottenuto asilo politico dalla Gran Bretagna?

I contatti con la Farnesina
Il blitz scatta poco dopo la mezzanotte del 28 maggio. Sono una quarantina gli agenti coinvolti. Finisce come ormai è noto, visto che in casa non c’è Ablyazov e gli agenti trovano soltanto sua moglie e la figlioletta che dorme. Viene avviata la procedura di espulsione della donna che però fa presente di godere dell’immunità diplomatica grazie al passaporto rilasciato dalle autorità della Repubblica Centroafricana. L’ufficio Immigrazione chiede conferma di questa circostanza al Cerimoniale della Farnesina che il 29 pomeriggio invia un fax di risposta che nega questo privilegio. «Non avevamo accesso a questi dati perché la signora aveva fornito il suo cognome da nubile», hanno fatto sapere ieri dal ministero degli Esteri.
In realtà la comunicazione trasmessa dal capo della Cerimoniale Daniele Sfregola contiene altre informazioni sullo status della signora e dunque appare almeno strano che non si fosse a conoscenza della sua particolare condizione di pericolo e della necessità di accordarle protezione. In ogni caso, dopo il rimpatrio della signora e della bambina, è proprio alla Farnesina che l’avvocato Riccardo Olivo si rivolge per chiedere assistenza. Bonino viene dunque a conoscenza di ogni aspetto della vicenda. E contatta Alfano.

La linea del governo
La ricostruzione effettuata in queste ore certifica che quantomeno dal 31 maggio, quindi poche ore dopo il decollo del jet privato, i due ministri sono perfettamente informati di quanto accaduto. Ma è davvero così? Possibile che il prefetto Procaccini non abbia ritenuto di dover relazionare ad Alfano il motivo della visita dell’ambasciatore kazako, visto che l’istanza iniziale sollecitava un incontro proprio con il ministro? E come mai il prefetto Valeri, dopo aver attivato la questura e di fatto concesso il via libera all’intervento sollecitato a livello diplomatico, decise di non parlarne con il prefetto Alessandro Marangoni, all’epoca capo della polizia reggente? Perché non lo fece il suo vice Cirillo? Ed è credibile che non ci fu alcun contatto successivo con la Farnesina, viste le relazioni intessute con l’ambasciatore kazako a Roma? A questi interrogativi dovrà rispondere l’indagine condotta dal prefetto Pansa, anche tenendo conto che il 3 giugno fu proprio il prefetto Valeri a sollecitare una relazione per ricostruire ogni passaggio della vicenda, che gli fu trasmessa poche ore dopo dal questore Della Rocca. Il capo della polizia dovrà individuare le responsabilità dei tecnici, ma questo non sarà comunque sufficiente a chiarire i risvolti politici della vicenda. In questi 40 giorni trascorsi dopo la partenza forzata della signora Shalabayeva e di sua figlia, è infatti sempre stato assicurato che non c’era stata alcuna irregolarità. Ma nonostante ciò, due giorni fa il governo è stato costretto a revocare il provvedimento di espulsione, assicurando che avrebbe fatto ogni sforzo per far tornare la donna e la bambina in Italia. Una presa di posizione forte, arrivata però troppo tardi.

dal Corriere della Sera

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Persino Repubblica è rimasta basita, al punto da sintetizzare lo sconcerto nella per lei usuale formula delle “10-domande-10” ai protagonisti del caso.

1. Il 28 maggio, al Viminale, l’ambasciatore kazako chiede la cattura di Ablyazov al prefetto Procaccini, capo di gabinetto di Alfano. È credibile che il ministro non ne sia stato informato?

2. Il ministro dell’Interno ha avuto contatti con l’ambasciatore kazako prima della riunione nell’ufficio del suo capo di gabinetto?

3. Il 3 giugno l’Ufficio Immigrazione invia al Viminale una relazione sull’espulsione della Shalabayeva. Perché Alfano si accorge solo il 12 luglio che qualcosa non ha funzionato?

4. In base a quali elementi il 5 giugno, dopo le prime notizie di stampa, Alfano assicura che ‘tutte le procedure sono state correttamente rispettate’?

5. Perché il ministro Bonino e la Farnesina, sollecitati il 30 maggio dall’Ufficio immigrazione, non segnalano che Alma Shalabayeva è la moglie di un noto dissidente kazako?

6. Perché il Prefetto di Roma, il 30 maggio, nel firmare il decreto di espulsione della Shalabayeva attesta che ha precedenti penali, pur essendo la donna incensurata?

7. A che titolo il prefetto Valeri, del Dipartimento Pubblica sicurezza, consiglia i diplomatici kazaki di sollecitare al capo della squadra mobile Cortese la cattura di Ablyazov?

8. Perché i documenti che hanno portato all’annullamento del decreto di espulsione della Shalabayeva spuntano fuori solo un mese e mezzo dopo il suo fermo?

9. E’ vero che, dopo il suo fermo, Alma Shalabayeva è stata costretta per 15 ore a non poter bere o mangiare?

10. È vero che i diplomatici kazaki, il 31 maggio, sostennero che la donna doveva essere trasferita in Kazakhstan perché un eventuale scalo a Mosca avrebbe provocato un attentato terroristico?

FONTE  http://beta.contropiano.org/politica/item/17950-caso-shalabayeva-un-governo-senza-dignit%C3%A0

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La Repubblica del manganello


manganellata-giovanePARLA LA RAGAZZA MANGANELLATA: “HO FATTO MEZZO METRO ED È ARRIVATO IL COLPO”

La giovane 22enne picchiata da un agente: “Mi sono presa una manganellata senza motivo.”

Stefania Glorioso esce su una sedia a rotelle dal pronto soccorso del Fatebenefratelli, aveva partecipato ad una manifestazione pacifica lo scorso lunedì a Roma. Manifestava per il diritto alla casa. Alla domanda del giornalista: “Cosa è successo?”, risponde:

È successo che mi sono presa una bella manganellata in testa senza motivo. Eravamo fermi cercando di capire perché il nostro corteo fosse stato fermato quando un amico mi ha urlato di scappare perché aveva visto uno strano movimento. Il tempo di fare mezzo metro ed è arrivato il colpo“.

Che tipo di esami le hanno fatto?

Mi hanno messo dodici punti, o almeno sono quelli che ho contato, prima di sottopormi ad una Tac. La notte la passerò comunque in osservazione“.

Hai avuto modo di vedere chi è stato a colpirti?

L’ho visto benissimo, infatti spero che qualcuno abbia le riprese dei poliziotti schierati per poi poterlo riconoscere“.

fonte originale: Dagospia

1campi1Roma: manganellate ai senza casa, ferita una ragazza

Nel giorno in cui si è insediato al Campidoglio il nuovo consiglio comunale, la Polizia ha sbarrato la strada a un migliaio di manifestanti dei movimenti di lotta per la casa. Manganellate e spintoni. Come ai vecchi tempi di Alemanno…

Questi sono i  metodi con cui le autorità pretendono di governare le tensioni sociali provocate dalla cattiva amministrazione e dall’asservimento della cosa pubblica agli interessi di pochi e potenti privati. In occasione dell’insediamento del nuovo consiglio comunale uscito dalle elezioni municipali di poche settimane fa, vinte dal centrosinistra, le diverse sigle del movimento per il diritto alla casa avevano oggi convocato una manifestazione nel centro di Roma. Il corteo, autorizzato dalla Questura, è partito dopo le 15 dal Colosseo dietro uno striscione che recitava ‘Non vi illudete con uno sgombero di arginare lo tsunami’ ed ha attraversato via dei Fori Imperiali. Ma quando un migliaio di manifestanti sono arrivati a Piazza Venezia a sbarrargli la strada hanno trovato un folto cordone di polizia in assetto antisommossa.
I dimostranti hanno preteso di poter andare a manifestare sotto al palazzo nel quale era riunito il nuovo consiglio e gridando ‘Roma Libera’ e “Siamo tutti antifascisti” hanno accelerato il passo. Per tutta risposta contro le prime file sono partite violentissime e ripetute cariche contro i manifestanti. A farne le spese è stata soprattutto una ragazza, colpita da un manganello, che ha iniziato a sanguinare copiosamente ed è stata soccorsa solo dopo parecchi minuti, visto che le cariche sono proseguite quando 1campi2era ancora a terra.

Pare che il corteo sia stato bloccato a una certa distanza da Piazza del Campidoglio, all’altezza dipiazza Madonna di Loreto, per evitare che i manifestanti “disturbassero” alcuni esponenti del partito neofascista ‘La Destra’, che era in presidio sotto il Campidoglio pur non avendo nessuna autorizzazione.

“Durante le cariche della polizia ero vicino alla ragazza ferita, che è stata colpita da una manganellata in pieno volto. L’ho sorretta, protetta da altre manganellate, che hanno raggiunto anche me” ha spiegato ai giornalisti Andrea Alzetta, di Action.P aolo Di Vetta, dei Blocchi Precari Metropolitani (BPM), racconta che “all’inizio del corteo abbiamo saputo che esponenti de La Destra avevano organizzato il benvenuto a Marino sulla piazza del Campidoglio, che invece a noi era stata vietata a causa delle strutture di un concerto. Quando abbiamo saputo che i manifestanti de La Destra stavano dirigendosi verso il Campidoglio abbiamo chiesto alle forze dell’ordine di arrivare anche noi più in prossimità. Invece siamo stati bloccati nei pressi di piazza Madonna di Loreto (fin dove il corteo era autorizzato) con delle cariche immotivate per cui ci sono state sei persone ferite, ora in ospedale, una ragazza più gravemente alla quale sono stati applicati 15 punti di sutura. Noi pensiamo – conclude Divetta – che questa abbia tutte le caratteristiche di una provocazione da parte della destra”.

1campiferitaLuca Fiore – Contropiano

Il comunicato dei Movimenti per il diritto all’abitare

Le cariche immotivate alla manifestazione dei movimenti per il diritto all’ abitare avvenute oggi alla fine di via dei fori imperiali hanno portato al  ferimento dì 6 persone tutte medicate in ospedale. Tra queste Stefania di 22 anni è tuttora ricoverata presso il Fatebenefratelli con un trauma cranico e 16 punti di sutura sul volto. Mentre un gruppuscolo di neofascisti manifestava in Campidoglio protetto da pacifiche forze dell’ordine, un corteo autorizzato di 5000 persone veniva brutalmente caricato e manganellato mentre rivendicava casa e reddito. Ci chiediamo chi a Roma abbia interesse a far esplodere la tensione sociale trasformando i problemi sociali in questioni di ordine pubblico. Giudichiamo gravissimi i fatti di oggi e per questo chiediamo la rimozione del prefetto e del questore. Allo stesso tempo chiediamo alla politica dI svolgere la sua funzione dando risposte e costruendo soluzioni reali.

Fonte

 http://www.contropiano.org/sindacato/item/17690-roma-manganellate-ai-senza-casa-ferita-una-ragazza

4ff5d1e275e40124b08b85fd8fa9fee8_LL’Ugl contro il sindaco Marino per la solidarietà alla ragazza ferita dalle manganellate. Un agente grida “Ti ammazzo!!” ad un manifestante. Questa volta sarà difficile dire che a colpire sia stato un ombrello… a Roma c’era il sole.

E’ tensione tra il sindacato di destra di polizia Ugl e il sindaco di Roma, Ignazio Marino dopo le manganellate gratuite degli agenti contro i manifestanti del movimento di lotta per la casa lunedi scorso. “Le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Roma sugli scontri rappresentano l’ennesimo attacco gratuito nei confronti delle forze di Polizia – ha dichiarato in una nota il segretario provinciale dell’Ugl polizia di Stato di Roma, Massimo Nisida – chiamate a fronteggiare tensioni sociali provocate dai vuoti lasciati dalla politica e poi aprioristicamente criticate dalle stesse istituzioni che le hanno investite del difficile ruolo di garantire l’ordine pubblico”. La dinamica dei fatti – documentati da diversi video – non sembra scalfire la posizione del dirigente del sindacato di destra. “Pur essendo a conoscenza del dramma abitativo che interessa in misura crescente la Capitale, riteniamo intollerabile che un esponente delle istituzioni, chiamato a rappresentare tutti i cittadini, abbia dichiarato solidarietà soltanto ai feriti tra i manifestanti e non tra le forze di Polizia – prosegue Nisida -, sempre più spesso chiamate a svolgere il difficile compito di ammortizzatore delle tensioni sociali”. E’ una interpretazione dell’ammortizzazione sociale piuttosto singolare quella esposta dal dirigente della Ugl-polizia di stato.
Non ci sono state solo manganellate gratuite e violente contro una manifestazione autorizzata ma bloccata per tutelare una manifestazione non autorizzata di un gruppo di fascisti. C’è una ragazza con la testa rotta, altri sei manifestanti contusi dalla manganellate e c’è un agente polizia che pronuncia ripetutamente “Ti ammazzo!” diretto ad un manifestante. Nella concitazione c’è scappata anche la contusione ad un funzionario di polizia colpito da una bottiglietta d’acqua.

Guarda il video con l’agente che minaccia il manifestante dicendogli “Ti ammazzo!!”. Nel numeratore temporale guarda da 05.41 a 05.34
http://video.corriere.it/corteo-il-diritto-casa-ferita-ragazza/533ca060-e271-11e2-b962-140e725dd45c

Il questore di Roma, Della Rocca, ha fatto sapere di aver disposto “accurati accertamenti volti a delineare l’esatta dinamica e le circostanze del ferimento della manifestante e del funzionario di polizia”, durante i fatti di lunedì pomeriggio sotto al Campidoglio al termine del corteo dei movimenti per il diritto alla casa. A proposito della richiesta di accertamenti avanzata tanto dal questore quanto al sindaco, l’Ugl ha sottolineato: “Vogliamo inoltre tranquillizzare il sindaco – conclude la nota – sul fatto che sarà fatta piena luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, e rassicurarlo su due punti: è la prassi fare inchieste su quanto avviene nelle piazze, inoltre esistono procedure di verifica e controllo trasparenti ed efficaci su quanto accade in occasione delle manifestazioni pubbliche”.
Alla luce dei recenti fatti di Terni c’è da auspicarsi che questa volta la versione ufficiale affermi che la ragazza ferita sia stata colpita da un ombrello: lunedi a Roma era sereno e il sole spaccava le pietre. Ecco, il problema è proprio questo: le inchieste e gli accurati accertamenti interne non portano mai o solo raramente a conclusioni trasparenti ed efficaci, utili per evitare accanimenti e violenze gratuite nelle piazze e nella gestione dell’ordine pubblico. Dai video emerge piuttosto chiaramente – come in altre occasioni – la frequente difficoltà dei funzionari di piazza nel tenere a bada i propri uomini in divisa. E’ successo spesso, molto spesso, troppo spesso.

https://www.contropiano.org/news-politica/item/17737-roma-la-destra-contro-il-sindaco-dopo-le-cariche-della-polizia

Pubblicato in: abusi di potere, diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, sessismo, società

Half the sky- l’altra metà del cielo


Le donne reggono metà del cielo“, recita una dichiarazione del leader cinese Mao Zedong.
Particolarmente interessante, pensando che nel I Ching il cielo (“il creativo”), rappresentato da una linea continua, è identificato col principio maschile, mentre quello femminile (una linea spezzata) simboleggia la terra.
Ma molto più interessante è la risposta che una ricercatrice cinese diede a tale detto negli anni ’90: “bene, ma perché a noi tocca la parte più pesante e non quella in cui c’è il Buco dell’Ozono?“.

Stavo lavorando a diversi post stupidi, poi ieri sera mi è capitato di vedere sul canale tv LaEffe-Repubblica tv “Half the sky” un documentario realizzato dal giornalista Nicholas Kristof e sua moglie Sheryl WuDunn (qui la recensione dal canale LaEffe) con la cooperazione di numerose star femminili, basato sul libro degli stessi autori nel quale si definisce la condizione femminile nel mondo come un “paramount moral challenge“.
Capitato più per caso che per scelta su questo programma, stavo rapidamente e maschilisticamente cambiando. Poi il tema ed il contesto del segmento al momento in onda mi hanno trattenuto “Cambogia- sfuttamento sessuale minorile“.
Avendo vissuto qualche mese in Cambogia, avevo una discreta idea di cosa si trattasse e volevo andare un pò oltre la misera superficie che avevo appena grattato in quei mesi laggiù: anche nei giornali in lingua inglese appare qualche articolo sul tristissimo turismo sessuale dei pedofili, sulle loro pratiche malsane e su come costruiscono un lungo rapporto con le famiglie, per poi compiere i loro abusi, giunto il momento che ritengono opportuno.
Anche conoscendo tutto ciò, dire che ne sono rimasto sconcertato sarebbe poco.
Bambine di 4-3 anni vendute, stuprate ed usate come schiave del sesso dall’età di 12-13 anni, costrette a ricevere 20/30 clienti al giorno, senza alcuna protezione contro le malattie, senza soste neppure quando costrette ad abortire o sanguinanti. Come spesso accade nei paesi del Terzo e Quarto Mondo, dopo la violenza erano le famiglie stesse a non volere più le figlie in casa ed abbandonarle o venderle.
La cosa a me faceva tanto ribrezzo da far persino fatica a proseguire.

Somaly Mam

Ma la forza, la tenacia con cui le stesse bambine e ragazze raccontavano la propria storia imponeva di ascoltarle. Se loro avevano la forza di parlare, come potevo io negargli almeno lo sforzo di ascoltarle?
In particolare, merita di esser ricordata qui l’ideatrice di un centro di recupero per queste bambine, Somaly Mam (che, onore al merito, è stata anche fra le portabandiera in occasione delle XX Olimpiadi Invernali di Torino 2006). Somaly stessa venne venduta, stuprata ed usata come schiava per anni, riuscita a fuggire ha creato una fondazione ed un centro di recupero per queste bambine, con una scuola e forme di terapia per superare il trauma. Ha contatti con i servizi segreti ed il nucleo anti traffico umano della polizia cambogiana, raccoglie segnalazioni ed organizza con loro le retate per chiudere i bordelli e recuperare le schiave. Ed è incredibile vedere queste ragazze raccontare le loro storie con tanta pacatezza e tanta forza; andare incontro alle loro ex “colleghe” di schiavitù, accompagnarle a visite mediche; dire a voce alta, alla radio, a tutta la Cambogia cosa accade veramente nei bordelli o insegnare agli uomini ad usare almeno il preservativo ed accompagnare la stessa Somaly nelle retate.
Retate che non di rado rivelano oscenità indicibili, ma che dobbiamo avere il coraggio di affontare. Glielo dobbiamo.
Retate che non di rado si scontrano contro gangs o signorotti locali, collusi o protetti dalla polizia di uno Stato assente ed impotente. Questi bordelli sono infatti gestiti anche da ufficiali delle stesse forze armate.

Questo è solo uno dei racconti del documentario (visibile anche on-line su youtube: vi invito caldamente a darci almeno un’occhiata).
Confesso di non esser riuscito ad andare oltre.
Ma, se non altro, ho scoperto che Kristof e WuDunn hanno creato anche un movimento, collegato a svariate ONG del settore e che offre svariate opportunità per rendersi attivi. Ascoltare le loro voci, le loro storie, è il minimo che possiamo fare. Anche se non ci farà dormire tranquilli, non deve. E dovremmo fare di più. Molto

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Pubblicato in: diritti, economia, LAVORO, libertà, politica

Teoria e Prassi del Precariato secondo un Precario


di Alex Foti

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Allora, sorelle e fratelli che soffrite per disoccupazione o precarietà: il precariato siamo noi. Il precariato è socialmente composto da chi è precari@ (truismo), vale a dire sottoposto a condizioni di lavoro e vita precarie causa mancanza reddito e lavoro intermittente. Tecnicamente il precariato è composto da chi nella generazione X+Y+Z (i nati dopo il 1965): lavora con un contratto precario (parasubordinato, apprendistato, tempo determinato, lavoro in cooperativa, part-time subìto, interinale ecc ecc), è disoccupato oppure è un NEET, cioè chi non studia e non è nel mercato del lavoro (il 30% degli under 25 in Turchia, il 25% in Grecia, il 20% in Italia e Spagna) né fa la formazione finanziata a caro prezzo dall’UE e invariabilmente intascata dalle amministrazioni regionali (vedi anche Sergio Bologna sul sito della furia dei cervelli); oppure ancora, è solo formalmente un lavoratore autonomo (partite iva monocommittente, freelance, consulenze ecc). La società fordista era fatta di tute blu e colletti bianchi, la società neoliberista è fatta di colletti rosa e creativi: tutti precari. Ma sono in completo disaccordo con Standing: il precariato proviene prevalentemente dalla classe media, non dalla underclass. Del resto non ci si può aspettare da un britannico l’elaborazione accurata di un concetto, il precariato, coniato dai precari dell’Europa continentale. L’espressione precariousness of labor compare nell’edizione inglese del libro I del Capitale, ma precarity e precariat sono importazioni recenti dai movimenti di Italia, Francia, Spagna.

Numericamente il precariato consta 5/6 milioni di giovani donne e uomini (spesso con bambini) sommando/incrociando dati ISTAT in Italia (vedi Gallino) e forse 30 milioni di precari/e nell’eurozona. La stima di eurostat è che ci sono 19,4 milioni di disoccupati nell’eurozona, di cui 3,6 milioni under 25. Nella primavera 2013, Il tasso di disoccupazione fra i giovani toccava il 63% in Grecia, il 56% in Spagna, il 41% in Italia. Tipicamente, in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è sempre il doppio di quello complessivo. Al momento nell’eurozona è al 12% e rotti, per i giovani è a più del 24%: una/o su quattro è disoccupato in Europa, uno su due nell’Europa mediterrane. E la stima dell’economist è che ci sono oggi almeno 300 milioni under 25 senza lavoro nel mondo. La procedura statistica risolutiva sarebbe calcolare la forza lavoro under40 (occupati+disoccupati) e determinare quanta percentuale di occupazione under40 è non-standard (nel senso che nn né long-term né full-time) per arrivare al calcolo definitivo dei precari/e in Italia, eurozona, UE, USA, OCSE (i dati ci sono, ma sono sparsi, bisogna solo mettersi di buzzo buono iniziando dai vari numeri di OECD Employment Outlook). Il fatto stilizzato ma prossimo alla realtà è che il 25% degli under 40 è disoccupato, il 50% è precario e il restante 25% gode di un’occupazione stabile. Il che vuol dire che il precariato e composto da decine di milioni di persone che vivono in Europa. Molte di esse lavorano come precarie nei servizi poco qualificati (cura, ristorazione, logistica ecc.), altre come cognitarie nelle c.d. industrie creative (la classe creativa che lavora nell’informazione, cultura e conoscenza è un sottoinsieme del precariato), altre ancora come stagisti e precari in aziende private e amministrazioni pubblica, svolgendo le stesse mansioni degli assunti a lungo termine. Se il precariato è sezionalmente differenziato, la sua unità sociale e politica è possibile intorno a un nuovo welfare e a un nuovo progetto di società, democraticamente discusso, deliberato e, soprattutto, conquistato contro le forze sia moderate sia reazionarie.

In Italia, politicamente il precariato o non vota o vota a 5stelle, e qualcuno ancora a sinistra. I primi nemici dei precari sono i politici, italiani ed europei, che hanno scientemente perseguito dietro la cortina di fumo della flessibilità, politiche del mercato del lavoro volte ad aumentare precarietà e ricattabilità delle Generazioni X+Y+Z (dai crashati delle dotcom gli zombies della Great Recession). Sindacalmente i precari italiani non li rappresenta nessuno, se si eccettuano esperienze creative, meritorie, ma limitate come EuroMayDay, San Precario e ACTA. I sindacati confederali sono nostri avversari. Non l’abbiamo scelto noi. L’hanno scelto loro quando hanno deciso di puntare sulla tutela degli assunti a tempo indeterminato e dei pensionati. I sindacati di base (parlo soprattutto dell’USB) fanno qualcosa per i/le precari/e delle amministrazioni pubbliche, ma il loro quadro di riferimento ideologico è il seguente: tutto ciò che è accaduto dopo lo Statuto dei Lavoratori è da rinnegare. Ora, il mondo in 40 anni è cambiato. Non c’è più l’Unione Sovietica, ma c’è Internet. E l’agente rivoluzionario non è più l’operaio socialista, ma la/il shabab facebook, la/il giovane studente/ssa o precaria/o che fa fatto la rivoluzione da Tunisi al Cairo.

La crisi, che ho chiamato fra i primi Grande Recessione e che ho in qualche modo previsto (vedi rekombinant, nettime, leftcurve fra il 2003 e il 2006), ha reso l’intera società precaria, col ritorno della disoccupazione di massa. Sì, ma della disoccupazione di massa giovanile. La disoccupazione fra i giovani ha raggiunto livelli parossistici Grecia, Portogallo, Spagna, Italy. Questo è il risultato più evidente del processo di precarizzazione che ha investito la società europea negli ultimi vent’anni, ossia da Maastricht in poi, e soprattutto delle politiche suicide di austerity portate avanti da Germania e UE. L’austerity delle élite neoliberiste ancora al potere ha costituito quella che è indiscutibilmente la parte ribelle ed esplosiva del precariato italiano ed europeo. In una situazione così, con i banchieri che s’intascano soldi a tasso zero mentre i giovani sono lasciati a marcire, chi non tira sassi contro i vetri del potere è irrazionale.

Mentre in Europa i leader, vista la malaparata, in queste settimane le élite decidono di come allentare il piedino malese dell’austerità e del rigore, i ghetti vanno in fiamme da Londra a Stoccolma e la gioventù multietnica senza speranza e senza giustizia risponde come da sempre nella storia della democrazia dal 1300 in poi: ribellione, tumulto, riot. The politics of austerity is the politics of riots, e il precariato lo deve sapere anche se è non violento. Da Tahrir fino a Taksim passando per Sol e Zuccotti, si sta da una parte sola della barricata. Dalla parte dei ribelli, contro il potere. In nome di una democrazia della piazza, dei media, autorganizzata, radicale, partecipata. Cosa vogliono i movimenti indignati e blockupy d’Europa animati da centinaia di migliaia di studenti e precari/e? La fine dell’austerità e del saccheggio della democrazia a opere delle élite. Aggiungo che dobbiamo coalizzarci intorno a un’ampia rivendicazione: ci dobbiamo conquistare una montagna di miliardi di euro (finanziata da eurobond monetizzati da Francoforte) da spendere in quelle persone, progetti, esperienze che creano realmente società e socialità, condivisione e convivialità, tolleranza e rispetto, fiducia e solidarietà invece di paura e ostilità.

Il precariato non ha ideologia né soggettività che non sia oggettiva: rimane ancora classe ex se. Il precariato (assai più del proletariato, i cui contorni rimasero sempre vaghi e che escludeva i lumpen) è una generazione che il processo storico ha trasformato in classe sociale nel senso marxiano o weberiano del termine. Il precariato è soprattutto il prodotto della distruzione della classe media a opera del neoliberismo e della crescita di una classe servile, ricattabile e precaria, nella conoscenza e nei servizi. Come il fordismo aveva generato il proletariato industriale, il neoliberismo ha generato il precariato sociale. Il precariato non ha ancora quindi coscienza di sé ed è impolitico. I precari, soprattutto in sud Europa, aspettano la vita che gli passa di fronte inesorabile, lasciandoli al margine delle grandi scelte, mentre il tempo passa e nessuno può più permettersi di fare bambini. In assenza di ogni speranza ragionevole di futuro, i precari non possono che essere prevalentemente nichilisti, come del resto tutta la cultura pop contemporanea da Twilight in poi. Tuttavia, se vuole essere politicamente e sindacalmente efficace, il precariato deve dotarsi di una visione politica e di un’organizzazione che persegua i propri interessi di generazione-classe (e di classe generale, come lo fu quella operaia – che tutti a sinistra se lo mettano in testa): un reddito stabile, una città conviviale, accesso a istruzione, cultura, ecologia, tecnologia, servizi sociali e sanitari gratuiti, una casa e la scuola per i figli delle coppie precarie. Il precariato non è al momento di sinistra. Del resto la sinistra è stata massimamente ipocrita sui precari e nei fatti si è attardato su battaglie di retroguardia invece di fornire tutele adeguate alla massa crescente del precariato. Può tuttavia avere molte chance un’organizzazione implicitamente di sinistra (come battaglie e rivendicazioni, ma non come simboli e riferimenti) che difenda i diritti dei precari/e in Italia e in Europa, vale a dire un’advocacy moderna, strutturata come una ONG internazionale.

Il precariato è per metà figlia/o di immigrati. Gli immigrati sono l’avanguardia del precariato e le loro lotte (penso alla logistica) sono fiere e coraggiose. Lo ius soli non è più indifferibile, proprio come il matrimonio e le adozioni gay. Il precariato prenderà coscienza di sé quando diventerà attivamente multietnico e meticcio come è già il popolo europeo. Tante culture e pratiche devono alimentare la soggettività del precariato. Un soggetto ribelle e barricadero, escluso e sfruttato, e per questo tutt’altro che pacificato, è l’unica scossa che può rianimare un’Europa morente, in solidarietà con le sorelle e i fratelli di tutto il bacino mediterraneo.

La politica autonoma del precariato non può che essere il populismo di sinistra, l’agire e la comunicazione che costituisce il popolo in opposizione alle oligarchie finanziarie e agli eurocrati in nome dell’Altra Europa: ecologista, libertaria, femminista, socialista. Contro la BCE e la Commissione Europea, diamo forza inedita a quelle tendenze nel Parlamento Europeo per rivendicare una nuova sovranità nell’UE, non più quella intergovernativa e tecnocratica di poche elite, ma quella democratica del popolo che la crisi l’ha pagata eccome.

Islamofobia e islamismo sono i due pericoli che abbiamo di fronte sia in Europa sia nel Magreb e in Turchia. Anche a Tunisi e al Cairo i salafiti sono una brutta storia, un acerrimo nemico. I giovani precari di Tahrir e Taksim si oppongono ad autoritarismo e islamismo, anche moderato, in nome di una società attiva, secolarizzata, creativa, sovversiva. Proprio per questo, l’advocacy sindacale del precariato (Precarious Anonymous?) non può che essere laica e pink. Si batte per i diritti sociali di tutte e tutti i precari nell’Euromediterraneo, qualunque sia il loro genere e la loro fede religiosa, porta solidarietà ovunque i diritti di donne, gay, minoranze siano violati nel mondo. Coordina proteste transeuropeee come quelle di Blockupy. Lancia e realizza scioperi e campagne del precariato, che rilancia l’indignazione di Plaza del Sol e di Gezi Park: OCCUPY EVERYWHERE. Il precariato deve continuare a conquistare l’agorà pubblica e mediatica come ha saputo fare da Occupy Wall Street fino ad Occupy Taksim. La sua costituzione online e sulle piazze centrali delle città del globo, è il passaggio necessario perché il precariato diventi soggettività politica autonoma, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria.

Il precariato arabo-turco differisce da quello europeo e quello americano, anche se è il prodotto delle stesse politiche neoliberiste. I precari del Cairo e d’Istanbul hanno dalla loro parte la forza della demografia; i precari di Madrid e di Milano sono invece immersi in società ingrigite dall’invecchiamento della popolazione. L’America è un caso intermedio: l’immigrazione clandestina la mantiene giovane. Mentre Intern (lo stagista, lavoro usa-e-getta che spesso non riceve alcun rimborso e cova vendetta) è la commedia amara dell’estate cinematografica statunitense, la disoccupazione dilagante fra i neolaureati oberati di debiti per pagare le costose università americane ha portato diversi trentenni a dover rispolverare la cameretta nella casa di mamma e papà. Fenomeno senza precedenti, che porta il Nordamerica ad assomigliare sempre più all’Europa mediterranea, dove i figli non se ne sono mai veramente andati dalla famiglia d’origine. Hanno preferito mantenere il proprio livello di consumo, piuttosto che metter su casa (occupandola, magari) lontano dalla protezione di genitori che lavorano ancora a tempo indeterminato oppure percepiscono laute pensioni e godono di discreti livelli di ricchezza immobiliare e finanziaria. Per chi lavora, il salario minimo (che ancora non esiste nell’eurozona) è la norma, i benefits di chi invece è assunto a lungo termine (contributi medici e pensionistici) una chimera. E in un’economia in cui la libertà di licenziare è raramente messa in discussione, i licenziamenti fra i neoassunti hanno falcidiato un’intera generazione. I giovani USA, proprio come quelli UE, sono la prima generazione ad avere la certezza di avere un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Le aspettative crescenti sono finite, dilagano pessimismo e profezie di declino. In America non c’è la stessa rigida divisione corporativa del mercato del lavoro che esiste in Europa, fra insiders di mezza età protetti dai sindacati e ousiders precari (giovani, donne, immigrati): tutti sono a rischio e alla mercè dei datori di lavoro, ma gli ultimi arrivati sono come in Europa nelle peggiori condizioni possibili di partenza. Tuttavia, la precarietà negli Stati Uniti è un prodotto della Grande Recessione; nell’Unione Europea ha ulteriormente aggravato una questione sociale già esistente.

Oggi la missione sociale fondamentale del precariato è sconfiggere l’austerity e imporre soluzioni fiscalmente espansive alla crisi che vadano in direzione di un miglioramento netto complessivo delle condizioni educative, lavorative, sociali della generazione precaria. Solo nuovi e ingenti trasferimenti sociali come il reddito minimo di base, l’istituzione del salario minimo orario nell’eurozona, il lancio di programmi europei per l’impiego di giovani artisti e scrittori, l’ampliamento dell’Erasmus, il credito a tasso zero dato a startup d’impresa e sociali animate da comunità di precari/e, istruzione universitaria gratuita e altre misure radicali ma fattibili, potranno consentire all’economia europea di uscire dalla Grande Recessione, di cui soffre più di ogni altra regione al mondo, a causa della politica macroeconomica autolesionista di aggressione alla società imposta dalla Troika. Il precariato deve far saltare Maastricht e ottenere mutualizzazione/amnistia del debito ed emissione di eurobond per avere il reddito di base (e non chiamiamolo di cittadinanza, perché al momento larga parte dei potenziali beneficiari non sono ancora cittadini). Questo è il problema centrale e la sfida esiziale. Per vincerla, il precariato deve allearsi con chiunque condivida la negazione dell’austerità, ma sapendo che quando dalle politiche restrittive si passerà alle politiche espansive, dovrà attentamente vegliare a che i nuovi soldi siano spesi a beneficio del proprio interesse sociale, e lì i vecchi alleati saranno inservibili. Per esempio, riguardo all’attuale piano del lavoro ai giovani di Letta benedetto dall’UE possiamo scommettere che non darà un’oncia di stabilità e prevedibilità in più alla vita dei precari.

Ogni governo di larghe intese va contro gli interessi del precariato. Dal ’68 fino all’Hartz IV le Grosse Koalition si sono fatte contro la gioventù tedesca. Dal ’77 al 2011-2013 i governi di solidarietà nazionale si fanno sulla pelle dei giovani disoccupati e precari. Soprattutto i governi di grande coalizione perseguono la politica conservatrice della sua parte destra, Merkel in Germania, Berlusconi e Monti in Italia. E’ vitale che verdi, socialdemocratici e sinistra tornino maggioranza in Germania e in Europa. La politica di popolari e conservatori porta solo a povertà crescente e pulsioni di destra razzista e nazionalista sempre più incontrollabili. Il fronte populista del precariato è antifascista e anitrazzista, così come antiautoritario e antiproibizionista. Solo una base sociale attiva e conflittuale può imprimere una svolta di sinistra alla politica europea. Se il precariato non si ribellerà, ogni riforma del welfare è preclusa. Questa è la scommessa politica e di piazza oggi. Ogni illusione di fuga dall’Europa si rivela presto o tardi nazionalismo/populismo di destra. Bisogna sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa, non con la fine dell’Europa. L’Europa bisogna affrontarla frontalmente rivendicando una fonte alternativa di tradizione e legittimità politica: quella giacobina, garibaldina, comunarda, consiliarista, partigiana, contestaria, noglobal, occupy. Un bivio storico si è aperto con la Grande Recessione, saprà il precariato essere il soggetto sociale che cambia l’equazione del potere in Europa, in America e Medio Oriente? Che impone una soluzione climaticamente sostenibile e socialmente egualitaria alla crisi?

Visto il discredito in cui è caduta la politica, l’importante è diventare parte di un fronte sociale che cambi il corso del futuro e ricostruisca radicalmente la democrazia. Che svolga il ruolo che fu del Fronte Popolare in Europa e in America negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: sconfiggere il fascismo nel mondo e dare una soluzione di sinistra (forti sindacati, alti salari, welfare state) alla Grande Depressione. Voglio chiudere con un sogno giacobino: che il precariato europeo emuli il precariato arabo e rovesci il potere europeo attuale. Occupiamo il Parlamento Europeo e facciamone un potere in opposizione a Consiglio, Banca e Commissione. Perché per difendere la società, il precariato deve prendere il potere. La generazione dei social media non si può più far governare dalla gerontocrazia.

http://www.milanox.eu/teoria-e-prassi-del-precariato-secondo-un-precario/

Pubblicato in: diritti, elezioni amministrative, lega, libertà, politica, razzismo

Con un briciolo di gusto


li-amoIl Comune in cui vivo, Treviso, è uno di quelli attualmente in procinto di eleggere una nuova amministrazione. Domenica prossima avrà luogo il ballottaggio fra il candidato del centro-sinistra, in vantaggio al primo turno, e il candidato della destra-e-basta: trattandosi del sindaco-sceriffo leghista che si è reso famoso anche oltre confine, per panchine divelte e “panteganizzazione” (pantegana = rattus IV norvegicus = topo di fogna) di chiunque non la pensi come lui, aggiungere a “destra” la parola “centro” non avrebbe gran senso.

Naturalmente sono vent’anni che NON voto per lui ma ho trovato veramente interessante il modo in cui pensa di convincermi a farlo ed è per questo che lo condivido con voi lettrici/lettori. Sappiate, mie care e miei cari, che secondo i volantini con cui i suoi accoliti stanno ingozzando le cassette postali dell’intera città, “con la sinistra a Treviso tutti avranno gli stessi diritti”. Avete letto bene. Rileggete pure, non sto scherzando.

Dopo un ventennio di occupazione in stile militare di istituzioni, aziende pubbliche correlate, informazione locale, costoro ancora non sanno cosa sono i diritti umani. In questo lungo periodo, avranno messo le loro firme, come sindaci e presidenti di provincia e assessori e direttori di questo e quello su migliaia di convenzioni e ratificazioni e dichiarazioni d’impegno relative ai diritti umani, ma ancora non li distinguono da “benefici”, “concessioni” o “gesti caritatevoli” garantiti dal Principe in carica ai suoi servi della gleba (se si comportano bene, ove bene indica nel modo che il Principe desidera).

Un tetto sopra la testa, acqua potabile, cibo, accesso all’istruzione ed alle cure sanitarie, esistenza sicura e dignitosa senza discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione, sull’opinione politica, sull’origine sociale o nazionale, sull’orientamento sessuale: questi sono i diritti umani basilari di cui ogni persona è titolare, semplicemente perché è nata umana. Tale è il fondamento di tutti i documenti in proposito sottoscritti dalle nazioni, dalla Dichiarazione del 1948 alle Convenzioni più recenti. Una persona viene al mondo e non deve essere buona, non deve essere bella, non deve essere trevigiana doc, per essere trattata umanamente.

Sul serio? Si chiederanno stupiti i sostenitori dell’imitazione locale di John Wayne. Anche se le persone sono delinquenti, anche se sono zingari, anche se sono Kabobo? (tutte cose che avete scritto nei vostri foglietti disinformativi) Sì. Se uno zingaro delinque o un Kabobo uccide – come delinquono e uccidono gli italiani in generale e i trevigiani in particolare – la reazione della società per la salvaguardia della propria sicurezza è contenuta principalmente in una cosa che si chiama Codice Penale. Nessuno perde i propri diritti umani perché commette reati. Così come non possono portarvi via degli anni una volta che li abbiate compiuti. Nascete, e questa roba – almeno sulla carta, anzi, su moltissime Carte, Costituzione italiana compresa – vi appartiene; compite gli anni e una candelina in più fa la sua comparsa sulla torta. Le premiazioni e le vendette esercitate da un singolo, anche se investito della carica di Sindaco, non hanno nessun potere sulla questione.

Cercate di seguirmi: come comunità umana li abbiamo stabiliti, questi benedetti diritti, proprio per raddrizzare sbilanciamenti di potere e contrastare le ingiustizie, quali la povertà e l’esclusione. Sono attrezzi che incarnano un consenso diffuso su quali siano le condizioni minime per un’esistenza decente. Usare la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani consente di individuare con maggior chiarezza le necessità delle persone, fa avanzare eguaglianza, benessere e sicurezza, fornisce parametri che sanno dirci se un’azione, una legge, un progetto siano accettabili o no. Un buon Sindaco queste cose deve saperle, questa conoscenza deve metterla in pratica, sempre che veda la sua città come una comunità di esseri umani in cui vivere apertamente, gestendone anche le difficoltà e le sfide, e non come una serie di bunker antiatomici con aria condizionata in cui rinchiudere i meritevoli mentre si lascia che il resto dei cittadini respiri veleno.

Ecco, se mi permettete di continuare ad essere onesta e franca, vi dirò che un effetto la vostra propaganda lo ha avuto. Non quello che speravate, e cioè di suscitare in me la paura dell’alterità (sono una donna e una femminista, per antonomasia questo approccio con me non può funzionare): avete invece acceso una piccola speranza.

Davvero posso pensare che se il candidato del centro-sinistra vince si impegnerà affinché a Treviso tutti noi si goda pienamente dei nostri diritti umani? Be’, lo avrei votato per disperazione, dopo vent’anni di leghismo. Adesso lo voterò con un briciolo di gusto. Maria G. Di Rienzo

FONTE  http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/07/con-un-briciolo-di-gusto/

Pubblicato in: cultura, diritti, libertà, Televisione pubblica

un paio di “no!”


Una discussione fondamentale si sta sollevando ultimamente attorno ad un tema essenziale per il nostro Stato, ovvero il dibattito sul semipresidenzialismo.
Personalmente, mi dispiace e preoccupa sentire tante voci che anche da sinistra approvano una simile “riforma” istituzionale, voci come quelle di Enrico Letta, di Veltroni e dello stesso Prodi.

Personalmente, dico NO! ad una simile proposta. E non perché concordata o meno con il PDL od altre forze politiche, quanto perché -come ben argomentava Gustavo Zagrebelsky da Gad Lerner sabato sera- questa non è una mera “riforma” costituzionale.
Questa è una radicale innovazione, un’innovazione che ci condurrebbe in una diversa forma di Stato rispetto a quella voluta dall’Assemblea Costituente nel 1947. Una forma di Stato che addirittura, viste tutte le cautele associate nell’attuale Costituzione al potere esecutivo, potrebbe essere considerata antitetica rispetto a questa.
gustavo-zagrebelskyZagrebelsky mi trova altresì concorde nel dire che è cosa anche più grave il modo cui si è impostato il ragionamento su questa “riforma” (che continuo a virgolettare perchè riforma, propriamente detta, non è: è uno stravolgimento). Ovvero, il ragionamento proposto (parole anche di Letta sabato) è fondamentalmente il seguente “il ruolo del Presidente si è ampiato, quindi è giusto ampiarne i poteri costituzionalmente sanciti“, una sorta di legittimazione della “riforma” alla luce del ruolo chiave giocato dal Presidente Napolitano: siccome Napolitano ha avuto un ruolgo così importante, è giusto garantire ai futuri Presidenti un simile margine d’azione e direzione.
Francamente, questa logica non mi convince affatto. Anzi, dirò di più: mi ricorda il triste referendum francese del 1958 che in settembre legittimò ex post un atto fondamentalmente golpista da parte di De Gaulle, tornato a capo del governo nel giugno dello stesso anno.
Qui non si tratta di legittimare l’operato di Napolitano, che a mio modesto avviso (ma anche per voci ben più autorevoli come lo stesso Zagrebelsky) rientra fondamentalmente nell’alveo dei poteri costituzionalmente attribuiti al Presidente; bensì si vuole utilizzare l’impiego “critico” di detti poteri fatto da Napolitano per attribuirne di ancor maggiori al suo successore.
Trovo la cosa grave e confindo non sia approvata. Perchè, come detto, è uno stravolgimento dell’attuale assetto costituzionale. Un simile stravolgimento deve corrispondere a fatti ben più significativi che lo giustifichino e non può in alcun modo essere il semplice risultato di un accordo politico. Veri e propri eventi che esigano un diverso assetto istituzionale, una diversa forma di Stato.
Inoltre, la immaginate una cohabitation nell’attuale contesto politico italiano?
Se comunque una simile riforma dovesse passare, sarà essenziale sottoporla a referendum: perchè su aspetti tanto decisivi, tutta la cittadinanza deve essere chiamata ad esprimersi. Quindi, auspico i parlamentari siano tanto corretti da non eludere l’applicazione dell’art. 138 Cost.

C’è un altro NO che mi sento di dire in questo momento.
Un no che senza dubbio susciterà diversi malumori: quello all’idea di affidare la Presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI ad M5S, come recentemente richiesto dal “megafono” Grillo.
Ammetto di aver anche pensato per un certo tempo che, in fondo, il ruolo di M5S come “apriscatole” delle stanze del Palazzo potesse essere proficuo per la cittadinanza. In questa prospettiva, avrei volentieri affidato al Movimento 5 Stelle non solo la Vigilanza RAI, ma persino il Copasir (Comitato Parlamentare Controllo Servizi Segreti) -pur conscio dei rischi connessi…. specie con l’uso che fanno delle e-mail!
Tuttavia, le parole di Grillo secondo cui “i giornalisti dovranno rendere conto” è inquietante. Inquietante non per l’idea, in sé giustissima, quanto per la logica ed i destinatari cui Grillo vorrebbe applicarla. Bastino due nomi: Floris e Gabanelli. Se pure sul primo qualche velato sospetto di essere “di sinistra” non è mai mancato, vorrei capire quali sono le colpe della seconda…. forse aver fatto un’inchiesta (oltre che su i partiti tradizionali) anche su M5S?
Le sue parole sono abbastanza eloquenti: “Siamo stufi di ricevere schiaffi e di essere, allo stesso tempo, presi per il culo dalla Rai. O ci verrà affidata al più presto – dice Grillo – o ne trarremo le conseguenze… Faremo i conti con Floris e con Ballarò, ma anche con i Rodotà e i Gabanelli, quelli che si sono rivoltati contro“. Fare i conti? Ci si sono rivoltati contro?
Ma che logica è questa? Siamo forse ad un regolamento di conti, ad un’epurazione? Eppoi, punire qualcuno -neppure organico al Movimento- per il suo dissenso?
Curioso che Grillo non dica nulla, invece, di giornalisti come Vespa, Masi, Giorgino o Paragone…
Sulla stessa linea l’affermazione per la quale “non andremo in TV, la occuperemo“. Occupare la TV??? Ne conosco un altro che aveva un progetto simile….
No, se queste sono le premesse (decisamente berlusconiane), allora è bene che M5S non abbia affatto la presidenza della Commissione di Vigilanza RAI!

Pubblicato in: CRONACA, cultura, diritti, economia, LAVORO, libertà, politica

Il paese che si ammazza per la crisi


Giorgio Salvetti –
suicidio«Non capirete mai perché è successo, così come non lo capiamo noi». Gli amici di G.S., l’uomo di 33 anni che ieri a Milano si è tolto la vita insieme ad un suo amico e coetaneo, sono sconvolti. Per loro la crisi non c’entra. G.S. faceva l’ingegnere a Londra e abitava in una casa di proprietà della madre, in via Tommaseo, una zona signorile della città. F.B., il suo amico, invece era disoccupato e sarebbe stato lui a scrivere due lettere nelle quali ha raccontato di «problemi di famiglia e di lavoro». I due avevano una cosa in comune, erano padri separati di due bambini. A trovarli è stata proprio la madre di G.S. Non lo sentiva da giorni e ha suonato alla sua porta. Non avendo alcuna risposta ha chiamato i vigili del fuoco che sono dovuti entrare da una finestra utilizzando la scala. Li hanno trovati sdraiati in due letti diversi, con un sacchetto di plastica in testa e una bombola del gas aperta.
Nessuno saprà mai fino in fondo perché una persona decide di togliersi la vita. Ma basta guardare nelle pieghe della cronaca di un giorno qualsiasi per scoprire la tragedia di un paese che letteralmente si uccide per la crisi. Sono tragedie quotidiane completamente oscurate dalle notizie che calamitano l’attenzione della politica e dei giornali, ma raccontano più di ogni altra cosa il dramma che stiamo vivendo. Come è successo dopo il doppio suicidio dei due anziani di Civitanove Marche che per una volta, ma per poche ore, ha un po’ scosso la coscienza di una paese che sembra rassegnato.
Solo ieri si «sono registrati» altri due casi di suicidio, o tentato suicidio, che con ancor più evidenza sono dovuti a difficoltà economiche. A Bologna A.C., 59 anni, è stato trovato senza vita nella sua casa in via dei Mille. Si è ucciso con un colpo di fucile proprio mentre alla sua porta stava per presentarsi l’ufficiale giudiziario che gli intimava lo sfratto. In casa sarebbe stato ritrovato anche un biglietto. Era separato dalla moglie e aveva due figli ed era titolare di una società immobiliare.
A Ostia, invece, i carabinieri hanno fatto appena in tempo ad evitare il peggio. Un fioraio si è presentato come sempre davanti al mercato rionale con il suo furgone. Ma ieri mattina lo ha cosparso di benzina e ci ha appeso sopra un cartello con la scritta «finita la crisi, arrivata la miseria, ora la morte». L’uomo è stato fermato prima che portasse a termine il suo gesto disperato ed è stato portato all’ospedale.
Ma il doloroso elenco dei suicidi non conosce sosta e si ripete sempre uguale, e sempre diverso, in ogni regione e città d’Italia. Accomuna piccoli imprenditori, lavoratori dipendenti e operai. Ci limitiamo a ricordare solo le vittime degli ultimi giorni. Il 18 aprile a Bitonto (Bari) un uomo di 60 anni si è impiccato nel suo capannone. Nel suo biglietto d’addio ha scritto: «Nel momento del bisogno tutti mi hanno abbandonato». Era in difficoltà forse perché aveva dei crediti che non gli venivano saldati. Per questo aveva dovuto già licenziare alcuni suoi operai ma non voleva accettare di lasciare a casa i due dipendenti che lavoravano con lui da oltre 30 anni. Lo hanno trovato i dipendenti dei capannoni vicini che hanno visto la sagoma del suo corpo.
Un giorno prima, il 17 aprile, a Torino, un muratore di 38 anni si è recato nel suo cantiere e ha scoperto di essere stato licenziato in tronco per colpa della crisi. E’ tornato a casa, ha parlato con la moglie incinta che ha tentato di rincuorarlo. Ma poco dopo è sceso in cantina e si è impiccato con un cavo elettrico. La donna che non lo vedeva rientrare lo ha scoperto così ed è stata trasportata sotto choc all’ospedale.
Il 15 aprile, a Santa Croce sull’Arno (Pisa), il titolare di un’azienda di prodotti chimici, 65 anni, è stato trovato morto nella sua ditta. Anche lui era in difficoltà economiche. Il 10 aprile a Ortelli (Nuoro) G.P., 47 anni, imprenditore edile in crisi, si è sparato un colpo di fucile in un casolare. Lascia la moglie e tre figli piccoli. Il giorno prima, sempre nel nuorese, a Macomer, un altro lavoratore si era tolto la vita nella sua segheria, mentre nello stesso giorno, a Siracusa, un commerciante costretto a chiudere la sua attività si è impiccato con un filo di nylon.
Nessuno saprà mai fino in fondo perché una persona si toglie la vita, ma nessuno a questo punto può dubitare che la crisi uccide.

Il Manifesto – 23.04.13

http://www2.rifondazione.it/primapagina/?p=3058

Pubblicato in: banche, berlusconeide, cose da PDL, economia, lega, libertà, pd, politica

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact.


Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschifiscalc

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32908-al-comando-una-oligarchia-politico-economica-per-far/

Pubblicato in: economia, libertà, pd, politica

Io disprezzo Giuliano Amato


amato-craxiNon sono mai stato un genio negli affari. Nella vita ho perso molto più danaro di quello che ho guadagnato. E’ appunto per questo che nella notte del 9 luglio 1992, sul mio conto corrente in Banca Commerciale, erano depositati circa 400 milioni di lire. L’importo derivava dalla vendita di una proprietà immobiliare della mia famiglia che ero stato autorizzato a cedere per coprire i debiti contratti a seguito di un’operazione imprenditoriale conclusasi in maniera fallimentare.
Fu così che io, debitore coscienzioso ma ormai praticamente sul lastrico salvato solo dalla comprensione di familiari fiduciosi, mi ritrovai a contribuire per la gigantesca cifra di due milioni e quattrocentomila lire al prelievo forzoso del sei per mille che Giuliano Amato impose retroattivamente sui conti correnti degli italiani con un decreto legge giustificato da un “interesse di straordinario rilievo”. Un prelievo ottuso, effettuato in modalità bovine, senza curarsi della contingenza che aveva portato ad assumere una certa consistenza dei depositi, senza distinguere tra le finalità dell’accumulo, senza curarsi minimamente dei danni inflitti. Fu l’esempio più palese della considerazione che Giuliano Amato aveva dei suoi connazionali: nulla.
A quei tempi, per guadagnare 2.400.000 lire con il lavoro ordinario che avevo deciso di fare, ci volevano due mesi di vita. Mi sentii derubato nella maniera più vile. In un paese normale si decidono misure anche gravi, ma con il consenso di una maggioranza parlamentare che dia un crisma di legalità. Quello di Amato fu solo un atto di barbarie giurisprudenziale, un’azione ottusa che fece retrocedere la civiltà giuridica di questo paese al tempo delle decime estorte ai contadini a colpi di alabarda. Ne ebbi tanto disgusto da riprendere con ferocia un’attività lavorativa redditizia che avevo deciso di abbandonare per questioni personali. In poco tempo recuperai il maltolto anche se più di una persona ebbe tristemente ed irreversibilmente a dolersene. Quando in una società si lede il perimetro entro il quale un uomo si sente sicuro, si mette in atto una degenerazione civile che non verrà mai compensata dalle risorse che si è riusciti a recuperare.

Se questa è la mia visione personale di quel provvedimento, vi allego un brano pubblicato da “Il Giornale” il 5 aprile 2006, quando Giuliano Amato era ancora poco gradito agli interessi dell’editore reale della testa. Lo ripropongo per intero perché ho la sensazione che i sentimenti per Giuliano Amato siano cambiati e “Il Giornale” possa avere la tentazione di oscurare i segni di un’antica inimicizia.

Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1992, indossata metaforicamente una tuta di seta nera alla Diabolik, il governo guidato da Giuliano Amato penetrò nei forzieri delle banche italiane prelevando il 6 per mille da ogni deposito. Un decreto legge di emergenza l’’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla lira, erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’’aumento dell’’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso stra per diventare una gabella ordinaria: l’’imposta comunale sugli immobili, ovverosia l’’Ici.
Con il Paese sull’’orlo del baratro, il dottor Sottile adottò misure grossier. La più nota ed esecrata fu appunto il prelievo sui conti correnti, che ebbe almeno il pudore d’essere una tantum. All’’ultimo momento, in Consiglio dei ministri, il titolare del Tesoro Piero Barucci propose, senza successo, di sostituirla con l’aumento dell’’imposta sugli interessi bancari (una proposta analoga era stata fatta dall’’allora vicedirettore di Bankitalia Antonio Fazio, preoccupato delle conseguenze della violazione notturna del risparmio nazionale). […] Le cose andarono diversamente da quanto Giuliano Amato aveva sperato: nonostante la cura da cavallo (manovra di luglio più finanziaria sfioravano insieme i centomila miliardi di lire), che portò l’’economia italiana sull’’orlo della recessione, la lira dovette uscire dal Sistema monetario europeo neppure tre mesi dopo quella notte di luglio, e nella primavera successiva il dottor Sottile si dimise. Venne chiamato Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, per formare un governo tecnico che traghettasse l’Italia fuori dalla crisi.

Gli uomini si giudicano dalle loro opere e quando le loro opere falliscono dalle attitudini che le hanno guidate. Si può sopportare un’azione sgradevole, se si intuisce che dietro quell’azione c’è un disegno ispirato che, magari non si condivide, ma si comprende. Quando invece si percepisce l’approssimazione, la mancanza di visione sistemica e l’assoluta indifferenza nei confronti dei destini individuali, allora al disagio per la prepotenza si unisce il disprezzo per chi l’ha esercitata.

Ecco, se volessi definire correttamente il mio sentimento nei confronti di Giuliano Amato, la parola più giusta è “disprezzo”. Disprezzo per una competenza millantata e mai verificata dai fatti, disprezzo per una visione miope e ragionieristica dell’economia, disprezzo per una vita da Boiardo di stato condotta senza un attimo di fulgore, nascosto dietro le lenti degli occhiali, all’ombra di uomini potenti a cui affidare la propria furbizia ferina per l’esecuzione di azioni esecrabili.

E’ per questo che l’eventuale incarico a Giuliano Amato come presidente del consiglio, dopo le modalità vergognose che hanno portato all’elezione del capo dello stato, mi sembra l’ennesimo ed intollerabile schiaffo a chi, da anni, da questo paese viene sfruttato per alimentare la colonia di parassiti che ne hanno invaso il sistema nervoso.

http://www.mentecritica.net/io-disprezzo-giuliano-amato/informazione/diritto-di-replica/comandante-nebbia/35039/

Pubblicato in: cultura, economia, estero, libertà, politica

Sognavo l’Europa


unione_europea1Sognavo l’Europa

Era il 1992, facevo le scuole superiori e sognavo l’Europa. Seguii con entusiasmo i passi che portarono alla ratifica del trattato di Maastricht, un trattato che ritenevo incompleto ma fondamentale perché, secondo la mia visione, sarebbe stato il primo mattone verso la nascita di uno Stato sovranazionale, forte, coeso e unito.
Sognavo di viaggiare, imparare le lingue e avere amici tedeschi, francesi, spagnoli e inglesi. Avrei lavorato per un po’ in questi paesi, ma poi sarei tornato a casa mia, nella mia terra, avrei fondato la mia innovativa azienda informatica e avrei cercato di rendere la mia città un posto migliore in cui vivere.

Sognavo l’Europa mentre l’Italia politica era travolta dallo scandalo di mani pulite. La gente per le strade protestava e tirava monetine ai politici, ladri e corrotti. Credevo che quello che stavo vivendo fosse un momento storico straordinario, unico e irripetibile. Qualche anno prima era caduto il muro di Berlino e poi era crollata anche l’U.R.S.S. Sognavo l’Europa anche quando bisognava votare per il referendum che avrebbe abrogato la legge elettorale proporzionale, che da anni consentiva ai soliti politici corrotti di mantenere il potere, impedendo al paese di crescere e svilupparsi. Arringavo i miei compagni di classe, chiamati come me al primo voto, affinché votassero a favore del maggioritario e contro il finanziamento pubblico ai partiti. Sono passati vent’anni da allora, sembra ieri.
Loro non erano particolarmente interessati all’argomento, mi ricordo che uno di loro per prendermi in giro mi disse: “sembri Leoluca Orlando”. Sì, il Leoluca Orlando che l’anno dopo, il 1993, sarebbe stato eletto sindaco di Palermo. Nel frattempo Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica, sceglieva due “tecnici”, prima Amato e poi Ciampi come Presidenti del Consiglio, perché il Parlamento (la cui Camera dei Deputati era presieduta da Napolitano) e i partiti che siedevano in quel Parlamento, erano ormai stati esautorati dagli scandali giudiziari
I Governi tecnici “Amato” e “Ciampi” salassarono i cittadini con tasse e gabelle, il cui scopo dichiarato era quello di risanare il debito pubblico e far entrare l’Italia nell’Europa, il grande stato sovrannazionale che sognavo. E io, che soldi non avevo, pensavo che valeva la pena, se il premio era entrare nel grande sogno. Il grande sogno che avrebbe cambiato l’Italia. Perché l’Italia stava cambiando: i vecchi partiti stavano scomparendo, assieme ai loro grigi dirigenti. Gli italiani, nei referendum, avevano abbattuto la legge proporzionale che consentiva ai partiti di decidere chi far sedere in Parlamento e il finanziamento pubblico ai partiti era stato abrogato per referendum. Pannella e il Partito Radicale andavano in piazza per restituire ai cittadini i soldi che ricevevano dai finanziamenti pubblici.

Io dicevo ai miei compagni che l’Italia non poteva entrare in Europa senza rinnovarsi e cambiare, perché altrimenti saremmo stati l’ultima ruota del carro, saremmo finiti schiacciati da economie più forti e sane, finendo per diventare la terronia della Germania. Dicevo che quel cambiamento era figlio dell’Europa, non soltanto merito nostro.

L’Europa per me era un sogno bellissimo. Da una parte l’U.R.S.S., regime totalitario che priva le persone della loro libertà, dall’altra gli Stati Uniti, paese ricchissimo ma incapace di tutelare i più deboli, una dittatura del consumismo. In mezzo l’Europa e la sua socialdemocrazia: perfetta sintesi tra lo sfrenato liberismo americano e la dittatura statale del Comunismo. Noi, Europa, faro della civiltà, avremmo insegnato la via giusta, quella che sa correlare una corretta dose di libero mercato con le necessarie tutele per i più deboli. Perché a volte deboli si nasce, raramente lo si diventa.

Sono passati vent’anni da allora. Leoluca Orlando l’anno scorso è stato eletto sindaco di Palermo, per la terza volta. La sua vittoria è stata salutata come una novità. Gli scandali hanno travolto la politica, di nuovo. Ieri un po’ di parlamentari, tutti eletti con sistema proporzionale e liste bloccate, hanno beccato qualche monetina in testa. I loro partiti sopravvivono grazie ai milioni di rimborsi elettorali pagati dallo Stato. Napolitano è stato eletto per la seconda volta Presidente della Repubblica, un po’ come successe con Scalfaro, i partiti ormai in crisi si sono nascosti dietro la sua figura istituzionale. Amato potrebbe diventare il prossimo Presidente del Consiglio. Serviranno sacrifici per restare nell’Europa, dicono. Ma io l’Europa non la sogno più, perché quella comunità di Stati che tanto agognavo, invece di rendere questo paese migliore, ha forse contribuito a renderlo peggiore. Quanto a me, sono stanco, mi sembra di vivere in un incubo fatto di specchi che ripetono all’infinito sempre le stesse immagini, fino a distorcerle a trasformarle in mostri che mi dilaniano l’anima. Per cui ho deciso di chiudere gli occhi, distogliere lo sguardo e smettere di sognare.

http://www.mentecritica.net/sognavo-leuropa/informazione/cronache-italiane/doxaliber/35047/

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Il Sindaco che lotta contro GOMORRA: mi hanno lasciato solo!


vitale_sindaco_pareteIl primo cittadino di Parete: ecco perché ho impedito che la processione facesse omaggio al boss

Parete(Ce)- In terra di Gomorra spesso stare da una parte è un giuramento da ripetere ogni giorno. Lo sa bene il sindaco di Parete, Raffaele Vitale, 31 anni, del PartitoDemocratico. Per lui non sono stati giorni facili dopo il gesto forte di sfilarsi la fascia tricolore, quando la processione in onore della protettrice di Parete, Maria Santissima della Rotonda, stava svoltando in una stradina, fermandosi davanti all’abitazione di un ammalato, parente del boss Bidgonetti.
E ora il primo cittadino accusa: «I vertici provinciali del mio partito mi hanno lasciato solo, mentre sui social network, attraverso profili falsi, c’è chi mi invita a vergognarmi e dimettermi per salvare la faccia o addirittura qualche consigliere comunale di opposizione mi definisce un finto perbenista».
Lo Stato invece gli ha già testimoniato solidarietà: il prefetto di Caserta, Carmela Pagano, l’ha invitato mercoledì scorso a partecipare al comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, complimentandosi per un atto, «che vale più di cento convegni sulla legalità». E il prefetto andrà a Parete, molto probabilmente a maggio, per far sentire la vicinanza ai cittadini, in occasione dell’inaugurazione di una mostra sulle vittime di camorra, che sarà ospitata nella villetta confiscata proprio al clan Bidognetti.
«Il mio gesto – racconta – era doveroso per dare un messaggio chiaro alla comunità. Ho voluto dire che qui ci sono istituzioni che lottano per smantellare questo substrato culturale che vede ancora un fascino nella camorra. Nulla contro la carità cristiana, ma «no» a messaggi che possono essere letti come sudditanza». Ma la camorra in città è ancora forte?
«Forze dell’ordine e polizia hanno fatto tanto qui, ma esiste ancora il fenomeno estorsivo – sottolinea – Cantieri edili e negozi sono stati presi di mira anche la scorsa Pasqua. E poi la droga è l’altro business. Ora tocca alle istituzioni fare la propria parte e togliere terreno a un modo di pensare alla criminalità con assuefazione, rassegnazione o peggio come alternativa».(Articolo di lorenzo Iuliano. Tratto da Il Mattino)

http://altocasertano.wordpress.com/2013/04/22/69212a/

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Lettera aperta al ministro Severino


luciauva-182x300 (1)Cinque anni fa ho denunciato pubblicamente alla Procura della Repubblica di Varese quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 a mio fratello Giuseppe Uva. Mio fratello e’ morto proprio per quanto ha dovuto sopportare quella notte. Il giudice di Varese ha stabilito questo , e , ha ordinato di scoprire il perché Giuseppe e stato portato e trattenuto in caserma senza un verbale di fermo, senza un verbale di arresto , e senza un verbale di identificazione.

Lo stesso giudice , aveva ordinato di scoprire per quale motivo quella notte , dall’ano di mio fratello e’ uscito tanto sangue da imbrattare i suoi pantaloni con una macchia di 16 cm x 10 all’altezza del cavallo.
Un testimone ha dichiarato di averlo sentito urlare per ore e , di aver sentito dire dai carabinieri che lo stavano picchiando.

Quel testimone chiamo’ quella notte il 118 .. ma dalla caserma l’intervento venne respinto.
Il giudice ha ordinato anche di fare indagini su un t.s.o. ( TRATTAMENTO – SANITARIO – OBBLIGATORIO ) disposto dal sindaco Fontana di Varese quanto meno dubbio.
Dopo tutto questo cinque anni fa era stato aperto un fascicolo dal procuratore capo Grigo.

Il giudice di Varese l’anno scorso ha sollecitato e intimato la procura di fare indagini , dicendo espressamente che noi avevamo il sacrosanto diritto umano di sapere cosa e’ successo quella notte al nostro caro.
Bene signor ministro, non solo il PM Abate non ha fatto (ed ora lo posso dire ) nulla, ma proprio nulla di quanto era suo dovere fare su ordine del giudice, ma lo ha pure dichiarato pubblicamente , ed ha pure insultato il giudice.

Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono i g.i.p., infatti la notizia di reato riguardante le torture subite da mio fratello , non deve essere sottoposta all’esame del g.i.p.

Al g.i.p. Il Dott. Abate porta imputati accusati di colpa medica, ma nessuno di quelli che hanno usato violenza su Giuseppe, nessuno di quelli che lo hanno sequestrato, portato e trattenuto contro la sua volontà nella caserma dei carabinieri.

Nemmeno per chiedere l’archiviazione perché sa Benissimo che nessuno lo archivierebbe mai.
Siccome però , sul tavolo dell’Avvocato generale di Milano vi era una istanza di avvocazione presentata dai miei legali proprio su quel fascicolo n. 5509 , con indagati da identificare da due anni, per evitare che gli venisse sottratto , portò su quello stesso fascicolo a giudizio me e i giornalisti delle Iene per diffamazione.

Ma vede Signor ministro, al Dott. Abate non piacciono proprio i g.i.p., perché vedrà  che io e le Iene andremo a giudizio direttamente, senza passare dalla necessaria udienza preliminare, dal suo amico presidente del tribunale.
Signor ministro, io sono disperata, mi dicono che il dott. Abate è molto potente e molto protetto , ed in effetti me ne ha fatte di tutti i colori , buttando fuori me Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi più volte dal tribunale senza motivo, e addirittura accusandomi di avere provocato io il sangue che usciva dall’ano di mio fratello già cadavere.

Tutto quello che è successo la notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 , viene cestinato dal PM in una ormai prossima archiviazione , in barba ad ogni principio della obbligatorietà dell’azione penale.

La mia denuncia di allora viene portata ai g.i.p. con imputati ed accuse che nulla c’entrano con quello che è successo nella caserma dei carabinieri.
Io di legge non ne capisco proprio nulla , ma posso dire che provo rabbia, dolore, ma anche paura.
Varese e’ una città  piccola e il PM Abate mi ha già  fatto capire a suo modo che la farà  pagare a me, ai miei avvocati e ai miei più vicini amici.
Tanto quello che è successo a Giuseppe non verrà  mai portato in un’aula di tribunale.
La prescrizione si avvicina e qui a Varese lo Stato non esiste per noi.
Con rispetto.
Lucia Uva

1 aprile 2013

Lettera aperta al ministro Severino

Pubblicato in: cose da PDL, cultura, diritti, donna, libertà, magistratura, MALAFFARE, politica, sessismo

Mai dire “troia”


arton46598-d1f65Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.
In un Paese che non gode più di nessuna credibilitàsia al proprio interno che in Europa e nel mondo, per via del suo Parlamento, con più onorevoli e senatori al mondo, pieno di personaggi ambigui e di malaffare che campano di laute prebende, di contributi non voluti dai cittadini con un referendum, di compravendita di voti per sistemare i propri debiti o i propri figli, di “amichette” di parlamentari o ex premier mantenute, di mogli separate, amanti, cognati, da mantenere coi soldi nostri, di magistrati che si fanno le guerre a bande, di giornalisti venduti, etc… (per ulteriori e più complete informazioni leggere “La Casta” di Stella e Rizzo) dire in pubblico da parte di un grande artista entrato finalmente nelle istituzioni che il Parlamento italiano è stato pieno di “troie” (vedi tipologia descritta prima, “troie” nel senso di gente che si prostituisce in qualche maniera) è scandaloso e compromette l’immagine dell’Italia.

Ministri, politici, giornalisti tutti contro chi si è permesso di dire la verità invece di far finta di niente e continuare a coprire i propri bisogni con le zampette come fanno i gatti.
Questo è quello che è capitato al grande cantautore italiano Franco Battiato, studioso di costumi e della mistica dei Paesi islamici (Sufismo), il cui solo nome è un faro di luce nel mondo.

Infatti è risaputo che non sono le “troie” (nel senso descritto prima) a dare una cattiva immagine del parlamento del Paese, bensì chi non si sente più di coprire gli escrementi con le zampette e invece denuncia il malcostume italiano.

Mai dire troia

Pubblicato in: economia, elezioni amministrative, LAVORO, libertà, pd, politica

Le verità nell’urna


no-austeritadi Marco d’Eramo, da Tageszeitung, 1 marzo 2013

Nei castelli medievali toccava ai giullari dire al sovrano le verità più scomode. Oggi, nelle cancellerie e nelle grandi banche europee l’amara verità giunge dai “clown” italiani, come li ha definiti il socialdemocratico Peer Steinbrück. Se infatti non ci si limita a ironie giustificate ma futili, nell’esito delle elezioni politiche a sud delle Alpi si possono leggere alcuni messaggi forti, forse forieri di tempeste, certo istruttivi.

Il primo messaggio è la netta sconfitta, anzi la batosta memorabile che ha subito una certa Europa, quella della Trojka, dei banchieri di Francoforte e della cancelliera Angela Merkel. Non solo il candidato di quest’Europa, Mario Monti, è stato polverizzato, restituito al ruolo marginale e riportato nelle aule universitarie da cui proprio quella certa Europa l’aveva tirato fuori per imporlo all’Italia come premier contro ogni legalità democratica (non dimentichiamo infatti che, per quanto non piaccia a nessuno, Silvio Berlusconi fu costretto – con un vero e proprio golpe istituzionale – a dimettersi da primo ministro nonostante godesse della maggioranza parlamentare più solida di tutta la storia repubblicana italiana, cioè da 65 anni a questa parte).

Ora Mario Monti ha perso malgrado l’appoggio di tutto il gran padronato italiano (era sostenuto dal boss della Fiat Sergio Marchionne, dal presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo, dall’ex Ceo della più grande banca italiana Corrado Passera), dell’Europa filotedesca e di tutta la finanza internazionale (Monti era stato consulente della più grande banca privata mondiale, Goldman Sachs). Non solo: Monti è stato sconfitto malgrado l’aperto sostegno delle gerarchie vaticane e della Conferenza episcopale italiana: corollario non secondario di questa prima lezione è che l’influenza della Chiesa cattolica sulle elezioni italiane è largamente sopravalutata sia dai politici che dal mondo dell’informazione.

Ma la sconfitta della Trojka, della Merkel e dell’Europa dei banchieri appare ancora più eclatante se si valuta il voto italiano in un’ottica comparativa: tra i paesi “deboli” dell’Europa – i cosiddetti Piigs, alias Club Méd –, l’elettorato italiano è l’unico che abbia resistito alle pressioni venute dal Nord e abbia espresso una maggioranza assoluta contraria all’austerità tedesca. Nel regime di “capitalismo reale” che vige in Europa, gli italiani sono i primi che osano sfidare le minacce finanziarie dei “banchieri fratelli”, un coraggio che non hanno avuto né i greci, né gli spagnoli, né i portoghesi, che tutti hanno finito per esprimere disciplinate maggioranze prone agli ordini di Francoforte e Berlino. E anche la ben più potente Francia ha osato esprimere un disaccordo solo sussurrato quando ha eletto presidente François Hollande.

In Italia invece le tre formazioni che hanno fatto campagna forte contro l’austerità, contro la Merkel, contro “la dittatura dello spread” hanno ottenuto complessivamente il 57% dei suffragi per la Camera dei deputati, cioè una solidissima maggioranza assoluta: parlo della Coalizione di Centrodestra (29,18%) guidata da Berlusconi, del Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo (25,55%) e di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia (2,24%). Il messaggio anti-tedesco è espresso bene da un manifesto elettorale della destra affisso sui muri di Roma in cui campeggia la scritta: “Il governo dell’Italia lo decidono gli italiani” sovrimpressa all’immagine di Monti che stringe la mano a Merkel.

Il messaggio è chiaro: sta scemando il potere delle cancellerie e delle banche europee di piegare gli elettori europei alla propria austerità. Forse altri popoli seguiranno i clown italiani.
Ma dai giullari giunge un secondo messaggio e riguarda il populismo: negli ultimi anni ha infatti prevalso la fastidiosa tendenza a tacciare di populista qualunque aspirazione popolare. Vuoi la sanità per tutti? Sei proprio un populista (soprattutto negli Stati uniti). Vuoi la tua pensione indicizzata sull’inflazione? Ma che razza di populista! Vuoi poter mandare i tuoi figli all’università senza svenarti? Lo sapevo che sotto sotto eri un populista! Quando ti appiccicano quest’etichetta addosso non riesci più a staccartela, hai voglia a dire che tu stai esprimendo solo sacrosante aspirazioni popolari. Ebbene, domenica scorsa gli italiani hanno eletto una maggioranza di populisti, per quanto pittoreschi come Grillo, perché – a torto o a ragione – sembravano loro gli unici che rappresentassero le esigenze popolari.

Come ha scritto il premio Nobel per l’economia Paul Krugman: “Senza cercare di difendere le politiche del bunga bunga, lasciatemi porre questa ovvia domanda: ‘Quella che oggi passa come politica di maturo realismo cosa ha fatto esattamente di buono in Italia o, se è per questo, in Europa nel suo insieme?’ Perché Monti era a tutti gli effetti il proconsole insediato dalla Germania per imporre austerità a un’economica già anemica; la volontà di perseguire un’austerità illimitata è ciò che definisce la rispettabilità nei circoli politici europei”. Ora i clowns italiani hanno mostrato a tutta l’Europa che a forza di restare sordi alle rivendicazioni popolari si rischia di farsi governare dal populismo (un rischio già sperimentato durante un’altra crisi economica).

L’ultimo messaggio infine è che pare tramontata l’ora della corsa al centro. Si sfarina la dittatura del moderatismo. Tutti i parrucconi della politologia mondiale ci hanno ammorbato per decenni con la litania secondo cui “le elezioni si vincono al centro”, che per vincere bisogna tagliare le ali estreme ed essere “moderati”. Già George Bush jr. aveva mostrato negli Stati uniti che questo luogo comune era falso. Adesso gli italiani ce lo confermano. Magari si può governare al centro, ma certo non si possono vincere le elezioni con posizioni centriste. Non con un 36 % di giovani disoccupati (Italia), tanto meno col 50% come in Spagna o il 60% come in Grecia (ma anche la suscettibile Francia è al 20 %). Per questi giovani non ci sono soluzioni moderate e centriste che tengano.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-verita-nellurna/

Pubblicato in: elezioni amministrative, libertà, pd, politica

Le battaglie sono giuste anche quando si perdono


Umberto-Ambrosoli-300x254Le battaglie sono giuste anche quando si perdono. …

ma direi anche che le battaglie giuste le si porta avanti fino a che non si vince. Bob Dylan – The times they are a changin’

http://www.neltempodiunacanzone.com/2013/02/27/ambrosoli-o-male-accompagnati/#more-65

DAL BLOG DI GIULIO CAVALLI

“Le battaglie sono giuste anche quando si perdono” è la frase (bellissima) che Umberto Ambrosoli racconta di avere detto a suo figlio ed è la caratura di una persona che dal punto di vita etico, umano e di storia personale ha da insegnare molto, a tutti.

Poi c’è il lato politico, ma questo è meglio valutarlo appena si abbassa la polvere perché a caldo si rischia di non riuscire a vederne tutti i lati. Roberto Maroni ha vinto con più di 4 punti di scarto, sostenuto dalla tenuta di PDL, Lega e la sua lista civica mentre nel centrosinistra tiene il PD e la Lista Civica di Ambrosoli, Albertini sparisce e Il Movimento 5 Stelle incassa un 13,62 per niente inaspettato anche se più basso della media nazionale. La sconfitta non ha bisogno di appello ed è una sconfitta che arriva in una Lombardia che già si era sbriciolata nella credibilità: una traversa a porta vuota, mi scriveva ieri qualcuno.

SEL si attesta sul 1,80%: una percentuale con cui non si può fare politica. Punto. Al di là della scomparsa del partito dal Consiglio Regionale (quindi non sono stato eletto, no) rimane il senso del progetto politico che ora è da considerare sul serio. Abbiamo fatto una campagna elettorale difficile e intensa ma perdente e riconoscere la sconfitta è il punto da cui ripartire per un’analisi collettiva.

Io posso intanto ringraziare i tanti che mi hanno votato e dato fiducia e chi si è speso con tutte le forze ( penso a Odetta, Leonardo). Ora è il tempo di pensare. Con calma.

http://www.giuliocavalli.net/2013/02/27/le-battaglie-sono-giuste-anche-quando-si-perdono/

 

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Chi mangia sulle carceri-lager


620x413xl43-carcere-cella-120629124907_big-pagespeed-ic-gyimqqr2yrMentre in galera le condizioni sono sempre più disumane, emergono le spese folli dei suoer dirigenti: foresterie con Jacuzzi in terrazzo, tivù da sessanta pollici e tappeti persiani (ma anche scopini da bagno pagati 250 euro l’uno)

di Lirio Abbate

Il vitto di un detenuto costa allo Stato meno di quattro euro al giorno, una somma che dovrebbe garantire tre pasti quotidiani. Ma non sempre le imprese che si aggiudicano gli appalti per cifre così basse riescono a garantire quantità e qualità del cibo che viene distribuito nelle celle. E così i reclusi devono arrangiarsi, con i viveri che ricevono dalle famiglie o con le merci acquistate a carissimo prezzo negli spacci delle case di pena.

Una situazione che condiziona la vita delle oltre 65 mila persone rinchiuse nelle prigioni italiane, in strutture che dovrebbe ospitarne al massimo 47 mila. Allo stesso tempo, però, alcuni magistrati al vertice dell’amministrazione penitenziaria godono di benefit scandalosi: hanno diritto ad appartamenti anche nel centro di Roma con un canone di sei euro al giorno, acqua, luce, gas e pulizie compresi, che non tutti però pagano. Un privilegio che, come nel caso di Gianni Tinebra da sette anni procuratore generale a Catania, mantengono anche dopo avere lasciato l’incarico. E per arredare queste foresterie non si risparmia sui lussi: sul tetto-terrazza di una è stata installata una Jacuzzi con idromassagio, in salotto ci sono tv da sessanta pollici costate duemila euro, sui pavimenti tappeti persiani e si arriva alla follia di far pagare 250 euro lo scopino di un bagno.

L’elenco di queste spese “fuori norma” è stato depositato ai pm di Roma e alla Corte dei Conti che hanno avviato indagini. Ma è solo uno dei paradossi di un sistema carcerario che continua a essere una vergogna italiana. I nostri penitenziari sono una discarica di esseri umani dove non solo è negata ogni possibilità di rieducazione ma viene umiliata anche la dignità delle persone. «Più volte ho denunciato l’insostenibilità di queste condizioni ma i miei appelli sono caduti nel vuoto», ha dichiarato il presidente Giorgio Napolitano nella storica visita a San Vittore del 7 febbraio. Il dramma è stato praticamente ignorato dalla campagna elettorale, con l’unica eccezione dei Radicali, soli a portare avanti una battaglia di civiltà per l’amnistia: un provvedimento che il capo dello Stato ha detto di essere stato pronto a firmare «non una ma dieci volte».

A testimoniare quanto sia paradossale la situazione bastano pochi dati: ogni anno lo Stato destina due miliardi e ottocento milioni per l’amministrazione penitenziaria, ma l’88 per cento finisce negli stipendi del personale. Un altro 7,3 per cento viene impegnato per il vitto dei detenuti e così rimane meno del 5 per cento per qualunque altra necessità: 140 milioni per la benzina, le vetture, le divise, gli arredi, la manutenzione e le ristrutturazioni. Insomma, non ci sono fondi per mettere mano alle terribili condizioni delle prigioni, spesso ancora ospitate in monasteri ottocenteschi o vetuste fortezze. Se si investisse poco meno di 200 milioni di euro sulla ristrutturazione, come spiegano funzionari del Dap, il Dipartimento amministrazione penitenziaria, si potrebbero ottenere subito nuovi posti per garantire spazi a 69 mila detenuti, solo per il circuito maschile: basterebbe puntare su un ampliamento degli istituti, senza impegnarsi nella costruzione di altre carceri.

La direzione generale risorse del Dap ha fatto un calcolo di quanto servirebbe per fronteggiare l’emergenza edilizia. La proposta è stata illustrata nei mesi scorsi al Consiglio d’Europa che si è svolto a Roma. Secondo il Dap oggi il valore convenzionale degli immobili è di circa cinque miliardi di euro: ci vorrebbero 50 milioni l’anno per la manutenzione ordinaria e 150 per quella straordinaria. La cronica carenza di stanziamenti oggi ha azzerato gli investimenti per nuovi padiglioni e l’assenza di manutenzione ha determinato la chiusura o il completo abbandono di intere sezioni che «attualmente si trovano in condizioni strutturali e igieniche assolutamente incompatibili con le finalità penitenziarie per cui gli spazi a disposizione dei detenuti si sono ulteriormente ridotti».

Ma invece di fare passi avanti, si continua a precipitare nel baratro. Perché sulla carta c’è «un numero eccessivo di istituti»: sono 206, ma di questi 120 hanno meno di duecento posti e 63 addirittura meno di cento. E le strutture piccole si trasformano in uno spreco di risorse, richiedono un numero più alto di agenti e personale rispetto al numero di reclusi. In teoria, l’Italia ha il miglior rapporto tra metro cubo di edifici e detenuti, senza però che questo dato statistico si trasformi in un miglioramento delle condizioni. Tutt’altro: secondo le analisi del Formez ci sono in media 140 reclusi per cento posti letto. Persone obbligate a vivere per ventidue ore al giorno in celle claustrofobiche, con tre-quattro brande sovrapposte, bagni minuscoli e pochissime docce.

 

Chi mangia sulle carceri-lager – l’Espresso.

Pubblicato in: abusi di potere, cultura, diritti, donna, estero, FORZE DELL'ORDINE, libertà, pd, violenza

Uomini, mica funghi


20130309-080438

Di Giulio Cavalli.

Andrea Riscassi è un giornalista ma soprattutto è un curioso. E per i giornalisti essere seri e curiosi è uno dei difetti più raccomandabili. Andrea si è fatto carico della memoria di Anna Politkovskaja quando è scesa la lacrima breve della notizia e l’ha trasformata in memoria quotidiana e seriale. Una di quelle passioni che rendono inspiegabilmente fondamentali gli interessi di qualcuno per tenere in vita una storia che altrimenti sarebbe andata perduta troppo presto tra i libri di storia contemporanea. Andrea ha scritto libri, lavori teatrali (che abbiamo avuto il piacere di ospitare nel nostro piccolo Teatro Nebiolo) e continua con i suoi incontri e soprattutto con i ragazzi. In questa scuola che resiste al degrado economico e strutturale esistono insegnanti con il nerbo dei partigiani che si preoccupano di raccontare la storia di  Anna Politkovskaja ai nostri figli: per questo non riesco a non essere ottimista per il futuro di questo Paese che per forza deve rinascere dalle proprie ceneri. Per forza.

Andrea è stato a Tavazzano con Villavesco. Tavazzano cosa? chiederete voi. Già vi vedo. E’ che io a Tavazzano ci sono anche cresciuto. E per questo mi sorride il cuore. E Andrea a Tavazzano ha vissuto la luce che vediamo sempre noi che abbiamo la fortuna di frequentare le scuole per raccontare le storie degli altri. Perché veniamo accolti come sciamani della memoria e alla fine lasciamo una memoria appallottolata da portarsi a casa insieme alla cartella.

Vale la pena leggere nel suo blog come la racconta Andrea, e come la raccontano i ragazzi qui.

Mentre leggevano quel che hanno percepito di Anna e della sua storia mi sono più volte emozionato.
Perché hanno colto l’essenza di una storia che si svolge in Russia ma che parla a tutti noi.
Nei loro testi, i ragazzi hanno più volte ripetuto una frase di Anna che adoro. Rivolta com’è a quella zona grigia che (a Mosca come a Roma e Milano) tace di fronte ai soprusi ed è sempre pronta a inchinarsi al capo di turno: “Per il mio sistema di valori è la posizione del fungo che si nasconde sotto la foglia. Lo troveranno, lo raccoglieranno e lo mangeranno. Per questo, se si è nati uomini, non bisogna fare i funghi”.
Cara Anna, stamattina ho trovato 85 ragazze e ragazze che si sono impegnati a non fare mai i funghi. A non nascondersi. A camminare a testa alta.
Che mi hanno insegnato molto.
Il merito è tutto tuo.

Uomini, mica funghi

http://andreariscassi.wordpress.com/2013/03/10/oggi-a-tavazzano-viene-piantato-un-albero-per-anna-politkovskaja/

Pubblicato in: libertà, opinioni, politica

Il futuro a 5 stelle?


di Paolo De Gregorio.

deputati-grilliniParecchi mesi fa chiedevo a Grillo di puntare a quel 57% del popolo italiano, riflessivo e positivo, che per interessi materiali e principi etici si era manifestato nel voto referendario per l’acqua pubblica, contro il nucleare, contro il legittimo impedimento del vero cancro della nostra democrazia Silvio B.

La vittoria ci fu, malgrado PDL e PD puntassero apertamente alla mancanza  del “quorum” perché la politica è meglio che non esca dai palazzi del potere, visto mai che i cittadini prendano gusto alla democrazia diretta. Fu quello il primo segnale che qualche cosa stava cambiando nella testa degli italiani.

Oggi, ad elezioni avvenute, con la dimostrazione matematica che si può fare politica anche senza soldi, rileggendo i primi 20 punti del programma del Movimento, una vera lama di luce verso una autentica democrazia attenta agli ultimi ma anche alla piccola e media impresa, bisogna concludere che il 25% dei voti, con la maglia rosa di primo partito, è molto poco, specialmente se ci confrontiamo con il NULLA proposto dagli altri partiti.

Nel rifiutare ogni alleanza con PD o PDL non bisogna perdere l’occasione di ribadire che la crisi economica è in gran parte frutto di una situazione politiche che da almeno 20 anni è di tipo consociativo, spartitorio (vedi RAI, BANCHE), in cui non esistono più né destra né sinistra, non vi è stato un vero ruolo di opposizione e di controllo, fino allo scandalo conclamato del governo Monti, sostenuto da PDL e PD.

Il teatrino della politica ci vuol far credere che B. e Bersani sono avversari, uno di destra, l’altro di sinistra, ma in realtà sono due partiti di CENTRO, in perenne lotta tra loro per spartirsi potere, affari, mantenimento dei privilegi di CASTA, diretti e pieni responsabili di una crisi che non hanno saputo né individuare, né governare.

A fronte di questi “esperti della politica”, professionisti da decenni, in realtà cialtroni e incapaci, con un’Italia ormai fallita e commissariata dall’Europa e dalle banche, gli italiani perbene dovrebbero premiare più pesantemente una organizzazione di incensurati, che promettono di andarsene dopo due legislature, che si autoriducono lo stipendio, che propongono un reddito di cittadinanza a tutti i disoccupati, da pagare con i soldi che dovremmo buttare per i bombardieri F35, che propongono di abolire le Province, di rientrare da tutte le avventure militari, che propongono l’abolizione del finanziamento ai partiti e all’editoria, e con questi risparmi finanziare massicciamente piccole e medie imprese, industriali, artigiane, agricole, che sono la spina dorsale della nostra economia.

E’ urgente che quel 57% di materializzi di nuovo alle prossime elezioni, poiché dai D’Alema, Bersani, Berlusconi verranno solo guai, paralisi, disoccupazione, precarietà, inganni, e anche se si metteranno d’accordo per un nuovo governo, non hanno la più pallida idea di come uscire dalla crisi, se non continuando

Oggi già si vede la linea contro il M5S da cui il PD “pretende” la fiducia, mentre sottobanco cerca di comprarsi qualche senatore, come ha fatto B. con Sergio De Gregorio dell’IDV, cercando di appiccicare al Movimento l’etichetta di irresponsabilità per il governo del paese.

Con Pd e PDL non c’è da prendere nemmeno un caffè. Loro hanno creato la crisi, devono riconoscere questa evidente verità e provare a tirarcene fuori. Se non sono in grado di farlo, gli elettori lo capiranno e daranno al M5S la maggioranza assoluta per governare senza limiti e ricatti.

fonte :  http://www.ischiablog.it/index.php/politica-e-societa/il-futuro-a-5-stelle/

Pubblicato in: cose da PDL, economia, libertà, opinioni, pd, politica

Questo non è un paese serio.


>>>ANSA/ELEZIONI: LA BATTAGLIA DELLE PIAZZEFMA (mentecritica)

Non voterò perché nessuno dei partiti in lizza mi pare credibile, non perché manchino le proposte allettanti. Anzi, il contrario. Si va dalla riduzione dell’IMU variamente declinata da Bersani e da Monti, all’abolizione con restituzione incorporata di Berlusconi, fino al reddito di cittadinanza di Grillo. Cose che non troverebbero credito in nessun paese serio, nelle nostre condizioni economiche; mentre qui da noi pare che i pensionati siano già in coda agli sportelli delle poste con la lettera di Berlusconi in bocca. Perché da noi il ragionevole non ha fortuna, anzi, non piace proprio. Meglio lagnarsi a posteriori dell’orribile iella d’essere nati circondati da stronzi, piuttosto che riconoscere che sarebbe stato facile evitarli con un minimo di onestà intellettuale. L’onestà intellettuale, per intenderci, è quella qualità che impedisce di credere a ciò che non è credibile, anche quando farebbe comodo crederci.

Faccio degli esempi.

Dovrebbe essere evidente, pure a chi è di destra ma non abbia le fette di salame sugli occhi, che Berlusconi, qualsiasi cosa dica o faccia, la dice o la fa, sempre e solo, pro domo sua. Dopo aver visto la sua nota spese soltanto i ciellini incalliti possono ancora pensare che il Celeste sia un dono del Signore. Come solo chi porta la camicia verde anche a letto può continuare a dire: meno male che c’è Bossi, che ci pensa lui. Berlusconi e la Lega hanno avuto vent’anni per mostrare ciò di cui sono capaci. Lo hanno mostrato. Non si capisce perché abbiano ancora un seguito.

I piddini hanno avuto anch’essi la loro bicicletta e hanno dimostrato, ogni volta, di non saper pedalare. Chi non sa pedalare, per esempio perché ha scelto di concertare con troppi portatori di interessi diversi, non va da nessuna parte. Anche se il programma è bellissimo, tipo pane e lavoro e la luce nei campi. Se non fosse così, l’avrebbero già realizzato da un pezzo. L’attuale amministratore della ditta, Bersani, spera per l’ennesima volta di salvarsi l’anima tenendo in pugno il passerotto Vendola, mirando in realtà al tacchino Monti che fa la ruota sul tetto. Non si può ripetere la stessa pièce all’infinito. Alla terza replica non ci si deve stupire se la platea dà segni di stanchezza.

Monti sta deludendo per un’altra questione: messo in sella ha dimostrato di saper pedalare, ma una volta salito in campo ha denunciato una mancanza di sagacia politica allarmante. Colpa del guru americano che lo consiglia male? O colpa sua che lo sta a sentire? Dimmi con chi vai e … . A un professore si possono perdonare tante cose, non la scelta dei compagni di viaggio. Fini e Casini gli sono e gli saranno esiziali comunque la si guardi, per il presente in termini di consensi, per il futuro in termini operativi. Se ti accompagni a due zoccole la tua fama di Maria Goretti non può non uscirne guasta; se poi la vorrai difendere le zoccole se ne adonteranno rendendoti la vita impossibile.

Quel che spera Ingroia, di creare la giustizia per via giudiziaria, affiancando i bravi magistrati al Quarto Stato in marcia sul sentiero della Storia, l’ha negato la Storia stessa, chiamandosene clamorosamente fuori, ormai è un quarto di secolo.

Mi resta da dire di Grillo, del perché non lo reputo credibile, al pari degli altri, o peggio. Tralascio argomenti pure importanti, quali l’assenza di democrazia interna, il culto della personalità, il populismo usato come una clava, le incoerenze di vario genere da Casa Pound alla negazione di cittadinanza ai figli degli immigrati, cito solo quello che a me pare il peccato mortale: il movimento5stelle non ha struttura, se per scelta o per necessità non lo so, ma non ha alcuna struttura. Ha solo un leader carismatico senza altro know how che non sia quello di comico e, forse, uno spin doctor. Essere un comico e saper intrattenere il pubblico va bene quando si tratta di raccogliere voti, ma non serve quando si tratta di governare un paese. E qui si tratta di amministrare un’azienda che macina 800 miliardi di euro l’anno, di rappresentare l’interesse di 60 milioni di persone nei consessi internazionali, di dare risposte interne ai problemi del sistema produttivo nazionale difendendone all’esterno gli interessi nel conflitto permanente tra nazioni, divenuto via via più acuto con l’imporsi della globalizzazione; la quale, tra parentesi, esiste senza bisogno del permesso di alcuno. Chi non è attrezzato per gestire il potere deve mettere in conto che lo faranno altri al posto suo e lui potrà solo raccoglierne i cocci. Non servirà a niente gridare al complotto. Chi si propone alla comitiva per guidare il pullman deve avere la patente e dimostrare con un giro di prova che sa guidare. Grillo e la stragrande maggioranza dei suoi, che io sappia, fin qui, non hanno mai guidato neppure la bicicletta. Mi auguro che mi smentiscano e si dimostrino bravissimi. Per ora lo vedo come un buonissimo motivo per non credergli.

Questo non è un paese serio.

Pubblicato in: cose da PDL, elezioni amministrative, libertà, pd, politica, satira

Grazie di tutto e alla prossima.


lotta-nel-fango23Siamo in grado di anticiparvi i discorsi di ringraziamento dei leader che vinceranno le prossime elezioni. E che aumenteranno la percentuale di suicidi nei prossimi mesi.

PD

Incredibile, non ci possiamo credere, siamo senza parole.
(dica: Grazie!)
Grazie!
(A tutti voi che ci avete votati)
A tutti voi che ci avete votati
(e ci avete mandato democraticamente al governo)
E ci avete democraticamente ROTTO I COGLIONI. Dico io ma come si fa?
Abbiamo fatto di tutto, anche ora che ci davano per spacciati per restare all’opposizione, che il babbo me lo diceva sempre: “Non andare al governo che si diventa capitalisti”.
Pensa te, abbiamo appoggiato tutta la merda di Monti per non vincere le elezioni, presentarci come il partito delle tasse e dei tagli e questi imbecilli ci votano.

Grazie un cazzo, vuol dire che ve lo meritate un paese così, perché voi siete così.
Avete bisogno dello spauracchio, “Se non ora quando!”, “Gomorra”, “Questo pomodoro avrà più fans di Silvio”.

Queste sono le vostre battaglie, queste sono le cose che abbiamo sempre evitato come la peste, noi non siamo per una società civile, siamo per l’opposizione a qualunque cosa. Basta che ci possa lasciare al calduccio ad aspettare lo Zio Baffone.
(é morto Baffone)
Ah sì? E quando?
(tanto tempo fa)
Ma perché cazzo nessuno mi dice mai niente in questo partito?

Bene, ricomponiamoci, ho un’idea: appena saremo al governo liberalizzerò le licenze dei taxi,.
(già fatto e ti hanno inculato)
Hai visto che non siamo buoni.

Brogli, ci sono stati dei brogli.
Silvio Berlusconi ha fatto si che noi vincessimo le elezioni per avere di fronte un paese dissestato dalle SUE politiche e quindi far fare a noi il lavoro sporco.

Per questo anche se abbiamo vinto con il 65% dei voti (guarda che bell’escamotage) ci dimettiamo.

Elezioni subito, per un’Italia democratica.

(Bravo Pierluigi, così mi piaci)
Grazie, baffetto.

Ringraziamenti elettorali 

PDL

Grazie, grazie, grazie! Sapevamo che il Governo Monti era solo una parentesi in mezzo ad una storia d’amore che dura da quasi un ventennio (e neanche una guerra all’orizzonte). Noi del PDL, ex Forza Italia, ex Centrodestra, ex Prima Repubblica,ex novo con taeg al 4,24%, vogliamo ricordarvi il nostro amore. Per la nostra gente. Per la nostra Italia. Per la nostra incolumità giudiziaria. Forse con altri 25 anni di governo riusciremo a mantenere tutte le nostre promesse.

-Meno Tasse

+ Lavoro

– Colesterolo

+ Salute e fighe giovani

+ Promesse

+ Governo

+ Emigrazioni

+ Spazio per gli italiani che restano.

Possiamo realizzare tutto questo proprio grazie a voi che ci avete votato.

Eravamo sicuri che un minimo di decenza non avrebbe intaccato il nostro legame, eravamo sicuri che i dettami dell’Europa fossero troppi per il nostro spirito africano, eravamo sicuri che troppi africani vi potessero spingere verso l’Europa, eravamo sicuri e confusi. Ma ora non lo siamo più.

Lista Monti

Sì Angela, tranquilla Angela, ti dico che non esiste nessun problema Angela.
Puoi venire quando vuoi.

Se ti faccio pagare l’IMU? Ahhahah, Che mattacchiona, mica sei cosi stupida da comprare una casa in Italia? O farlo col tuo nome.

Che dici? Le tue imprese pagano troppe tasse e pensi di riportarle in Germania?
Ma fai bene, guarda. Noi lasciamo andare FIAT, come potrei pensare di fermarti.

Ormai, ho la mia età, che cazzo me ne frega di stare qua a rendermi popolare, lacrime e sangue, tooo, come dice quel comico? ‘Nto culu!

(Presidente, La stanno aspettando per Il discorso di vittoria)

Checcazzo, sono al telefono.
Si, scusami Angela, mi hanno votato, stavolta quel filibustiere di Antonio non ha avuto bisogno di fare niente.

Si, poi ti chiamo, Cia, cia´Angela, sì ti aumento i pedaggi autostradali, sì ciao, ti voglio bene, anche io, ok, Cià.

Innanzitutto permettetemi di ringraziare tutte le italiane e gli italiani che hanno deciso di darci fiducia.

Sono sicuro che non fosse facile ritenere di confermare un Governo che, in quest’ultimo anno, per necessità ha dovuto imporre nuove tasse e riforme che hanno strangolato non solo l’economia, ma anche direttamente e indirettamente tutte le famiglie.
D’altronde, è evidente che avete ritenuto che le promesse elettorali di abbassare le tasse appena alzate avessero valore.
Grazie per esservi confermati i soliti italiani.
E capisco perché ci avete votato: non tanto perché stanchi di questo bipolarismo imperfetto, da una parte un Bersani Capitano di Ventura di un’accozzaglia di vecchi volti smunti della solita vetusta politica, e dall’altra un Berlusconi Presidente di Sventura di un’accozzaglia di volti gaudenti della solita vetusta politica. E sono anche sicuro che avete deciso di riconfermarmi non perché appoggiato da quei giganti della politica che sono Casini e Fini, compagni di Lista che mi sono ritrovato e che dovrò trombare il prima possibile prima che mi facciano fuori loro.
No, care italiane e cari italiani, vi voglio ringraziare perché il vero motivo per cui mi avete votato è che rivolevate un porto sicuro dove approdare, un’insenatura rassicurante a bassa conflittualità sociale. Insomma, rivolevate la Democrazia Cristiana.
E ora l’avete.
Grazie a tutti.
Amen.

(Presidente Monti, le avevamo preparato anche questo discorso, nel caso il primo non andasse bene)

(Uff…dai qua).

Italiane, italiani, gente di altri colori, passanti per caso e venditori di fazzoletti che avete rotto il cazzo.
Il vostro voto, denota una cosa sola: l’Italia può risorgere, tornare a brillare come negli anni’80, quando ognuno faceva quel cazzo che gli pareva e c’era il boom economico. Spero che ci crediate, così avrete sempre bisogno di qualcuno che vi rimetta i conti a posto.
Certo, avere una scuola migliore aiuterebbe a formare nuove generazioni pensanti, innovative e piene d’iniziative moderne, ma mi chiedo : “Cui prodest?”.
State bene dove state, non avete bisogno di sforzarvi.
Guardate, già si parla dell’iPhone 6, di cosa vi preoccupate.

Grazie per aver dato fiducia a chi vi ha dimostrato pugno di ferro e presa per il culo d’acciaio.
Mi meritate e ve lo dico con il cuore.
Grazie
Anche dai miei partner internazionali
Grazie.
E a buon rendere.
(Adoro avere due ghostwriters).

Movimento 5 Stelle

È una cosa pazzesca! Abbiamo vinto! Abbiamo finalmente macellato i vecchi maiali della politica! Addio psiconano, addio Rigor Montis, addio PD meno L, sarà davvero un piacere passarvi tutti per le armi. Da oggi potremo finalmente tutti vivere in una gioiosa dittatura della democrazia. Un Paese in cui qualsiasi fesso buono solo a dire “vaffanculo”, ma che appoggia il mio programma, può sedere in Parlamento, con la stessa espressione beata di chi lo visita in gita scolastica. Massì, chissenefrega se ho portato qui un manipolo di incompetenti che non ne sa un cazzo di come si governa: l’importante è essere qui, maggioranza in Parlamento e nel Paese, e la minoranza si metta in fila per la prossima lobotomia. Sappiamo dove siete. Invece per voi, cari cittadini che ci avete votato, si apre un’era prospera e telematica! Chi se ne fotte se non arrivate a fine mese: da oggi l’unico indicatore che deve interessarvi è la Felicità Interna Lorda, trombatevi la moglie e scorreggiate in libertà! Da oggi dovrete fare solo due cose: vivere felici & beoti e prostrarvi al vostro nuovo Primo Ed Unico Ministro, Giuseppe I (davvero vi eravate bevuti quella balla sulla mia incandidabilità? Bravi besughi!). Domani vi sveglierete affamati come prima, ma col belino barzotto: sarà il primo grande risultato del mio governo. E poi via col resto: lasceremo in Italia un unico inceneritore, a Parma, chiuderemo i centri storici anche ai pedoni, arresteremo Crozza, decideremo in rete il colore della mia prossima barca, indiremo le Condominiarie e ci ridurremo lo stipendio di almeno la metà di quanto ce lo siamo alzati ieri. E ridurre il numero dei parlamentari? Niente di più semplice: quelli dell’opposizione sono già stati portati a Rebibbia. E ora venite, neo-deputati e neo-senatori, venite ad assaggiare i corpi dei traditori Favia e Salsi, ce n’è un trancio per ognuno, non spingete.

Fermare il Declino

Italiane e Italiani, donne e uomini liberi, grazie, grazie, grazie.
Nessuno di noi, quando abbiamo fondato il movimento questa estate, credeva seriamente di poter arrivare ad un successo strepitoso come questo e in così poco tempo, ma all’epoca nessuno di noi sapeva che Oscar fosse una mezza sega in economia.
Un risultato talmente sorprendente che nessuno di noi ha pensato di scrivere qualcosa in merito.
Quindi grazie e ci sentiamo domani alle 9 su Radio24.

FONTE  http://www.umoremaligno.it/2013/02/grazieditutto/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, INGIUSTIZIE, libertà, società, violenza

Mi chiamo Renato, non temo i fascisti ma gli indifferenti


renato_biagetti1_bigStefania Zuccari*

La lettera della mamma di un ragazzo ucciso dai fascisti a Roma per denunciare la normalità del male

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

*Stefania è la mamma di Renato Biagetti ucciso dalle coltellate di due fascisti dopo una festa in spiaggia a Focene. E’ la fondatrice di Madri per Roma città aperta. Come le Madres de la Plaza de Mayo ha raccolto anche lei il testimone delle idee di suo figlio

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=6272

http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

Pubblicato in: banche, CRONACA, cultura, diritti, economia, INGIUSTIZIE, LAVORO, libertà, politica, sociale, società

Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

Pubblicato in: diritti, economia, elezioni amministrative, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

La corruzione tiene in pugno l’Italia: chiedi 5 impegni ai candidati politici


La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

A:
Candidati alle Elezioni Politiche 2013
La corruzione è uno dei motivi principali per cui il futuro dell’Italia è bloccato nell’incertezza. Pochi in Europa vivono il problema in maniera così acuta (ci seguono solo Grecia e Bulgaria). Si tratta di un male profondo, fra le cause della disoccupazione, della crisi economica, dei disservizi del settore pubblico, degli sprechi e delle ineguaglianze sociali.

Il prossimo 24 e 25 febbraio verremo chiamati a eleggere i nostri rappresentanti in Parlamento. È il momento di chiedere che la trasparenza diventi una condizione e non una concessione, esercitando il nostro diritto di conoscere.

Per questo domandiamo adesso, a tutti i candidati, indipendentemente dal colore politico, di sottoscrivere 5 impegni stringenti contro la corruzione. Serviranno per potenziare la legge anticorruzione nei primi cento giorni di legislatura e per rendere trasparenti le candidature.

Con questa petizione chiediamo a tutti candidati di:

1) Inserire nella propria campagna elettorale la promessa di continuare il rafforzamento della legge anticorruzione iniziato con la riforma del novembre 2012. Concretamente, chiediamo sia modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter) entro i primi cento giorni di attività parlamentare, con l’aggiunta della voce “altra utilità”

2) Pubblicare il proprio Curriculum Vitae con indicati tutti gli incarichi professionali ricoperti

3) Dichiarare la propria situazione giudiziaria e quindi eventuali procedimenti penali e civili in corso e/o passati in giudicato

4) Pubblicare la propria condizione patrimoniale e reddituale

5) Dichiarare potenziali conflitti di interesse personali e mediati, ovvero riguardanti congiunti e familiari

Grazie alla sottoscrizione di questi impegni si potrà sapere davvero quali candidati saranno disposti a lottare in Parlamento contro la corruzione. Su Riparteilfuturo.it pubblicheremo la lista di tutti i candidati che hanno aderito.

Più siamo a firmare questa petizione, più i candidati dovranno ascoltare le nostre richieste. Firma adesso per un futuro senza corruzione.

Cordiali saluti,
[Il tuo nome]

https://www.change.org/it/petizioni/la-corruzione-tiene-in-pugno-l-italia-chiedi-5-impegni-ai-candidati-politici?utm_source=action_alert&utm_medium=email&utm_campaign=18053&alert_id=ymtKlYHoXr_krImaQXaXi#share

Pubblicato in: banche, economia, elezioni amministrative, libertà, politica

La “Grillonomics”. Analisi del programma economico del MoVimento 5 Stelle


monte-paschi-siena-beppe-grillo-9999-770x511 Quella che segue è una sintesi del saggio di Vladimiro Giacché sul programma del MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

Il Movimento 5 Stelle sarà un protagonista a tutti gli effetti della vita politica del nostro paese. Ecco perché le sue proposte vanno ‘prese sul serio’ ed esaminate con lo stesso rigore che si applica a quelle degli altri partiti. Purtroppo il programma della forza guidata da Beppe Grillo è spesso estremamente impreciso e vago, sopratutto in tema di economia. Ecco quel che dice, e sopratutto quel che non dice, la Grillonomics.

di Vladimiro Giacché

Nell’affrontare il programma economico del Movimento 5 Stelle è opportuno preliminarmente sgombrare il campo da possibili equivoci. Uno su tutti: chi scrive non appartiene al novero di chi ritiene il Movimento fondato da Beppe Grillo un pericoloso movimento eversivo con il quale non ha senso dialogare e le cui proposte non possono essere neppure prese in considerazione […] considererò il programma di Grillo come si fa (o si dovrebbe fare) col programma di ogni partito o movimento: discutendo nel merito di quello che propone. […] il Movimento 5 Stelle il programma ce l’ha. Anzi, ne ha due. L’uno, più articolato, è un documento di 15 pagine scaricabile dal blog di Beppe Grillo. L’altro, molto più sintetico e consistente in 16 punti, è stato proposto (e rilanciato dagli organi d’informazione) il 27 dicembre 2012, in una sorta di risposta alla cosiddetta Agenda Monti. Purtroppo, i due programmi non si sovrappongono perfettamente (in ciascuno dei due sono trattati anche temi non presenti nell’altro), e questo complica un po’ le cose.
In ogni caso procederò come segue: partirò dal programma economico che si può ricavare dai 16 punti, per poi verificarne più approfonditamente i contenuti con l’aiuto del documento programmatico vero e proprio.

Cosa c’è nel programma economico di Grillo

Nei 16 punti del 27 dicembre, per la verità, di economia non si parla troppo. Riproduco testualmente i punti di interesse sotto tale profilo: «reddito di cittadinanza» (punto 2), «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» (13), «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav» (14).
Hanno inoltre implicazioni economiche anche altri punti del programma: «legge anticorruzione» (punto 1), «abolizione dei contributi pubblici ai partiti» (3), «abolizione immediata dei finanziamenti diretti e indiretti ai giornali» (4), «referendum sulla permanenza nell’euro» (6), «informatizzazione e semplificazione dello Stato» (15), «accesso gratuito alla Rete per cittadinanza» (16).
Per quanto riguarda il programma del movimento, esso approfondisce anche temi non presenti nei 16 punti. Lo ripercorro rapidamente seguendo i capitoli di cui si compone.

Energia. Assieme alla salute, l’unico altro caso in cui le proposte sono enunciate con un tentativo di ragionamento articolato – e non soltanto per cenni molto sintetici – è il tema dell’energia. Al riguardo il programma si sofferma in particolare sui temi del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Si propongono incentivazioni per fonti rinnovabili e biocombustibili, e si chiede (giustamente, anche se la cosa non sembra di competenza del parlamento) l’applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico. C’è anche qualche incoerenza. Ad esempio, prima si confrontano i rendimenti energetici attuali delle centrali termoelettriche dell’Enel con gli standard delle centrali di nuova generazione, poi però si dice che non bisogna costruire nuove centrali ma rendere più efficienti quelle già esistenti.

Informazione. Il tema dell’informazione, al quale il Movimento 5 Stelle è tradizionalmente molto sensibile, ha alcune implicazioni di natura economica. Sia in termini di risparmi per lo Stato (attraverso l’eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento delle testate giornalistiche: è anche il quarto dei 16 punti), sia in termini di maggiori spese: così è per la «cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» (una più chiara articolazione del sedicesimo punto) e per la «copertura completa dell’Adsl a livello di territorio nazionale»; così è, soprattutto, per la «statalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e l’impegno da parte dello Stato di fornire gli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico».

Economia. Il tema economia è comprensibilmente molto vasto. Possiamo raggruppare le proposte secondo l’ambito a cui si riferiscono.
Molte proposte concernono il funzionamento del mercato finanziario: introduzione della class action, abolizione delle scatole cinesi in Borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate (questo per la verità è già avvenuto con il decreto legge 201/2011, che regolamenta il cosiddetto «divieto di interlocking», e che è già applicato in base al regolamento congiunto Consob-Banca d’Italia dell’aprile 2012), «introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate», introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante dello Stato, divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende partecipate dallo Stato o quotate in Borsa (come caso da non ripetere il programma cita Paolo Scaroni all’Eni), abolizione delle stock options, divieto di acquisto a debito di una società.
Altre riguardano più precisamente il settore bancario: questo vale per il divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale e per l’introduzione della responsabilità e compartecipazione alle perdite degli istituti finanziari per i prodotti finanziari che offrono alla clientela.
Quanto al mercato del lavoro, troviamo la proposta di abolizione della (cosiddetta) legge Biagi e quella di un «sussidio di disoccupazione garantito» (che a dire il vero è un concetto diverso dal «reddito di cittadinanza» menzionato al secondo dei 16 punti citati sopra).
Riguardano i grandi settori economici della produzione di merci e servizi altri obiettivi: «impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno» (si propone anche di «favorire le produzioni locali»), abolire i «monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato» e mettere in opera «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale (per esempio distributori di acqua in bottiglia)». Nessun cenno, invece, alle «misure immediate per il rilancio della piccola e media impresa sul modello francese» che rappresentano il tredicesimo dei 16 punti. Non conoscendo quale sia «il modello francese» a cui Grillo si riferisce, non è facile capire se questa lacuna del programma dettagliato sia grave o meno.
Infine, quanto alla riduzione del debito pubblico, si ritiene che essa possa essere conseguita «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari» (corrisponde grosso modo al quindicesimo punto).

Trasporti. Per quanto riguarda i trasporti, molti dei provvedimenti proposti vanno nella direzione di un disincentivo all’uso dell’automobile nei centri urbani. Quanto alle ferrovie, si propone il «blocco immediato della Tav in Val di Susa» e per contro lo «sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo». Più in generale, si propone una riduzione della mobilità lavorativa attraverso incentivi al telelavoro e, ancora una volta, alla copertura dell’intero paese con la banda larga.

Salute. Anche sul tema della salute, come su quello dell’ambiente, troviamo punti sviluppati in maniera più argomentata di quanto accada per gli altri temi. Qui il programma di Grillo parte da una constatazione corretta, e assai sgradita alle diverse destre nostrane (tanto Berlusconi/Lega, quanto Monti): «L’Italia è uno dei pochi paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale». Questa caratteristica è però minacciata da un lato dal federalismo e dall’attribuzione alle regioni dell’assistenza sanitaria (il testo parla di devolution, ma il concetto è questo), dall’altro al fatto che «si tende a organizzare la sanità come un’azienda», facendo prevalere gli obiettivi economici sulla salute e sulla gratuità dei servizi. La risposta enunciata nel programma è l’imposizione di un ticket progressivo e proporzionale al reddito sulle prestazioni non essenziali e la possibilità di destinare l’8 per mille alla ricerca medico-scientifica.

Istruzione. Infine, l’istruzione. Qui si chiede l’abolizione della legge Gelmini, il finanziamento pubblico esclusivamente per la scuola pubblica e investimenti nella ricerca universitaria. Per il finanziamento alla scuola (e anche alla sanità) si può fare riferimento al quattordicesimo dei 16 punti: «ripristino dei fondi tagliati alla sanità e alla scuola pubblica con tagli alle Grandi Opere Inutili come la Tav». A occhio sembra un po’ poco… Ma la parte di programma sull’istruzione che suscita maggiori perplessità è quella relativa agli strumenti e alle modalità di studio: se si può condividere l’obiettivo di una «diffusione obbligatoria di internet», la «graduale abolizione dei libri di scuola stampati» non è affatto condivisibile. Lo stesso «accesso pubblico via Internet alle lezioni universitarie» non sembra un obiettivo confortato dai risultati (in genere tutt’altro che brillanti) ottenuti dalle cosiddette «università a distanza». Infine, due obiettivi francamente bizzarri, anche se molto di moda, sono le proposte di insegnamento obbligatorio dell’inglese dall’asilo e di abolizione del valore legale dei titoli di studio.

Cosa non c’è nel programma economico di Grillo

[…]

Euro. Nel programma in 16 punti troviamo l’unico accenno all’euro e all’Europa che sia dato rinvenire nei programmi del Movimento.
Non a caso, esso non riguarda un giudizio sui pro e contro della moneta unica, né sui processi che attualmente interessano l’Unione monetaria (balcanizzazione finanziaria e progressiva divergenza tra le economie dell’Eurozona, processi entrambi molto negativi per l’Italia e potenzialmente catastrofici per la stessa sopravvivenza della moneta unica), né sulle conseguenze per il nostro paese del cosiddetto fiscal compact e delle misure di austerity depressiva decise a livello europeo (con alcune tra esse, su tutte la riduzione del 5 per cento annuo del debito in eccesso rispetto al 60 per cento del pil, che colpiscono in misura particolarmente grave il nostro paese).
Si tratta invece della proposta di lanciare un «referendum sulla permanenza nell’euro». È un obiettivo che parla direttamente alla necessità, molto avvertita dai cittadini, di decidere del proprio destino e del ruolo dell’Italia in Europa. Ma è un obiettivo sbagliato: anche i critici dell’euro più feroci e conseguenti (si pensi ad Alberto Bagnai) hanno infatti ben chiaro che uno dei presupposti essenziali per un’eventuale uscita non catastrofica di un paese dalla moneta unica consiste nell’avvenire in maniera rapida e inattesa, ponendo altrettanto tempestivamente vincoli sui movimenti dei capitali (in caso contrario, infatti, sarebbero pressoché certi un’enorme fuoriuscita di capitali e il fallimento in serie delle banche del paese interessato). Per questo motivo, è evidente che una campagna referendaria sull’euro condurrebbe l’Italia alla bancarotta ancora prima dell’eventuale uscita dall’euro. In ogni caso, è evidente che quest’unico accenno all’euro, slegato da ogni ragionamento sulla situazione europea (e sulle condizioni italiane in questo contesto), è molto debole e scarsamente persuasivo.
Ma a ben vedere non è questa l’unica, e neppure la principale lacuna del programma del Movimento 5 Stelle. Il punto è che mancano i capitoli cruciali di un ragionamento sulla situazione economica nazionale.

Lavoro. Come abbiamo visto sopra, gli unici cenni che riguardano il lavoro sono relativi all’abolizione della legge Biagi e all’indennità di disoccupazione. Un po’ poco in un paese che negli ultimi due anni ha conosciuto un vero e proprio smantellamento delle tutele del lavoro consolidate da oltre quarant’anni. L’abolizione di fatto del diritto di reintegro per i lavoratori licenziati non per giusta causa (art. 18 dello Statuto dei lavoratori) e lo smantellamento del presidio rappresentato dalla contrattazione nazionale (grazie all’articolo 8 del DL 138/2011 e alla libertà di deroga in peggio a livello aziendale delle condizioni stabilite nel contratto nazionale) rappresentano, molto semplicemente, una regressione di quasi mezzo secolo per i diritti dei lavoratori. Ma non rappresentano soltanto questo. Essi sono altrettanti tasselli di un modello di competitività che oltre ad essere ingiusto è perdente ed economicamente fallimentare. […]
Fisco. Anche il tema del fisco è completamente trascurato. E dire che si tratta di uno dei nodi chiave per la finanza pubblica italiana. E quindi anche dal punto di vista del reperimento delle risorse necessarie a realizzare svariati punti del programma di Beppe Grillo. Non si può ragionevolmente pensare che la riduzione del debito pubblico possa essere conseguita – come si afferma nel programma del Movimento 5 Stelle – soltanto «con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie» (le quali ultime, anzi, abbisognano di ingenti investimenti che potranno essere ammortizzati in tempi non brevissimi).
Stando ad alcuni interventi pubblici dei mesi scorsi, si direbbe che Beppe Grillo negli ultimi mesi abbia scelto la strada più facile sui temi della fiscalità: quella dell’attacco a Equitalia (comodo capro espiatorio delle leggi sbagliate di questi anni), anziché quella della rivendicazione dell’equità fiscale e del rispetto della legge da parte di tutti i cittadini, a cominciare da chi da sempre scarica sugli altri (soprattutto sui lavoratori dipendenti) l’onere di pagare le tasse. […]

Politica industriale. Le indicazioni del programma del Movimento 5 Stelle in tema di economia, come abbiamo visto, sono molto focalizzate sui mercati finanziari, ed esprimono abbastanza chiaramente gli interessi dei piccoli risparmiatori. Significative al riguardo la proposta di introdurre una vera class action e anche la suggestiva idea (purtroppo non meglio precisata) di introdurre «strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate».
Il problema nasce quando si passa a proposte di politica economica più generale. Il divieto di incrocio azionario tra banche e industria, ad esempio, in una situazione di crisi come l’attuale inasprirebbe la crisi (impedendo la trasformazione di crediti bancari inesigibili – e come è noto in giro ce ne sono parecchi – in partecipazioni azionarie nelle società debitrici). Quanto all’abolizione dei «monopoli di fatto», essa per diversi settori è priva di senso: quando si tratta di monopoli naturali (come nel caso delle autostrade) l’abolizione della condizione di monopolio è, infatti, impossibile. Quello su cui invece varrebbe la pena di ragionare, e seriamente, è se questi monopoli – proprio per la loro ineliminabilità – non siano da riportare sotto un controllo pubblico: solo così, infatti, la connessa rendita di monopolio potrebbe essere ripartita socialmente (anziché intascata dall’azionista privato).
Ma è evidente che il tema della proprietà pubblica delle imprese di interesse strategico, anche per Grillo, come per la stragrande maggioranza dei partiti che si presentano a queste elezioni, è tabù. L’unica eccezione riguarda la dorsale telefonica, di cui Grillo propone il riacquisto da parte dello Stato «al prezzo di costo».
Del pari è ignorata la necessità che lo Stato faccia politiche industriali: ossia elabori piani strategici di sviluppo dei settori principali dell’economia, con chiare politiche di incentivo e di disincentivo. L’unico accenno a politiche di questo genere presente nel programma riguarda i «disincentivi alle aziende che generano un danno sociale»: ben poca cosa rispetto a quanto troviamo nella nostra Costituzione, la quale all’articolo 41 prevede che l’iniziativa economica privata non possa «svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana», e all’articolo 43 dichiara che «a fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale».
Il tema qui sollevato è di importanza cruciale. È infatti ben difficile pensare che l’Italia possa risollevarsi dalla crisi attuale ampliando ulteriormente a spese dello Stato il peso della componente privata nell’economia o, come si dice, del «mercato». L’intervento pubblico è oggi necessario sia sotto un profilo strategico che da un punto di vista più immediato: per affrontare e risolvere le numerosissime crisi aziendali oggi aperte in Italia. Senza questo intervento, l’Italia è destinata a perdere pezzi rilevanti del suo apparato industriale, bruciando irrimediabilmente una quantità difficilmente calcolabile di posti di lavoro. Occorre un intervento pubblico, e occorre che esso sia coordinato e non confusamente decentrato secondo il modello «federalistico» attuale, tanto insostenibile economicamente quanto iniquo e fonte di corruzione. Il programma di Grillo sfiora questo problema, quando, in relazione alla sanità, individua una fonte di pericolo nel federalismo di questi anni. Ma è un giudizio che andrebbe approfondito e soprattutto generalizzato: si pensi alle politiche pubbliche di incentivazione alle imprese, che il federalismo ha disperso in mille rivoli e privato di efficacia, impedendone ogni sensata programmazione sul piano nazionale. Non è un caso se persino Confindustria oggi – un po’ tardivamente – sembra giunta alla conclusione che sia indispensabile una riforma del Titolo V della Costituzione (quello che è stato stravolto in senso «federalista»).

* * *

Uno Stato che non sia spettatore passivo di ciò che si muove nell’economia, e che non si limiti a socializzare le perdite dei privati. Un fisco realmente equo, che premi chi ha sempre pagato e faccia pagare chi può e deve. Una politica per la competitività basata su formazione pubblica di qualità (e non strangolata dai tagli lineari) e su maggiori investimenti (pubblici e privati) in ricerca e sviluppo tecnologico, anziché continuare a comprimere il costo del lavoro. Un’Italia in grado di far sentire la propria voce nel consesso europeo, e di rifiutare il cappio del fiscal compact. Sono queste le priorità di una politica economica in grado di ridare speranza a questo paese e a chi ci abita. Purtroppo, su nessuno di questi punti il programma di Grillo è di qualche aiuto.

http://keynesblog.com/2013/02/07/la-grillonomics-analisi-del-programma-economico-del-movimento-5-stelle/

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, libertà, MAFIA, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

Cosentino, Cosentino, Cosentino


Berlusconi alle prese con CosentinoStamattina, mentre leggevo il pezzo di Marino sulle elezioni regionali tedesche, ho sentito, riga dopo riga, salire l’inquietudine.
Non che abbia un particolare trasporto per la Germania. Quel che rimane dei miei palpiti notturni è giàoverbooked. E’ che leggendolo mi è ritornato in mente un concetto a cui sono disabituato: la politica è si questione di individualità, rappresentanze, alleanze e personalità, ma è anche aggregazione intorno a progetti reali, condivisione di obiettivi a medio e lungo termine, strategia di sviluppo, politica economica, salvaguardia dell’ambiente, innovazione. E’ intorno a concetti come questi che un aggregato casuale di persone, ognuna presa dai casi suoi, si trasforma in nazione.
Ed è proprio sul concetto di nazione che il paragone tra Germania e Italia non regge. Può essere vero che i tedeschi stiano cercando di fare quattrini alle spalle dell’Europa debole, è sicuramente vero che la Germania è un paese che tutela in primo luogo i suoi interessi, può darsi che su certe produzioni siamo in competizione, ma non c’è paragone tra la “nazione Italia” e la “nazione Germania”. E’ un po’ come confrontare un aquilone e un elicottero. Volano entrambi, è vero, ma le somiglianze finiscono qui.

Così, mentre in quel paese ci si divide sullo sviluppo di qui a un secolo della politica energetica, a Roma, nelle stanze delle consorterie del potere, si brigherà fino alle 20.00 di stasera per redigere le liste di quelli che diventeranno senatore o deputato per via del “posto sicuro” che riusciranno a guadagnarsi con la blandizie o la minaccia.

Fra tutti voglio ricordare il signor Cosentino. Non che lui sia più speciale degli altri, in fondo certi casi sono diventati una regola più che l’eccezione, ma per la meccanica attraverso la quale si è esplicitata la sua presenza o meno nelle liste del PDL. Da prima estromesso come “impresentabile” dallo stesso Berlusconi, poi esortato a “fare un passo indietro”, infine nuovamente “in pista” come lo definisce il Corriere della Sera.
Sembra che il signor Cosentino, potentemente radicato elettoralmente su un territorio sotto il controllo assoluto e totale della criminalità organizzata, abbia ripetutamente minacciato di far cadere diverse giunte sulle quali, evidentemente, esercita un potere trasversale e non trasparente che poco ha a che fare con la politica, la rappresentanza o la democrazia e somiglia maggiormente al controllo territoriale esercitato dalla camorra.

Le giunte, il potere, gli appalti, il controllo del territorio. Se si va oltre il parolone, se si riesce a non farsi stordire dalla retorica, si capisce immediatamente che è questo a fare il potere, il governo, l’equilibrio. Ma questo, come dicevo prima, non è nazione, è banditismo.
Forse, se tra 50 anni ci sarà ancora una Germania e non un’Italia, non si sarà consumata un’ingiustizia, ma una semplice ed asettica selezione naturale.

Cosentino, Cosentino, Cosentino

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La Svastica Sul Busto


manja-448x180Se si leggono le dichiarazioni dei dirigenti della Pro Patria e del sindaco di Busto Arsizio, i cori razzisti del 3 gennaio contro Kevin Boateng e i giocatori di colore del Milan sembrano dei fulmini saettati inspiegabilmente da un cielo limpidissimo. La narrativa post-incidente si è infatti concentrata sui Quattro Deficienti Allo Stadio Che Hanno Rovinato Tutto e infangato un’oasi pacifica e civile.

Danilo Castiglioni, dirigente del club dei tifosi della Pro Patria, ha detto: «Quello avvenuto ieri è stato un episodio inqualificabile e spero che i quattro deficienti autori dei cori vengano individuati e puniti come meritano». E ancora: «Gli autori dei cori non fanno parte del tifo organizzato della Pro Patria, non penso siano persone che frequentano abitualmente lo stadio». Opinione condivisa anche da un tifoso del Pro Patria Club: «È un gesto da condannare. Gli autori dei cori non fanno parte dei gruppi di tifosi abituali, ma con il loro gesto hanno messo in cattiva luce tutta la città».

Il patron della Pro Patria, Pietro Vavassori, si è sintonizzato sulla stessa linea d’onda: «Innanzitutto preciso che sono stati isolati quei signori che hanno fatto cori razzisti e non sono ultras della Pro Patria: sono persone che non vediamo mai allo stadio, persone che hanno utilizzato questo grande evento per rovinare la festa a tutti, che hanno rovinato la partita contro una delle squadra più prestigiose al mondo».

E Boateng? In fondo, il giocatore del Milan poteva essere più flessibile: doveva stare muto, non frignare, non scagliare la palla in tribuna a «200 all’ora» e continuare a giocare. Il sindaco di Busto Arsizio, Gianluigi Farioli (Pdl), si è lamentato della scarsa professionalità di arbitro e giocatori: «Se questi professionisti avessero svolto il loro ruolo non sarebbe stata rovinata una festa che a quel punto non poteva più continuare. Boateng ha tirato il pallone a 200 all’ora su di un tifoso, e sappiamo tutti che un fallo di reazione di un professionista è sanzionato molto peggio rispetto a un fallo di gioco e che in qualunque altro stadio d’Italia sarebbe stato espulso. Ma se fosse stato al Bernabeu o a San Siro non avrebbe avuto questa reazione impropria». Già.

Il deputato leghista Marco Reguzzoni ha scritto su Facebook:

Boateng lancia a 200 all’ora la palla su un tifoso perchè infastidito da “buuu” e cori sulla fidanzata. Tutta l’informazione contro il razzismo di Busto ??!! Ma quale razzismo, è il gesto di una “mammoletta” che guadagna milioni l’anno e non sa fare il professionista. Busto non è razzista, e chi aveva pagato aveva il diritto di vedersi la partita. Basta con il “politically correct” ad ogni costo!

In pratica, Boateng dev’essere grato ai tifosi per non essersi beccato una banana, come successe aRoberto Carlos in Russia. Francesco Iadonisi, segretario dell’Udc di Busto, sempre su Facebook se l’è presa con i giocatori del Milan, un presunto complotto digestivo e la lingua italiana:

Cari amici Milanisti, vi invito a stracciare gli abbonamenti nel caso ne abbiate, se questi signori dovessero tornare e spero di no, lo stadio li dovrebbe accogliere vuoto. Ieri hanno colto la “palla al balzo” per evitare di giocare, magari ancora appesantiti dal pranzo natalizio. Si vergognino di aver offeso una città, lo facessero durante Milan – Inter o Milan – Juve.

Dopo la partita, le autorità sportive e comunali di Busto Arsizio si sono fatte prendere da una certa smania solidaristica. Vavassori ha comunicato la decisione di «aprire lo stadio ‘Speroni’ a tutte le persone di colore ospitandole in tribuna d’onore per festeggiare insieme la gioia di una partita di calcio» 1. Il Sindaco ha proposto, in successione, la cittadinanza onoraria a Boateng, la costituzione di parte civile del comune di Busto Arsizio nel caso di un procedimento penale e la creazione di un «laboratorio permanente per l’estirpazione del razzismo dentro e fuori dagli stadi», eventualmente presieduto dall’ex calciatore francese Lilian Thuram.

Il messaggio che si vuole lanciare non potrebbe essere più chiaro: Busto Arsizio non è una città razzista. «Non è gente di qui – ha detto il Sindaco – non deve andarci di mezzo tutta la città, qui non siamo a Verona» 2. Tuttavia, le prime denunce contro i tifosi della Pro Patria mettono in discussione l’auto-narrazione bustocca. Cito da Repubblica:

Un tifoso della Pro Patria è stato già denunciato a piede libero. E’ un giovane di 20 anni: aveva la tessera del tifoso e l’abbonamento della Pro Patria, anche se non sarebbe legato a gruppi di tifoseria organizzata. Secondo quanto è emerso dalle indagini anche gli altri autori dei cori sarebbero giovani che frequentavano abitualmente lo stadio Speroni.

Il Fatto Quotidiano rende conto del primo identikit degli autori dei cori: «Hanno tutti tra i 20 e i 28 anni, sono tifosi abituali della Pro Patria e non appartengono alle frange estreme del tifo organizzato, sebbene gli elementi raccolti facciano pensare che abbiano quantomeno una marcata simpatia politica per l’ultradestra».

olimpico_incidentiInsomma, la tesi dei Quattro Deficienti/Non-Veri-Ultras Che Sbagliano non sta in piedi. In effetti, dietro i cori razzisti del 3 gennaio si agita un bell’ambientino in camicia scura e braccia spianate al cielo.

Nella stagione 2003-2004, l’ex direttore sportivo della Pro Patria Riccardo Guffanti portò in squadra l’attaccante di colore Ikechukwu Kalu. «La reazione fu agghiacciante», ricorda VareseNews:

I tifosi in questione accolsero l’attaccante Ikechukwu Kalu disertando prima la presentazione della squadra e poi non presentandosi per tutta la stagione 2003-2004 sugli spalti. Nel corso della stagione un numero ristretto di persone non ha lesinato delle minacce nei confronti del dirigente, reo di aver fatto questa scelta.

L’anno precedente (aprile 2002), la tifoseria del Pro Patria si meritò una citazione nel rapporto Racism, Football and the Internet stilato dallo European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia:

The Pro Patria supporter group site shows more interest for football, but Fascist symbols and racist references are still abundant. What seems to be really alarming in this site is the area containing songs and chants (presented in a downloadable format). This section contains stadium chants as well as other slogans like “there are no Italian niggers” and the monkey imitation racist supporters make when a black player touches the ball.

Nel 2009, dopo una partita contro il Varese, la Pro Patria venne multata di 5000 euro per gli insulti ai calciatori avversari Osuji e Ebagua; nel novembre 2011, i cori nei confronti di Dimas del Montichiari vennero sanzionati con 7500 euro di multa; e nell’ottobre 2012, le frasi razziste rivolte ai giocatori Kanouté e Jidayi del Valle d’Aosta costarono alla società altri 5000 euro.

Fuori dagli spalti dello stadio “Speroni”, la situazione a Busto Arsizio (città a cui è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i meriti acquisiti durante la lotta di Liberazione) e dintorni non è certamente migliore. Nel settembre del 2007 la Digos fece un blitz contro il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori, fondato nel 2002 dall’albergatore di Castano Primo (Milano) Pier Luigi Pagliuchi. Il movimento neonazista 1aveva presentato dei candidati in occasione delle amministrative del 2006-2007 in alcuni comuni delle province di Varese, Como, Lecco e Milano, riuscendo ad eleggere un consigliere a Nosate.

Dall’indagine spuntarono fuori «volantini di propaganda, quadri con Adolf Hitler, bandiere naziste, manifesti del periodo hitleriano, un pugnale, felpe con simboli», una raccolta fondi per terroristi neri ed una festa di compleanno di Adolf Hitler celebrata il 23 aprile 2007 in una birreria di Buguggiate. Secondo le carte dell’inchiesta, questo è quello che è successo 5 anni fa alla birreria “Centro del lago”:

[…] Quella notte furono storpiate alcune canzoni italiane famose con versi osceni. «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi» diventò «…la stella gialla sui negozi ebrei». Di male in peggio: la bellissima «Azzurro» cantata da Celentano divenne una strofa crudele contro Anna Frank: «Cerco nel ghetto tutto l’anno e all’ improvviso eccola qua». Mentre l’inno al criminale nazista Erik Priebke fu cantato con la musica del cartone animato Jeeg robot d’acciao e divenne. «Priebke, cuore di acciaio». Persino la canzone «Donne» di Zucchero divenne un folle ritornello razzista: «Negri du du du…in cerca di guai».

Il 25 ottobre 2012 il pm Luca Petrucci ha notificato 22 avvisi di comparizione ad altrettante persone, indagate per istigazione all’odio razziale. Tra gli indagati, riporta VareseNews, c’è anche il consigliere comunale di Busto Arsizio Francesco Lattuada (ex capogruppo di An, ora Pdl), che all’epoca era il gestore del locale. Repubblica lo descrive così: «un signore che per gli ultrà “neri” della Pro Patria è una specie di totem».

Nel 2007, il partigiano e reduce dei lager nazisti Angioletto Castiglioni (scomparso nel 2011) venneaggredito verbalmente («sporco partigiano») da una ventina di neonazi nel pieno centro della città. Nel 2009, un cittadino segnalò che una bancarella al mercato dell’antiquariato di Busto «esponeva e vendeva esclusivamente oggetti ineggianti al fascismo e nazismo, come coltelli con svastiche, magliette con simboli e scritte nazifasciste, manganelli, busti del duce e quant’altro». Non mancano i raid razzisti: il 2 ottobre 2010, a Gallarate, tre estremisti di destra (armati di fido manganello) entrarono nel circolo Juventus di Sciarè e, al grido di «bastardi extracomunitari dovete andarvene dall’Italia», aggredirono cinque uomini originari del Bangladesh. Infine, negli scorsi mesi sui muri della città sono apparse diverse celtiche accompagnate da scritte concilianti quali «Calci in pancia a compagna incinta».

Dal 2009, inoltre, a Busto Arsizio è molto attiva l’associazione culturale Ardito Borgo («nata per offrire un’alternativa giovanile»), che periodicamente organizza concerti di band RAC (Rock Against Communism), “identitarie”, “non conformi” e qualsiasi altro aggettivo si possa tirare in ballo per non dire nazifasciste. Secondo Paolo Berizzi di Repubblica, molti iscritti all’Ardito Borgo «sono vicini a Forza Nuova, sono collegati con la Skinhouse di Bollate e con i duri di Militia Como, altri due avamposti dell’estremismo nero in Lombardia».

oltrenero_0039E non solo: il Borgo «è considerato, di fatto, un solo corpo con gli ultrà della Pro Patria». Il 4 giugno del 2011, l’associazione aveva organizzato una festa (intitolata “Avanti le pinte – atto II”) proprio insieme agli ultras della Pro Patria. «Tra sedi chiuse e altre vicende ben note legate alla Pro Patria 2 abbiamo deciso di unire le forze e dimostrare che nessuno dei due vuole mollare e continuare a testa alta con lo spirito di aggregazione giovanile che ci accomuna».

Secondo «il ragionamento informale» di un investigatore che segue le tifoserie più estreme e violente della provincia di Varese, i fatti del 3 gennaio fanno parte di una strategia premeditata e non estemporanea: «È vero che si giocava col Milan, ma 200 ultrà della Pro Patria schierati il 3 gennaio in un giorno feriale alle due e mezza del pomeriggio, non si vedevano dal ‘45…» La sensazione, scrive Berizzi

è che il pacchetto-Boateng […] sia deflagrato, in realtà, in modo tutt’altro che imprevisto da parte dei leader della curva. Un’esibizione organizzata, magari proprio con l’intenzione di «fare casino», sfruttando la visibilità offerta da una squadra blasonata, e seguita in tutto il mondo, come il Milan.

Missione compiuta, non c’è che dire. Con buona pace della consolatoria storiella dei Quattro Pirla che guastano la «festa».

Autore: Blicero

La Svastica Sul Busto

 

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LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA


di Davide Reinafermata-diseguaglianza

Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

 

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/06/la_diseguaglianza_italiana.html#anchor

 

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Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

– il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

– l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

– la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

– l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

– l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

– la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

– la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

– la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, CRONACA, cultura, diritti, economia, LAVORO, libertà, opinioni, pd, politica

L’Italia piange e la politica ride


lavoratori-di-massa-effetti-della-riforma-del-L-EWcK5WI posti di lavoro si bruciano ogni giorno, i giovani non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, i meno giovani escono quotidianamente dal mondo del lavoro, senza sapere quando e se rientreranno. Una crisi senza precedenti che ha fortificato solo i grandi speculatori, gli sfruttatori di manodopera e di risorse e il sistema bancario. L’uomo si spoglia della dignità, la abbandona ogni giorno per continuare a sopravvivere. Di sopravvivenza si tratta quando si vive con meno di 1000 euro al mese nella migliore delle ipotesi. Come se nulla fosse tutto passa nel silenzio generale, se non qualche tira e molla nei talk-show, e che altro possiamo aspettarci da un sistema televisivo basato su parlare facendo spettacolo? I programmi di informazione sono sempre più messi alle strette, la gente ogni giorno più distratta e i giovani assenti e disinteressati. Tutto sembra normale, anche la rassegnazione di ognuno, oramai, appare una banale e lineare abitudine alla quale non è possibile opporsi. In questo silenzio di informazione non manca lo spazio agli scandali della politica che fomentano populismo e disaffezione dalla politica e dalla gestione degli interessi del pubblico e ivi del bene comune d una società.

La corsa sconsiderata dei partiti allapremiership e ai personalismi nel nome del cambiamento e delle imminenti elezioni politiche nazionali scoraggiano la speranza del  cambiamento. Le poliedriche dichiarazioni di Berlusconi e la vasta sfumatura di bugie dichiara una forte volontà di confondere le idee agli italiani e una spiccata probabilità di sentirsi oggi purificato dopo l’era Monti.L’elettore medio non dimentichi che Berlusconi è colui del ventennio di degrado sociale in cui siamo e colui che si è arricchito all’inverosimile non certo alla luce del giorno. Monti è una conseguenza fortemente voluta da PD e PDL e dalle forze politiche fallimentari di questo ventennio che avevano necessità di purificarsi e di far rispettare le direttive dell’Unione Europea, sotto scacco dalla BCE; a sua volta sotto scacco dai grossi gruppi bancari. E infine oggi Monti lascia il governo con la mancanza della maggioranza perchè i sostenitori inziali PD e PDL hanno riconosciuto, forse tardi, il fallimento di questo governo. Qualcosa non torna, perchè se è fallito, se tutti sono purificati perchè oggi vogliono in campo Monti? Per riunire e ricompattare cosa?
Mentre il Pd fa la guerra delle primarie con SEL, prima per la premiership e dopo per i deputati, e il PDL si continua a spaccare e nascono movimenti e partiti più piccoli come i funghi, l’unico a cavalcare l’onda del malcontento è il M5S del dittatore Grillo e cresce l‘astensionismo, forse il primo partito.

Il popolo italiano soffre e la politica ride: sig sob.

Concetto Barone

http://leggo.oltreblog.net/blog/litalia-piange-e-la-politica-ride/

Pubblicato in: abusi di potere, DOSSIER, estero, FORZE DELL'ORDINE, guerre, libertà, magistratura, MEDIA, PACIFISMO, politica

I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto


duemaro[Una delle più farsesche “narrazioni tossiche” degli ultimi tempi è senz’altro quella dei “due Marò” accusati di duplice omicidio in India. Fin dall’inizio della trista vicenda, le destre politiche e mediatiche di questo Paese si sono adoperate a seminare frottole e irrigare il campo con la solita miscela di vittimismo nazionale, provincialismo arrogante e luoghi comuni razzisti.
Il giornalista Matteo Miavaldi è uno dei pochissimi che nei mesi scorsi hanno fatto informazione vera sulla storiaccia. Miavaldi vive in Bengala ed è caporedattore per l’India del sito China Files, specializzato in notizie dal continente asiatico. A ben vedere, non ha fatto nulla di sovrumano: ha seguito gli sviluppi del caso leggendo in parallelo i resoconti giornalistici italiani e indiani, verificando e approfondendo ogni volta che notava forti discrepanze, cioè sempre. C’è da chiedersi perché quasi nessun altro l’abbia fatto: in fondo, con Internet, non c’è nemmeno bisogno di vivere in India!
Verso Natale, la narrazione tossica ha oltrepassato la soglia dello stomachevole, col presidente della repubblica intento a onorare due persone che comunque sono imputate di aver ammazzato due poveracci (vabbe’, di colore…), ma erano e sono celebrate come… eroi nazionali. “Eroi” per aver fatto cosa, esattamente?
Insomma, abbiamo chiesto a Miavaldi di scrivere per Giap una sintesi ragionata e aggiornata dei suoi interventi. L’articolo che segue – corredato da numerosi link che permettono di risalire alle fonti utilizzate – è il più completo scritto sinora sull’argomento.
Ricordiamo che in calce a ogni post di Giap ci sono due link molto utili: uno apre l’impaginazione ottimizzata per la stampa, l’altro converte il post in formato ePub. Buona lettura, su carta o su qualunque dispositivo.
N.B. Cercate di commentare senza fornire appigli per querele. Se dovete parlar male di un politico, un giornalista, un militare, un presidente di qualcosa, fatelo con intelligenza, grazie.
P.S. Grazie a Christian Raimo per la sporcatura romanaccia, cfr. didascalia su casa pau.]

di Matteo Miavaldi

Il 22 dicembre scorso Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, i due marò arrestati in Kerala quasi 11 mesi fa per l’omicidio di due pescatori indiani, erano in volo verso Ciampino grazie ad un permesso speciale accordato dalle autorità indiane. L’aereo non era ancora atterrato su suolo italiano che già i motori della propaganda sciovinista nostrana giravano a pieno regime, in fibrillazione per il ritorno a casa dei «nostri ragazzi”, promossi in meno di un anno al grado di eroi della patria.
La vicenda dell’Enrica Lexie, la petroliera italiana sulla quale i due militari del battaglione San Marco erano in servizio anti-pirateria, ha calcato insistentemente le pagine dei giornali italiani e occupato saltuariamente i telegiornali nazionali.
E a seguirla da qui, in un villaggio a tre ore da Calcutta, la narrazione dell’incidente diplomatico tra Italia e India iniziato a metà febbraio è stata – andiamo di eufemismi – parziale e unilaterale, piegata a una ricostruzione dei fatti distante non solo dalla realtà ma, a tratti, anche dalla verosimiglianza.

In un articolo pubblicato l’11 novembre scorso su China Files ho ricostruito il caso Enrica Lexie sfatando una serie di fandonie che una parte consistente dell’opinione pubblica italiana reputa verità assolute, prove della malafede indiana e tasselli del complotto indiano. Riprendo da lì il sunto dei fatti.

E’ il 15 febbraio 2012 e la petroliera italiana Enrica Lexie viaggia al largo della costa del Kerala, India sud occidentale, in rotta verso l’Egitto. A bordo ci sono 34 persone, tra cui sei marò del Reggimento San Marco col compito di proteggere l’imbarcazione dagli assalti dei pirati, un rischio concreto lungo la rotta che passa per le acque della Somalia. Poco lontano, il peschereccio indiano St. Antony trasporta 11 persone.
Intorno alle 16:30 locali si verifica l’incidente: l’Enrica Lexie è convinta di essere sotto un attacco pirata, i marò sparano contro la St. Antony ed uccidono Ajesh Pinky (25 anni) e Selestian Valentine (45 anni), due membri dell’equipaggio.
La St. Antony riporta l’incidente alla guardia costiera del distretto di Kollam che subito contatta via radio l’Enrica Lexie, chiedendo se fosse stata coinvolta in un attacco pirata. Dall’Enrica Lexie confermano e viene chiesto loro di attraccare al porto di Kochi.
La Marina Italiana ordina ad Umberto Vitelli, capitano della Enrica Lexie, di non dirigersi verso il porto e di non far scendere a terra i militari italiani. Il capitano – che è un civile e risponde agli ordini dell’armatore, non dell’Esercito – asseconda invece le richieste delle autorità indiane.
La notte del 15 febbraio, sui corpi delle due vittime viene effettuata l’autopsia. Il 17 mattina vengono entrambi sepolti.
Il 19 febbraio Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l’accusa di omicidio. La Corte di Kollam dispone che i due militari siano tenuti in custodia presso una guesthouse della CISF (Central Industrial Security Force, il corpo di polizia indiano dedito alla protezione di infrastrutture industriali e potenziali obiettivi terroristici) invece che in un normale centro di detenzione.

Questi i fatti nudi e crudi. Da quel momento è partita una vergognosa campagna agiografica fascistoide, portata avanti in particolare da Il Giornale, quotidiano che, citando un’amica, «mi vergognerei di leggere anche se fossi di destra».
Che Il Giornale si sia lanciato in questa missione non stupisce, per almeno due motivi:

Ignazio La Russa

Ignazio La Russa

1) La fidelizzazione dei suoi (e)lettori passa obbligatoriamente per l’esaltazione acritica delle nostre – stavolta sì, nostre – forze armate, impegnate a «difendere la patria e rappresentare l’Italia nel mondo» anche quando, sotto contratto con armatori privati, prestano i loro servizi a difesa di interessi privati.
Anomalia, quest’ultima, per la quale dobbiamo ringraziare l’ex governo Berlusconi e in particolare l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa, che nell’agosto 2011 ha legalizzato la presenza di militari a difesa di imbarcazioni private. In teoria la legge prevede l’uso dell’esercito o di milizie private, senonché le regole di ingaggio di queste ultime sono ancora da ultimare, lasciando il monopolio all’Esercito italiano. Ma questa è – parzialmente – un’altra storia.

2) Il secondo motivo ha a che fare col governo Monti, per il quale il caso dei due marò ha rappresentato il primo grosso banco di prova davanti alla comunità internazionale, escludendo la missione impossibile di cancellare il ricordo dell’abbronzatura di Obama, della culona inchiavabile, letto di Putin, della nipote di Mubarak, dell’harem libico nel centro di Roma e tutto il resto del repertorio degli ultimi 20 anni.
Troppo presto per togliere l’appoggio a Monti per questioni interne, da marzo in poi Latorre e Girone sono stati l’occasione provvidenziale per attaccare l’esecutivo dei tecnici, mantenendo vivo il rapporto con un elettorato che tra poco sarà di nuovo chiamato alle urne. E’ il tritacarne elettorale preannunciato da Emanuele Giordana al quale i due marò, dopo la visita ufficiale al Quirinale del 22 dicembre, sono riusciti a sottrarsi chiudendosi letteralmente nelle loro case fino al 10 gennaio quando, secondo i patti, torneranno in Kerala in attesa del giudizio della Corte Suprema di Delhi.

Margherita Boniver

Margherita Boniver

Qualche esempio di strumentalizzazione?

Margherita Boniver, senatrice Pdl, il 19 dicembre riesce finalmente a fare notizia offrendosi come ostaggio per permettere a Latorre e Girone di tornare in Italia per Natale.

Ignazio La Russa, Pdl, il 21 dicembre annuncia di voler candidare i due marò nelle liste del suo nuovo partito Fratelli d’Italia (sic!).
L’escamotage, che serve a blindare i due militari entro i confini italiani, è rimandato al mittente dagli stessi Latorre e Girone, irremovibili nel mantenere la parola data alle autorità indiane.

LA QUERELLE SULLA POSIZIONE DELLA NAVE E UNA CURIOSA “CONTROPERIZIA”

La prima tesi portata avanti maldestramente dalla diplomazia italiana, puntellata dagli organi d’informazione, sosteneva che l’Enrica Lexie si trovasse in acque internazionali e, di conseguenza, la giurisdizione dovesse essere italiana. Ma le cose pare siano andate diversamente.
Il governo italiano ha sostenuto che l’Enrica Lexie si trovasse a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, ovvero in acque internazionali, il che avrebbe dato diritto ai due marò ad un processo in Italia. La tesi è stata sviluppata basandosi sulle dichiarazioni dei marò e su non meglio specificate «rilevazioni satellitari”.
Secondo l’accusa indiana l’incidente si era invece verificato entro il limite delle acque nazionali: Girone e Latorre dovevano essere processati in India.

Nonostante la confusione causata dal campanilismo della stampa indiana ed italiana, la posizione della Enrica Lexie non è più un mistero ed è ufficialmente da considerare valida la perizia indiana.
La squadra d’investigazione speciale che si è occupata del caso lo scorso 18 maggio ha depositato presso il tribunale di Kollam l’elenco dei dati a sostegno dell’accusa di omicidio, citando i risultati dell’esame balistico e la posizione della petroliera italiana durante la sparatoria.
Secondo i dati recuperati dal GPS della petroliera italiana e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai, l’Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, nella cosiddetta «zona contigua».
Il diritto marittimo internazionale considera «zona contigua» il tratto di mare che si estende fino alle 24 miglia nautiche dalla costa, entro le quali è diritto di uno Stato far valere la propria giurisdizione.

I fasci giocherellano con l'idea di essere in guerra con l'India. Poi toccherà alla Kamchatka.

Sti fasci de casa pau giocano a ffà ‘a guera coll’india. Più tardi aggredischeno la Kamciacca. – Seh, poi finisce che se fanno ‘e tre de notte e domattina so’ cazzi, svejasse pe’ andà a scola! Tipo che a forza de ffà sega, qui ce tocca ripete’ a prima media… – Pure quest’anno?!

A contrastare la versione ufficiale delle autorità indiane – che, ricordiamo, è stata accettata anche dai legali dei due marò e sarà la base sulla quale la Corte suprema indiana si pronuncerà – è apparsa in rete la ricca controperizia dell’ingegner Luigi di Stefano, già perito di parte civile per l’incidente di Ustica.
Di Stefano presenta una serie di dati ed analisi tecniche a supporto dell’innocenza dei due marò. Chi scrive non è esperto di balistica né perito legale – non è il mio mestiere – e davanti alla mole di dati sciorinati da Di Stefano rimane abbastanza impassibile. Tuttavia, è importante precisare che Di Stefano basa gran parte della sua controperizia su una porzione minima dei dati, quelli cioè divulgati alla stampa a poche settimane dall’incidente. Dati che, sappiamo ora, sono stati totalmente sbugiardati dalle rilevazioni satellitari del Maritime Rescue Center di Mumbai e dall’esame balistico effettuato dai periti indiani.
Nella perizia troviamo stralci di interviste tratti dal settimanale Oggi, fotogrammi ripresi da Youtube, fermi immagine di documenti mandati in onda da Tg1 e Tg2 (sui quali Di Stefano costruisce la sua teoria della falsificazione dei dati da parte della Marina indiana), altre foto estrapolate da un video della Bbc e una serie di complicatissimi calcoli vettoriali e simulazioni 3d.
Non si menziona mai, in tutta la perizia, nessuna fonte ufficiale dei tecnici indianiche, come abbiamo visto, hanno depositato in tribunale l’esito delle loro indagini il 18 maggio. Di Stefano aveva addirittura presentato il suo lavoro durante un convegno alla Camera dei deputati il 16 aprile, un mese prima che fossero disponibili i risultati delle perizie indiane!
In quell’occasione i Radicali hanno avanzato un’interrogazione parlamentare al ministro degli Esteri Terzi, chiedendo sostanzialmente: «Ma se abbiamo mandato i nostri tecnici in India e loro non hanno detto nulla, perché dobbiamo stare a sentire Di Stefano?»
Il lavoro di Di Stefano, in definitiva, è viziato sin dal principio dall’analisi di dati clamorosamente incompleti, costruito su dichiarazioni inattendibili e animato dal buon vecchio sentimento di superiorità occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo mondo.
Se qualcuno ancora oggi ritiene che una simile perizia artigianale sia più attendibile di quella ufficiale indiana, cercare di spiegare perché non lo è potrebbe essere un inutile dispendio di energie.

UNGHIE SUI VETRI: «NON SONO STATI LORO A SPARARE!» 

Altra tesi particolarmente in voga: non sono stati i marò a sparare, c’era un’altra nave di pirati nelle vicinanze, sono stati loro.

Nel rapporto consegnato in un primo momento dai membri dell’equipaggio dell’Enrica Lexie alle autorità indiane e italiane (entrambi i Paesi hanno aperto un’inchiesta) si specifica che Latorre e Girone hanno sparato tre raffiche in acqua, come da protocollo, man mano che l’imbarcazione sospetta si avvicinava all’Enrica Lexie. Gli indiani sostengono invece che i colpi erano stati esplosi con l’intenzione di uccidere, come si vede dai 16 fori di proiettile sulla St. Antony.

Il 28 febbraio il governo italiano chiede che al momento dell’analisi delle armi da fuoco siano presenti anche degli esperti italiani. La Corte di Kollam respinge la richiesta, accordando però che un team di italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani.
Gli esami confermano che a sparare contro la St. Antony furono due fucili Beretta in dotazione ai marò, fatto supportato anche dalle dichiarazioni degli altri militari italiani e dei membri dell’equipaggio a bordo sia dell’Enrica Lexie che della St. Antony.
Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri italiano, il 18 maggio ha dichiarato alla stampa indiana: «La morte dei due pescatori è stato un incidente fortuito, un omicidio colposo. I nostri marò non hanno mai voluto che ciò accadesse, ma purtroppo è successo».
I più cocciuti, pur davanti all’ammissione di colpa di De Mistura, citano ora il mistero della Olympic Flair, una nave mercantile greca attaccata dai pirati il 15 febbraio, sempre al largo delle coste del Kerala. La notizia, curiosamente, è stata pubblicata esclusivamente dalla stampa italiana, citando un comunicato della Camera di commercio internazionale inviato alla Marina militare italiana. Il 21 febbraio la Marina mercantile greca ha categoricamente escluso qualsiasi attacco subito dalla Olympic Flair.

A questo punto possiamo tranquillamente sostenere che:
1) l’Enrica Lexie non si trovava in acque internazionali;
2) i due marò hanno sparato
.
Sono due fatti supportati da prove consistenti e accettati anche dalla difesa italiana, che ora attende la sentenza della Corte suprema circa la giurisdizione.

Secondo la legge italiana ed i suoi protocolli extraterritoriali, in accordo con le risoluzioni dell’Onu che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano (la petroliera batteva bandiera italiana) e dovrebbero godere quindi dell’immunità giurisdizionale nei confronti di altri Stati.
La legge indiana dice invece che qualsiasi crimine commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana – come la St. Antony – deve essere giudicato in territorio indiano, anche qualora gli accusati si fossero trovati in acque internazionali.
A livello internazionale vige la Convention for the Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation (SUA Convention), adottata dall’International Maritime Organization (Imo) nel 1988, che a seconda delle interpretazioni, indicano gli esperti, potrebbe dare ragione sia all’Italia sia all’India.
La sentenza della Corte Suprema di New Delhi, prevista per l’8 novembre ma rimandata nuovamente a data da destinarsi, dovrebbe appunto regolare questa ambiguità, segnando un precedente legale per tutti i casi analoghi che dovessero verificarsi in futuro.
Il caso dei due marò, che dal mese di giugno sono in regime di libertà condizionata e non possono lasciare il Paese prima della sentenza, sarà una pietra miliare del diritto marittimo internazionale.

IMPRECISIONI, DIMENTICANZE, SAGRESTIE E ROMBI DI MOTORI

In oltre 10 mesi di copertura mediatica, la cronaca a macchie di leopardo di gran parte della stampa nazionale ha omesso dettagli significativi sul regime di detenzione dei marò, si è persa per strada alcuni passaggi della diplomazia italiana in India e ha glissato su una serie di comportamenti “al limite della legalità” che hanno contraddistinto gli sforzi ufficiali per «riportare a casa i nostri marò». In un altro articolo pubblicato su China Files il 7 novembre, avevo collezionato le mancanze più eclatanti. Riprendo qui quell’esposizione.

Descritti come «prigionieri di guerra in terra straniera» o militari italiani «dietro le sbarre», Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in realtà non hanno speso un solo giorno nelle famigerate carceri indiane.
I due militari del Reggimento San Marco, in libertà condizionata dal mese di giugno, come scrive Paolo Cagnan su L’Espresso, in India sono trattati col massimo riguardo e, in oltre otto mesi, non hanno passato un solo giorno nelle famigerate celle indiane, alloggiando sempre in guesthouse o hotel di lusso con tanto di tv satellitare e cibo italiano in tavola. Tecnicamente, «dietro le sbarre» non ci sono stati mai.
Un trattamento di lusso accordato fin dall’inizio dalle autorità indiane che, comericordava Carola Lorea su China Files il 23 febbraio, si sono assicurate che il soggiorno dei marò fosse il meno doloroso possibile:

'a pizza«I due marò del Battaglione San Marco sospettati di aver erroneamente sparato a due pescatori disarmati al largo delle coste del Kerala, sono alloggiati presso il confortevole CISF Guest House di Cochin per meglio godere delle bellezze cittadine.
Secondo l’intervista rilasciata da un alto funzionario della polizia indiana al Times of India, i due sfortunati membri della marina militare italiana sarebbero trattati con grande rispetto e con tutti gli onori di casa, seppure accusati di omicidio.
La diplomazia italiana avrebbe infatti fornito alla polizia locale una lista di pietanze italiane da recapitare all’hotel per il periodo di fermo: pizza, pane, cappuccino e succhi di frutta fanno parte del menu finanziato dalla polizia regionale. Il danno e la beffa.»

Intanto, l’Italia cercava in ogni modo di evitare la sentenza dei giudici indiani, ricorrendo anche all’intercessione della Chiesa. Alcune iniziative discutibili portate avanti dalla diplomazia italiana, o da chi ne ha fatto tristemente le veci, hanno innervosito molto l’opinione pubblica indiana. Due di queste sono direttamente imputabili alle istituzioni italiane.

In primis, aver coinvolto il prelato cattolico locale nella mediazione con le famiglie delle due vittime, entrambe di fede cattolica. Il sottosegretario agli Esteri De Mistura si è più volte consultato con cardinali ed arcivescovi della Chiesa cattolica siro-malabarese, nel tentativo di aprire anche un canale “spirituale” con i parenti di Ajesh Pinky e Selestian Valentine, i due pescatori morti il pomeriggio del 15 febbraio.
L’ingerenza della Chiesa di Roma non è stata apprezzata dalla comunità locale che, secondo il quotidiano Tehelka, ha accusato i ministri della fede di «immischiarsi in un caso penale», convincendoli a dismettere il loro ruolo di mediatori.

Il 24 aprile, inoltre, il governo italiano e i legali dei parenti delle vittime hanno raggiunto un accordo economico extra-giudiziario. O meglio, secondo il ministro della Difesa Di Paola si è trattato di «una donazione», di «un atto di generosità slegato dal processo».
Alle due famiglie, col consenso dell’Alta Corte del Kerala, vanno 10 milioni di rupie ciascuna, in totale quasi 300mila euro. Dopo la firma, entrambe le famiglie hannoritirato la propria denuncia contro Latorre e Girone, lasciando solo lo Stato del Kerala dalla parte dell’accusa.
Raccontata dalla stampa italiana come un’azione caritatevole, la transazione economica è stata interpretata in India non solo come un’implicita ammissione di colpa, ma come un tentativo, nemmeno troppo velato, di comprarsi il silenzio delle famiglie dei pescatori.
Tanto che il 30 aprile la Corte Suprema di Delhi ha criticato la scelta del tribunale del Kerala di avallare un simile accordo tra le parti, dichiarando che la vicenda «va contro il sistema legale indiano, è inammissibile.»

Immagine tratta da "Libero"

Immagine tratta dal sito di Libero. Il giornale ha toni incazzati, ma i lettori sembrano di buon umore.

Ma il vero capolavoro di sciovinismo è arrivato lo scorso mese di ottobre durante il Gran Premio di Formula 1 in India. In un’inedita liaison governo-Il Giornale-Ferrari, in poco più di una settimana l’Italia è riuscita a far tornare in prima pagina il non-caso dei marò che in India, dopo 8 mesi dall’incidente, era stato ampiamente relegato nel dimenticatoio mediatico.
Rispondendo all’appello de Il Giornale ed alle «migliaia di lettere» che i lettori hanno inviato alla redazione del direttore Sallusti, la Ferrari ha accettato di correre il gran premio indiano di Greater Noida mostrando in bella vista sulle monoposto la bandiera della Marina Militare Italiana. Il primo comunicato ufficiale di Maranello recitava:

«[…] La Ferrari vuole così rendere omaggio a una delle migliori eccellenze del nostro Paese auspicando anche che le autorità indiane e italiane trovino presto una soluzione per la vicenda che vede coinvolti i due militari della Marina Italiana.»

La replica seccata del Ministero degli Esteri indiano non si fa attendere: «Utilizzare eventi sportivi per promuovere cause che non sono di quella natura significa non essere coerenti con lo spirito sportivo

Pur avendo incassato il plauso del ministro degli Esteri Terzi, che su Twitter ha gioito dell’iniziativa che «testimonia il sostegno di tutto il Paese ai nostri marò», la Scuderia Ferrari opta per un secondo comunicato. Sfidando ogni logica e l’intelligenza di italiani ed indiani, l’ufficio stampa della casa automobilistica specifica che esporre la bandiera della Marina «non ha e non vuole avere alcuna valenza politica

In mezzo al tira e molla di una strategia diplomatica improvvisata, così impegnata a non scontentare l’Italia più sciovinista al punto da appoggiare la pessima operazione d’immagine del duo Maranello-Il Giornale, accolta in India dapolemiche ampiamente giustificabili, il racconto dei marò – precedentemente «dietro le sbarre» –  è continuato imperterrito con toni a metà tra un romanzo di Dickens e una sagra di paese.
Il Giornale, ad esempio, esaltando la vittoria morale dell’endorsement Ferrari, confida ai propri lettori che

Friselle«i famigliari di Massimiliano Latorre, tutti con una piccola coccarda di colore giallo e il simbolo della Marina Militare al centro appuntata sugli abiti, hanno pensato di portare a Massimiliano e a Salvatore alcuni tipici prodotti locali della Puglia: dalle focacce ai dolci d’Altamura per proseguire poi con le orecchiette, le friselle di grano duro

L’operazione, qui in India, ha raggiunto esclusivamente un obiettivo: far inviperire ancora di più le schiere di fanatici nazionalisti indiani sparse in tutto il Paese.
Ma è lecito pensare che la mossa mediatica, ancora una volta, non sia stata messa a punto per il bene di Latorre e Girone, bensì per strizzare l’occhiolino a quell’Italia abbruttita dalla provincialità imposta dai propri politici di riferimento, maltrattata da un’informazione colpevolmente parziale che da tempo ha smesso di “informare” preferendo istruire, depistare, ammansire e rintuzzare gli istinti peggiori di una popolazione alla quale si rifiuta di dare gli strumenti e i dati per provare a capire e pensare con la propria testa.

PARLARE A CHI SI TAPPA LE ORECCHIE

In questi mesi, quando provavamo a raccontare la storia dei marò facendo due passi indietro e includendo doverosamente anche le fonti indiane, ci sono piovuti addosso decine di insulti. Quando citavamo fonti dai giornali indiani, ci accusavano di essere «come un fogliaccio del Kerala»; quando abbiamo provato a spiegare il problema della giurisdizione, ci hanno risposto «L’India è un paese di pezzenti appena meno pezzenti di prima che cerca di accreditarsi come potenza, ma sempre pezzenti restano. E un pezzente con soldi diventa arrogante. Da nuclearizzare!»; quando abbiamo cercato di smentire le falsità pubblicate in Italia (come la memorabile bufala di Latorre che salva un fotografo fermando una macchina con le mani e si guadagna le copertine indiane come “Eroe”) ci hanno dato degli anti-italiani, augurandoci di andare a vivere in India e vedere se là stavamo meglio. Ignorando il fatto che, a differenza di molti, noi in India ci abitiamo davvero.

I beduini del Kerala

I beduini del Kerala… Fottuti bastardi…

Quando tutta questa vicenda verrà archiviata e i marò saranno sottoposti a un giusto processo – in Italia o in India, speriamo che sia giusto – sarà bene ricordarci come non fare del cattivo giornalismo, come non condurre un confronto diplomatico con una potenza mondiale e, soprattutto, come non strumentalizzare le nostre forze armate per fini politici. Una cosa della quale, anche se fossi di destra, mi sarei vergognato.

FONTE http://www.wumingfoundation.com/giap/

Leggi anche “5 ragioni per un impeachment” https://ilmalpaese.wordpress.com/2014/02/09/5-ragioni-per-un-impeachment/

Pubblicato in: diritti, INGIUSTIZIE, lega, libertà, opinioni, politica, razzismo, sociale, società

23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

http://www.milanox.eu/

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il centrosinistra non esiste


downloaddi Federico Pontiggia –

“In Gran Bretagna si prepara a vincere, ma non credo che il centrosinistra esista: se si è a favore del mercato e della deregulation si è di destra, se si crede nell’economia pianificata e nella proprietà comune si è di sinistra, chi rimane al centro della strada di solito viene investito. Non so in Italia, ma da noi il centrosinistra si dice d’accordo a mantenere le misure di austerità e a proseguire le privatizzazioni, solo più lentamente. Ma se dovete essere comunque strangolati, il tempo non fa la differenza”. J’accuse firmato Ken Loach, che giriamo al nostro Bersani: ok aver vinto le primarie, ma se il centrosinistra non esiste, o è comunque destinato a far la fine di un gatto in autostrada, che ha vinto a fare?
A Roma per presentare La parte degli angeli, irresistibile commedia su gioventù bruciata e whisky scozzese dal 13 dicembre nelle nostre sale, Ken il Rosso riflette sull’impegno al cinema: “Oggi si dice ai filmaker che tutto dipende dal mercato, e inconsciamente qualcuno cambia la propria idea, ma da Occupy ai movimenti anti-guerra la preoccupazione è mondiale: il problema è che per i meccanismi di finanziamento tutto questo spesso non viene riflesso al cinema”.
Chi conosce lo sa, Ken non può esimersi dal dire la sua sul capitalismo: “Più si sviluppa, più cresce la disoccupazione, perché le multinazionali hanno bisogno di una marea di non occupati per mantenere i salari bassi. Come sinistra dobbiamo trovare il motore contro il mercato, che non è l’unica strada percorribile”. “Se “anche l’Unione Europea è un’organizzazione neoliberista, oggi il capitalismo è davvero in crisi: è il momento giusto, dobbiamo organizzarci, stiamo strappando tutti gli elementi che rendono una società civile, come il sostegno ai disabili. Ospedali sovraffollati, sanità in mano alle multinazionali, oggi non possediamo più nulla, prima avevamo metà economia…”.
Ovviamente, Ken torna sulla querelle che l’ha avuto protagonista al festival di Torino, di cui ha rifiutato il Gran Premio Torino per solidarietà con i lavoratori della Rear impegnati al Museo del Cinema: “L’importante non è che io vada o meno a un festival, ma la gente che perde lavoro, ha salari da fame e non può avere una rappresentanza sindacale. Tra il Museo e me c’è una differenza di principio: il datore di lavoro principale ha una responsabilità per la tutela di tutti i lavoratori, al di là del loro contratto, questo è quel che penso io, mentre il direttore ha dichiarato che il Museo non può essere considerato responsabile direttamente e indirettamente per il comportamento di terze parti. Che equivale a dire, “ci sono persone che puliscono i nostri uffici con una paga da fame, ma noi non siamo responsabili”: ebbene, io non sono d’accordo, è contro l’interesse dei lavoratori”.

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=3912

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ILVA, UN DRAMMA SENZA FINE


ilva_taranto_bambino.jpg_415368877di Samanta Di Persio

Ci sono responsabilità politiche e sindacali precise nella vicenda Ilva: malgrado le denunce, negli anni si è preferito chiudere gli occhi per non arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Chi pagherà?

Nel 2008 visitai Taranto per la prima volta, giunsi in macchina e non notai quello che mi colpì l’anno dopo arrivando in treno. Dal finestrino del vagone vidi una nube sopra la città e contemporaneamente sentii un odore strano, non so perché lo associai alla diossina. Una volta arrivata chiesi informazioni ai due sindacalisti dello Slai Cobas che mi vennero a prendere: mi confermeranno che si trattava dell’odore dell’Ilva. Rimasi perplessa e mi chiesi, come sia possibile respirare, sopravvivere in quelle condizioni? Averlo scritto, aver raccolto le testimonianze dei lavoratori, aver conosciuto Alessandro Marescotti di Peacelink non era stato sufficiente, dovevo vedere l’Ilva per capire. Visitai il rione Tamburi, adiacente all’acciaieria, mi spiegarono che ogni famiglia è stata segnata dalla morte di qualcuno per tumore. Una polvere rosa si posa ovunque, ciò vuol dire che si posa sui campi, sulla pelle, nei polmoni, il vento la porta chissà dove. Nel libro “Morti bianche” fra le noto riporto uno studio epidemiologico del dottor Sante Minerba, l’indagine è stata condotta nel 2007 e, già allora, a Taranto si registrava un eccesso di mortalità negli uomini pari al 28% per il cancro al polmone e del 460% per il cancro alla pleura rispetto allo standard regionale. Inoltre su 15 diversi tipi di tumore maligno che presentavano eccessi di mortalità nell’intera provincia ionica, 11 di questi erano contratti nel capoluogo. Nel 2008 Taranto aveva oltre 1200 decessi l’anno per neoplasie, nettamente al di sopra della media nazionale. La situazione diventò insostenibile quando nel 2011 vennero abbattute migliaia di pecore, le carni erano contaminate dalla diossina ma lo erano anche: latte, formaggio, ricotta. Scattò la rivolta degli allevatori, anche la mitilicoltura era a rischio: nelle cozze vennero trovate tracce di diossina.

Ci sono oltre 10mila persone che lavorano per l’Ilva e 8mila per l’indotto. Questa acciaieria ha rappresentato per i pugliesi l’ancora di salvezza, ha permesso di non lasciare la loro regione. Ma a quale prezzo? Un ex operaio, in un’intervista all’Unità, nel 2001 raccontava: “Non riuscivo più a respirare. Ho fatto le analisi e mi hanno riscontrato una ostruzione alle vie aeree superiori. Così ho deciso di lasciare il posto. Prima di entrare all’Ilva, era quello il mio ideale di lavoro. A Taranto c’è solo quella speranza, ti aggrappi. Quando ho finito la scuola superiore e il militare, lavoro non ce n’era. Ho fatto il volantinaggio e poi ho lavorato come geometra per 100mila a settimana. Allora ho fatto la domanda per essere assunto all’Ilva. Se non vai là, il lavoro qui lo trovi solo in nero, capisci? Mi hanno preso, che fortuna! Pensavo, un milione e otto al mese”.

Dal 2001 sono trascorsi un po’ di anni. Rispetto al periodo 2002-2005, nel 2009 i tumori nelle donne sono aumentati del 100% e l’Ilva è il potenziale responsabile per emissione di benzopirene. La mortalità infantile nel primo anno di vita è aumentata del 35% e sono aumentate del 71% le morti nel periodo perinatale. Questi dati sono stati diffusi dal Ministero della Sanità. La magistratura interviene con il sequestro. Bonificare l’Ilva per Riva costerebbe miliardi di euro, se non l’ha fatto prima, perchè dovrebbe farlo ora? Ci sonoresponsabilità politiche (voti) e sindacali (consenso) precise, perché le denunce, gli studi in questi anni ci sono stati, ma non provenivano da persone che facevano parte di un establishment, quindi si è preferito chiudere entrambi gli occhi per arrivare allo scontro tra diritto alla vita e diritto al lavoro. Gli operai hanno occupato la fabbrica per difendere ciò che hanno, la natura si è scatenata: un fulmine ha colpito uno dei camini, ci sono stati feriti e ancora morte. Chi pagherà?

Dal blog di Samanta Di Persio

http://www.cadoinpiedi.it/2012/12/01/ilva_un_dramma_senza_fine.html

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Disegna l’immagine della mamma morta a causa della guerra e ne cerca l’abbraccio


E’ un’immagine sconvolgente e commovente che sta facendo il giro della rete, è l’immagine dei sentimenti e dei diritti calpestati dei bambini.

La mamma di questa bambina è una vittima di guerra, la bambina nel cortile di casa ha disegnato la sagoma della sua mamma e ci si è raggomitolata sopra.

Appoggia inizialmente le scarpette in prossimità della sagoma.

Ma poi decide di stendersi sopra il suo disegno e cerca per terra gli abbracci della mamma che non c’è più.

Volge la testa in basso, ha bisogno di calore e amore, ma si rannicchia soltanto su se stessa.

Questa bimba adesso vive in un orfanotrofio.

http://www.articolotre.com/2012/11/disegna-limmagine-della-mamma-morta-a-causa-della-guerra-e-ne-cerca-labbraccio/120856

 

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Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale “Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

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Bersani, i soldi dell’Ilva e le lettere di Riva


Un risvolto dell’inchiesta sulle acciaierie di Taranto che non piacerà al segretario Pd

Pierluigi Bersani, quei 98mila euro per finanziare la campagna elettorale e le email dall’Ilva. Le carte che escono dalla procura di Taranto non aiutano il segretario del Partito Democratico nella corsa per la leadership contro Matteo Renzi. Il Fatto Quotidiano (che verrà per questo di certo tacciato a sproposito di renzismo militante) pubblica la lettera di Emilio Riva:

a il quotidiano:

“MI SCUSI LO SFOGO”, scrive Emilio Riva, patron dell’Ilva, a Pier Luigi Bersani in una lettera del 30 settembre 2010 agli atti dell’inchiesta. Riva fa leva sulla “reciproca conoscenza” per segnalare al segretario del Pd quanto poco abbia gradito gli interventi del parlamentare democratico Roberto della Seta che lo hanno “sconcertato”. Della Seta annunciava di voler cambiare un provvedimento del governo Berlusconi (cosiddetto “decreto salva Ilva”) che rinviava di due anni il termine entro cui lo stabilimento di Taranto doveva rispettare i requisiti ambientali sul benzo( a)pirene. Riva è scandalizzato dalla “pressione mediatica violentissima”

Tra gli anni di reciproca conoscenza  spicca il 2006, ricorda il Fatto, quando il gruppo Riva finanziò la campagna elettorale di Bersani con 98mila euro:

Sentito dal Fatto Quotidiano, Della Seta spiega: “Nel testo su cui il Parlamento aveva espresso parere non c’era la norma che prorogava i limiti per la concentrazione di benzoapirente nell’aria. Venne inserita dopo con un blitz del ministro Prestigiacomo, una norma ritagliata esclusivamente su misura dell’Ilva. Ma nessuno del Pd, men che meno Bersani, mi ha mai chiesto di cambiare il mio atteggiamento. Feci interrogazioni e dichiarazioni, ma non ho ricevuto alcuna pressione”.

http://www.giornalettismo.com/archives/625221/bersani-i-soldi-dellilva-e-le-lettere-di-riva/

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ILVA TARANTO/ Le cifre degli intrecci tra sistema Archinà e famiglia Riva


L’Ilva, la più grande industria siderurgica italiana, vive la più brutta pagina della storia: 3 arresti, 4 persone ai domiciliari e diversi indagati per accuse di corruzione ed associazione a delinquere. Tra tangenti ed inquinamenti sottaciuti a discapito della salute pubblica –con l’incremento dei tumori, la storia dell’Ilva è il racconto dei magnati dell’acciaio, la famiglia Riva con i loro spostamenti di denaro da una holding all’altra. E intanto c’è il rischio chiusura e disoccupazione.

di Maria Cristina Giovannitti

Mala tempora currunt per l’Ilva di Taranto e qualcosa era già nell’aria. Intanto il lustro della più importante industria siderurgica italiana fondata nel 1905, è proprio nella fase di declino: sei arresti e diversi indagati –tra cui politici e giornalisti compiacenti. L’indagine condotta da Remo Epifani, sostituto procuratore, si è arricchita di preziose informazioni e dati scoperti dal capitano Giuseppe Di Noi. 


SISTEMA ARCHINÀ –
 Lo stesso capitano Di Noi ha parlato del crollo del ‘sistema Archinà’ grazie alle indagini condotte dalle fiamme gialle di Taranto. Con l’accusa di corruzione e associazione a delinquere gli arresti nell’Ilva sono sei, di cui tre con la condanna al carcere e quattro agli arresti domiciliari mentre sono indagati Aldo Buffo e Bruno Ferrante, entrambi presidente e direttore dell’Ilva. Agli arresti Fabio Riva, figlio del patron Emilio;Luigi Capogrosso, ex direttore e Girolamo Archinà ex consulente dello stabilimento, addetto alla pubblica amministrazione, licenziato ad agosto ed esecutore del sistema di tangenti e corruzioni. Ai domiciliari: dal 26 luglio 2012 il fondatore e magnate Emilio Riva;  Michele Conserva ex assessore provinciale all’Ambiente; Carmelo DelliSanti della Promed Engineering e Lorenzo Liberti preside della Facoltà di Ingegneria Ambientale all’Università di Taranto ed altro fondamentale tassello del sistema Archinà. Proprio al Liberti erano destinati i 10 mila euro di tangenti dategli da Archinà in un autogrill, soldi che sarebbero dovuti servire a manipolare con molta probabilità, la perizia che il preside di Ingegneria fece all’Ilva. Insomma la mazzetta serviva per diminuire la gravità del disastro ambientale e del rischio diossina.

FAMIGLIA RIVA – Gli sceicchi italiani dell’acciaio hanno segnato la loro epopea con una brutta storia di fondi che venivano spostati nelle holding di famiglia a proprio piacimento. La loro storia si lega all’Ilva nel 1995 quando lo stabilimento all’epoca statale, vive un periodo forte crisi ed è lì che entra in scena il gruppo Riva. Il Riva FIRE –Finanziaria Industriale Riva Emilio- con sede a Milano ha due società: la Riva Acciaio Spa e l’Ilva Spa. Tutto il dominio è nelle mani del ‘capostipite’ Emilio Riva. Eredi della dinastia Fabio e Nicola Riva. Con la privatizzazione cominciano le ‘stranezze finanziarie’ del grande stabilimento pugliese: molti degli introiti dell’Ilva veniva reinvestiti nella Riva FIRE, ovvero nell’altra holding di famiglia  tant’è che lo stesso Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, aveva notato degli ‘ingenti inutili’ che i Riva avevano giustificato come profitti spesi per il gruppo. Il problema è sorto a causa di un forte conflitto d’interessi: l’altra azienda dei Riva firmava contratti con l’Ilva e quest’ultima-l’Ilva-  pagava ingenti cifre di denaro che entravano nelle casse del gruppo di famiglia in maniera ‘regolare’. Insomma la Riva FIRE prendeva accordi con l’Ilva senza tener conto però che Emilio, Nicola e Fabio erano proprietari di entrambe le aziende e ciò significa che si accordavano con sé stessi. I conti non tornano neanche alla famiglia Amenduni, azionista del 10 percento e che chiede al gruppo Riva chiarimenti su questi contratti e sui movimenti sospetti dei fondi che passavano dall’Ilva alla holding: silenzio tombale.

CIFRE – Dal 2008 al 2010 circa 190 milioni di euro sono stati spostati dalle casse dell’Ilva a quelle della Riva FIRE, soldi registrati in bilancio sotto il nome di consulenze per non destare troppi sospetti. Nel bilancio 2011 è chiarito che i costi destinati alla Riva FIRE corrispondono al 1,6 percento, che in cifre sarebbero 103 milioni di euro su un guadagno totale di 6 miliardi. Questa percentuale però varia nei casi di una decrescita del ricavato annuale per cui se l’Ilva guadagna poco, la percentuale da destinare alla holding si dimezza seppur all’atto pratico molte ‘manovre finanziarie’ sono apparse poco chiare. E mentre il patron Emilio Riva gestiva gli affari italiani, i figli hanno stretto rapporti economici con delle società in Olanda e Lussemburgo –una holding dal nome Stahlebeteilingungen, oltre alla Utia del Granducato. Intanto proprio poco tempo fa l’azienda lussemburghese ha venduto il 25,3 percento delle azioni dell’Ilva di cui era proprietaria ad un certo Siderlux, proprietario di un’altra holding con cui i figli Riva hanno stretto amichevoli scambi di denaro. Saranno solo delle coincidenze?

Tra brogli e corruzioni, il rischio tumori è altissimo e la minaccia della chiusura dello stabilimento si fa sempre più concreta.